L'unità nella diversità è una cosa lodevole. Ogni volta che si parla di “unità nella diversità” si cerca di trasmettere l’idea che, anche se spesso siamo molto diversi, possiamo comunque stare insieme e trattare di raggiungere un obbiettivo comune. È un altro modo per dire che la diversità di idee, visioni del mondo e prospettive non significa necessariamente inimicizia o rivalità. Quando non c'è diversità, possiamo metterci d'accordo molto velocemente su ogni tipo di questione ma solo perché la pensiamo allo stesso modo. Ma sai qual è il lato negativo di tutto questo? Quando non ci sono punti di vista divergenti, non c'è nemmeno crescita o progresso; la mancanza di punti di vista divergenti può sembrare inizialmente gradevole, ma prima o poi le persone si annoiano per la monotonia e perdono interesse per una unità insipida: se non viene introdotta una visione divergente si corre il pericolo che l’intera costruzione crolli.

Nel nostro Istituto, quando si parla del Beato Giuseppe Allamano e di Mons. Perlo, c'è un disagio che attraversa la mente della maggior parte dei missionari. Non è infatti un segreto che i due avessero modi molto diversi di vedere le cose, ma credo che a prescindere dalle loro differenze di personalità, carattere e modo di fare le cose, la loro unità era evidente nel desiderio di vedere crescere un Istituto migliore e più forte. Non so se sei d'accordo oppure no, ma io sarei dell’idea di chiamare Mons. Perlo il “soldato dimenticato” del nostro Istituto. Nella mia responsabilità come formatore in alcune occasione gli studenti mi hanno chiesto: “perché diamo tanto credito al padre Allamano per l'Istituto quando in verità quando si parla di missione l'unico di cui sentiamo parlare è di Mons. Perlo?” Non chiedermi come ho risposto alla loro preoccupazione e lasciamo questo tema per un’altra occasione. Per adesso voglio solo spiegare perché chiamo Mons. Perlo in questo modo. Lo chiamo “Soldato” perché la sua combattività a favore della missione è fuori discussione; e lo considero “dimenticato” perché molto spesso non ricordato, ignorato e trascurato. Nella vita di Mons. Perlo mi sembra che bisogna riconoscere alcuni aspetti che sono importanti.

In primo luogo, anche se la decisione di fondare un Istituto Missionario è legata al carisma di Giuseppe Allamano, lui sapeva che la sua salute non gli avrebbe permesso di andare in missione; aveva bisogno di bisogno di qualcuno forte che andasse ad aprire le missioni in Africa; detto in termini “militari” il padre Allamano aveva bisogno di qualcuno che andasse in trincea. Padre Perlo fu tra i primi quattro missionari che Giuseppe Allamano ha inviato nelle trincee della missione ed è stato un pioniere nel nostro primo approccio a una concreta realtà di missione. Il pioniere è una persona che crea un percorso, è un innovatore, uno che assicura che le cose funzionino con le buone o con le cattive. Un pioniere è qualcosa di simile alle fondamenta che in una casa né sono visibili né sono belle come le pareti esterne, ma senza di loro nessun edificio può sostenersi. I primi quattro missionari che hanno aperto la missione a Tuthu sono autentici pionieri; nonostante le loro debolezze sono grandi uomini degni di ammirazione. Sfortunatamente nella nostra narrazione il loro credito sembra svanire.

In secondo luogo, da buon “soldato” il padre Perlo era molto esigente nel compiere il suo dovere. Quando le persone sono dure con gli altri ma indulgenti e morbide con se stesse li chiamiamo dittatori ma padre Perlo non era così: era duro con gli altri, ma lo era soprattutto con se stesso. Forse avrebbe dovuto capire che non tutti erano forti come lui ma qualsiasi leader ti dirà che se sei un pioniere e le persone devono dipendere dalla tua direzione per la crescita e il progresso, la morbidezza è una debolezza. Quando nella mente dei tuoi seguaci si insinua l’idea che un progetto “è difficile per non dire impossibile”, questo è morto in partenza. La stessa cosa è successa con Giovanni Marco e San Paolo; quando questo iniziò a mostrare rallentamenti mentre accompagnava San Paolo nel suo secondo viaggio missionario, questi lo congedò e scelse Sila come suo compagno di viaggio (cf. Atti 15,37-39). Padre Perlo era un bulldozer come San Paolo, entrambi uomini dal carattere forte. Era necessario esserlo se l'Istituto doveva prendere forma e impiantarsi tra le popolazioni Kikuyu e Meru in Kenya, una terra nella quale il padre Allamano non ha mai messo piede. 

In terzo luogo spero che tu sia d’accordo con me sul fatto che le idee senza azioni sono inutili. È vero anche che senza una buona idea non si può fare nulla, ma abbiamo mai pensato a cosa sarebbe successo con le buone idee del padre Allamano se non avessero trovato una brava persona per metterle in atto? Cosa sarebbe successo se i quattro missionari pionieri fossero stati dei deboli che non potevano sostenere nessuna idea? Ti dirò io cosa sarebbe successo: i cento ventidue anni di esistenza dell'Istituto sarebbero nel migliore dei casi pochi anni, nel peggiore solo pochi mesi. Se le idee di Giuseppe Allamano non si fossero incarnate nel carisma del padre Perlo, oggi il Fondatore sarebbe stato un altro padre Ortalda, l'uomo delle scuole apostoliche per la formazione dei missionari, morto nel 1880 frustrato dopo il fallimento dei suoi progetti. Senza l’impegno del padre Perlo il progetto dell’Allamano sarebbe rimasto solo un’idea. Lui era pratico e pragmatico fino il fondo ed è buono ricordare che poi è anche diventato il fondatore di un fiorentissimo istituto religioso femminile in Kenya: le Suore dell'Immacolata!

Insomma, non è mia intenzione elevare padre Perlo sopra il nostro Fondatore. Come hanno notato più volte i miei studenti, quando si parla di missione, si parla di padre Perlo e non potremmo parlare dell’Istituto Missioni Consolata, nei suoi primi passi in Africa, senza fare riferimento a Lui. Giuseppe Allamano ha fatto molto nel gestire tutto da Torino ma l'uomo che aveva gli stivali per terra era padre Perlo e i suoi primi compagni. La sua influenza non può essere sottovalutata dato perché, anche se andò inizialmente in missione come economo del gruppo, in breve tempo ne fu il superiore. Ogni impresa che l'Istituto conseguì in quegli anni fu da lui intrapresa o da lui ispirata: è l'uomo che ha dovuto sopportare le punture delle spietate zanzare africane; l'uomo che ha attraversato i fiumi prima di costruirvi ponti; l'uomo che ha dato forma a quello che oggi chiamiamo con orgoglio IMC. Le sue impronte segnano la grande storia del nostro Istituto missionario.

Non sorprende che il padre Allamano lo abbia rispettato per quanto fosse difficile assecondarlo. Quelli che sono abbastanza onesti ti diranno che i due erano complementari: l’Allamano rappresenta lo stile religioso dell'Istituto e invece Perlo ne rappresenta quello missionario; era pregevole il suo desiderio di vedere predicato il vangelo ovunque, immediatamente e con qualunque mezzo a disposizione. Pensando alla cattiva immagine che abbiamo di lui nell’istituto vale la pena citare un detto swahili: "Mnyonge muue lakini haki yake mpe" (anche se devi uccidere l'uomo debole, almeno riconosci il suo diritto). Sarebbe come dire che, indipendentemente dai molti punti che potresti avere contro una certa persona, almeno devi riconoscere ed apprezzare ciò che di positivo c’è in lui. A questo missionario, “soldato dimenticato”, dovremmo essere assolutamente grati e come persone riconoscenti, credo che sia giunto il tempo per noi, come Istituto, di fare qualcosa per ricordarlo... magari anche una statua, ma è una mia opinione.

 

Domenica 6 novembre, una Messa presso la parrocchia Assunzione di Maria Vergine di Caramagna, arcidiocesi di Torino, ha chiuso l'anno dedicato al canonico Camisassa, fedele collaboratore del beato Giuseppe Allamano per 42 anni nell'opera del Santuario della Consolata e nella fondazione delle due congregazioni missionarie, IMC e MC. 

Alla celebrazione hanno partecipato le due Direzioni Generali IMC - MC, numerosi fedeli, bambini e ragazzi che frequentavano la catechesi, le Suore di Maria Immacolata, una congregazione fondata dal vescovo Filippo Perlo in Kenya, alcuni membri della famiglia di Camisassa e il sindaco di Caramagna, Francesco Emanuel.

La Messa è stata presieduta dal Superiore Generale, padre Stefano Camerlengo: "Perché ricordiamo ancora un uomo morto 100 anni fa? Perché Camisassa era una persona di grandi valori e ha fatto tante cose buone, tra cui collaborare con l'Allamano nella fondazione dei due istituti", ha sottolineato padre Stefano nella sua omelia. 

All'inizio della celebrazione, il parroco, padre Domenico Veglio, ha sottolineato alcuni insegnamenti del Beato Allamano, in particolare il suo grande amore per la Consolata e le missioni. Uno dei pensieri evidenziati è stato: "Dobbiamo crescere sempre di più nella devozione alla Madonna. Nessuno diventa santo se non è devoto a Maria. Tutti i cristiani per essere buoni cristiani devono essere devoti della Madonna e tutti i santi fin dai primi secoli lo sono sempre stati. Ancora di più i religiosi. Questa è la caratteristica che contraddistingue tutti i santi".

Simona Brambilla, superiora generale delle Suore Missionarie della Consolata, ha presentato una sintesi della vita di padre Camisassa. Dio sia lodato per questa bella esperienza familiare che mette in risalto la figura del nostro Cofondatore. Caramagna è anche la città natale di Mons. Filippo Perlo, primo Vescovo Missionario della Consolata e nipote del Canonico Camisassa, uno dei quattro pionieri e figura di spicco delle nostre prime missioni in Kenya.

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Il ricordo di Madre Simona Brambilla

Giacomo Camisassa nasce qui, a Caramagna Piemonte, il 27 settembre 1854, quinto di sei figli. Suo padre si chiama Gabriele e la madre, Agnese Perlo.

Dotato di vivida intelligenza, percorre le scuole elementari senza difficoltà, dando prova di spiccatissima inclinazione agli studi. È quindi a malincuore che i genitori, nell'impossibilità di farglieli continuare, terminate le elementari, decidono di impiegarlo quale apprendista fabbro presso il padrino, Giuseppe Becchio. Giacomo entra nell'officina con gusto, come se fosse veramente quello il suo sogno. Impara a guadagnarsi il pane e a fare un po' di tutto. Vive la gioia semplice che regna in un ambiente rurale, povero, ma ricco di fiducia in Dio e di disponibilità ai suoi voleri. La sorella Anna Maria, maggiore a lui di sedici anni, sua madrina, non si dà pace: un ragazzo tanto bravo, intelligente, buono, deve proseguire gli studi. Lei è sarta, abile sarta! Moltiplicherà le ore di cucito fino all'impossibile. Pagherà lei le spese necessarie perché il fratello possa riprendere gli studi. Nell'ottobre del 1865, a quattordici anni, lascia Caramagna per cominciare i corsi ginnasiali presso l'oratorio di don Bosco. Ricupera i tempi, sì da portare a termine i corsi ginnasiali in soli tre anni. E, nel suo animo buono e disponibile, sente chiaro il primo desiderio di farsi prete. 

Il 22 ottobre 1871, nella chiesa parrocchiale ove fu battezzato, a Caramagna, riceve l'abito chiericale per le mani del suo arciprete. Il chierico Camisassa ha 17 anni e passa a far parte del seminario di Chieri. La sua riuscita è ottima. Durante i mesi di vacanza, sa deporre con disinvoltura la veste talare per dare mano al padre nei lavori di campagna. 

Nel 1873 entra nel Seminario Metropolitano di Torino per gli studi teologici. Il 26 maggio 1877 riceve il diaconato e il 15 giugno viene ordinato sacerdote nella chiesa metropolitana di Torino, per le mani dell'arcivescovo Lorenzo Gastaldi. A Caramagna canta la prima Messa. Poi, riprende gli studi e si prepara per il dottorato; un anno intenso ancora e si laurea in teologia presso la facoltà annessa al seminario. Ha il massimo del punteggio. È l'8 agosto 1878.

Giacomo Camisassa, giovane sacerdote, cammina secondo un "Regolamento di vita" che egli stesso ha scritto. Si tratta di un documento altamente significativo perché permette di entrare nell'intima personalità di questo sacerdote che, con molta naturalezza, analizza sé stesso e si sforza di eliminare i risvolti negativi del suo carattere. Leggiamone alcuni punti:

"... Il primo passo verso la santità è il desiderio vivissimo di conseguirla. Difatti, l'acquisto di essa, esigendo sforzi e sacrifici continui, solo un ardente desiderio può imprimere alla volontà l'energia necessaria".

"Ricorda: santità, da realizzarsi praticando l'umiltà, impegnandoti attentamente. Conta su Dio solo. Veglia sull'io, che ruba ciò che è di Dio. Fedeltà al momento presente: è mai piccolo ciò che si intraprende e si fa per Dio...".

"... La riflessione e l'esperienza mi hanno fatto toccare con mano che ho un carattere avventato, volubile, irrequieto, leggero… Mano dunque ad una salutare riforma...".

Sintetizzerà il suo modo di agire con questa espressione: "Nel fare la cosa, non si deve badare al tempo che si impiega, ma alla perfezione che vi si raggiunge". Diceva: "tutto quello che si fa per Dio va fatto bene". E ancora: "Mi consola il pensiero che non ho mai fatto nulla per me stesso, ma solo per la gloria di Dio".

Don Giacomo, giovane prete, aspetta con impazienza il momento di darsi tutto al ministero pastorale e alla predicazione. Ultimato il corso biennale di teologia morale presso il seminario metropolitano, già sta preparandosi per andare a Pecetto Torinese come vice parroco quando, nel settembre 1880, gli giunge una lettera inattesa del suo giovane direttore spirituale, Giuseppe Allamano, nominato Rettore del santuario della Consolata. 

Riportiamo qualcosa della lettera: "Carissimo, le scrivo questa lettera, avrà di che meravigliarsi! Le comunico infatti una cosa che tuttora mi fa trasognare e stupirà certo anche lei. Mons. Arcivescovo mi ha nominato Rettore del Santuario della Consolata… Ecco, mio caro, una notizia che do a lei per primo, come a mio carissimo! La faccenda però non termina a questo punto: ma facendosi in quel Convitto Casa nuova anche per l'ufficio di Economo... Monsignore mi ha offerto di cercarmi una persona che mi piacesse per tale ufficio, ed io chiesi di lei.(…) E non adduca personale incapacità, perché Iddio supplirà a tutto; come supplirà alle mie deboli forze, supplirà anche a lei… 

Veda, mio caro, faremo d'accordo un po' di bene e procureremo di onorare il culto della cara nostra Madre, la Consolata. Sono certo che lei vorrà imitare il suo antico Direttore Spirituale nella pronta obbedienza agli ordini del Superiore, ed io avrò così la fortuna di condividere il lavoro con una persona che tanto amo e da cui tante prove di affezione ho nel passato ricevuto, e i tanti travagli che mi aspettano".

E così due destini convergono insieme, nel nome della Consolata: il 2 ottobre 1880 l'Allamano fa il suo ingresso alla Consolata. Il Camisassa lo raggiunge il 3 ottobre. Ha 26 anni. Tutti e due si mettono nella scia della Volontà di Dio. Don Giacomo sarà a fianco dell'Allamano, suo amico fraterno, per 42 anni, condividendone con passione la vita, i sogni e i progetti, fino alla fondazione, accompagnamento e direzione di due Istituti missionari: i Missionari (1901) e le Missionarie (1910) della Consolata. 

Verso la fine del giugno 1922, un duro e improvviso collasso riduce don Giacomo in fin di vita. L'Allamano, addoloratissimo, capisce immediatamente la gravità della situazione. Dice dell'amico: "Ha sempre lavorato, è un uomo frusto dalla fatica come se avesse novant'anni, credetemi! Il Signore lo ha sempre benedetto. Riusciva in tutto, in tutto era il primo. È vissuto per Dio! Sì, viviamo anche noi per Dio e basta!". Passano i giorni e il paziente non dà segno di ripresa, anzi, le condizioni si aggravano. 

Il 18 agosto 1922, verso sera, come riavendosi da un sogno, il Camisassa si guarda attorno, poi fa cenno a suor Virginia, la Missionaria della Consolata che in quel momento lo assisteva, e vuole che gli consegni il crocifisso che le pende dal collo. Parimenti fa con l'infermiere, padre Sciolla, Missionario della Consolata. Poi annoda le cordicelle dei medesimi e si stringe al cuore i crocifissi, continuando a fissare l'uno e l'altra. Vuole parlare, dire qualcosa. Non può. Gli domandano, trepidanti: "Significa che padri e suore devono rimanere uniti e volersi bene?". "Sì, sì, ecco, è così...".

Un attimo, poi continuando a fissare gli astanti dice: "Ma è il Padre che vi ha legato!".

"E lei desidera che restiamo sempre così uniti, vero?". "Sì, è mio desiderio, ma è il Padre che lo vuole".

Suor Michelina Abbà, presente al fatto, ne spiegherà in seguito i dettagli al Fondatore, che scriverà ai missionari in Africa, dicendo: "Le ultime parole del caro estinto furono di unione fra i missionari e le missionarie". Quella sera stessa, il Camisassa torna alla casa del Padre. 

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La testimonianza più alta e preziosa sul conto del Camisassa è sempre quella che gli rende l'Allamano, il quale, dopo la sua morte, ne parla più volte ed ogni volta con affettuosa ammirazione: "Il Vice Rettore aveva virtù ed una volontà ferma, costante, tutta appoggiata sulla Volontà di Dio" (11-3-1923). E ancora più significativamente altra volta dichiara, quasi rivelando il segreto focale della loro vita: "Se abbiamo fatto qualcosa di buono, è perché eravamo diversi: ma c'eravamo promessi di dirci sempre la verità. Promessa che abbiamo mantenuto. Se fossimo stati uguali non avremmo visto i difetti l'uno dell'altro, ed avremmo fatti molti più sbagli...". "Eravamo un cuor solo e una cosa sola, da quarantadue anni" - e - "Ci siamo sempre amati in Dio".

Grazie, Signore, per averci donato la presenza discreta, operosa e benedicente del Canonico Giacomo Camisassa. Egli, uomo di Dio, uomo di comunione e collaborazione, in sintonia con il Beato Giuseppe Allamano si spese per il bene della Chiesa e delle persone che avvicinava, promosse la qualificazione spirituale e materiale del Santuario della Consolata quale centro di rinnovamento dei cammini di fede nella Diocesi di Torino, sostenne la nascita e lo sviluppo degli Istituti Missionari della Consolata.

Donaci, Signore, di imparare da lui l'arte della vera amicizia fraterna, la silenziosa operosità, l'umiltà di chi cerca Dio con tutto il cuore e la dedizione entusiasta alla Missione. Lo chiediamo a Te, Signore Gesù, il Figlio Missionario del Padre, che vivi e regni con Lui e lo Spirito Santo nei secoli dei secoli. Amen!

*Jaime Patias è Consigliere generale per l'America. Simona Brambilla è Superiora Generale delle Missionarie della Consolata

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