Il 14 marzo si è celebrato il 21° anniversario della Fondazione per la Riconciliazione, creata da padre Leonel Narváez Gómez, sacerdote e sociologo della comunità dei Missionari della Consolata e attuale presidente di questa istituzione.

Si tratta di una fondazione senza animo di lucro che lavora per facilitare, progettare e realizzare proposte relative al perdono, insegnando in modo pedagogico gli strumenti chiave per facilitare la risoluzione pacifica dei conflitti.

Insegna anche come curare le ferite del cuore, prevenire e superare gli atti di violenza in qualsiasi circostanza della vita, aiutando a costruire la pace dalla famiglia alla sfera sociale.

"La sua missione si concentra nel contribuire alla pace e alla felice convivenza in Colombia e nel mondo, promuovendo la cultura, la pedagogia, la spiritualità della cura, del perdono e della riconciliazione. La pace non può essere raggiunta senza processi di perdono e riconciliazione. La Colombia è un Paese con ferite aperte e queste si traducono in ritorsioni e in maggiori gradi di violenza", afferma padre Leonel Narváez.

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La sede della Fondazione per la Riconciliazione a Bogotá, Colombia.

Per perdonare è necessario sentire la misericordia di Dio"

La Fondazione per la Riconciliazione organizza anche le Scuole di Perdono e Riconciliazione (Espere), un processo pedagogico per guarire le ferite, trasformare i ricordi ingrati, generare pratiche riparative e fornire strumenti per recuperare la fiducia.

In 20 anni di lavoro, Espere ha raggiunto più di 2 milioni di persone in 23 Paesi, dove la metodologia è stata adattata in popolazioni diverse.

"Dal 2003 sono stati formate persone incaricate di moltiplicare questo modello pedagogico in vari Paesi del mondo; sono state create reti di quartiere, e altre in parrocchie, aziende, scuole, università e famiglie. In questo modo abbiamo collaborato all'avvento della pace e al progresso delle comunità e delle persone". Sottolinea padre Narváez.

Il 21 settembre 2006, a Parigi, la Fondazione per la Riconciliazione ha ricevuto la menzione speciale del Premio UNESCO per l'Educazione alla Pace per l’impegno di promuovere il perdono e la riconciliazione lavorando all’educazione emozionale delle persone.

Nel 2007 ha ricevuto anche il premio "Ordine alla Democrazia" Simón Bolívar e poi, il primo settembre 2011, il premio "costruire la pace attraverso la metodologia dei centri di convivenza, pace e riconciliazione" oltre ad altri premi e riconoscimenti a livello nazionale e internazionale.

"Il tema del perdono e della riconciliazione è uno strumento di benessere, è il cuore del Vangelo. Sempre la grande opera che Gesù compie è quella di mostrare la misericordia del Signore, affinché impariamo a fare lo stesso con gli altri". Una pace senza perdono non durerà a lungo e non è sostenibile e lo stesso succede con la fede che non pratica la compassione perché il perdono viene dato a chi non lo chiede o a chi non lo merita". Ribadisce il sacerdote.

Fatti sul fondatore

Il presidente della Fondazione per la Riconciliazione, padre Leonel Narváez Gómez, IMC, è un filosofo e teologo dell'Università di San Buenaventura di Bogotá e un sociologo con titoli post-laurea dell'Università di Cambridge in Inghilterra e dell'Università di Harvard negli Stati Uniti.

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Padre Leonel Narváez Gómez, IMC,

È sacerdote religioso dei Missionari della Consolata, una comunità fondata a Torino, in Italia e ha trascorso i primi 10 anni di sacerdozio come coordinatore dello sviluppo sociale nella diocesi di Marsabit, in Kenya, lavorando principalmente con le tribù nomadi del deserto di Chalbi, al confine tra Kenya, Sudan ed Etiopia. Ha organizzato vaste campagne di alfabetizzazione e promozione umana, economica e culturale con queste comunità indigene. Nella Conferenza Episcopale del Kenya è stato responsabile della promozione dei diritti umani.

Poi, tornato in Colombia, dal 1990 al 2000 ha lavorato nel vicariato di San Vicente del Caguán - Puerto Leguizamo come responsabile dell'ufficio di pastorale sociale, dove ha attuato programmi di sostegno socio-economico nelle regioni del Caquetá e Putumayo attraverso il progetto Grafam (Fattorie amazzoniche).

È stato il fondatore del Centro di Ricerca e Formazione Amazzonica (Cifisam) e nel periodo conosciuto con il nome di “despeje” (quando si erano svolti dialoghi di pace fra la guerrilla delle Farc e il Governo in un territorio appositamente privato dalla presenza dello stato) si è impegnato nella commissione tematica di quel negoziato e ha collaborato alla realizzazione dei primi contatti con i rappresentanti del governo.

Tra i suoi scritti ricordiamo: Comparative conflicts nel capitolo The Colombian case (Tufts University. Boston, 2010). Manual de Perdón. (Bogotá, Colombia, 2006). Manual de Reconciliación (Bogotá, Colombia, 2006). La revolución del Perdón (Bogotá, Colombia, 2010) ed è stato editore della pubblicazione Filosofía política del Perdón y de la Reconciliación (Bogotá, Colombia, 2010).

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Parlare di perdono è parlare di riconciliazione

"Dobbiamo passare dalla bestia all'angelo, dal desiderio di vendetta al desiderio di compassione... i grandi fatti violenti si trovano nella famiglia, nella scuola, in mezzo alla strada e i bambini, fin da piccoli, imparano a conoscere violenza, il desiderio di vendetta, il regolamento di conti... la  vendetta è quasi una religione e questo è il più grande cambiamento culturale che noi colombiani dobbiamo fare". Il Missionario della Consolata Leonel Narváez Gómez, presto festeggerà i 50 anni di ordinazione sacerdotale.

Di seguito una intervista a Padre Leonel Narváez

* Fonte: El Catolicismo - Arcidiocesi di Bogotá, Colombia.

Il comandamento primo di tutte le religioni e civiltà è quello di proteggere la vita, senza alcuna restrizione, perché la vita non ci appartiene. Questo principio universale non ammette eccezioni: "Non uccidere" né con le pallottole, né con la fame, né con la calunnia, né con il disprezzo.

Nella situazione attuale dell'Ecuador, come quella del nostro continente e del nostro pianeta, la vita è una realtà che conta molto poco. Lo vediamo in particolare nel nostro Paese con la dichiarazione di "guerra interna" da parte del governo: una dozzina di presunti "terroristi" assassinati, più di 10.000 giovani imprigionati senza un valido procedimento penale, di questi solo circa 300 sono passati attraverso un processo di giustizia. E ancora quanti scomparsi, quanti torturati, quanti cadaveri abbandonati nelle strade? I media tradizionali tacciono su tutto questo, dimenticando quando fa loro comodo la legge suprema: "Non uccidere".

Tutti noi diventiamo complici di tutto questo quando non ci indigniamo, quando restiamo indifferenti, quando restiamo in silenzio, quando non agiamo per fermare o anche solo ridurre questi oltraggi. Con queste omissioni collaboriamo all'escalation e al circolo infernale della violenza. Non vogliamo riconoscere che la violenza non si reprime con l'uso delle armi o con lo spauracchio della pena di morte. Al contrario, esse incoraggiano ancora più violenza e morte.

Si tratta di trovare le cause della violenza e di combatterle con altri mezzi.

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Una giovane donna chiede la fine della violenza durante una manifestazione a Quito nel novembre 2023. Foto: vozdeamerica.com

In Ecuador, le due principali cause di violenza sono la disoccupazione e la corruzione, favorite dal sistema neoliberista. La maggioranza degli ecuadoriani con il "sì" all'insidiosa consultazione di Lenin Morena, con l'elezione di Guillermo Lasso e ora con quella di Daniel Noboa ha votato per la continuità e il consolidamento di questo sistema di morte che dura da 7 anni. Finché continueremo ad eleggere presunti salvatori membri della classe sociale che ci sfrutta, continueremo a stare dalla parte della violenza e dell'espropriazione della vita. Non ci rendiamo conto che i nostri governanti fanno il contrario di quello che ci promettono in campagna elettorale?

Questa classe sociale composta da traditori, banchieri e grandi imprenditori vive sul nostro sfruttamento e impoverimento. Crediamo alle loro bugie: "Niente più tasse! Niente più disoccupazione! Niente più persecuzione politica! Niente più salari da miseria! Niente più ospedali senza medicine! Niente più abbandoni scolastici!". La realtà ci mostra la falsità di queste promesse, oppure preferiamo essere ingannati e sfruttati? Quando potremo gridare: "Basta con la violenza!". I giovani del nostro Paese stanno pagando con le loro vite uccise o distrutte il prezzo dei nostri ripetuti errori e della nostra colpevole ignoranza.

Ora il presidente Noboa propone anche un referendum per confermare le bugie della sua campagna presidenziale e rafforzare il sistema neoliberale che ci sta uccidendo lentamente e violentemente. Come se non bastasse, per nostra grande sfortuna, i sondaggi ci dicono che il "sì" trionferà.

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Il candidato presidenziale ecuadoriano assassinato, Fernando Villavicencio, parla durante un comizio elettorale a Quito, il 9 agosto 2023.

Noi stessi stiamo tracciando la strada verso una più grande situazione di miseria. Quando apriremo gli occhi e decideremo di vivere una vita retta e dignitosa? Quando affronteremo il sistema neoliberista che ci governa e ci rende miserabili?

Solo invertendo le cause che provocano la violenza riusciremo ad eliminarla. Se queste cause sono responsabilità di ognuno di noi, come l'indifferenza e la complicità, sono queste le due realtà che devono essere superate. Per questo le religioni e la Bibbia in particolare ci indicano una via, invitandoci ad amare: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Se la corruzione è un'altra causa di violenza, una causa collettiva di violenza, dobbiamo bandire ciò che la provoca e avviare una convivenza fraterna.

Gesù di Nazareth ci apre una strada collettiva: unirci per realizzare la fraternità e fare dell'amore l'asse delle nostre relazioni. Gesù ha lasciato in eredità a noi che abbiamo promesso di seguirlo il suo unico comandamento: "Vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato". La vita sociale non è solo un impegno individuale, è soprattutto un impegno collettivo: organizzarsi per rendere possibili relazioni di rispetto, di giustizia e fraternità. Non raggiungeremo mai queste tre realtà se non ci uniamo in modo organizzato: Questo si chiama impegno collettivo per la "civiltà dell'amore".

L'attuale sistema neoliberale nega questa civiltà dell'amore come modalità individuale e collettiva perché vive dello sfruttamento dei lavoratori e della morte dei disoccupati. Sono queste le cause che provocano l'attuale stato di violenza e l’errore dei giovani nel sostenere il narcotraffico. Questa situazione non cambierà se non cambieremo noi stessi come singoli, come collettività e soprattutto come organizzazione.  Questo sistema perverso deve essere rovesciato e sostituito.

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Mitad del Mundo: il punto in cui la linea equatoriale passa attraverso Ecuador. Foto: Jaime C. Patias

Attualmente i popoli indigeni, le donne e i giovani sono i gruppi più organizzati che possono rendere possibili nuovi modi di fronteggiare e cambiare l'attuale sistema. Papa Francesco lo conferma nei suoi incontri con i movimenti popolari. Essi sono impegnati in una lotta non violenta, attiva e collettiva, agiscono democraticamente con la partecipazione di tutti, sono creativi nel presentare sia le loro denunce che le loro proposte alternative, sono intelligenti e festosi nelle loro azioni e procedure, credono fermamente che una "civiltà della Vita Buona sia possibile". Molti cristiani sono già coinvolti in queste forme di lotta con le loro proposte innovative per invertire la violenza dei prepotenti.

San Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador assassinato il 24 marzo 1980, chiese ai soldati salvadoregni: "Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contrario alla Legge di Dio. Una legge immorale non deve essere rispettata da nessuno".

* Padre Pedro Pierre Riouffrait, sacerdote diocesano nato in Francia nel 1942, missionario in Ecuador dal 1976.

Il vescovo di Pemba avverte sul ritorno del terrore jihadista a Cabo Delgado: "Tutte le cappelle sono state distrutte"

In un messaggio inviato alla Fondazione ACN (Aiuto alla Chiesa che Soffre) di Lisbona, il vescovo della diocesi di Pemba, monsignor António Juliasse traccia un quadro drammatico della situazione a Cabo Delgado, nel nord del Mozambico, una regione colpita da gruppi armati che affermano di appartenere a Daesh, l'organizzazione jihadista "Stato Islamico".

Il vescovo parla di una "folla immensa" che fugge disperata per evitare di subire "la stessa sorte di coloro che sono stati decapitati o fucilati" negli attacchi già avvenuti "in decine di villaggi", dove tutte le cappelle cristiane "sono state distrutte".

In un emozionante messaggio di cinque minuti, il vescovo descrive tutta la violenza terroristica che ha colpito ancora una volta Cabo Delgado e che sta causando una nuova tragedia umanitaria nella regione, particolarmente nel distretto di Chiúre, il più popoloso della provincia. "La violenza perpetrata in questo distretto nelle ultime due settimane è stata tale che circa una dozzina di villaggi, alcuni molto popolosi, sono stati presi di mira, con la distruzione di case e istituzioni", spiega il vescovo. "In questi villaggi sono state distrutte tutte le cappelle cristiane. Il punto più alto finora è stato l'attacco a Mazeze, la sede amministrativa del distretto di Chiúre, con la distruzione di molte infrastrutture governative e sociali, oltre che della nostra Missione, che forniva sostegno alla popolazione della regione".

Questi attacchi violenti hanno scatenato il panico, con migliaia di uomini, donne e bambini in fuga per salvare la propria vita dirigendosi in luoghi più sicuri.

Esodo della popolazione

Il vescovo di Pemba parla addirittura di un "dramma della fuga", un "autentico esodo della popolazione". Le immagini video riprese con i telefoni cellulari ed inviate alla Fondazione ACN da alcuni cattolici testimoniano proprio questo dramma. Le immagini mostrano centinaia di persone, molte delle quali hanno già cercato rifugio nella vicina provincia di Nampula che durante la notte camminano frettolosamente lungo i bordi delle strade nella regione di Chiúre. Le persone che stanno fuggendo non solo quelle che sono state prese di mira dagli attacchi jihadisti, ma anche quelle che hanno paura per la presenza dei gruppi armati. "Le popolazioni dei villaggi già ridotti in cenere stanno fuggendo, così come quelle dei villaggi che ora rischiano di essere attaccati. Molti stanno prendendo una strada che sanno dove inizia ma non dove condurrà. Stanno cercando un luogo sicuro. Non so dove lo troveranno... forse [solo] il meno pericoloso", dice il vescovo.

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Dall'inizio degli attacchi a Cabo Delgado, nell'ottobre 2017, si stima che più di 5.000 persone siano morte e più di un milione siano state costrette a fuggire dalla violenza di questi gruppi terroristici, che, come detto, si dichiarano di appartenere a Daesh, l'organizzazione jihadista "Stato Islamico".

Gente triste e disperata

Nel messaggio audio inviato a Lisbona, Mons. António Juliasse parla di volti "attoniti e tristi", di persone "disperate". "Portano un fagotto sulla testa o l'unica bicicletta di famiglia. È tutto ciò che gli è rimasto. Sicuramente la fame, la sete e le malattie arriveranno presto". Sono persone spaventate che fuggono, cercando di salvare la propria vita, per non avere "la stessa sorte di coloro che sono stati decapitati o fucilati". L'intero messaggio è pieno dell'emozione di chi sta assistendo a uno dei momenti più bui della violenza terroristica in Mozambico. Mons. António racconta anche la triste storia di Tina una giovane madre, nipote di un impiegato della Curia diocesana. Tina è fuggita anche lei portando con sé in braccio solo il bimbo appena nato. "Nel caldo e nella polvere, ha bevuto l'acqua che ha trovato, ha avuto diarrea e vomito ed è crollata. Il piccolo è rimasto senza madre, senza colpa e senza pace...".

"Non possiamo stare a guardare senza fare nulla...".

Le parole di Mons. António riflettono la situazione di gravità che stiamo vivendo e sono anche un campanello d'allarme affinché il mondo si renda conto che Cabo Delgado sta vivendo una vera e propria emergenza umanitaria, essendo al centro di una delle più feroci offensive jihadiste del continente africano, ed è dunque necessario venire in aiuto di queste persone spaventate.

"Il rischio più grande è che questi volti vengano dimenticati a causa di altre guerre nel mondo", afferma il vescovo di Pemba. "Non possiamo assolutamente stare a guardare senza fare nulla", aggiunge. Ma la diocesi può fare poco senza l'aiuto del mondo.

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Nel suo messaggio, il vescovo Juliasse chiede ancora una volta di sostenere la Chiesa martire di Cabo Delgado. "Senza la generosità e la condivisione di tutti, non possiamo far fronte alla situazione", e conclude con un ringraziamento speciale a Papa Francesco che domenica (03/03), dopo la preghiera dell'Angelus, ha parlato ancora una volta della violenza terroristica nel nord del Mozambico. "Vorrei cogliere questa occasione per esprimere la mia più profonda gratitudine per la vicinanza di Papa Francesco al popolo del Mozambico e in particolare alla popolazione di Cabo Delgado, durante il suo messaggio dell’Angelus. Il suo discorso è stato per noi come un balsamo, un sollievo immediato, una carezza e un conforto. Accogliamo il suo invito a pregare per la fine delle guerre in tutto il mondo.

* Paulo Aido dell'Agenzia Ecclesia in Portogallo - www.agencia.ecclesia.pt

Dopo l’attacco ad una parrocchia costato la vita ad una decina di persone, il titolare della diocesi colpita e presidente della locale Conferenza Episcopale, racconta la reazione della sua Chiesa: “A chi ci offre proiettili noi porgiamo pace, fede e speranza. L’attentato non è una persecuzione contro i cristiani: si tenta di far passare la falsa idea che ci sia in atto una guerra di religione”. Il grazie al Papa per la sua vicinanza e preghiera

Monsignor Laurent Birfuoré Dabiré conosce un solo modo per reagire a quegli uomini armati che hanno sparato ad alcuni fedeli riuniti in una cappella della sua diocesi mentre erano intenti in preghiera: “L’unica risposta è l’amore, la pace”. Lui è il vescovo di Dori, quella porzione di Chiesa del Burkina Faso che si trova al confine nord del Paese dell’Africa Occidentale e che comprende la parrocchia del villaggio di Essakane nella quale il 25 febbraio scorso hanno fatto irruzione alcuni terroristi che hanno compiuto quella mattanza che ha sconvolto il mondo.

Un martirio

Nella ricostruzione che fa con i media vaticani, il presule - che è anche presidente della Conferenza episcopale locale - mette in evidenza dettagli poco conosciuti di ciò che, forse, potrebbe essere definito un vero e proprio martirio. Quel giorno, di buon mattino, i fedeli si erano recati in parrocchia per la funzione domenicale senza la presenza del sacerdote. Dopo la seconda lettura e la proclamazione del Vangelo, un catechista stava per fare un’esortazione sulla Parola di Dio quando i terroristi sono entrati e hanno iniziato a sparare. “Hanno colpito solo gli uomini risparmiando le donne che sono potute fuggire fuori dalla cappella”, ricorda il vescovo che spiega come “il numero delle vittime sia ancora incerto: testimonianze parlano di 12 morti e 8 feriti ma stiamo aspettando conferme ufficiali”.

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Monsignor Laurent Birfuoré Dabiré con dei leader musulmani

Nessuna persecuzione

Anche se finora non ci sono state rivendicazioni e la strage sembra essere stata ben preparata, monsignor Dabiré è convinto che la motivazione non sia da ricercare nell’odio nei confronti dei cristiani. Il vescovo spiega che questa sua certezza e sostenuta dal fatto che “proprio nello stesso giorno dell’attentato alla parrocchia, in un’altra località del Paese si è consumato un attacco terroristico nel quale è stato ucciso lo stesso numero di persone che ha trovato la morte a Essakane”. La strategia dei terroristi, dunque, sarebbe il tentativo palese di “strumentalizzare le religioni per creare confusione nella nazione, contrapporre le diverse comunità e dare l’impressione che ci sia in corso una guerra di religione. Posso sostenere con certezza che non c’è alcuna persecuzione in atto dei cristiani”.

Pace contro violenza

Pace, fede e speranza, sono i tre sostantivi che il pastore della diocesi di Dori sta usando da giorni per chiedere ai suoi fedeli di continuare a vivere la carità cristiana senza cadere nella tentazione di rispondere con violenza alla violenza. “Noi cristiani - dice - non abbiamo un altro modo di vivere: dobbiamo fondare la nostra vita sul Vangelo. Il nostro relazionarci agli altri deve essere basato sulla fratellanza, sull'amicizia, sull'aiuto vicendevole. Dobbiamo evitare che si dica che noi apparteniamo ad una religione che medita la vendetta. Questo non è vero".

Chiesa aperta al dialogo

La Chiesa del Burkina Faso – Paese dove la maggioranza è musulmana ed i cristiani si attestano intorno al 30% seguiti dagli appartenenti alle religioni tradizionali africane animiste - sono quasi dieci anni che sta facendo i conti con il terrorismo che blocca le attività di molte diocesi. Monsignor Dabiré informa che “più di 30 parrocchie sono chiuse mentre alcune diocesi come quella di Dori, di Fada N'Gourma, di Nouna e di Dédougou sono paralizzate”. Ma la gente non ha perso la propria fede né la speranza. “La nostra - aggiunge - è una Chiesa rurale, di gente semplice. Le vocazioni non mancano, sono sempre più in crescita. Abbiamo anche una vasta schiera di catechisti che sono capi di piccole comunità di campagna. E poi mettiamo in pratica una fruttuosa pastorale del dialogo con i musulmani ed i responsabili delle religioni tradizionali africane”.

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Monsignor Laurent Birfuoré Dabiré insieme al Grande Imam di Dori

Grazie al Papa

Monsignor Laurent Birfuoré Dabiré, infine, ringrazia Papa Francesco che nel post udienza generale di oggi, mercoledì 28 febbraio, è tornato a pregare per le vittime dei recenti attacchi contro luoghi di culto nel suo Paese. “La vicinanza del Santo Padre ci ridona coraggio, forza e ci invita alla perseveranza. Quando i nostri fedeli sentono che il Papa è informato delle loro sofferenze sono davvero rincuorati. È un grande stimolo per andare avanti".

Fonte: Vatican News

Appello all’Angelus per i due Paesi africani. Francesco si unisce alla preghiera di pace dei vescovi congolesi auspicando “un dialogo sincero e costruttivo”, mentre chiede un impegno in Nigeria per arginare “il più possibile” l’aumento dei sequestri di persona. Dal Pontefice vicinanza alla Mongolia colpita da un’ondata di freddo estremo, “segno della crisi climatica”: “Intraprendere scelte sagge e coraggiose per contribuire alla cura del creato”

È uno sguardo intriso di angoscia quello che Papa Francesco rivolge all’Africa, dove aumentano le violenze nella Repubblica Democratica del Congo e dove cresce il numero di persone rapite in Nigeria. Al termine dell’Angelus, il Papa menziona i due Paesi lanciando appelli di dialogo e pace.

Seguo con preoccupazione l’aumento delle violenze nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo. Mi unisco all’invito dei Vescovi a pregare per la pace, auspicando la cessazione degli scontri e la ricerca di un dialogo sincero e costruttivo

Popolazioni in fuga 

Proprio ieri mattina, 24 febbraio, nella cattedrale di Notre Dame du Congo a Kinshasa, il cardinale arcivescovo Fridolin Ambongo ha celebrato una Messa per invocare la pace nel Paese, al termine della quale ha recitato la “preghiera per la pace”. È l’orazione che i vescovi della Conferenza episcopale nazionale (Cenco) hanno suggerito di pronunciare alla fine di ogni celebrazione eucaristica a partire da domenica 18 febbraio 2024.

Il Paese vede consumarsi intensi combattimenti tra l'esercito congolese e il gruppo armato M23. La città di Sake è uno degli epicentri, colpita nelle scorse settimane da bombe che hanno provocato morti e feriti e che hanno costretto la popolazione a spostarsi per trovare rifugio altrove, in particolare a Goma, nella parte orientale del Paese. Ma pure nel Nord Kiwu proseguono le violenze che hanno costretto oltre 133 mila persone a fuggire, secondo un rapporto Oxfam che denuncia condizioni inimmaginabili per i rifugiati senza un solo bagno a disposizione né acqua potabile, col rischio di ammalarsi di colera e di malnutrizione per i bambini.

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Violenze nell'est della Repubblica Democratica del Congo

Arginare i rapimenti

Una tragedia vera e propria, come quella che si registra in Nigeria, dove, ha detto il Papa dalla finestra del Palazzo Apostolico, “destano apprensione i sempre più frequenti rapimenti”.

Esprimo al popolo nigeriano la mia vicinanza nella preghiera, auspicando che ci si impegni affinché il dilagare di questi episodi sia arginato il più possibile

L'appello del Dicastero per l'Evangelizzazione

Il fenomeno dei sequestri nel Paese africano ha visto un drammatico aumento negli ultimi mesi. Dal maggio 2023 e dall’inizio del mandato del presidente Bola Ahmed Tinubu, l’impresa di consulenza sulla gestione del rischio SBM Intelligence ha registrato il rapimento di 3.964 persone. Sono sequestri di massa, come quello nella capitale federale Abuja, dove l’11 gennaio sono state rapite oltre 10 persone, tra cui una 13 enne uccisa per il mancato pagamento del riscatto, oppure sequestri di singole persone o ancora di famiglie, come quella di Mansoor Al-Kadriyar, rapito insieme a sei delle sue figlie e successivamente liberato per potere pagare 50 milioni di naira (35.336 dollari) per il rilascio delle ragazze. Una di queste peraltro uccisa a causa del mancato pagamento della somma richiesta.

Sull’emergenza è intervenuto il Dicastero per l’Evangelizzazione, tramite una lettera a firma del cardinale Luis Antonio Tagle, pro-prefetto per la Sezione per la prima evangelizzazione, e il segretario nigeriano monsignor Fortunatus Nwachukwu, in una lettera al presidente della Conferenza Episcopale nigeriana. “Nulla può giustificare il crimine del rapimento. Violenze fisiche e torture mentali minano i pilastri dell'armonia civile e sociale”, si leggeva nella missiva, pubblicata dall’Agenzia Fides, nella quale si chiedeva al governo della Nigeria di “agire rapidamente per affrontare questa minaccia e fermare la crisi in atto” e di “adottare misure per proteggere vite umane e proprietà”.

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Aumentati i rapimenti in Nigeria

Freddo intenso in Mongolia

Dall’Africa all’Asia, la vicinanza del Papa va alla Mongolia, Paese centroasiatico che il Pontefice ha visitato nel settembre del 2023 e che ora sta vivendo un inverno particolarmente duro, con le nevicate più intense registrate dal 1975. Il‍ governo di Ulaan Baatar ha ​riferito di decessi e della perdita di oltre a 660 mila capi di bestiame a causa del freddo intenso e delle tempeste di neve. “Sono vicino pure alla popolazione della Mongolia, colpita da un’ondata di freddo intenso, che sta provocando gravi conseguenze umanitarie”, dice infatti Francesco, sottolineando che “anche questo fenomeno estremo è un segno del cambiamento climatico e dei suoi effetti”. Da qui un altro appello a non dimenticare la nostra Casa comune.

La crisi climatica è un problema sociale globale, che incide in profondità sulla vita di molti fratelli e sorelle, soprattutto sui più vulnerabili: preghiamo per poter intraprendere scelte sagge e coraggiose per contribuire alla cura del creato.

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Neve in Mongolia

Fonte: Vatican News

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