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Ho visto per l'ultima volta Jacques Le Goff qualche giorno prima che morisse. Ero andato a trovarlo a casa sua, al quinto piano di un palazzo nella zona nord di Parigi. Nel suo studio tappezzato di libri, davanti alla scrivania sepolta da una montagna di carte - "uno dei miei difetti è il disordine", ripeteva spesso - abbiamo iniziato a parlare di San Francesco e di Papa Bergoglio, confrontando la figura del santo medievale con quella del papa contemporaneo.

Affaticato, ma come sempre lucido e rigoroso, Le Goff mi ha raccontato come era nato il suo interesse per l'autore del Cantico delle creature , a cui ha poi dedicato il saggio San Francesco d'Assisi ( Laterza). E mi ha spiegato la sua curiosità nei confronti del nuovo Papa, nella cui azione vedeva diversi elementi di continuità con il santo. Mentre ascoltavo i suoi ricordi e le sue riflessioni, non immaginavo che una settimana dopo lo storico francese si sarebbe spento in un ospedale parigino. Quella che segue è una parte della nostra ultima conversazione.

Come mai si è occupato di San Francesco?
"È un interesse che coltivo da anni, dalla prima volta che vidi Assisi nel dopoguerra. Ero un giovane storico attratto dall'Italia, un paese in cui ero già stato diverse volte, anche perché la famiglia di mia madre veniva dalla zona d'Imperia".

Cosa la colpì di Assisi?
"Innanzitutto la topografia dei luoghi. Per me il legame tra la storia e la geografia è sempre stato essenziale, e ad Assisi la vicenda sociale e spirituale di Francesco si esprimeva geograficamente. Da un lato, la collina con la città che rappresentava la vita commerciale e politica del tempo. In seguito, la solitudine e la lontananza dell'eremo delle Carceri, simbolo della nuova forma di solitudine monastica proposta dal francescanesimo. Infine, la natura che circonda la chiesa di San Damiano, il luogo della nuova ecologia spirituale di San Francesco. Insomma, di fronte a quei luoghi, mi sembrò di vedere un'incarnazione particolarmente evidente di un movimento storico ".

Qual era il suo rapporto con la religione?
"Ho iniziato a interessarmi al francescanesimo nel momento in mi allontanavo definitivamente dalla religione cattolica. Da giovane avevo ricevuto un'educazione religiosa. Mia madre, secondo la tradizione italiana, era molto cattolica e devota. Mio padre invece era un figlio dell'"affaire Dreyfus", quindi laico e anticlericale. Nonostante tale differenza, i miei genitori furono molto uniti e la religione non fu mai un soggetto di disputa".

La sua formazione è il risultato di queste due tradizioni?
"Sì, anche se durante la giovinezza prevalse l'influenza di mia madre. In seguito però mi sono progressivamente allontanato dalla fede. Quando arrivai ad Assisi, guardai a San Francesco con gli occhi dello storico e non del credente. M'interessavano soprattutto le sue azioni e le sue scelte più che quello che poteva rappresentare sul piano religioso". 

Per lei qual è l'aspetto centrale della figura di San Francesco?
"La modernità. Di fronte alla nuova società in mutazione egli individua chiaramente il problema della ricchezza e delle disuguaglianze. Tale consapevolezza lo spinge a prendersi cura della povertà. D'altra parte, se l'attuale papa ha scelto il suo nome per la prima volta nella storia della chiesa, è proprio per via di tale modernità, nel cui solco egli s'inscrive. E se c'è un elemento comune a San Francesco e a Papa Bergoglio, è proprio la lotta contro il denaro e la difesa dei poveri"

Due epoche diverse, ma una stessa preoccupazione?
"Nel XIII secolo, per soddisfare i bisogni dell'economia e in particolare del commercio, l'uso del denaro diventa sempre più importante. Questa evoluzione produce però alcuni eccessi contro cui si batte San Francesco. Anche oggi assistiamo a una revisione degli atteggiamenti nei confronti del denaro, solo che non si tratta più di una reazione a una novità, come nel XIII secolo, ma di una reazione a una crisi, quella che ha travolto l'economia all'inizio del XXI secolo. Papa Francesco è il papa della crisi. Probabilmente una parte dei cardinali che l'hanno eletto hanno visto in lui l'uomo capace di aiutare la Chiesa e la società a superare questa fase del mondo capitalista".

La critica della ricchezza è accompagnata dal bisogno di nuove forme di spiritualità da contrapporre al materialismo figlio del denaro?
"Certamente. Nel XIII secolo ciò è particolarmente evidente. San Francesco predica la necessità del ritorno al Vangelo, al cui interno si trovano le basi per combattere gli eccessi della ricchezza. Basti pensare alla celebre frase: "È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago che un ricco entri nel regno dei cieli". La spiritualità contemporanea è meno facile da decifrare. Oggi, accanto al fascino del denaro sempre molto forte, si manifesta un sospetto crescente nei confronti della ricchezza e delle sue manifestazioni. Da qui una domanda di spiritualità che però forse non ha più molto a che vedere con la spiritualità cristiana. In ogni caso, la modernità di Papa Francesco, come quella del santo d'Assisi, nasce dalla volontà di lottare contro la materializzazione della società, dello spirito e delle religioni, riprendendo contemporaneamente la tradizione dei Vangeli per rimetterla al centro della riflessione e della pratica del mondo cattolico".

Il Vangelo delle origini in opposizione ai padri della Chiesa?
"In parte è così. Ma va anche segnalato che, contrariamente a tutte le eresie emerse tra il XII e XIII secolo, Francesco è rimasto all'interno della Chiesa perché provava il bisogno dei sacramenti. Proprio perché si tratta di una modernizzazione che è anche un ritorno alle origini, in lui c'è una volontà di rinnovamento senza però rompere con le istituzioni. Come mi sembra stia facendo il nuovo Pontefice".

Quale altro aspetto della modernità di San Francesco le sembra particolarmente importante?
"La tematica dell'ecologia mi sembra che possa parlare in maniera significativa al nostro tempo. L'ecologia implica un bisogno di spiritualità non necessariamente legata a una religione. Può quindi essere condivisa da tutti". 

Quali sono le caratteristiche della preoccupazione ecologista di San Francesco?
"Se guardiamo come si esprime il santo d'Assisi e come costruisce il francescanesimo, notiamo che egli prende le distanze dal più grande movimento sociale del suo tempo, vale a dire lo sviluppo delle città. Ad essa San Francesco contrappone la natura e la strada, visto che promuove la predicazione "in via". Inoltre, se c'è un'opera letteraria che possiamo considerare ecologista è proprio Il cantico delle creature . La preoccupazione nei confronti della natura è un tratto importante della sua predicazione, anche se per ora mi sembra che Papa Francesco non lo abbia particolarmente sottolineato. Forse perché è una tematica meno sentita in quel mondo dell'America latina da cui proviene".La Repubblica

 

Fonte: www.sanfrancescopatronoditalia.it

Credits Ansa

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Udienza ai partecipanti al Convegno promosso dalla Congregazione per il Clero in occasione del 50.mo anniversario dei Decreti Conciliari “Optatam totius” e “Presbyterorum ordinis”

 

Signori Cardinali,

cari fratelli Vescovi e sacerdoti,

fratelli e sorelle,

rivolgo a ciascuno un cordiale saluto ed esprimo un sincero ringraziamento a Lei, Cardinale Stella, e alla Congregazione per il Clero, che mi hanno invitato a partecipare a questo Convegno, a cinquant’anni dalla promulgazione dei Decreti conciliari Optatam totius e Presbyterorum ordinis.

Mi scuso di aver cambiato il primo progetto, che era che venissi io da voi, ma avete visto che il tempo non c’era e anche qui sono arrivato in ritardo!

Non si tratta di una “rievocazione storica”. Questi due Decreti sono un seme, che il Concilio ha gettato nel campo della vita della Chiesa; nel corso di questi cinque decenni essi sono cresciuti, sono diventati una pianta rigogliosa, certamente con qualche foglia secca, ma soprattutto con tanti fiori e frutti che abbelliscono la Chiesa di oggi. Ripercorrendo il cammino compiuto, questo Convegno ha mostrato tali frutti e ha costituito una opportuna riflessione ecclesiale sul lavoro che resta da fare in questo ambito così vitale per la Chiesa. Ancora resta lavoro da fare!

Optatam totius e Presbyterorum ordinis sono stati ricordati insieme, come le due metà di una realtà unica: la formazione dei sacerdoti, che distinguiamo in iniziale e permanente, ma che costituisce per essi un’unica esperienza di discepolato. Non a caso, Papa Benedetto, nel gennaio 2013 (Motu proprio Ministrorum institutio) ha dato una forma concreta, giuridica, a questa realtà, attribuendo alla Congregazione per il Clero anche la competenza sui seminari. In questo modo lo stesso Dicastero può iniziare a occuparsi della vita e del ministero dei presbiteri sin dal momento dell’ingresso in seminario, lavorando perché le vocazioni siano promosse e curate, e possano sbocciare nella vita di santi preti. Il cammino di santità di un prete inizia in seminario!

Dal momento che la vocazione al sacerdozio è un dono che Dio fa ad alcuni per il bene di tutti, vorrei condividere con voi alcuni pensieri, proprio a partire dal rapporto tra i preti e le altre persone, seguendo il n. 3 di Presbyterorum ordinis, nel quale si trova come un piccolo compendio di teologia del sacerdozio, tratto dalla Lettera agli Ebrei: «I presbiteri sono stati presi fra gli uomini e costituiti in favore degli uomini stessi nelle cose che si riferiscono a Dio, per offrire doni e sacrifici in remissione dei peccati, vivono quindi in mezzo agli altri uomini come fratelli in mezzo ai fratelli».

Consideriamo questi tre momenti: “presi fra gli uomini”, “costituiti in favore degli uomini”, presenti “in mezzo agli altri uomini”.

Il sacerdote è un uomo che nasce in un certo contesto umano; lì apprende i primi valori, assorbe la spiritualità del popolo, si abitua alle relazioni. Anche i preti hanno una storia, non sono “funghi” che spuntano improvvisamente in Cattedrale nel giorno della loro ordinazione. È importante che i formatori e i preti stessi ricordino questo e sappiano tenere conto di tale storia personale lungo il cammino della formazione. Nel giorno dell’ordinazione dico sempre ai sacerdoti, ai neo-sacerdoti: ricordatevi da dove siete stati presi, dal gregge, non dimenticatevi della vostra mamma e della vostra nonna! Questo lo diceva Paolo a Timoteo, e lo dico anch’io oggi. Questo vuol dire che non si può fare il prete credendo che uno è stato formato in laboratorio, no; incomincia in famiglia con la “tradizione” della fede e con tutta l’esperienza della famiglia. Occorre che essa sia personalizzata, perché è la persona concreta ad essere chiamata al discepolato e al sacerdozio, tenendo in ogni caso conto che è solo Cristo il Maestro da seguire e a cui configurarsi.

Mi piace in questo senso ricordare quel fondamentale “centro di pastorale vocazionale” che è la famiglia, chiesa domestica e primo e fondamentale luogo di formazione umana, dove può germinare nei giovani il desiderio di una vita concepita come cammino vocazionale, da percorrere con impegno e generosità.

In famiglia e in tutti gli altri contesti comunitari – scuola, parrocchia, associazioni, gruppi di amici – impariamo a stare in relazione con persone concrete, ci facciamo modellare dal rapporto con loro, e diventiamo ciò che siamo anche grazie a loro.

Un buon prete, dunque, è prima di tutto un uomo con la sua propria umanità, che conosce la propria storia, con le sue ricchezze e le sue ferite, e che ha imparato a fare pace con essa, raggiungendo la serenità di fondo, propria di un discepolo del Signore. La formazione umana è quindi una necessità per i preti, perché imparino a non farsi dominare dai loro limiti, ma piuttosto a mettere a frutto i loro talenti.

Un prete che sia un uomo pacificato saprà diffondere serenità intorno a sé, anche nei momenti faticosi, trasmettendo la bellezza del rapporto col Signore. Non è normale invece che un prete sia spesso triste, nervoso o duro di carattere; non va bene e non fa bene, né al prete, né al suo popolo. Ma se tu hai una malattia, sei nevrotico, vai dal medico! Dal medico spirituale e dal medico clinico: ti daranno pastiglie che ti faranno bene, ambedue! Ma per favore che i fedeli non paghino la nevrosi dei preti! Non bastonare i fedeli; vicinanza di cuore con loro.

Noi sacerdoti siamo apostoli della gioia, annunciamo il Vangelo, cioè la “buona notizia” per eccellenza; non siamo certo noi a dare forza al Vangelo – alcuni lo credono -, ma possiamo favorire o ostacolare l’incontro tra il Vangelo e le persone. La nostra umanità è il “vaso di creta” in cui custodiamo il tesoro di Dio, un vaso di cui dobbiamo avere cura, per trasmettere bene il suo prezioso contenuto.

Un prete non può perdere le sue radici, resta sempre un uomo del popolo e della cultura che lo hanno generato; le nostre radici ci aiutano a ricordare chi siamo e dove Cristo ci ha chiamati. Noi sacerdoti non caliamo dall’alto, ma siamo chiamati, chiamati da Dio, che ci prende “fra gli uomini”, per costituirci “in favore degli uomini”. Mi permetto un aneddoto. In diocesi, anni fa... Non in diocesi, no, nella Compagnia c’era un prete bravo, bravo, giovane, due anni di prete. E’ entrato in confusione, ha parlato col padre spirituale, con i suoi superiori, con i medici e ha detto: “Io me ne vado, non ne posso più, me ne vado”. E pensando a queste cose - io conoscevo la mamma, gente umile - gli ho detto: “Perché non vai dalla tua mamma e le parli di questo?”. E’ andato, ha passato tutta la giornata con la mamma, è tornato cambiato. Gli ha mamma gli dato due “schiaffi” spirituali, gli ha detto tre o quattro verità, lo ha messo a posto, ed è andato avanti. Perché? Perché è andato alla radice. Per questo è importante non togliere la radice da dove veniamo. In seminario devi fare la preghiera mentale… Sì, certo, questo si deve fare, imparare… Ma prima di tutto prega come ti ha insegnato tua mamma, e poi vai avanti. Ma sempre la radice è lì, la radice della famiglia, come hai imparato a pregare da bambino, anche con le stesse parole, incomincia a pregare così. Poi andrai avanti nella preghiera.

Ecco il secondo passaggio: “in favore degli uomini”.

Qui c’è un punto fondamentale della vita e del ministero dei presbiteri. Rispondendo alla vocazione di Dio, si diventa preti per servire i fratelli e le sorelle. Le immagini di Cristo che prendiamo come riferimento per il ministero dei preti sono chiare: Egli è il “Sommo Sacerdote”, allo stesso modo vicino a Dio e vicino agli uomini; è il “Servo”, che lava i piedi e si fa prossimo ai più deboli; è il “Buon Pastore”, che sempre ha come fine la cura del gregge.

Sono le tre immagini a cui dobbiamo guardare, pensando al ministero dei preti, inviati a servire gli uomini, a far loro giungere la misericordia di Dio, ad annunciare la sua Parola di vita. Non siamo sacerdoti per noi stessi e la nostra santificazione è strettamente legata a quella del nostro popolo, la nostra unzione alla sua unzione: tu sei unto per il tuo popolo. Sapere e ricordare di essere “costituiti per il popolo” -popolo santo, popolo di Dio -, aiuta i preti a non pensare a sé, ad essere autorevoli e non autoritari, fermi ma non duri, gioiosi ma non superficiali, insomma, pastori, non funzionari. Oggi, in entrambe le Letture della Messa si vede chiaramente la capacità di gioire che ha il popolo, quando viene ripristinato e purificato il tempio, e invece l’incapacità di gioia che hanno i capi dei sacerdoti e gli scribi davanti alla cacciata dei mercanti dal tempio da parte di Gesù. Un prete deve imparare a gioire, non deve mai perdere, meglio così, la capacita di gioia: se la perde c’è qualcosa che non va. E vi dico sinceramente, io ho paura a irrigidire, ho paura. Ai preti rigidi… Lontano! Ti mordono! E mi viene alla mente quella espressione di sant’Ambrogio, secolo IV: “Dove c’è la misericordia c’è lo spirito del Signore, dove c’è la rigidità ci sono soltanto i suoi ministri”. Il ministro senza il Signore diventa rigido, e questo è un pericolo per il popolo di Dio. Pastori, non funzionari.

Il popolo di Dio e l’umanità intera sono destinatari della missione dei sacerdoti, a cui tende tutta l’opera della formazione. La formazione umana, quella intellettuale e quella spirituale confluiscono naturalmente in quella pastorale, alla quale forniscono strumenti e virtù e disposizioni personali. Quando tutto questo si armonizza e si amalgama con un genuino zelo missionario, lungo il cammino di una vita intera, il prete può adempiere alla missione affidata da Cristo alla sua Chiesa.

Infine, ciò che dal popolo è nato, col popolo deve rimanere; il prete è sempre “in mezzo agli altri uomini”, non è un professionista della pastorale o dell’evangelizzazione, che arriva e fa ciò che deve – magari bene, ma come fosse un mestiere – e poi se ne va a vivere una vita separata. Si diventa preti per stare in mezzo alla gente: la vicinanza. E mi permetto, fratelli vescovi, anche la nostra vicinanza di vescovi con i nostri preti. Questo vale anche per noi! Quante volte sentiamo le lamentele dei preti: “Mah, ho chiamato il vescovo perché ho un problema… Il segretario, la segretaria, mi ha detto che è molto occupato, che è in giro, che non può ricevermi prima di tre mesi…”. Due cose. La prima. Un vescovo sempre è occupato, grazie a Dio, ma se tu vescovo ricevi una chiamata di un prete e non puoi riceverlo perché hai tanto lavoro, almeno prendi il telefono e chiamalo e digli: “E’ urgente? non è urgente? quando, vieni quel giorno…”, così si sente vicino. Ci sono vescovi che sembrano allontanarsi dai preti… Vicinanza, almeno una telefonata! E questo è amore di padre, fraternità. E l’altra cosa. “No, ho una conferenza in tale città e poi devo fare un viaggio in America, e poi…”. Ma, senti, il decreto di residenza di Trento ancora è vigente! E se tu non te la senti di rimanere in diocesi, dimettiti, e gira il mondo facendo un altro apostolato molto buono. Ma se tu sei vescovo di quella diocesi, residenza. Queste due cose, vicinanza residenza. Ma questo è per noi vescovi! Si diventa preti per stare in mezzo alla gente.

Il bene che i preti possono fare nasce soprattutto dalla loro vicinanza e da un tenero amore per le persone. Non sono filantropi o funzionari, i preti sono padri e fratelli. La paternità di un sacerdote fa tanto bene.

Vicinanza, viscere di misericordia, sguardo amorevole: far sperimentare la bellezza di una vita vissuta secondo il Vangelo e l’amore di Dio che si fa concreto anche attraverso i suoi ministri. Dio che non rifiuta mai. E qui penso al confessionale. Sempre si possono trovare strade per dare l’assoluzione. Accogliere bene. Ma alcune volte non si può assolvere. Ci sono preti che dicono: “No, da questo non ti posso assolvere, vattene via”. Questa non è la strada. Se tu non puoi dare l’assoluzione, spiega e dì: “Dio ti ama tanto, Dio ti vuole bene. Per arrivare a Dio ci sono tante vie. Io non ti posso dare l’assoluzione, ti do la benedizione. Ma torna, torna sempre qui, che ogni volta che tu torni ti darò la benedizione come segno che Dio ti ama”. E quell’uomo o quella donna se ne va pieno di gioia perché ha trovato l’icona del Padre, che non rifiuta mai; in una maniera o nell’altra lo ha abbracciato.

Un buon esame di coscienza per un prete è anche questo; se il Signore tornasse oggi, dove mi troverebbe? «Dov’è il tuo tesoro, là sarà anche il tuo cuore» (Mt 6,21). E il mio cuore dov’è? In mezzo alla gente, pregando con e per la gente, coinvolto con le loro gioie e sofferenze, o piuttosto in mezzo alle cose del mondo, agli affari terreni, ai miei “spazi” privati? Un prete non può avere uno spazio privato, perché è sempre o col Signore o col popolo. Io penso a quei preti che ho conosciuto nella mia città, quando non c’era la segreteria telefonica, ma dormivano con il telefono sul comodino, e a qualunque ora chiamasse la gente, loro si alzavano a dare l’unzione: non moriva nessuno senza i sacramenti! Neppure nel riposo avevano uno spazio privato. Questo è zelo apostolico. La risposta a questa domanda: il mio cuore dov’è?, può aiutare ogni prete a orientare la sua vita e il suo ministero verso il Signore.

Il Concilio ha lasciato alla Chiesa “perle preziose”. Come il mercante del Vangelo di Matteo (13,45), oggi andiamo alla ricerca di esse, per trarre nuovo slancio e nuovi strumenti per la missione che il Signore ci affida.

Una cosa che vorrei aggiungere al testo – scusatemi! – è il discernimento vocazionale, l’ammissione al seminario. Cercare la salute di quel ragazzo, salute spirituale, salute materiale, fisica, psichica. Una volta, appena nominato maestro dei novizi, anno ’72, sono andato a portare alla psicologa gli esiti del test di personalità, un test semplice che si faceva come uno degli elementi del discernimento. Era una brava donna, e anche brava medico. Mi diceva: “Questo ha questo problema ma può andare se va così…”. Era anche una buona cristiana, ma in alcuni casi era inflessibile: “Questo non può” – “Ma dottoressa, è tanto buono questo ragazzo” - “Adesso è buono, ma sappia che ci sono giovani che sanno inconsciamente, non ne sono consapevoli, ma sentono inconsciamente di essere psichicamente ammalati e cercano per la loro vita strutture forti che li difendano, così da poter andare avanti. E vanno bene, fino al momento in cui si sentono bene stabiliti e lì incominciano i problemi” – “Mi sembra un po’ strano…”. E la risposta non la dimentico mai, la stessa del Signore a Ezechiele: “Padre, Lei non ha mai pensato perché ci sono tanti poliziotti torturatori? Entrano giovani, sembrano sani ma quando si sentono sicuri, la malattia incomincia ad uscire. Quelle sono le istituzioni forti che cercano questi ammalati incoscienti: la polizia, l’esercito, il clero… E poi tante malattie che tutti noi conosciamo che vengono fuori”. E’ curioso. Quando mi accorgo che un giovane è troppo rigido, è troppo fondamentalista, io non ho fiducia; dietro c’è qualcosa che lui stesso non sa. Ma quando si sente sicuro… Ezechiele 16, non ricordo il versetto, ma è quando il Signore dice al suo popolo tutto quello che ha fatto per lui: l’ha trovato appena nato, e poi l’ha vestito, l’ha sposato… “E poi, quando tu ti sei sentita sicura, ti sei prostituita”. E’ una regola, una regola di vita. Occhi aperti sulla missione nei seminari. Occhi aperti.

Confido che il frutto dei lavori di questo Convegno – con tanti autorevoli relatori, provenienti da regioni e culture diverse – potrà essere offerto alla Chiesa come utile attualizzazione degli insegnamenti del Concilio, portando un contributo alla formazione dei sacerdoti, quelli che ci sono e quelli che il Signore vorrà donarci, perché, configurati sempre più a Lui, siano buoni preti secondo il cuore del Signore, non funzionari! E grazie della pazienza.

 

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Introduzione

“Nella sua realtà più profonda, l’amore è essenzialmente dono e l’amore coniugale, mentre conduce gli sposi alla reciproca “conoscenza” che li fa “una carne sola” (cf Gn 2,24), non si esaurisce all’interno della coppia, poichè li rende capaci della massima donazione possibile, per la quale diventano cooperatori con Dio per il dono della vita ad una nuova persona umana. Divenendo genitori, gli sposi ricevono da Dio il dono di una nuova responsabilità. Il loro amore parentale è chiamato a divenire per i figli il segno visibile dello stesso amore di Dio, “dal quale ogni paternità nei cieli e sulla terra prende nome” (Ef. 3,15)” (Familiaris Consortio, 14).

 

Invito alla preghiera

Il servizio alla vita è nella Chiesa, una vocazione e un apostolato, un segno di fede, speranza e amore.

Signore, fa’ che la tua Chiesa sia segno di trasparenza e di verità.

 

In ciascuna vita umana siamo chiamati a scoprire lo splendore di quel “sì”, di quell’ “amen”, che è Cristo stesso.

Signore, donaci di comprendere a quale “sì” siamo chiamati e a

       rispondere con responsabilità.

 

Il figlio che nasce è un bene prezioso e una parola che interpella tutti e chiede di essere ascoltata.

Signore, aiutaci ad accogliere la vita come un dono prezioso da

       custodire, far crescere nella libertà dei figli di Dio.

 

IL FIGLIO: UN “BENE PREZIOSO”... MA NON GELOSO

 

“Ecco, vorrei parlarvi della vocazione dei vostri figli e invitarvi ad aprire loro orizzonti di speranza. Infatti i vostri figli, che voi amate tanto, sono amati ancor prima, e d’amore infinito, da Dio Padre: perciò sono chiamati alla vita, alla felicità che il Signore annuncia nel suo Vangelo. Dunque il discorso della vocazione è per suggerire la strada che porta alla gioia, perchè questo è il progetto di Dio su ciascuno: che sia felice. Non dovete temere: il Signore chiama solo per rendere felici. (C:M:Martini, Per chi ama i suoi figli e il futuro della Chiesa).

 

Per riflettere (Musica di sottofondo)

Che cosa significa per noi, oggi, come coppia essere a servizio del vangelo della vita?

Quali gioie, speranze e preoccupazioni sentiamo dentro di noi quando pensiamo al dono dei figli che il Signore ci ha fatto?

Come educhiamo i nostri figli alla vocazione, alla scoperta del progetto che il Signore ha su loro, attraverso l’educazione alla preghiera, ad una vita di fede e di dono ai fratelli?

 

PREGHIAMO CON IL SALMO 15

 

Vivere la fede

Proteggimi, o Dio: in te mi rifugio.

Ho detto a Dio: “Sei tu il mio Signore,

senza di te non ho alcun bene”.

 

Dal “sì” pronunciato nel giorno del matrimonio gli sposi sono entrati nella dimensione di Dio che li chiama giorno per giorno ed attende sempre che quel “sì” detto non venga mai meno.

Avere in Dio il luogo dove svolgere la nostra vita: “In te mi rannicchio”: sei tu il mio Signore: è l’atto di fede che caratterizza la vita degli sposi.

Anche i figli scoprono che il Signore è l’unico loro bene.

Lo stesso Dio che chiama, è la forza per i genitori e i figli.

 

Vivere la carità

       Per i santi, che sono sulla terra,

       uomini nobili, è tutto il mio amore.

       Si affrettino altri a costruire idoli:

       io non spanderò le loro libazioni di sangue

       né pronunzierò con le mie labbra i loro nomi.

 

Se impegnati ogni giorno a seguire il Signore, questa sequela aiuta a valorizzare tutto ciò che conduce alla vita e a rinunciare a tutto ciò che distrugge.

Dire “sì” allo spazio dell’amore è dire “no” a progetti, mode, immagini ristrette ed egoiste.

Il matrimonio prende i lineamenti, i contorni di Gesù Cristo.

 

Vivere la speranza

       Il Signore è mia parte di eredità e mio calice:

       nelle tue mani è la mia vita.

       Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi,

       è magnifica la mia eredità.

 

Chiamati a collaborare con Dio e vivere questa collaborazione nel Sacramento del Matrimonio

La vocazione di un figlio rivela che anche lui è chiamato a collaborare con il Signore in questa storia.

Dio sa dove vuole condurre i genitori e i figli.

Quando il Signore fa conoscere la sua volontà, porge un calice da bere e nella sua volontà si trova la pace e il bene di ciascun uomo, anche se talvolta le prime sorsate sono amare.

 

PREGHIERA COMUNITARIA

 

Innalziamo ora la nostra preghiera al Padre perché tutte le famiglie diventino luogo di crescita in sapienza e grazia.

Preghiamo insieme dicendo: Ascoltaci o Signore.

 

per la Chiesa, perché vivendo e crescendo nella fedeltà e nell’amore sappia aiutare tutte le nostre famiglie a progredire nella comunione con Dio e nel dono di sé. Preghiamo

 

Per tutte le persone sposate, perché ogni giorno sappiano rinnovare il loro “sì” a Dio, nell’amore e nella fedeltà reciproca, siano di esempio ai loro figli e collaborino attivamente alla edificazione di una società più civile ed umana. Preghiamo

 

Per tutte le coppie che vivono con difficoltà la loro unione, avendo perso il gusto del dialogo e la voglia di costruire la loro relazione come sacramento dell’Amore gratuito di Dio: sappiano essere più umili e disponibili a farsi aiutare dal Signore e da altre coppie. Preghiamo

 

Per tutti i giovani che si stanno preparando al matrimonio, perché prendano coscienza che tale vocazione è vera partecipazione all’Amore senza limiti di Dio, vivano con impegno e si rendano sempre più liberi dalle tentazioni del mondo per essere sempre più aiuto l’uno per l’altro. Preghiamo

 

Preghiere spontanee.

 

ASCOLTIAMO LA PAROLA

Fede, carità, speranza…doni e aiuti che vengono da Dio per costruire la casa sulla roccia: per vivere e far crescere la vita.

 

Dal Vangelo di Matteo 7,21.24-28

 

Non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette in pratica, è simile ad un uomo saggio che ha costruito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa non cadde, perché era fondata sopra la roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non le mette in pratica, è simile ad un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa cadde, e la sua rovina fu grande.

 

 

PREGHIERA CORALE DEI GENITORI

 

Il giorno del nostro matrimonio,

abbiamo fondato su te, Signore, la nostra famiglia.

Abbiamo cercato di fare la tua volontà, Dio nostro Padre, su noi.

Abbiamo cercato di mettere in pratica le tue parole.

 

Quanta pioggia è caduta sulla nostra storia…

Venti impetuosi si sono abbattuti su di essa.

Eppure non c’è  stata grande rovina.

 

Con la nostra vita, Signore,

vogliamo continuare a testimoniare,

con gioia grande,

la tua fedeltà e la solidità del tuo amore.

 

Benedetto sei tu,

Signore del tempo e della storia:

Padre, sole di grazia,

Figlio, roccia sicura,

Spirito, soave vento.

Trinità bellissima che abiti nei cieli

e in terra nel cuore di ogni persona umana.

 

PADRE  NOSTRO

 

O Signore ci hai posto nell’esistenza con un disegno preciso, ci hai fatto conoscere la via della nostra vita, ci hai dato una vocazione.

Tu ci chiami a prendere sul serio il nostro tempo, la vita, l’uomo, l’amore. Tu che sei con noi e in tutto ciò che facciamo, tu che conosci il cuore di tutti, aiutaci a vivere la vocazione alla quale ci hai chiamato. Amen.

 

 

 

 

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Una traccia per il cammino verso il 5° Convegno Ecclesiale Nazionale

 

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La Psychostasie

  • Ott 28, 2015
  • Pubblicato in Notizie

Différents papyrus représentent la scène de la psychostasie, dont l'un des plus célèbres est celui d'HOUNEFER, scribe royal ayant vécu sous le pharaon Séthi 1er (1285 aJC) ( Nouvel Empire - XIXè dynastie) .

Ce papyrus peint, retrouvé à Thèbes est conservé au British Muséum de Londres.

Les évènements qu'il représente sont décrits au chapitre CXXV du livre des morts dont la traduction la plus réputée est celle de Grégoire KOLPAKTCHY réalisée en 1954

 Sur la gauche de la scène, le défunt Hounefer en robe blanche se présente devant un tribunal présidé par Osiris, qui décidera s'il est digne d'entrer dans le monde divin.

 

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20-05-2024 Notizie

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La Rete Ecclesiale Pan-Amazzonica (REPAM) e la Conferenza Ecclesiale dell'Amazzonia (CEAMA) invitano ad un convegno sul cammino sinodale della Chiesa...

"Vivere d'Amore. Alla ricerca del roveto ardente”

20-05-2024 Notizie

"Vivere d'Amore. Alla ricerca del roveto ardente”

Il buon cammino di fede tracciato dal Beato Giuseppe Allamano continua a suscitare interesse e devozione, tant'è che il trascorrere...

CAM Torino: Ponti culturali accessibili

17-05-2024 Notizie

CAM Torino: Ponti culturali accessibili

Il primo anno di attività del Polo Cultures and Mission. Accessibilità della cultura, cittadinanza responsabile e impatto sociale sono le...

Nuovi membri del Consiglio della Delegazione della Costa d'Avorio

17-05-2024 Notizie

Nuovi membri del Consiglio della Delegazione della Costa d'Avorio

Il nuovo Consiglio è stato scelto per il biennio 2024-2025 a seguito dell’improvvisa scomparsa, giovedì 18 aprile, dell'ex superiore della...

Domenica di Pentecoste / B - Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra

16-05-2024 Domenica Missionaria

Domenica di Pentecoste / B - Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra

At 2,1-11; Sal 103; Gal 5,16-25; Gv 15,26-27; 16,12-15 Nella solennità di Pentecoste, la liturgia della Parola ci invita a contemplare...

Mons. Peter Makau: Obbedienza al Santo Padre

16-05-2024 Notizie

Mons. Peter Makau: Obbedienza al Santo Padre

“Dio che mi ha chiamato mi darà le grazie necessarie per svolgere la sua missione” Il missionario della Consolata, Mons. Peter...

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