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Santo Padre, venerabili Padri, fratelli e sorelle in Cristo, mi è stato chiesto di preparare un aiuto per la meditazione sulla misericordia nella vita quotidiana.

Pavel Florenskij, un geniale pensatore cristiano, di vita santa, martire, sempre ripeteva che la vita è un tessuto relazionale, che la vita scorre attraverso le relazioni, e che nelle relazioni, nella vita relazionale, l’uomo rivela il suo contenuto. E sono due le possibilità, secondo lui: l’individuo rivela se stesso; la persona, come sappiamo, teologicamente rivela l’Altro. Dentro il volto del cristiano c’è sempre ancora un altro Volto. Dentro il volto del cristiano vive la Chiesa, perché partecipiamo al Corpo di Colui che poteva dire: “Chi vede me, vede il Padre”.

 Dunque, è la storia il luogo della conoscenza della per-sona. Vale questo per l’uomo, perché la storia è un mistero delle relazioni, e vale questo per Dio. Dio lo conosciamo nella storia. Nell’Esodo, Dio si presenta così: “Una viscerale commozione per l’uomo io provo”. E nelle prime pagine della Bibbia, abbiamo Dio che si incammina sulle orme dell’uomo. Tutto questo libro è un racconto di questa ricerca.

Dio è l’unico che può coprire la distanza che separa l’uomo perduto, peccatore, morto, dal Dio vivente. L’uomo da solo non può varcare, in nessun modo questa distanza, perché significhi-rebbe varcare il peccato e la morte. Non lo può. E la capacità di Dio, di coprire questa distanza e raggiungerci, è l’identità di Dio verso di noi e verso la creazione, cioè la misericordia.

Leggiamo nell’Ufficio Maronita del Sabato Santo: “Buon Pastore, per cercare la tua pecorella, ti sei abbassato. Fosti elevato sul legno e da lassù hai visto che era diventata polvere. Allora sei disceso verso di lei, nel grande Sheol, ti sei chinato sulla polvere, l’hai chiamata con la tua voce, e l’hai risuscitata, l’hai messa sulle tue spalle e l’hai fatta risalire con te in cielo”. Questa stessa immagine, che si trova sul logo del Giubileo, la troviamo descritta anche in questo bellissimo inno di sant’Efrem il Siro: “Il Pastore di tutto è disceso a cercare Adamo, la pecora che si era perduta. Sulle sue spalle l’ha portata, alzandola. Egli era un’offerta per il Padrone del gregge. Benedetta la sua discesa! Tu sei disceso nell’Ade per cercare la tua immagine inabissata. Come un povero e un mortale, tu sei disceso e hai scandagliato l’abisso dei morti. La tua misericordia è stata confortata nel vedere Adamo riportato all’ovile”.

La misericordia è come la comunione. Nel senso stretto, la comunione è solo la vita di Dio. E la misericordia è il nome solo di Dio. Queste due cose l’uomo non può né inventare né fare. Tranne quando viene raggiunto dalla misericordia e comincia a partecipare al dono della vita che è comunione. Queste due cose non sono opera nostra. Quando l’uomo si sforza di fare la comunione, confondendola con la comunità, per esempio, che è semplicemente un luogo dove si manifesta e si realizza la comunione, prima o poi l’uomo si stanca, perché la comunione si realizza in modo pasquale.

Queste due cose noi non le possiamo fare, le possiamo solo rivelare. E io penso che bisogna stare molto attenti, perché, con tanto forte antropocentrismo, l’individuo che fa tutto, si mette a fare anche le opere di misericordia. No. L’uomo diventa luogo della rivelazione della misericordia, perché comincia a vivere secondo la vita di Dio, cioè includendo l’Altro. L’esistenza di Dio, come dicevano gli antichi Padri greci, è nel modo di essere. E qual è il suo modo? Che il Padre esiste includendo già il Figlio. L’esistenza di Dio è coinvolgente, è includente. E quando l’uomo riceve questa vita e comincia a vivere così, diventa una rivelazione.

Per poter vedere un po’ meglio come l’uomo può rivelare la sua realtà, il suo contenuto, e quale è il vero contenuto che l’uomo nella storia può rivelare come Chiesa, possiamo rifarci ad alcuni passi biblici, ben conosciuti, che non bisogna neanche leggerli, perché li sentiamo tutti dentro. Per esempio, Gv 15, quando Cristo dice: “Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Rimanete in me…”. Per portare frutto bisogna rimanere in Gesù.

 Prima cosa interessante è che il Padre è il vignaiolo. Lui pota! Noi siamo sempre sotto il rischio di cominciare ad aggiustare noi stessi da soli, una volta secondo un’idea, un’altra volta su un’altra corrente culturale, ma siamo sempre noi che operiamo su noi stessi. No. E’ molto bello:  il Padre pota, il Padre ci purifica.

E noi sappiamo che sono due le potature descritte. La pri-ma: quella che taglia i rami. E’ una potatura delicatissima, perché se uno non sa farla, prima o poi uccide il vitigno, non cresce bene. Ma la seconda potatura è ancora più delicata. Si fa quando ormai sui rami, sui tralci, si intravedono i grappoli. E viene il vignaiolo e comincia a tagliare anche alcuni tralci che hanno già i grappoli. Infatti, Giovanni, lì, usa la parola “purificare”, non “potare”. Perché? Perché così si porterà più frutto. E solo il vignaiolo, solo il Padre sa quale è il frutto vero che deve portare una persona, perché la storia chiederà a quella persona di rivelarsi.

 Ma se uno comincia ad aggiustare se stesso da solo, rovina. Per esempio: se una persona è molto infuocata, forte, energica, e poi comincia a sistemarsi per diventare una persona tranquilla, mite, buona, quasi flemmatica, ebbene, forse ha rovinato la sua missione. Perché forse Dio, in un dato momento, la chiamerà perché è necessaria una persona forte, energica, decisa. Dio sa quale è il frutto e come portare più frutto. E’ molto curioso, perché il frutto del vitigno non è il grappolo, ma il vino! Non ci si può innamorare del grappolo, dell’uva. Bisogna guardare il vino. E il vignaiolo sa come tagliare, affinché i grappoli che rimangono, portino miglior vino, e ne portino di più.

Una seconda cosa curiosa: non ci si può fermare alla prima tappa della vita: quando uno crea, propone, realizza... Ci vuole il passaggio del torchio, del frantoio, del mosto… per avere il vino. E la Pasqua nessuno se la prepara da solo. Sono gli altri che ce la preparano, spesso i più vicini, come per Cristo: i suoi discepoli sono andati a preparare la Pasqua. L’amore deve maturare in modo pasquale, altrimenti non porta il frutto dell’amore che rimane.

Ma c’è ancora una cosa più curiosa: il legno del vitigno. Il profeta Ezechiele, nel cap. 15, dice: “Si adopera forse quel legno del vitigno per farne un oggetto? Ci si fa forse un piolo per attaccarci qualcosa? No, neanche questo. Ecco lo si getta sul fuoco a bruciare. Il fuoco ne divora i due capi e anche il centro è bruciacchiato. Potrà essere utile a qualcosa? a qualche lavoro?”.

Sono nato sulle montagne dove c’è solo la neve e non cresce niente. Mi ricordo, da piccolo, la gente vendeva ai paesi più caldi le cose… I contadini facevano il sapone da soli… e si diceva: … da quel paese, dove c’è il vitigno, non comprate il sapo-ne, perché mischiano, nella cenere, anche la cenere del vitigno e il sapone sporca, lascia il segno. Perché il legno del vitigno non serve neanche bruciato. Non serve a nulla. Tranne per fare il vino! Quando passa l’acqua attraverso questo legno della vite, solo questo legno ha delle caratteristiche che vengono lasciate dal succo che scorre. E’ capace di produrre il grappolo dell’uva, il mosto, attraverso il torchio, e il vino. E’ un legno unico, che contiene tutto ciò che è necessario per avere il vino.

 A che cosa Cristo si riferisce con questa vite, con questo legno? E’ l’umanità. Se l’umanità non viene attraversata dalla vita filiale, dalla vita divina, finisce tragicamente come ogni essere della creazione. L’uomo è uomo solo se è divino-umano, se è di Cristo, se è la divina umanità di Cristo. Se attraverso la nostra natura umana non scorre un principio personalizzante, personale, filiale, con una vita che ha la sorgente nel Padre…, ci possiamo innalzare in tante opere, ma la tomba e il verme sarà l’ultima stazione.

Invece, se passa attraverso di noi questa vita di Dio, allora l’uomo è capace di portare il frutto che rimane! E’ capace di avvolgere il suo lavoro nell’amore che rimane in eterno, perché torna al Padre. Perciò ciò che l’uomo può rivelare è la sua divina umanità in Cristo! Per vedere questo contenuto bello della divina umanità (Cristo, mandato dal Padre, è come un raggio di sole - dicevano i Padri – che fa passare la linfa nella natura umana, rendendola filiale, divina), dobbiamo riferirci ad un altro passo, che conosciamo molto bene a memoria quasi tutti: Gv 2: Cana di Galilea. Però lì si vede bene qual è il rischio, perché si tratta delle nozze.

 Le nozze sono immagine del Cantico dei Cantici, cioè la relazione uomo-Dio, però la figura centrale sono le sei giare di pietra e vuote. E tutta la tradizione patristica vedeva in queste sei giare la Legge decaduta in un legalismo e in una religione moralistica, che si è prosciugata e non serve più per la purificazione, perché non c’è niente dentro. E quando Maria dice: “Non hanno più vino!” che cosa vuol dire? Il vino, nei Libri Sapienziali, che cos’è? Il senso della vita! (Siracide). Cos’è la vita dell’uomo senza vino? L’amore (cfr. Cantico dei Cantici), il sapore, il gusto della vita! Allora, cosa si sposano a fare se non hanno l’amore?

Una religione che finisce in un moralismo legalistico, pro-sciugato, non serve più. E infatti, come sappiamo dal vangelo di Gv, Cristo supplisce a una serie di cose, Cristo sostituisce l’allean-za: un nuovo rapporto tra l’uomo e Dio, basato sull’amore, basato su un compimento dell’alleanza. Quando fu innalzato, spirò… e l’umanità prese questo respiro e cominciò a vivere nella vita filiale. Si apre il costato e, da questa fessura, viene generata l’umanità nuova. E’ dalla ferita che siamo generati!

Il terzo giorno, che era ben conosciuto nell’Antico Testamento (cfr. Esodo 19): il giorno in cui Dio ha dato la Legge, diventa il terzo giorno della Nuova Alleanza, della risurrezione di Cristo, di un rapporto fondato nell’amore filiale tra Padre e Figlio, tra Dio, che è Padre, e noi. In Cristo, si apre la via della figliolanza, diventiamo veramente figli di Dio. Non con una conquista, ma con una accoglienza. A chi lo accoglie, gli sarà dato il potere di diventare figlio di Dio (Gv 1). Non più con uno sforzo, ma con un’accoglienza.

Questo sistema della religione decaduta in una legge sterile, si vede molto bene in un altro passo, nel vangelo di Mc 10. Troviamo questo ricco giovane, che corre verso Cristo e si getta davanti a lui con una domanda esplicita. Ora, noi sappiamo che nel Medio Oriente non si corre. Infatti nel vangelo di Mc corrono solo due, perché a Dio ci si avvicina con dignità. Si corre quando si è oppressi, quando si è pressati da qualcosa. Tanto è vero che lui si è gettato in ginocchio con una domanda. Ma strano, perché era uomo ricco e molto religioso, molto osservante. Osservava tutti i comandamenti: sta scritto… Però non era felice. Aveva paura della morte. Avrebbe voluto vivere, ma sapeva che doveva morire.

Qui, possiamo vedere una specie di decadenza della religione, come un insieme di pratiche, dottrine, precetti, coman-damenti, esercizi, che l’uomo deve fare per attirare la bene-volenza di Dio su di sé, per conquistarsi uno stato, un premio. E, se non lo farà, alla fine sarà punito. Ma guardate, sappiamo molto bene che proprio da questo Cristo è venuto a salvarci.

Ci sono tanti episodi nel vangelo. Il più clamoroso è certamente quello di Gv 10, quando Cristo scaccia le pecore dal tempio, dagli atri del tempio. Proprio nel cap. 9, il cieco viene cacciato dal tempio, ma ormai è entrato attraverso la Porta che è Cristo, in una sua casa vera. E’ libero di uscire e di entrare. Nel quadro di Gv 10, Cristo spinge le pecore fuori. Certamente sovrappone due immagini: ovile del villaggio, con aulè, che, in greco, non è ovile, ma recinto della tenda dell’incontro, fuori dagli atri del tempio. Le spinge fuori: … e per questo si sono arrabbiati gli osservanti della legge, perché se lui avesse parlato semplicemente di un ovile, non si sarebbero arrabbiati così. Ma si sono arrabbiati al punto che hanno detto: “Questi deve morire”, perché ha dichiarato qualcosa di falso in questo modo di intendere la religione, cioè l’alleanza, fatta decadere a qualche altra cosa. E addirittura sappiamo come va a finire.

 In Gv 11, Gesù chiama la pecora: “Lazzaro vieni fuori!...”, e Cristo va dentro la tomba. Per liberarci dalla morte è entrato lui. E anche in Mt 11,28, quando si dice: “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi e io vi ristorerò”, l’esegesi moderna, quasi unanimemente, dice che si riferisce agli oppressi e appesantiti da un modo di vivere la religione, che diventa giogo pesante.

Paolo ai Galati, in modo fortissimo, per non dire agitato, dice come è grande il pericolo per noi, che siamo in Cristo, all’interno di questo spazio libero (come dice la Lettera agli Ebrei cap. 10), di questa via aperta e vivente al santuario, al trono della grazia, della misericordia, all’interno di questa libertà, di questa apertura…, di costruire di nuovo dei modi di fare, di vivere la fede, decaduta in una osservanza delle cose, facendo leva su di noi, che conquistiamo qualcosa per avere qualche merito. Paolo si arrabbia in tutti i modi, come sappiamo dalla Lettera ai Galati. Non si può. Il rapporto con Dio viene giustificato gratuitamente. Non possiamo farlo noi. E allora c’è una vera tentazione; cominciare di nuovo a mettere al centro il mio impegno, guadagno, conquista, il merito, per avere poi in cambio qualcosa.

Christos Samaras ha fatto degli studi molto curiosi. Egli dice come di fatto si sono inaridite intere realtà della Chiesa, proprio attraverso questo modo di vivere, di far decadere la fede - che non è accoglienza di una vita nuova, un’umanità vissuta da una vita che è comunione personale – in un semplice impegno delle pratiche religiose.

Nikolaj Berdjaev avrebbe persino il coraggio di dire che, nella Chiesa, il demonio può tornare solo per la via della religione. Altrimenti è subito riconosciuto. Ma entra facendo leva sul fatto che noi dobbiamo fare qualcosa. Una religione che è sempre capace di trovare ancora qualcosa che ti manca, che deve ancora purificarsi… devi ancora impegnarti... E questo stanca, logora. Vediamo quanta gente non ce la fa più. Questa è la grande tentazione di fraintendere e di sbagliare. E allora, che cosa rivela una tale persona? Può rivelare anche la sua perfezione, formalmente impeccabile, però, no, rivelerà sempre se stessa.

Le mancherà sempre una cosa fondamentale: non può rivelare la vita come comunione, come inclusione dell’Altro, come il Volto di uno che ti include. Perché non ce l’ha. E ciò che non hai non puoi rivelare. Bisogna accogliere… acco-glienza!

Alexander Schmemann, sulla stessa pista di Samaras, fa vedere come è accaduta una specie di istituzionalizzazione religiosa della fede nella Chiesa, lungo i secoli di convivenza con l’Impero. E infatti, c’è proprio in Vaticano, nelle stanze di Raffaello, un affresco di Matthew Lauretti, che testimonia come ci siamo compresi come religione che ha sostituito una religione pagana. Questo affresco testimonia proprio questo. Ma è un errore tragico. Il cristianesimo non può essere inteso come un sostituto di una religione pagana. Abbiamo abbattuto un ‘dio’  e abbiamo messo ‘Cristo’. No, no. Mi dispiace, perché nessuna religione, nessuna legge, intesa in questo modo, può fare una costituzione dell’uomo nuovo. E non si tratta di aggiustare un po’ l’uomo, ma di farlo rinascere, di farlo risorgere, di farlo nuovo, di farlo filiale. E per essere filiali, Qualcuno ti deve generare! Non c’è verso, la nostra fede è accoglienza di una vita! Questo è il compito della Chiesa, come dice Paolo agli Efesini: manifestare di quale grazia, di quale bontà siamo stati destinatari! Far vedere al mondo cosa Dio ha fatto di noi! Cosa Dio fa quando scorre attraverso l’umanità.

Ogni Curia, non solo la Curia Romana, rischia certa-mente questa tentazione, di acquisire  un carattere un po’ para-statale, para-imperiale, come sappiamo dai tempi passati. Ed è una tentazione tremenda, perché questo mette nel cuore la funzione, la struttura, l’istituzione, l’individuo, che è in funzione di… Ma l’individuo non può rivelare altro che se stesso. Perciò si può aprire una porta alla tentazione di importare tutte le patologie del mondo proprio all’interno di noi. E questo sarebbe molto grave, è lo scandalo che noi possiamo dare davanti al mondo, di far vedere che viviamo il cristianesimo come una realtà individuale. No!

Sì, è vero, abbiamo secoli di spiritualità che ha messo nel cuore che cosa? La perfezione dell’individuo. Tu entri in semi-nario, subito si comincia la perfezione di te stesso, e dap-pertutto. Va bene, questo meno male è finito. Però non sarà così facile congedarsi da questo.

Berdjaev direbbe: il demonio della perfezione indivi-duale è la rovina della ecclesialità, del Corpo, della comunione. Come dice Schmemann, il cristianesimo non può promettere a una persona di arrivare a una perfezione ideale, ma le può promettere la vita eterna, in comunione, nel Corpo di Cristo.

Vorrei concludere con un grande maestro, che è il mio padre spirituale, padre Tomáš Špidlík. Anni fa il card. Špidlík mi ha tanto fatto leggere la Bibbia di Vladimir Sergeevič Soloviev. Soloviev, che secondo Balthasar è il più grande pensatore del secondo millennio, diceva che la perfezione della Chiesa è nella organizzazione. Provate a pensare: da noi questo significa subito mettere le commissioni in atto. No, no, no… Soloviev dice: la perfezione della Chiesa è nella organizza-zione. Cioè la Chiesa può portare nel mondo una trasfigurazione della società, perché fa e organizza la vita a modo della sinergia trinitaria, a modo della manifestazione della divina umanità di Cristo, preparando la nuova venuta di Cristo, liberando l’uomo, nella Chiesa, dalla prigione di una dinamica, che all’inizio è necessaria, ma poi deve essere superata. Quale? Peccato-Redenzione. Questa è la prima tappa. Ma poi segue la tappa dello ‘Pneuma’, dello Spirito Santo, della creatività, della liberazione da ogni imprigionamento dell’umanità, che diventa teofanica, che rivela l’amore di Dio, che rivela questo modo di essere includente, che include l’Altro, lo coinvolge.

 Questo, penso sia importante, oggi, in una società così frantumata. Se qualcosa noi vogliamo suggerire alle istituzioni del mondo, sarebbe bello se potessimo suggerire questo: un modo di strutturarsi, di governare, di dirigere, di gestire, che è comunionale, che è includente, che include e che è una manifestazione di una realtà più profonda, affinché suscitiamo l’appetito del mondo. Noi siamo chiamati a suscitare la voglia e l’appetito per una vita così.

Che il mondo, vedendoci così, possa dire: ma che bello! Dietro a una Chiesa brava non si incamminerà mai nessuno. Ma dietro a una Chiesa bella, che dentro di sé, dentro i suoi gesti, sguardi, parole, fa emergere un Altro, il Figlio, e ancora di più, il Padre, perché siamo mossi da quello Spirito Santo che è la vita di comunione, molti si sentiranno attratti.

Allora, vedete che bello! L’uomo diventa luogo della vita come comunione e come misericordia! L’uomo come luogo della Chiesa, l’uomo come luogo della ecclesialità. Come è bello quando senti qualcuno, che ha avuto a che fare con qualsiasi Curia, e dice: sai, ho trovato delle persone libere, libere da se stesse, persone che vivono come ‘offerta’, disponibili, generose, che aprono… che bello! E quanti ci sono e questi, bisogna farli emergere. E tutto cambierà.

 Ecco, questo è ciò che volevo dire come aiuto per una meditazione, affinché, come abbiamo detto all’inizio, si cominci a coprire la distanza tra noi e il nostro uomo contemporaneo, ferito come noi, dolente come noi, provato come noi. Più saremo provati, come tutti gli uomini, più saremo misericordiosi. Perché questo sacerdozio è di Cristo: “E’ stato provato in tutto per essere un sacerdote misericordioso”. E così coinvolgiamo le persone in un desiderio di vita nuova. Grazie.

 

           

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Gesù Cristo, Figlio diletto di Dio, ci ha chiamati dalle tenebre alla luce, dall'ignoranza alla conoscenza del suo nome glorioso; perché possiamo operare nel suo nome, che è all'origine di ogni cosa creata.
Per mezzo suo il creatore di tutte le cose conservi intatto il numero dei suoi eletti, che si trovano ovunque per il mondo. Ascolti la preghiera e la supplica che ora noi di cuore gli innalziamo:
Tu hai aperto gli occhi del nostro cuore perché conoscessimo te solo. Altissimo, che abiti nei cieli altissimi, Santo tra i santi. Tu abbatti l'arroganza dei presuntuosi, disperdi i disegni dei popoli, esalti gli umili e abbatti i superbi, doni la ricchezza e la povertà, uccidi e fai vivere, benefattore unico degli spiriti e Dio di ogni carne (cfr Is 57, 15; 13, 1; Sal 32, 10, ecc.).
Tu scruti gli abissi, conosci le azioni degli uomini, aiuti quanti sono in pericolo, sei la salvezza di chi è senza speranza, il creatore e il vigile pastore di ogni spirito. Tu dai incremento alle nazioni della terra e tra tutte scegli coloro che ti amano per mezzo del tuo Figlio diletto Gesù Cristo, per opera del quale ci hai istruiti, santificati, onorati.
Ti preghiamo, o Signore, sii nostro aiuto e sostegno. Libera quelli tra noi che si trovano nella tribolazione, abbi pietà degli umili, rialza i caduti, vieni incontro ai bisognosi, guarisci i malati, riconduci i traviati al tuo popolo. Sazia chi ha fame, libera i nostri prigionieri, solleva i deboli, da' coraggio a quelli che sono abbattuti.
Tutti i popoli conoscano che tu sei il Dio unico, che Gesù Cristo è tuo Figlio, e noi «tuo popolo e gregge del tuo pascolo» (Sal 78, 13).
Tu con la tua azione ci hai manifestato il perenne ordinamento del mondo. Tu, o Signore, hai creato la terra e resti fedele per tutte le generazioni. Sei giusto nei giudizi, ammirabile nella fortezza, incomparabile nello splendore, sapiente nella creazione e provvido nella sua conservazione, buono in tutto ciò che vediamo e fedele verso coloro che confidano in te, o Dio benigno e misericordioso. Perdona a noi iniquità e ingiustizie, mancanze e negligenze.
Non tener conto di ogni peccato dei tuoi servi e delle tue serve, ma purificaci nella purezza della tua verità e guida i nostri passi, perché camminiamo nella pietà, nella giustizia e nella semplicità del cuore, e facciamo ciò che è buono e accetto davanti a te e a quelli che ci guidano.
O Signore e Dio nostro, fa' brillare il tuo volto su di noi perché possiamo godere dei tuoi beni nella pace, siamo protetti dalla tua mano potente, liberati da ogni peccato con la forza del tuo braccio eccelso, e salvati da coloro che ci odiano ingiustamente.
Dona la concordia e la pace a noi e a tutti gli abitanti della terra, come le hai date ai nostri padri, quando ti invocavano piamente nella fede e nella verità. Tu solo, o Signore, puoi concederci questi benefici e doni più grandi ancora.
Noi ti lodiamo e ti benediciamo per Gesù Cristo, sommo sacerdote e avvocato delle nostre anime. Per mezzo di lui salgano a te l'onore e la gloria ora, per tutte le generazioni e nei secoli dei secoli. Amen.

Dalla «Lettera ai Corinzi» di san Clemente I, papa
(Capp. 59, 2 - 60, 4; 61, 3; Funk 1, 135-141)
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Dai «Discorsi» di san Gregorio Nazianzeno, vescovo
(Disc. 14 sull'amore ai poveri, 38, 40; PG 35, 907. 910)

Serviamo Cristo nei poveri

Afferma la Scrittura: «Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia» (Mt 5, 7). La misericordia non ha l'ultimo posto nelle beatitudine. Osserva ancora: Beato l'uomo che ha cura del misero e del povero (cfr. Sal 40, 2) e parimenti: Buono è colui che è pietoso e dà in prestito (cfr. Sal 111, 5). In un altro luogo si legge ancora: Tutto il giorno il giusto ha compassione e dà in prestito (cfr. Sal 36, 26). Conquistiamoci la benedizione, facciamo in modo di essere chiamati comprensivi, cerchiamo di essere benevoli. Neppure la notte sospenda i tuoi doveri di misericordia. Non dire: «Ritornerò indietro e domani ti darò aiuto». Nessun intervallo si interponga fra il tuo proposito e l'opera di beneficenza. La beneficenza, infatti, non consente indugi. Spezza il tuo pane all'affamato e introduci i poveri e i senza tetto in casa tua (cfr. Is 58, 7) e questo fallo con animo lieto e premuroso. Te lo dice l'Apostolo: Quando fai opere di misericordia, compile con gioia (cfr. Rm 12, 8) e la grazia del beneficio che rechi ti sarà allora duplicata dalla sollecitudine e tempestività. Infatti ciò che si dona con animo triste e per costrizione non riesce gradito e non ha nulla di simpatico. 
Quando pratichiamo le opere di misericordia, dobbiamo essere lieti e non piangere: «Se allontanerai da te la meschinità e le preferenze», cioè la grettezza e la discriminazione come pure le esitazioni e le critiche, la tua ricompensa sarà grande. «Allora la tua luce sorgerà come l'aurora e la tua ferita si rimarginerà presto» (Is 58, 8). E chi è che non desideri la luce e la santità? 
Perciò, o servi di Cristo, suoi fratelli e coeredi, se ritenete che la mia parola meriti qualche attenzione, ascoltatemi: finché ci è dato di farlo, visitiamo Cristo, curiamo Cristo, alimentiamo Cristo, vestiamo Cristo, ospitiamo Cristo, onoriamo Cristo non solo con la nostra tavola, come alcuni hanno fatto, né solo con gli unguenti, come Maria Maddalena, né soltanto con il sepolcro, come Giuseppe d'Arimatea, né con le cose che servono alla sepoltura, come Nicodemo, che amava Cristo solo per metà, e neppure infine con l'oro, l'incenso e la mirra, come fecero, già prima di questi nominati, i Magi. Ma, poiché il Signore di tutti vuole la misericordia e non il sacrificio, e poiché la misericordia vale più di migliaia di grassi agnelli, offriamogli appunto questa nei poveri e in coloro che oggi sono avviliti fino a terra. Così quando ce ne andremo di qui, verremo accolti negli eterni tabernacoli, nella comunione con Cristo Signore, al quale sia gloria nei secoli. Amen.

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Carissimi  Missionari,

Vi raggiungiamo con tanta gioia per celebrare insieme  l’anniversario della  nascita al cielo del nostro padre, il Beato Allamano! «Questo è il giorno che ha fatto il Signore, rallegriamoci ed esultiamo in esso». Le parole del salmo 117 sopracitate  esprimono il canto di lode, di gioia e di ringraziamento che prorompe dal nostro cuore,  in questo giorno memorabile,  il 16 febbraio nel quale celebriamo le grandi opere che Dio ha compiuto  in padre Allamano e attraverso di lui nella nostra famiglia missionaria, nella Chiesa e nel mondo.

Al nostro padre, vivo e presente in mezzo a noi, veniamo a esprimere tutto il nostro affetto di figli, con il cuore della famiglia, per il suo amore di padre, tenero e gratuito: «Voglio che lo sappiate… il Signore poteva servirsi di un altro, che certamente avrebbe fatto meglio di me… ma un altro che vi voglia bene più di me, non credo»[1]. Questa sua rivelazione di affetto, una delle tante, ci riempie di gioia e di riconoscenza e ci sprona a stringerci a lui come famiglia  molto amata! Uniti a lui accostiamoci alla fonte del carisma per riabbeverarci di quello stesso Spirito che lo rese figlio nel Figlio Gesù: figlio molto amato che visse della misericordia di Dio e della tenerezza materna di  Mamma Consolata; figlio amante della vita con cuore universale! Quanta gioia poterci tuffare nella sua esperienza in contemplazione di questo amore che lo avvolse e lo rese padre e guida di molti figli e figlie; questo amore in cui ci riconosciamo famiglia!

Vorremmo vivere intensamente la grazia di questo 90°anniversario, che accade nell’anno della Misericordia, profondamente unite al padre. Egli, parola di Dio per noi, oggi come ieri,   cammina con noi nella via della Misericordia. Lungo la strada padre ci benedice e ci incoraggia a cercare «Dio solo in tutto e sempre»[2], lasciandoci «sorprendere da Dio»[3]. Questo Dio che, nelle parole di Papa Francesco, «non si stanca mai di spalancare la porta del suo cuore per ripetere che ci ama e vuole condividere con noi la sua vita»[4] (MV 25).

Vogliamo, dalla grazia di questa commemorazione, rinnovare il nostro impegno a vivere lo spirito di quest’anno della misericordia come famiglia della Consolata: con il nostro sguardo sempre fisso su «Gesù Cristo… il volto della misericordia del Padre» (Francesco, MV 1), nella fede viva, speranza salda e «carità fiorita»[5]. Su questa ultima virtù padre fondatore ci dice:  

«Il Missionario deve avere un cuore grande, pieno di compassione verso tutti. Non è forse questo che la indusse ad abbracciare una vita di abnegazione: il desiderio di far del bene al prossimo, di salvare anime?... Voglio che ci sia una carità fiorita… Facciamo dunque un serio esame sulla carità fraterna, sulla carità attuale, fra di noi, non sulla carità dell'avvenire o del prossimo con cui si dovrà trattare. Non voglio che vi sia tra di voi neppure un filo contro la carità. Voler bene ugualmente a tutti, essere disposti a dar la vita per ciascuno dei  confratelli».

«Si danno quattro segni per conoscere se uno ha veramente la carità fraterna: a) Godere dei beni e gaudi altrui. b) Soffrire con chi soffre. c) Correggere i propri difetti per amore del prossimo e sopportare quelli degli altri. d) Perdonare le offese, anzi prevenire colui che ci ha offesi»[6].

Infine chiediamo a lui, nostro padre e guida, di intercedere per noi perché possiamo crescere in umiltà, la virtù che ci sostiene nel «nunc coepi» e la base di tutte le altre virtù: «… senza l’umiltà non vi è fede… non vi è speranza… dove non c’è umiltà, non c’è carità»[7].

Il nostro padre ci benedice come ci ha promesso: «… quando io sarò poi lassù vi benedirò ancora di più: sarò poi sempre dal pugiol [al balcone]...»[8] e ci affida alla nostra Mamma tenerissima, «la Consolata, alla quale guardiamo come Porta di Misericordia»[9]!

Con affetto, le vostre sorelle,

 

Nepi, 16 febbraio 2016

Sr. Simona Brambilla, mc

Sr. Jacinta Theuri, mc

Sr. Carmelita Semeraro, mc

Sr. Natalina Stringari, mc

Sr. Cecilia Pedroza Saavedra, mc

 

[1] Giuseppe Allamano, Vita Spirituale, p. 270

[2] Giuseppe Allamano, Lettera, 8 luglio 1921, vol. IX/1, p. 103.

[3] Francesco, Misericordiae Vultus, Bolla di indizione del Giubileo Straordinario della Misericordia, Roma, 11 aprile 2015, n. 25. 

[4] Ibidem.

[5] Giuseppe Allamano, Vita Spirituale, p. 390.

[6] Ibidem, pp. 390-403.

[7] Ibidem, pp. 369-370.

[8] Giuseppe Allamano, Conferenze S., 26 gennaio 1919, p. 482.

[9] Direzione Generale, Circolare n.7.

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Prayer for Blessed Joseph Allamano

God Our Father, we thank you for having numbered Joseph Allamano among the Blessed of the Church. He has made your fatherly tenderness shine among us; he has honoured Mary Consolata as a mother full of love and an inspiration of the Mission among the peoples. We request you to give to the church the joy of venerating him among the saints as an exemplary witness of announcing Jesus and His gospel. We humble implore you through his intercession to grant us what our heart requests you with confidence. Through Christ our Lord. Amen.

 

Day 1

Open our hearts to hope. According to St. Augustine we build the edifice of our holiness with hope. Note the important role he assigns to hope. Generally speaking this virtue does not enjoy the universal respect it deserves. We recognize the obligation to believe but we are afraid of being too hopeful, too optimistic. We accept discouragement as something beneficial that reflects fear of Lord.

This certainly was not the case with Cafasso – he was a man of hope. He possessed this virtue to an eminent degree. He had so much hope it was contagious. When someone remarked that the gate to heaven was narrow he replied, “Fine, we’ll go in one at a time.” He could communicate hope even to those condemned to death. He would give them messages to bring to Our Lady and after their deaths he would exclaim – one more saint! He even added “those rascals are stealing heaven away from us!” He could convert despair into the most beautiful trust. We must never despair of anyone. God’s mercy is infinite. When people ask what was Cafasso’s principal virtue it is hard to answer: they were all principal. Some think the zeal for souls was principal. Others would say his confidence in God – and he did indeed have enough confidence for himself and others as well.

Hope or confidence in God was certainly one of his striking characteristics. I testified to this in the beatification process. Some have a lively faith but little hope – they have trouble opening their hearts.

Let us open our hearts to living hope. We should not just hope – we should “superhope” – hope against hope. When we have little hope we are doing the Lord an injustice “He desires all people to be saved” (I Timothy 2,4). Some people think of their salvation as winning the lottery. People say: “I’m not sure whether or not I will win the lottery.” Similarly some say: “I’m not sure whether or not I will be saved.” This is not the way things should be. We must count on salvation because the Lord knows our weaknesses – all we need is a little good will. We should never be afraid of having too much hope. At the moment of his death St. Hilarion said to himself – “You have served the Lord for seventy years and now are you afraid of dying?” We should never say, “Who knows if I will be saved?” Rather “I want to be saved and will therefore correct my faults and not lose courage.” The fear of not being saved comes from laziness. We must get up and work – as the saints did. We must not lose courage because of our past sins. It is not a bad thing to think of these past sins – it keeps us humble – but we should not be obsessive as if the Lord had not forgiven them. The Lord will be pleased if we concentrate on His kindness and mercy. Therefore hope and hope energetically. In You, O Lord, I have hoped and I shall not be confounded in eternity! (This I want you to be, 91)

 

Day 2

To be apostles we need fire. Seeking the peace of a monastery as a means to avoid work is not love of God. This is the time of work and sacrifice! Let us make our own the words of Paul: “I do everything for the Gospel” (I Corinthians 9,23). Everything! I will wear myself out, I will sacrifice myself. We must present the Lord not vague intentions or desires but genuine apostolic work. St. Bernard says an apostle must be enflamed with charity, filled with knowledge and constant. The genuine apostle is enflamed with charity, with the passion to know and make Our Lord known; he seeks not his own good but that of others. Jesus said, “I came to bring fire to the earth and how I would like to see it spread!” (Luke 12,49). An apostle must have fire. If we are neither hot nor cold, if we are only lukewarm we will never succeed in anything. A human being is alive to the extent that he works for love of God. We can maintain intimacy with the Lord and work at the same time. If there is love, there is zeal: this means that we will never be reluctant nor will we place any limit on our devotion to the missions. What we can do today must never be put off until tomorrow. Those who do not burn with this divine fire will never be missionaries! Our apostolic commitment must be supported and perfected by knowledge. I have already spoken to you about this. We must be knowledgeable and therefore we must study; we must begin right now to learn all that is necessary and not expect a later miraculous infusion of knowledge. A parish priest wrote to me: “There is a cleric here that isn’t very intelligent – but good enough to be a missionary.” This is outrageous! Not ‘good enough to be a missionary’ – keep him yourself. The missions need knowledgeable people.

Finally, the genuine apostle is stable – he is both patient and constant. Constancy means not getting discouraged when results are disappointing. St. Bernard tells us “God expects you to treat an illness – not cure it.” In other words we must proclaim the Gospel and God will work the conversions. We are eager to do good and long for the day we can accomplish something. To long for the day we will leave for the missions is a good thing as long as our goal is to proclaim the Gospel. We need not worry there is room and work for everyone. Let us take courage! The Lord thirsts for souls and it’s up to us to quench that thirst. He wants everyone to know the truth and achieve salvation and He wants us to be the instrument to accomplish this. If we could only understand God’s will in this. We must cultivate these feelings beginning right now; we must prepare for mission with prayer, study and work; we must do this preparation conscientiously because one day it will help us do good. During Eucharistic Adoration we sing Psalm 116 which has special meaning for missionaries. It is almost a duet between evangelizers and those being evangelized. In the first verse the people are called to give glory to God: “Praise the Lord, all you peoples; give him glory all you nations” (v. 1). The second verse expresses our gratitude for the Lord’s mercy: “because his love for us is great and his faithfulness endures forever” (v. 2). All of us together – we and they – are united joyously in a song of praise and thanksgiving to God for calling people to the faith. (This I want you to be, 122)

 

Day 3

How should we participate in the celebration of Mass? First of all by renewing our faith: we must have a vital faith and an ardent charity as if we were standing on Calvary itself. We must bear in mind that this is a renewal of the sacrifice of the Cross and we must pray that our participation in it will bear fruit. We must let our heart speak words of praise to the Lord – if we speak from the heart we need no words. We must trust His mercy and offer ourselves to Him. We must thank Him for all He has given us. When we participate in the Mass we must concentrate on Jesus’ sacrifice to the Father and pray that we might offer ourselves along with Him. We must be eager to take part in the Mass.

Participating spiritually in all Eucharistic celebrations throughout the world is an excellent idea. “My name will be great among the nations, from the rising to the setting of the sun. In every place incense and pure offerings will be brought to my name, because my name will be great among the nations, says the Lord Almighty” (Malachi 1,11). We can share spiritually in so very many Masses! (This I want you to be, 147)

 

Day 4

Willingly in His presence. Let us make our visits to the Blessed Sacrament with faith and devotion. Let us remain willingly in His presence. Even in the missions you will continue to visit Jesus in the chapels and bring your thoughts and feelings to Him day and night. He will be your center. How pleased I am that through us God is multiplying the number of tabernacles in the world.

So many new tabernacles! They are the focus of love for us and mercy for the people. How blest we

are to have already so many in our missions. I believe, nay I am convinced, that they bring down blessings on those lands.

Only the Lord can truly comfort us if we seek Him out – He is the source of all consolation. We may tell Him anything and He will listen, He will comfort us in our suffering and help us bear up. Visits to the Blessed Sacrament keep our faith alive. I want you to be so attached to Jesus in the Blessed Sacrament that you cannot live without Him. When it is time to make a visit you are happy and eager; never regret whatever job may be interrupted.

If the Lord granted us the grace of daily adoration – day and night – like the Blessed Sacrament Fathers we would be happy. May we one day have perpetual adoration! Many congregations already practice this. I certainly want there to be continual adoration from the moment of my death until I am buried. Remember this when you are in the missions. The more time we pass in front of Jesus in the Blessed Sacrament – the more time we want to spend there. Conversation with Him is never boring. During your visits speak to Jesus but let Him speak too. Remain with Him as you would with a friend. If you are devoted to Jesus in the Blessed Sacrament you cannot fail to be holy missionaries. (This I want you to be, 151)

 

Day 5

A big heart. Love of God and love of our neighbor are so closely connected that we could call them a single love. Love of our neighbor must be supernatural – that is it must come from God and return to Him. Whoever loves his neighbor loves him in God and through God. It follows that whoever loves God must necessarily love his neighbor. We do not genuinely love our neighbor if we do so only because we like him, we hope to get something from him or there is some passion involved. Love of neighbor is a commandment the Lord refers to as “His own” and “new”: “This is my commandment that you love one another as I have loved you” (John 15,12). “I am giving you a new commandment: that you love one another as I have loved you so you must love each other” (John 13,34).

St. Gregory the Great says that if we do not love our neighbor we should not proclaim the Gospel. St. Laurence Giustiniani agrees saying evangelization is essentially an act of charity and how can one communicate the fire if one does not have it? Missionaries must have a big heart overflowing with compassion for their brethren. Were they not led to become missionaries out of the desire to do good for their neighbors and save souls?

For a priest especially – everything reinforces this love of neighbor: at the altar he, like the sacrificial victim, offers himself to the Lord for the remission of his sins and the sins of the people; the sacrament of reconciliation where he exercises charity, patience and compassion; this holds true for all of his services. The priest and more especially the missionary is the man of charity. “Charity thinks no evil” (I Corinthians 13,5). I am not talking about those fleeting thoughts or judgments that pass through our mind and which we forget or ignore. I am referring to voluntary and consensual rash judgments. We ignore our neighbor’s many good qualities and focus on his small defects. Not infrequently we judge his intentions – something only God can do. “Man looks at appearances and God sees the heart” (I Samuel 16,7). Even when we see something that is clearly wrong we must excuse the intention involved - ignorance or inadvertence. Our Lord has warned us: “Judge not lest you be judged, condemn not and you will not be condemned” (Luke 6,27). In the Imitation of Christ we read: “Look at yourself and do not rush to judge the actions of others.” St. Francis de Sales tells us “If an action has a hundred interpretations look at the best one.” How often we see the speck in our brother’s eye and ignore the beam in our own. “The measure with which you measure unto others will be measured out to you” (Luke 6,38). (This I want you to be, 130)

 

Day 6

During Lent the Church makes frequent use of Psalm 50 – the Miserere – in the Liturgy of the Hours. This is especially appropriate since it is a penitential psalm composed by David after he had sinned. The psalm teaches us about fear, hope and good intentions. Let us examine it and apply it to ourselves.

The Miserere can be divided into two parts. First David lists five reasons why the Lord should be merciful to him. The first is God’s great mercy and His infinite compassion for our misery: “Have mercy on me, O God, according to your steadfast love” (verse 1). O Lord according to your abundant mercy blot out my transgressions. Act not in accordance with your justice but rather with your kindness: “Cleanse me from all my faults” (verse 4).

The second reason is David’s recognition of his own lowliness and sincere hatred of his sin: “For I know my transgressions, and my sin is ever before me” (verse 5). Therefore sin is no longer within but before me and this keeps me humble. The third reason is that the offense was only against God and only from God can he receive pardon: “Against You, against You alone have I sinned” (verse 6). The fourth reason is that he deserves compassion since we are all weak and inclined to do evil. I do not want to excuse my sin – no it torments me – but I have been prone to evil since my birth: “Behold I was born in sin and in sin did my mother conceive me” (verse 7). The fifth reason invokes the grace and favor already granted. You, O Lord, had done so much for me before I ever sinned. Now cleanse me so that I can regain Your friendship: “You desire sincerity of heart and teach me wisdom in my inward being” (verse 8). After this list of motives David expresses his confidence that he will be saved (second part of the psalm): “Grant me the joy of being saved” (verse 14). And he promises to teach others the ways of the Lord: “Then I will teach transgressors Your ways and sinners will return to You” (verse 15). This is how we should study and apply this psalm to our own circumstances. In this psalm each of us will find and profit from God’s inspiration. To make a sincere act of penance we need only pray the Miserere slowly and thoughtfully. Learn this and it will help you in the missions. Reciting the Miserere well is a consolation. (This I want you to be, 68)

 

Day 7

We can never be too devoted to Our Lady. Her motherly tenderness is part of her Son’s plan.She is aware of the price He paid for us and she knows God’s specific will that all be saved. Never be afraid of being too devoted to Our Lady or of giving her too much honor. The more we love her, the more we have recourse to her the more we please Jesus. She is worthy of all the honorific titles Christian piety assigns to her; she well deserves her reputation as the Mother of mercy and compassion. She is honored and addressed as the Protectress of the holy souls in Purgatory. She is truly the Blessed Virgin and Queen, Mother and Comforter of the souls in Purgatory. Remember without devotion to Our Lady we will never accomplish anything for ourselves or others. (This I want you to be, 156)

 

Day 8

His mercy extends from generation to generation. The Magnificat is made up of words from Scripture. It is ten verses long and is divided into three parts. In the first part Mary rejoices at the benefits God has conferred upon her, especially the Divine Motherhood: “My soul magnifies the Lord because he has looked upon his handmaid …” The Lord looked at her lowliness, at the nothingness of His handmaid; He raised her up and accomplished marvelous things in her so that all generations will be filled with wonder and will call her blessed! In the second part Mary rejoices in the benefits God has bestowed on mankind over the centuries: “His mercy extends from generation to generation …” First to the chosen people and then to the gentiles and all who fear the Lord. “The Lord has done great things with his arm …” What are these great things? He has humbled the proud and lifted up the lowly; He has satisfied those who hunger for justice and truth. “He has filled the hungry with good things …” This means the Lord is always ready to fill with good things those who desire Him. In the third part Mary speaks of the sovereign benefit of the Redemption that through the conception of Jesus has begun in her and will extend to all future generations, “as He promised to Abraham.” In Abraham all generations had been blessed because from his seed would come the Redeemer. We should meditate often on the Magnificat; we should pray and sing it with the spirit and enthusiasm of Our Lady; we should share her feelings. (This I want you to be, 164)

 

Day 9

After the Hail Mary the most beautiful and useful Marian prayer is the Hail Holy Queen. St. Alphonsus called the Salve “the most fervent of prayers: it describes wonderfully the mercy and power of the Blessed Virgin Mary.” The prayer is made up of three parts. The first part, “Hail Holy Queen, Mother of mercy, our life, our sweetness and our hope!” is an introduction and addresses Mary with five honorific titles. Our Lady is both Queen and Mother. She is a “Queen” – a title repeated so many times in the Litany of Loreto. She is the “Mother of Mercy” given to us by Our Lord. She shares the other three titles with Jesus who is our true “life,” “sweetness,” and “hope.” The second part of the prayer is a petition. We ask Our Lady to assist us in this “vale of tears” and be our advocate with her Son. We ask her to grant us the grace we need here on earth so that we may one day see and enjoy the blessed fruit of her womb: Jesus! The third part of the prayer is an appeal. It is said that these final invocations come from St. Bernard of Clairvaux. People were singing the Salve Regina in a church and when they reached the end St. Bernard cried out “O clement, o loving, o sweet Virgin Mary!” The saints loved this prayer as they did the Hail Mary. (This I want you to be, 168)

 

Prayer to Our Lady Consolata

V: Pray for us, Virgin Consolata

R: Intercede for your people

O God, through the virgin Mary you gave to your people the true Consolation, Jesus Christ.

Grant that we, who venerate Her as Consolata, may cooperate together with Her to the work of Redemption. Through Christ our Lord.

Amen.

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Tutta la vita, la predicazione, l’attività di pensiero di Balducci possono essere considerate come un lungo e tenace tentativo di ricongiungimento col mondo popolare delle sue origini. E’ questo il motivo della “santità anonima”, che ritorna con insistenza in numerosi scritti e omelie della maturità del nostro autore.

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