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Lo storico accordo tra i due paesi segna la fine di vent’anni di guerra e di tensioni tra i due paesi. La crescita economica, sociale e democratica delle due nazioni era rimasta bloccata e il Corno d’Africa ha vissuto una lunga fase di instabilità. Ora ci si aspetta che la pace porti anche la democrazia.

L’accordo di pace siglato da Etiopia ed Eritrea il 9 luglio è un evento storico. Le firme del presidente eritreo Isaias Afeworki e del premier etiope Abiy Ahmed hanno segnato la fine di vent’anni di guerra e di tensioni tra i due Paesi. Guerra e tensioni che, di fatto hanno bloccato, la crescita economica, sociale e democratica dei due Paesi e hanno dato vita a un lungo periodo di instabilità nel Corno d’Africa.

Indipendenza e guerra

Per comprendere l’importanza dell’intesa occorre fare un passo indietro. Con la fine della seconda guerra mondiale, l’Eritrea, ex colonia italiana, è stata prima federata e poi annessa all’Etiopia. Dall’inizio degli anni Sessanta si è scatenata una guerra di indipendenza degli eritrei contro le forze del negus Hailè Selassiè e poi contro quelle di Manghistu Hailè Mariam. Il conflitto è durato trent’anni, un periodo lunghissimo in cui si è forgiata quella classe politica e militare che ha preso il controllo dell’Eritrea dopo l’indipendenza raggiunta nel 1993. Cresciuti nelle asprezze della guerriglia e poco avvezzi ai principi democratici, i politici eritrei si sono trovati spiazzati di fronte alla sfida di un Paese da ricostruire. I trent’anni di conflitto inoltre li avevano abituati a un odio quasi atavico nei confronti degli etiopi. L’Etiopia ha avviato un percorso simile, anche se meno duro. La classe politica di etnia tigrina ha iniziato a dominare il Paese, mettendo la sordina all’opposizione e alle altre etnie (gli amhara, che tradizionalmente avevano governato la nazione, e gli oromo).

Nel 1998 la tensione tra i due Paesi è andata aumentando fino sfociare nella guerra. Pomo della discordia, Badme, cittadina di frontiera sulla quale sia Asmara sia Addis Abeba vantavano la sovranità. Le forze armate si sono confrontate in un conflitto antico, fatto di assalti alla baionetta sulle scoscese montagne dell’Acrocoro abissino. In due anni sono morti tra i 60 e i 70mila uomini, forse di più. Di fronte a questa tragedia, nel 2000 Eritrea ed Etiopia hanno accettato l’istituzione di una commissione incaricata di stabilire i confini e porre così fine alle ostilità. Meno di due anni dopo, la commissione ha assegnato i confini contesi, Badme compresa, all’Eritrea. Le conclusioni non sono però mai state accettate da Addis Abeba che, da allora, ha mantenuto sul confine le sue truppe determinando una situazione di non guerra-non pace.

Questo contesto è servito a Isaias per rafforzare il suo regime. Con la scusa dello stato di emergenza, ha sospeso la Costituzione del 1997, ha imprigionato oppositori e ministri, intellettuali e compagni di partito che gli chiedevano di rispettare la democrazia. Ha quindi chiuso l’università e militarizzato lo Stato, imponendo il servizio militare da 17 a 50 anni, espulso missionari e Ong, perseguitato leader religiosi. In 20 anni, ha causato l’emigrazione di almeno due generazioni di eritrei. L’Eritrea è così precipitata agli ultimi posti nelle classifiche mondiali di sviluppo e libertà.

«Pochi hanno levato un grido di condanna - osserva Meron Estefanos, eritrea, attivista per i diritti civili -. Tra questi, c’è stata la Chiesa cattolica. La sua denuncia dei crimini commessi dal regime è entrata nella storia e rimane nei cuori di quelli che lottano a favore della libertà in Eritrea». Nel 1994, nella lettera pastorale di 38 pagine intitolata «Dov’è tuo fratello?», i quattro eparchi (vescovi) di Asmara, Barentu, Keren e Segeneiti hanno infatti puntato il dito contro il regime. «I nostri giovani - hanno scritto - fuggono verso Paesi dove c’è giustizia, lavoro e dove ci si può esprimere senza timore ad alta voce […] non ci sarebbe ragione di cercare nazioni dolci come il miele se uno vivesse già in un posto del genere». E hanno aggiunto: «I componenti di ogni famiglia oggi sono sparpagliati tra il servizio nazionale, l’esercito, i centri di riabilitazione, le carceri, con gli anziani lasciati indietro senza nessuno che si prenda cura di loro. Tutto questo sta rendendo l’Eritrea una terra desolata».

Una situazione che in Eritrea diventava sempre più insostenibile anche perché, il progressivo isolamento politico del regime, stava producendo effetti negativi anche sull’economia. L’agricoltura di sussistenza, le poche industrie e un commercio con l’estero asfittico hanno portato il Paese sull’orlo del baratro, con più del 50% della popolazione al di sotto della soglia della povertà (meno di due euro al giorno).

La pace

Le tensioni hanno iniziato a smorzarsi con l’arrivo al potere in Etiopia di Abiy Ahmed. Sotto l’onda delle proteste della popolazione oromo che ha iniziato a contestare le politiche governative e i pochi spazi democratici, la classe politica tigrina ha vacillato. Per far fronte al crescente malcontento, ha chiamato al potere un politico giovane, musulmano e di etnia oromo. Un uomo che già in sé rappresenta una rivoluzione in un Paese tradizionalmente cristiano e dominato da una piccola etnia.

Fin dal suo discorso di insediamento del 2 aprile, Abiy Ahmed ha fatto capire che la politica nazionale e regionale avrebbero subito una svolta. Nelle sue parole ha dato la disponibilità ad avviare un dialogo con gli oromo e a migliorare le relazioni con la vicina Eritrea. Detto fatto. Dopo pochi giorni ha revocato lo stato di emergenza interno, ha condannato le incarcerazioni illegali e le torture e ha aperto un tavolo con l’opposizione. Ma il vero colpo di scena è arrivato il 5 giugno, quando il premier etiope ha annunciato la disponibilità a rispettare l’accordo di pace con l’Eritrea e le demarcazioni dei confini. Da quel momento gli eventi si sono susseguiti vorticosamente. Dopo qualche giorno, il capo di Stato eritreo Afwerki ha accettato di inviare una delegazione per «valutare gli ultimi eventi in profondità e redigere un piano per le azioni future». Il 26 giugno Osman Saleh, il ministro degli Esteri eritreo, e Yemane Gebreab, consigliere del presidente eritreo, sono arrivati ad Addis Abeba e hanno messo le basi per un vertice tra Afeworki e Abiy Ahmed. L’8 luglio i due leader si sono incontrati ad Asmara e il giorno successivo hanno firmato l’accordo di pace. L’intesa prevede cinque «pilastri»: la fine dello stato di guerra; la ripresa della cooperazione politica, economica, sociale, culturale e di sicurezza; la ripresa delle relazioni commerciali, economiche e diplomatiche; l’attuazione dell’accordo sui confini; l’impegno a lavorare per la pace regionale.

Dietro questo accordo si celano motivi economici e geopolitici. Abiy è giovane, intraprendente, ma non ingenuo. Sa che lo sviluppo economico è figlio della stabilità. Se riuscirà davvero a riportare la pace, l’Etiopia potrà sfruttare i porti di Massaua e di Assab per poter esportare e importare le merci necessarie al suo sviluppo (e non sarà più costretta a rivolgersi a Gibuti). Da parte sua, Asmara godrà di una rendita di posizione che, comunque, le garantirà entrate certe dai dazi e un flusso di beni a prezzi minori per la propria popolazione. A volere la pace sono anche Stati Uniti, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Sono loro gli attori che si sono mossi dietro le quinte per favorire l’intesa. Un Corno d’Africa stabile e vicino al blocco occidentale può rappresentare una pedina importante nel confronto con la Cina e, guardando al Medio Oriente, allo scontro con l’Iran (in particolare nello Yemen).

Le attese della Chiesa

Eritrei ed etiopi hanno accolto con gioia l’accordo. Anche la Chiesa cattolica eritrea ha salutato con entusiasmo il momento. «Dopo venti anni - ha dichiarato mons. Menghesteab Tesfamariam, eparca di Asmara, un aereo è atterrato ad Asmara, portando in Eritrea il premier etiope, Abiy Ahmed. Come leader religioso, rappresentante della Chiesa cattolica, ero tra quelli che lo aspettavano all’aeroporto. Questo abbraccio è stato commovente, bello. E migliaia di persone per le strade di Asmara e anche fuori dalla città hanno fatto festa. È quasi un miracolo».

Un miracolo che fa sognare, anche se c’è chi rimane con i piedi per terra. «Come Chiesa - osserva Mussie Zerai, sacerdote eritreo - siamo felici per l’intesa, ma al momento nulla è ancora cambiato. I detenuti politici non sono stati rilasciati e i militari non sono stati smobilitati. La Costituzione è ancora sulla carta. Ora aspettiamo e speriamo che la pace porti anche la democrazia».

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Salmo 72 - “abbondi la pace”

O Dio, affida al re il tuo diritto,
al figlio di re la tua giustizia;

2 egli giudichi il tuo popolo secondo giustizia
e i tuoi poveri secondo il diritto.

3 Le montagne portino pace al popolo
e le colline giustizia.

4 Ai poveri del popolo renda giustizia,
salvi i figli del misero
e abbatta l'oppressore.

5 Ti faccia durare quanto il sole,
come la luna, di generazione in generazione.

6 Scenda come pioggia sull'erba,
come acqua che irrora la terra.

7 Nei suoi giorni fiorisca il giusto
e abbondi la pace,
finché non si spenga la luna.

8 E dòmini da mare a mare,
dal fiume sino ai confini della terra.

9 A lui si pieghino le tribù del deserto,
mordano la polvere i suoi nemici.

10 I re di Tarsis e delle isole portino tributi,
i re di Saba e di Seba offrano doni.

11 Tutti i re si prostrino a lui,
lo servano tutte le genti.

12 Perché egli libererà il misero che invoca
e il povero che non trova aiuto.

13 Abbia pietà del debole e del misero
e salvi la vita dei miseri.

14 Li riscatti dalla violenza e dal sopruso,
sia prezioso ai suoi occhi il loro sangue.

15 Viva e gli sia dato oro di Arabia,
si preghi sempre per lui,
sia benedetto ogni giorno.

16 Abbondi il frumento nel paese,
ondeggi sulle cime dei monti;
il suo frutto fiorisca come il Libano,
la sua messe come l'erba dei campi.

17 Il suo nome duri in eterno,
davanti al sole germogli il suo nome.
In lui siano benedette tutte le stirpi della terra
e tutte le genti lo dicano beato.

18 Benedetto il Signore, Dio d'Israele:
egli solo compie meraviglie.

19 E benedetto il suo nome glorioso per sempre:
della sua gloria sia piena tutta la terra.
Amen, amen.

Lettura

Rm 12, 17-21 - "vivete in pace con tutti”

17Non rendete a nessuno male per male. Cercate di compiere il bene davanti a tutti gli uomini. 18Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti. 19Non fatevi giustizia da voi stessi, carissimi, ma lasciate fare all'ira divina. Sta scritto infatti: Spetta a me fare giustizia, io darò a ciascuno il suo, dice il Signore. 20Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere: facendo questo, infatti, accumulerai carboni ardenti sopra il suo capo. 21Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene.

Preghiera

Signore, Dio di pace, che hai creato gli uomini,
oggetto della tua benevolenza, per essere i familiari della tua gloria,
noi ti benediciamo e ti rendiamo grazie;
perchè ci hai inviato Gesù, tuo figlio amatissimo,
hai fatto di lui, nel mistero della sua Pasqua, l'artefice di ogni salvezza,
la sorgente di ogni pace, il legame di ogni fraternità.

Noi ti rendiamo grazie per i desideri, gli sforzi, le realizzazioni
che il tuo spirito di pace ha suscitato nel nostro tempo,
per sostituire l'odio con l'amore, la diffidenza con la comprensione,
l'indifferenza con la solidarietà.

Apri ancor più i nostri spiriti ed i nostri cuori alle esigenze concrete dell'amore
di tutti i nostri fratelli, affinché possiamo essere sempre più
dei costruttori di pace.

Ricordati, Padre di misericordia, di tutti quelli che sono in pena,
soffrono e muoiono nel parto di un mondo più fraterno.

Che per gli uomini di ogni razza e di ogni lingua venga il tuo regno di giustizia,
di pace e d'amore. E che la terra sia piena della tua gloria!

(Paolo VI)

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La festa dei santi apostoli “colonne della Chiesa”, s. Pietro e s. Paolo, ci invita a riflettere sulla loro vita e la loro testimonianza quali specchi della persona di Gesù che loro hanno tanto amato, fino a dare la vita per Lui! Mettendoci accanto alla Madre della Chiesa, meditiamo sui momenti principali della vita dei due Apostoli e chiediamo al Signore la grazia di donarci la loro stessa indomita fede in Lui e quel grande amore per Lui e per la sua Chiesa che ne ha fatti due martiri e potenti patroni per ogni membro della Chiesa. Preghiamo con particolare fervore chiedendo la santità di tutti i sacerdoti.

Primo mistero   Pietro è chiamato a seguire Gesù

Dal vangelo di Marco  (1, 14-17) : Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù si recò nella Galilea predicando il vangelo di Dio e diceva: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo».

Passando lungo il mare della Galilea, vide Simone e Andrea, fratello di Simone, mentre gettavano le reti in mare; erano infatti pescatori. Gesù disse loro: «Seguitemi, vi farò diventare pescatori di uomini». 18 E subito, lasciate le reti, lo seguirono.

Preghiamo per tutti coloro che, ad ogni età della vita, avvertono la chiamata del Signore a seguirlo in modo più intenso.

Secondo mistero   Pietro confessa che Gesù è il Cristo e riceve un nuovo nome

Dal vangelo di Matteo  (16, 13. 15-17) : Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli:  «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa».

Preghiamo per i sacerdoti e i vescovi che ricevono una impronta speciale di grazia nel momento della loro consacrazione, affinché accolgano la grazia divina e si lascino configurare a Cristo sacerdote e pastore.

Terzo mistero   Pietro confessa il suo amore per Gesù e riceve il mandato di guidare la Chiesa

Dal vangelo di Giovanni  (21, 15-18) : Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». … Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi».

Preghiamo per i sacerdoti e i vescovi che il Signore chiama a prendersi cura della sua Chiesa, affinché abbiano Lui come modello del loro operato e il Suo amore come motore che li spinge ad operare.

Quarto mistero   Paolo è chiamato a servire Gesù che stava perseguitando nella Sua Chiesa

Dagli Atti degli Apostoli  (9, 1-7. 10-12. 15-16) : Saulo, sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli del Signore, si presentò al sommo sacerdote e gli chiese lettere per le sinagoghe di Damasco al fine di essere autorizzato a condurre in catene a Gerusalemme uomini e donne, seguaci della dottrina di Cristo, che avesse trovati. E avvenne che, mentre era in viaggio e stava per avvicinarsi a Damasco, all'improvviso lo avvolse una luce dal cielo e cadendo a terra udì una voce che gli diceva: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?». Rispose: «Chi sei, o Signore?». E la voce: «Io sono Gesù, che tu perseguiti! Orsù, alzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare».

Ora c'era a Damasco un discepolo di nome Anania e il Signore in una visione gli disse: «Anania!». Rispose: «Eccomi, Signore!». E il Signore a lui: «Su, va' sulla strada chiamata Diritta, e cerca nella casa di Giuda un tale che ha nome Saulo, di Tarso; ecco sta pregando, e ha visto in visione un uomo, di nome Anania, venire e imporgli le mani perché ricuperi la vista. Va', perché egli è per me uno strumento eletto per portare il mio nome dinanzi ai popoli, ai re e ai figli di Israele; e io gli mostrerò quanto dovrà soffrire per il mio nome».

Preghiamo per i Cristiani perseguitati per la loro fede in molti modi e in molti luoghi del mondo, affinchè si mantengano forti nell'adesione a Gesù e ottengano con i loro sacrifici la conversione dei  persecutori.

Quinto mistero   Paolo offre la vita per Cristo e per la Chiesa

Dalla seconda lettera a Timoteo (4, 5-8) : Tu, Timoteo, vigila attentamente, sappi sopportare le sofferenze, compi la tua opera di annunziatore del vangelo, adempi il tuo ministero. Quanto a me, il mio sangue sta per essere sparso in libagione ed è giunto il momento di sciogliere le vele. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la mia corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta solo la corona di giustizia che il Signore, giusto giudice, mi consegnerà in quel giorno; e non solo a me, ma anche a tutti coloro che attendono con amore la sua manifestazione.

Preghiamo per tutti i Battezzati, perché, sull'esempio di Pietro e Paolo e con l'intercessione della Regina degli Apostoli, offrano ogni giorno la loro vita assieme alle offerte eucaristiche per la gloria di Dio e la salvezza dei fratelli.

Orazione finale dopo le litanie  (mariane o del s. Cuore di Gesù) :

O Dio, che allieti la tua Chiesa
con la solennità dei santi Pietro e Paolo,
fa’ che la tua Chiesa segua sempre
l’insegnamento degli apostoli
dai quali ha ricevuto il primo annunzio della fede.
Per il nostro Signore Gesù Cristo...

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Come cittadini e cristiani siamo esterrefatti e indignati della decisione del ministro degli interni Matteo Salvini che impedisce alla nave Aquarius di portare in salvo nei porti italiani 629 migranti, salvati in acque territoriali libiche.

Il rifiuto di prestare soccorso ai migranti non ha precedenti nella nostra storia ed è in flagrante violazione delle convenzioni internazionali, di cui anche l’Italia è firmataria, che obbligano il soccorso in mare a chi è in pericolo di morte.

Tra i migranti sulla nave ci sono oltre cento minori non accompagnati e sette donne incinte. Una cinquantina di migranti sono stati salvati mentre erano a rischio di morire annegati.

Deploriamo la decisione di Malta, prima destinazione di sbarco, che si è rifiutata di accettare l’attracco della nave Aquarius. Così come la chiusura della Francia e della Spagna (che all’ultima ora si è detta disponibile a ricevere la nave nel porto di Valencia) ad ogni possibilità di accoglienza dei migranti. Ma è deplorevole e vergognoso che l’Italia decida di allinearsi, facendo così pagare a persone innocenti bisognose di aiuto il prezzo di una diatriba tra stati su chi si debba assumere la responsabilità di accogliere i migranti.

Chiediamo pertanto che il nuovo governo italiano ritorni sulla decisione presa dal ministro Salvini e dia immediatamente il benestare alla nave Aquarius di approdare a uno dei porti italiani più vicini a dove si trova ora la nave.

È vero, l’Italia non può essere lasciata sola di fronte a un fenomeno migratorio che ha una portata enorme e implicazioni internazionali (specie nel bacino del Mediterraneo) che chiamano in causa l’attenzione e il peso geopolitico dell’Unione Europea. È quindi corretto e giusto che il governo italiano faccia sentire le propria voce a Bruxelles, chiedendo ai partner europei di farsi carico, anche loro, del dossier migranti.

Ma nello stesso tempo l’Italia non può sottrarsi al dovere di accogliere persone che, in gran parte, cercano di costruirsi una vita migliore in Europa e che, in alcuni casi, fuggono da guerre e da regimi dittatoriali.

È importante che l’Italia mantenga un doppio ruolo: essere un porto sicuro per i migranti e nel contempo non smettere di sollecitare l’Europa a trovare soluzioni percorribili (non semplicemente fondate sul controllo militare delle aree di transito dei migranti, come avviene in Niger e Mali), anche nei paesi di partenza dei migranti.

I partner europei devono essere sollecitati a spostare il baricentro delle proprie politiche verso il Mediterraneo. È qui – in particolare attraverso la pacificazione e la stabilizzazione degli stati nordafricani – che si possono cominciare a costruire nuovi equilibri politici ed economici.

Conferenza degli istituti missionari italiani (CIMI)
Segretariato unitario di animazione missionaria (SUAM)
Commissione Giustizia, Pace e Integrità del Creato (GPIC) della CIMI

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“Fare memoria della fedeltà di Dio”, ricorda P. Tobias, missionario della Consolata, è il motivo centrale che ha riunito insieme i membri della Direzione Generale IMC, alcuni confratelli della Casa Generalizia a Roma e la famiglia del Collegio Urbano, il 7 giugno 2018, nella vigilia della Solennità del Sacro Cuore di Gesù, per la celebrazione del suo giubileo di oro sacerdotale.

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P. Tobias, portoghese di origine, nacque in un villaggio della parrocchia di Fundada piccola di territorio, ma grande per le vocazioni missionarie che ha dato alla chiesa e anche alla famiglia dei Missionari della Consolata. Nel 1954, a 11 anni, entrò nel Seminario minore di Fatima e ha fatto il Noviziato a Rosignano Monferrato in Italia. Compiuti gli studi filosofici e teologici ha emesso la professione religiosa perpetua a Washington dove venne anche ordinato sacerdote l’8 giugno 1968. Nel seguente 14 luglio celebra la prima Messa insieme alla comunità della sua parrocchia di origine.

Ascolta
l'omelia di P. Stefano Camerlengo, Superiore Generale IMC

Nell’omelia della celebrazione del 50.mo anniversario, P. Stefano Camerlengo, Superiore Generale, ci ricorda poi come ha conosciuto P. Tobias parecchi anni fa. Ritornando P. Stefano in aereo dalla R.D. Congo dovette passare dal Portogallo. A P. Tobias ha chiesto di andare a prenderlo all’aeroporto. Però una difficoltà si presentava: loro due non si erano mai trovati prima di allora, come riconoscersi? Preoccupato in questi pensieri arriva a Lisbona e si mette a guardare a destra e a sinistra finché scorge P. Tobias appostato e sollevando in alto la rivista di famiglia “Missioni Consolata”. “Non c’erano dubbi li c’era un dei nostri, uno della Missioni Consolata”..., aggiunge P. Stefano, sottolineando il profondo senso di appartenenza che P. Tobias ha sempre manifestato alla famiglia dei Missionari della Consolata durante questi lunghi anni di missione, sia nell’attività apostolica in Kenya, nel suo servizio di Superiore in Portogallo, come recentemente da Segretario Generale dell’Istituto. Una presenza come sempre gioviale e umoristica, a volte con qualche borbottamento, riferiva P. Stefano, aggiungendo anche che però sono parole venute dall’amore alla Consolata.

Secondo Papa Francesco una presenza come pastore davanti al gregge aprendo la strada, una presenza in mezzo al gregge condividendo, ascoltando; una presenza dietro al gregge raccogliendo tutti perché nessuno si perda. Quindi ricorda che il sacerdote deve essere prima di tutto uomo: pieno di umanità e quindi uomo di Dio. Non tanto l’uomo che porta Dio che Lui è già ovunque, ma l’uomo che testimonia con la vita Dio. Questo perché parla di Dio e segue la volontà di Dio, perché cerca Dio: il Dio vivo, della misericordia e del perdono.

Questi ultimi due anni P. Tobias li ha passati come accompagnatore spirituale nel Collegio Urbano, condividendo la sua esperienza e amore per la missione con i giovani seminaristi di tutto il mondo che si preparano per diventare sacerdoti, e sacerdoti missionari.

Ascolta
il Saluto di Mons. Viva, Rettore del Collegio Urbano
e il Saluto di P. Tobias Oliveira, IMC

Proprio ai seminaristi del Collegio, P. Tobias, e nella seconda delle “due parole” a conclusione della celebrazione, ha invitato a fare memoria. Fare memoria della fedeltà di Dio, poiché il nome del nostro Dio è fedeltà: fedeltà nell’amore. Parole referenziali certamente non solo per loro, ma anche per ciascuno di noi chiamati dal Signore.

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Manca però ancora riferire la prima delle parole che fu un sentito ringraziamento a tutti i presenti: il Rettore del Collegio Mons. Viva, il Superiore Generale, i confratelli e coloro che in modo splendido hanno preparato la celebrazione, a suo avviso “un apparato un po’esagerato”. Ma un ringraziamento anche esteso ai non presenti e soprattutto a coloro che gli furono vicini durante questi anni. Un ringraziamento anche coloro che non sono più presenti qui perché sono andati all’aldilà: i suoi carissimi genitori Gioacchino e Maria.

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Alla fine della celebrazione, Mons. Viva chiarifica che Papa Francesco, nonostante non fossi venuto alla celebrazione, si è fatto comunque presente inviando la sua Benedizione Apostolica che ha letto e consegnato al festeggiato. E dalla Messa siamo passati alla mensa concludendo la celebrazione di ringraziamento nella gioia della agape fraterna.

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