“In Brasile, la Pastorale afro ha mosso i primi passi nel 1988, ma ha ancora bisogno di essere strutturata in tutte le diocesi come parte dell'azione evangelizzatrice della Chiesa”, dice padre Ibrahim Musyoka, IMC, coordinatore della Pastorale afro dell'arcidiocesi di Feira de Santana (Bahia).

E’ questa un pastorale che cerca di porre attenzione ai gruppi di afrodiscendenti presenti nella società brasiliana. “Un Sinodo dei vescovi sulla Pastorale afro, come è stato fatto per l'Amazzonia, aiuterebbe molto in questo difficile lavoro”, afferma il missionario.

Quest'anno si conclude il Decennio internazionale per le persone di origine africana (2015-2024), proclamato dalle Nazioni Unite per incoraggiare gli Stati membri a promuovere attività con il fine di riconoscere, rendere giustizia e facilitare lo sviluppo dei milioni di persone di origine africana nel mondo che ancora soffrono dello stigma del razzismo, della discriminazione e dell'inferiorità che ha accompagnato le loro vite da quando i loro antenati sono stati sradicati dall'Africa e portati in altri Paesi in condizioni di schiavitù.

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Padre Ibrahim Muinde Musyoka, missionario della Consolata kenyota in Brasile. Foto: Ed Santos/Acorda Cidade

La Pastorale afro, che la Chiesa in Brasile (e in altri Paesi) ha creato, ha forse accolto questa iniziativa dell'ONU per dare nuova linfa al lodevole sforzo di inclusione, valorizzazione e dialogo interreligioso che dal 1988 si sta realizzando per le persone di origine africana? “A quanto pare, no”. Padre Ibrahim, missionario della Consolata del Kenya, in Brasile dal 2016, dove ha studiato teologia ed attualmente vicario della parrocchia di São Roque da Matinha, la prima parrocchia quilombola in Brasile (eretta nel 2021) – spiega che questa iniziativa dell'ONU non ha avuto alcuna ripercussione nella Chiesa, perché essa “non mostra ancora molto piacere nel parlare della questione”.

Nell’intervista, il padre Ibrahim ha parlato della Pastorale afro che porta avanti nella parrocchia di Matinha, di come è strutturata, nonché dello sforzo di aiutare la popolazione, tutta di origine africana, a superare  steccati e barriere, anche se in generale più abituata a pensare di non avere nulla da dare e nulla da pretendere. Così, nell'illustrare le numerose attività svolte (in campo educativo, culturale, religioso e storico), il missionario sottolinea che esse sono orientate ad accrescere l'autostima degli afrobrasiliani e la visione generale dell'Africa, che viene sempre mostrata a partire da una prospettiva negativa. La Pastorale afro “cerca di presentare l'altra faccia dell'Africa e della popolazione afrobrasiliana”, ribadisce.

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Un momento culturale della Pastorale afro nella parrocchia di São Roque da Matinha, Bahia. Foto: Jaime C. Patias

La Pastorale afro in Brasile è iniziata in modo strutturato nel 1988, proprio con la Campagna della Fraternità promossa dalla Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB) durante la Quaresima di quell’anno che aveva come tema “Fraternità e il popolo nero” e come motto “Ascolta il grido del mio popolo”. Purtroppo, “a molti membri della Chiesa manca ancora” - secondo il nostro intervistato – “un atteggiamento e un'educazione che li porti a considerare e ad abbracciare la Pastorale afro come parte integrante dell'azione evangelizzatrice della Chiesa e non solo come carisma particolare di pochi. È necessario ascoltare davvero il grido di questo popolo”. Dobbiamo ricordare che “la Pastorale afro non è una fantasia, ma uno sguardo sincero e onesto sulla vita reale della gente” - sottolinea padre Ibrahim.

Alla domanda sul contributo che il Sinodo dei vescovi per l'Amazzonia potrebbe dare anche per la Pastorale afro e sulla necessità di un Sinodo dei vescovi sul tema degli afrodiscendenti, il vicario della parrocchia di São Roque di Matinha risponde che “Tale sinodo è necessario e urgente” e ipotizza la sua tenuta a livello continentale o in paesi dove l’esperienza della pastorale afro sembra già assodata come Brasile, Colombia, Caraibi...

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Francisca das Virgens Fonseca, membro dell'équipe di formazione Pastorale afro dell'Arcidiocesi di Feira de Santana. Foto: Ed Santos /Acorda Cidade

Nell’intervista si citano anche argomenti espressi su questo tema nei documenti della chiesa come l'incoraggiamento del Concilio Vaticano II per l'inculturazione e l'inclusione dei popoli; le conferenze continentali latinoamericane come Puebla, Medellin, Santo Domingos e altre, che hanno in qualche modo creato un clima favorevole alla Pastorale afro. Nella sua valutazione il padre Ibrahim Muinde dice “mancano le risorse umane e materiali, così come una maggiore volontà di vitalizzare questa Pastorale”.

La questione della necessità di un maggiore dialogo interreligioso tra il cristianesimo e le religioni di origine africana, un tempo considerate “primitive”, e il tema della teologia africana non sono assenti da questa ampia conversazione. Si tratta di temi che vengono presi in considerazione anche negli incontri di Pastorale afro a livello nazionale e continentale e risultano molto utili per uno scambio generale sui vari aspetti del lavoro che la Chiesa deve fare per riconoscere pienamente l'importanza e il contributo dei discendenti dell'Africa al Brasile.

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Incontro continentale di Pastorale afro nel 2022 in Messico. Foto: archivio personale di p. Ibrahim Musyoka

In realtà, il prossimo incontro continentale si terrà nel 2025 e potrebbe svolgersi in Argentina, un Paese la cui patrona, la Madonna di Lujan, è legata alla figura di un afrodiscendente schiavizzato, tuttavia l’Argentina è uno di quei Paesi in cui la presenza storica dei afrodiscendenti è stata, in gran parte, negata, rifiutata.

Trovi qui l'audio integrale dell'intervista a padre Ibrahim Muinde Musyoka (Radio Vaticana)

Fonte: Pubblicato originalmente in www.vaticannews.va

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IV Festival della Fede e della Cultura nell'Arcidiocesi di Cali, Colombia. Foto: Jaime C. Patias

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Incontro di Pastorale Afro dei missionari della Consolata presso il Centro di Pastorale e Spiritualità Afro di Cali, Colombia (dal 26 settembre al 2 ottobre 2022). Foto: Jaime C. Patias.

 

L'11 dicembre 2016 è una data storica, perché è il giorno in cui i Missionari della Consolata hanno aperto ufficialmente la loro presenza nella diocesi di Buenaventura. Da allora, sette anni fa, il nostro lavoro missionario si è arricchito di questa presenza sulla costa colombiana del Pacifico. 

È importante ricordare che proprio a Buenaventura i primi cinque missionari della Consolata hanno avuto il loro primo contatto non solo con il popolo afrocolombiano, ma anche con il popolo colombiano in generale. Arrivarono 75 anni fa i padri Antonio Torasso, superiore del gruppo, Giambattista Migani, Domingo Galbusera, Giovanni Boetti e Giovanni Berloffa. Arrivarono il 12 dicembre, festa di Nostra Signora di Guadalupe, patrona d'America, inviati da padre Gaudenzio Barlassina, superiore generale, in risposta alla richiesta dell’arcivescovo di Bogotá, Ismael Perdomo, che durante un viaggio a Roma aveva chiesto missionari per rispondere alla carenza di sacerdoti nella sua diocesi, soprattutto nella zona di Magdalena Medio.

Non è un caso che la comunità sia tornata al Porto di Buenaventura proprio in quella data nel 2016 (in quell'anno il 12 cadeva di lunedì, quindi l'ingresso avvenne la domenica più vicina). Da un lato, questa apertura rispondeva al costante invito del vescovo diocesano, che all'epoca era monsignor Héctor Epalza Quintero, e dall'altro volevamo rispondere alla riflessione che si era svolta attraverso varie Conferenze e Assemblee regionali a favore di una presenza di pastorale afro sulla costa del Pacifico.

Così siamo arrivati alla cappella di San Martin de Porres (che da sei anni è parrocchia) dove la maggioranza degli abitanti è di origine africana. Il giorno dell'inaugurazione, la messa è stata presieduta da mons. Héctor, vescovo diocesano e dal superiore regionale padre Armando Olaya; erano presenti diversi missionari e anche comunità religiose e sacerdoti diocesani.

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Il cammino precedente

Vale la pena ricordare alcuni eventi importante che hanno prodotto questa nuova missione: più dietro nel tempo una decisione della decima Conferenza regionale che aveva proposto di rafforzare la Pastorale afro e poi il primo incontro con la diocesi avvenuto il 30 novembre 2015, con la presenza dei padri Kennedy Kimathi e Venanzio Mwangi, che rappresentavano l'allora superiore regionale, padre Angelo Casadei e il suo consiglio.

Il 7 marzo 2016 una commissione più consistente di missionari (i padri Armando Olaya, che era superiore regionale, Ricardo Bocanegra, Venanzio Mwangi e Lawrence Ssimbwa) ha visitato diversi luoghi della diocesi e presentato alla direzione regionale la proposta della cappella di San Martino de Porres come una periferia adatta alla pastorale afro-colombiana e terreno fertile per la missione ad gentes. Il 12 settembre dello stesso anno la Direzione Generale approvava l'apertura e il 28 dello stesso mese il superiore e tutto il suo consiglio si recarono a informare il vescovo della decisione che era stata presa.

Il 12 ottobre, festa della Madonna del Pilar, furono presentati al vescovo i primi missionari: padre Lawrence Ssimbwa e l'allora professo Leovilgildo Carlos Ussene, che arrivarono il 22 dello stesso mese. E così fu fino all'undici dicembre, quando avvenne l’apertura ufficiale.

Il lavoro

I Missionari della Consolata si trovano nella diocesi di Buenaventura con lo scopo principale di lavorare nella pastorale afrocolombiana, dato che gli afrodiscendenti di questa regione costituiscono quasi il 90% della popolazione. Il cammino della pastorale afrocolombiana a Buenaventura ha una storia importante, iniziata con monsignor Gerardo Valencia Cano, il primo vicario apostolico di questa chiesa locale, e proseguita con il suo successore, mons. Heriberto Correo Yepez, quando si è tenuto il primo Incontro Pastorale Afroamericano (EPA).

Durante l'episcopato di mons. Rigoberto Corredor Bermúdez, che è stato il primo vescovo diocesano di Buenaventura, il ministero dell'inculturazione è stato inserito nel piano pastorale della diocesi con l'obiettivo di rafforzare l'identità cristiana degli afro nel pieno rispetto della loro identità culturale.

La MISSIONE AD GENTES, che è il carisma dei Missionari della Consolata, trova terreno fertile nell'attuale parrocchia di San Martin de Porres, composta da cinque quartieri. In alcuni di questi quartieri sono state registrate intere famiglie i cui membri non sono stati battezzati e si sono trovati adulti, bambini e giovani che non sanno nemmeno fare il segno della croce. Visitando periodicamente questi luoghi, abbiamo potuto organizzare processi di iniziazione cristiana per persone e famiglie che hanno bisogno del primo annuncio. 

La NUOVA EVANGELIZZAZIONE è un altro aspetto importante. Certamente la maggior parte degli abitanti di San Martin de Porres sono cattolici ma un gran numero di loro vive indifferente alla fede e alla Chiesa. Quello che la Nuova Evangelizzazione pretende fare è raggiungere quegli uomini e quelle donne che, per qualche motivo, si sono allontanati. Il Sistema Integrale di Nuova Evangelizzazione è il piano pastorale della diocesi di Buenaventura: per mezzo di questo progetto pastorale i missionari di San Martin de Porres hanno formato piccole comunità di base e ministeri. Lo scopo delle piccole comunità è quello di annunciare Gesù Cristo nell'ambiente familiare, in modo che coloro che vengono evangelizzati diventino evangelizzatori e assumano ministeri al servizio dell'intera comunità che, passo dopo passo, cresce e si rafforza.

Un altro aspetto importante sono le comunità di pace, perdono e riconciliazione. La violenza è una realtà che affligge permanentemente i quartieri che compongono la parrocchia di San Martin de Porres: in quasi tutti loro si producono atti violenti e crimini perpetrati da gruppi ai margini della legge. La formazione alla pace, al perdono e alla riconciliazione cerca di curare le ferite psicologiche e fisiche inflitte alle comunità dal contesto violenta che regna nella maggior parte dei quartieri.

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Conclusioni

Celebrare i sette anni di presenza missionaria della Consolata a Buenaventura è una occasione per ringraziare il Signore per l'opportunità che ci ha dato di servire il popolo di Dio presente in queste terre della costa colombiana del Pacifico e allo stesso tempo un'occasione per ringraziare il dono dello spirito missionario ad gentes del Beato Giuseppe Allamano, che continua a contribuire alla consolazione di molti popoli e culture attraverso ogni missionario.

“A nome della mia comunità, Robles, vi ringrazio per averci dato uno spazio così meraviglioso. Abbiamo imparato cose che non sapevamo. Grazie a tutti voi per averci preso in considerazione. Vogliamo continuare a partecipare nei gruppi all'Adolescencia e della Gioventù de la Pastorale Afro de Cali. A volte è molto importante sapere da dove veniamo e chi siamo. So che tutti noi ritorniamo a casa con qualcosa di nuovo nel cuore” così Melany Zamora Obregón ha raccontato il suo vissuto e la sua partecipazione nell’incontro della Pastorale Afro Giovanile di quest’anno, La “Grande Traversata”.

Nella Pastorale afrocolombiana dell'archidiocesi di Cali cerchiamo di vivere l’esperienza del Regno di Dio da diversi punti di vista: lo facciamo come donne, organizzate nelle diverse comunità, e un altro cammino è precisamente quello dei gruppi di bambini, adolescenti e giovani. In questo modo, anche con altre organizzazioni alleate, creiamo spazi di condivisione che permettono di condividere le conoscenze acquisite nel processo e di combattere la discriminazione. La presenza dei giovani nella Pastorale afroamericana è importante: fa crescere lo spirito; permette lo scambio generazionale; crea strategie per raggiungere le nuove generazioni.

Il 7 e 8 ottobre 2023 si è vissuta un'esperienza indimenticabile: sono stati accolti circa 60 giovani provenienti da tutte le comunità dove è presente un cammino di pastorale afro. Nella realizzazione di questo incontro ci siamo ispirati al modello di una analoga esperienza, celebrata nel 2016,  che aveva in qualche modo fatto vivere e comprendere l’esperienza dell’attraversata (la “travesía”) violenta di 500 anni addietro: come persone schiavizzate in Africa venivano portare nel continente Americano e trattate in modo disumano. A questo punto si cerca di dare una nuova luce all’indicibile sofferenza vissuta sulle navi dagli antenati di questi giovani per trasformare questo ricordo ingrato in una occasione di consapevolezza, resignificazione e  resistenza oggi in molti modi vigente nella vita delle comunità e anche nel processo della Pastorale Afro.

In questi due giorni abbiamo cercato di ricreare questo doloroso viaggio marittimo ma, a differenza di quello degli ancestri, non si viaggia soli: ci accompagna un capitano che guida l'intera esperienza, dei marinai che la aiutano in ogni spazio e gruppo e, naturalmente, siamo tutti un equipaggio imbarcato in qualcosa di bello e nuovo. I giochi permettono di usare la capacità fisica e la creatività per raggiungere obiettivi comuni; impariamo a conoscere personaggi, date e territori importanti per il popolo afro.

Anche i momenti di spiritualità sono celebrati in modo afro e giovanile, in uno spazio comune, informale e partecipativo. L'Eucaristia, con i suoi ritmi e le sue danze, si vive insieme alla famiglia allargata della Pastorale Afro ed è un momento per vivere la gioia di stare insieme e condividerla con gli abitanti del quartiere che ci ha ospitato. 

Nel territorio ecologico del parco del Rio Pance abbiamo fatto l’esperienza del risvegliarsi alla natura, alla vita e alla tradizione degli antenati: è stata l'occasione per progettare e proporre alla Pastorale un futuro desiderato.

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La Gran “Travesía 2023” è stata un successo: i giovani sono stati sensibilizzati a proposito di fatti che conoscevano poco, come il numero di personaggi afro che si sono distinti nella vita nazionale e internazionale, ma la cosa più bella è comunque stata la possibilità che hanno avuto di conoscersi e condividere esperienze malgrado provenissero da punti molto distanti della nostra Archidiocesi. In questa “Travesía 2023” hanno ricevuto il sostegno di molte persone che li hanno accompagnati in momenti di spiritualità, gestione comunitaria, alimentazione e cura di ogni dettaglio. Grazie a loro, è possibile ricaricare le energie e organizzare il processo giorno per giorno per trasformare le vite, sia di coloro che sono attivamente coinvolti nel processo che delle loro famiglie.

Concludendo raccogliamo alcune reazioni come quella di Viviana Izajar Viveros, di Jamundí: "Grazie di cuore a tutti voi per averci fatto vivere un'esperienza così bella e significativa" oppure le parole di Karen Yuliet Angulo: "Grazie a tutti voi per aver condiviso con me un'esperienza così bella. Siete persone davvero molto importanti per me. Spero che avremo altri incontri speciali come quello che abbiamo vissuto. Grazie soprattutto al capitano e alle persone che si sono prese cura di noi. Viva la Pastorale Afro!".

*Mary Nelly Carabalí è un membro del team di comunicazione della Pastorale Afro.

La pastorale missionaria è frutto dell’ubbidienza al mandato missionario di Gesù: «Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo» (Mt 28,19).

Ma cos’è una pastorale? È importante rispondere a questa domanda che ci porterà a comprendere la pastorale missionaria. La pastorale è la forma storica con cui la Chiesa annuncia in ogni epoca la rivelazione di Dio, indicando la via per divenire discepoli di Gesù. La parola pastorale è legata all’allevamento del bestiame, cosa comune fin dalle origini del popolo di Gesù, ed è per questo che è ampiamente utilizzata nella Sacra Scrittura come metafora per descrivere l’attività dei responsabili della comunità e dello stesso Gesù con rispetto ai suoi discepoli.

In altre parole, l’azione pastorale è l’insieme delle attività che la Chiesa svolge per condurre tutti all’incontro salvifico con Cristo.

La pastorale missionaria

La pastorale missionaria è l’insieme di quelle azioni di evangelizzazione e annuncio della Buona Notizia di Gesù che la Chiesa realizza e promuove nella vita dei suoi battezzati. Risveglia lo spirito missionario di gruppi e comunità attivi in mezzo al popolo di Dio.

La pastorale della Chiesa è unica ma si identifica e manifesta in diversi modi a seconda del contesto. Per questo nella Chiesa esistono diversi programmi pastorali, come la pastorale penitenziaria, la pastorale afro, la pastorale familiare, la pastorale sanitaria, la pastorale sociale, la pastorale giovanile, la pastorale dell’infanzia, ecc.

La pastorale missionaria desidera che Gesù Cristo sia conosciuto, amato e seguito come unico Salvatore del mondo da coloro che ancora non lo conoscono, o da coloro che per qualsiasi motivo hanno abbandonato la fede. La pastorale missionaria si fondamenta nella certezza che «la fede si rafforza donandola» (Redemptoris Missio, 2) e promuove un'evangelizzazione rispettosa delle culture e delle visioni del mondo dei popoli ai quali viene annunciata. Quindi la pastorale missionaria si preoccupa di:

Coloro che non conoscono Cristo. È questa l'azione missionaria comunemente detta “ad gentes”, di primo annuncio, i cui destinatari sono quei popoli e quelle culture che non hanno ancora conosciuto Gesù.

Coloro che si sono allontanati. Si tratta comunemente di cristiani battezzati, catechizzati da bambini e che, per diversi motivi, hanno abbandonato o non hanno nutrito adeguatamente la propria fede; uomini e donne che costruiscono la loro vita quotidiana senza riferimento a Gesù Cristo e al suo vangelo.

Coloro che vogliono vivere in pienezza il vangelo di Gesù. È l’azione missionaria destinata ai credenti per animarli nella conversione quotidiana, nella costante ricerca di Dio, nella disponibilità a seguire Cristo. 

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Atteggiamenti missionari dell'evangelizzatore nel contesto africano.

La pastorale missionaria tra le popolazioni afrodiscendenti deve sempre partire dalla cultura poiché l'annuncio di Gesù Cristo non è mai estraneo al contesto vitale nel quale le persone vengono evangelizzate. È necessario tenere conto dei seguenti aspetti:

Conoscenza della storia del popolo afro. È una storia peculiare che inizia con gli antenati africani che furono portati come schiavi nelle Americhe e che hanno raggiunto la libertà dopo anni e persino secoli di lotta. Conoscere il passato del popolo afro ci permette di interpretare correttamente il presente e proiettarne il futuro. Conoscere la storia libera l'evangelizzatore dai pregiudizi e dalle stigmi che sono esistiti nei confronti della popolazione afro. Conoscere la storia è incarnarsi nella realtà vissuta per poter annunciare Gesù Cristo senza trasformalo in un estraneo indifferente alle situazioni di vita di questo popolo.

Conoscenza della cultura afro. La cultura è legata all'identità profonda di ogni persona e di ogni popolo e determina il modo di intendere l'intera realtà in cui ciascuno vive. Data l’importanza della cultura, si sentono spesso espressioni come “nella mia cultura facciamo questo”, “questa è la mia cultura”, ecc. Queste frasi abbastanza comuni ci permettono di capire che non esistono popoli senza cultura e che questa marca profondamente ogni essere umano e ogni popolo. La cultura afro si esprime in varie forme: gastronomia, danza, poesia, modo di intendere il tempo, riti mortuari, riti di nascita, famiglia allargata, vita comunitaria, ecc. Se la cultura afro non entra in dialogo con la fede, difficilmente potrà esserci un’evangelizzazione sincera che possa provocare un vero incontro con Gesù Cristo. Come sempre accade, l'evangelizzatore, per essere efficace, deve amare e prodigarsi a difendere la cultura.

Conoscenza dell’idiosincrasia del popolo afro. L’idiosincrasia è il modo in cui una persona o una cultura vede e interpreta il mondo. È l'insieme di credenze che ci permettono di analizzare e riconoscere la realtà in base alla nostra stessa esistenza. Un evangelizzatore deve tenere conto della visione del mondo e delle idiosincrasie del popolo afro e sapere, ad esempio, cosa celebra e sperimenta questo popolo quando avviene una nascita, una morte o una celebrazione specifica.

Superare e sconfiggere la mentalità negativa. Storicamente la popolazione afro è stata stigmatizzata e discriminata; la mentalità negativa nei loro confronti si è consolidata. L'evangelizzatore deve superare questa mentalità se vuole entrare nel cuore e avere un dialogo fruttuoso con il popolo afro: una buona evangelizzazione crea un ambiente in cui la diversità culturale è apprezzata. San Paolo lo dice chiaramente: «mi sono fatto come Giudeo per i Giudei, per guadagnare i Giudei. Per coloro che sono sotto la Legge - pur non essendo io sotto la Legge - mi sono fatto come uno che è sotto la Legge, allo scopo di guadagnare coloro che sono sotto la Legge» (1 Cor 9,20).

Gioia e amicizia. Il popolo Afro si caratterizza per la sua gioia e la sua amicizia in modo tale che chi annuncia il Vangelo in questo contesto deve avere atteggiamenti gioiosi e amichevoli che permettano di costruire relazioni centrate su valori fondamentali come l'amore, la lealtà, la solidarietà, sincerità e impegno.

Inculturazione del Vangelo. L'evangelizzatore nel contesto afro deve sempre promuovere l'incontro tra fede e cultura afro. La cultura sarà sempre la spiaggia di approdo della fede, quindi entrambe hanno bisogno l'una dell'altra. L'inculturazione del vangelo deve accompagnare ogni progetto di evangelizzazione. Si tratta di riconoscere “i semi della Parola” presenti in ogni cultura in modo tale che –nel caso fro– la danza, i canti, la visione del mondo, l'uso degli strumenti autoctoni, perfino l'abbigliamento diventano un cammino concreto per portare la buona novella a ogni persona.

Pazienza e umiltà. Affrontare un processo di inculturazione esige sempre pazienza e umiltà. Pazienza significa avere autocontrollo quando le cose non vanno come vorresti; essere calmo e tollerante di fronte alle difficoltà. L’umiltà invece ci aiuta a comprendere che non ha senso considerarci al di sopra degli altri: siamo tutti uguali ed ogni persona ha lo stesso valore.

Atteggiamento ecumenico e dialogo interreligioso. L'ecumenismo ha a che fare con iniziative volte a ristabilire la piena comunione tra tutti i cristiani, riconoscendo che la volontà di Cristo è stata quella che tutti fossimo una cosa sola. È il cammino per superare lo scandalo delle divisioni che si sono create nel corso della storia, valorizzando la comunione che già esiste in virtù dell'unico battesimo. Invece il dialogo interreligioso è l’atteggiamento, che esige comprensione e rispetto, per stabilire uno scambio tra individui e gruppi che vivono diverse esperienze religiose.

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L’evangelizzatore della popolazione afro deve avere capacità ecumenica per dialogare con le diverse fedi presenti nei territori afro e capacità di dialogo interreligioso per dialogare con gruppi che professano religioni afro-discendenti come la Santería, che ha origini cubane, e il Candomblé, che ha le sue origini in Brasile, o il voodoo di origine haitiana. Sono religioni che si sono diffuse in molti territori afro e in america hanno numerosi seguaci fra la popolazione afro.

Promozione della giustizia, della pace e della riconciliazione. Secondo San Tommaso d'Aquino la giustizia è la volontà di riconoscere a ciascuno il suo diritto e dare a ognuno il trattamento che si merita. Invece la riconciliazione ci permette superare rotture, distanze, rancori e ferite che impoveriscono le relazioni interpersonali e, in certe occasioni, ci allontanano dalla pace. La maggior parte dei territori in cui vivono le persone di origine africana hanno subito le conseguenze di ingiustizie, violenze e guerre a partire dal primo e fondamentale di questi atti violenti e traumatici che è stata la schiavitù e la deportazione. Per questo motivo e per tutte le conseguenze che questi atti comportano, l’evangelizzatore nel contesto africano deve avere come priorità pastorale la promozione della giustizia, della riconciliazione e della pace.

Cos'è la Pastorale Afro?

Approfittando di questo testo di padre Jalmir Matias de Oliveira, coordinatore della pastorale-afro nella diocesi di São Miguel Paulista, per cercare di capire il senso del perché è necessaria una pastorale afro. "Chiediamoci: qualcuno che afferma di essere cristiano può anche essere razzista o discriminare l'altro a causa del colore della sua pelle?  È scandaloso che questo possa accadere all'interno della chiesa. È totalmente incompatibile con il Vangelo che crediamo e predichiamo agli altri.

In Brasile, almeno il 50% della popolazione si dichiara "negra". E dov'è tutta questa gente? Che fa? Dove abita? Come vive?  Ci rendiamo conto di questa realtà? 

C'è un profondo pregiudizio radicato dentro di noi di cui potremmo anche non essere colpevoli perché ci è stato inculcato, spesso fin dalla più tenera infanzia, dove dire nero è sinonimo di inferiore, di poco valore; quando non anche spregevole, inutile, sporco. Questa forma di pensare fa parte in qualche modo del nostro inconscio e pensiamo che sia normale. In questo caso parleremmo di razzismo strutturale: c'è un'intera struttura che è stata costruita per secoli che pone il nero in un luogo di subalternità. Struttura che è stata pensata e progettata perché fosse così.

Da qui la necessità di una Pastorale Afro. La nostra cura pastorale invita ad aumentare la consapevolezza di questo peccato strutturale in modo tale che possiamo adottare un atteggiamento antirazzista e aiutiamo i nostri neri a vedere il loro valore, ritrovare la loro auto stima, valorizzare la loro cultura, non vergognarsi della loro storia, dei loro antenati, portare anche alle nostre celebrazioni la gioia, la forza di questo popolo che combatte e resiste con i loro colori e i loro ritmi.

Il razzismo fa male, ti fa soffrire, causa innumerevoli problemi profondi nella vita delle persone. Oggi abbiamo i social network, dove le persone si nascondono nell'anonimato per diffondere messaggi di odio e pregiudizio, per ferire e attaccare. Per noi cristiani questo atteggiamento è peccaminoso. Se rompo il rapporto con i fratelli e le sorelle attraverso la discriminazione, rompo con la fraternità, rompo un rapporto con Dio. 

Questa struttura di peccato, che genera morte negli altri, è una questione di giustizia sociale, ma per noi cristiani è anche una questione di fede. Un uomo, una donna di fede che non affronta il razzismo sono in totale contraddizione con il Vangelo. Il Signore, "che non discrimina le persone" (Sir 35,15), ci converta al rispetto degli altri!"

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Pastorale Afro in Brasile

La pastorale afro-brasiliana, attraverso le sue istanze e attraverso i suoi pastori, è uno spazio di azione e di consapevolezza della Chiesa e della società per la realtà della popolazione afro-discendente. Agisce nel requisito dei diritti fondamentali di cittadinanza per tutti, specialmente per coloro che vivono ai margini della società, a causa del loro colore ed etnia. Attraverso la pastorale afro-brasiliana, la Chiesa segna la sua costante presenza nel combattere e condannare ogni forma di razzismo, pregiudizio, xenofobia e altre forme di discriminazione.

Mese della "coscienza nera" nella prima parrocchia di San Roque

Rispondendo a tutte queste sfide nella Parrocchia di San Roque, abbiamo voluto lavorare  nella prospettiva di aumentare la consapevolezza dei diritti e doveri del popolo nero, così come l'accettazione e l'apprendimento di ciò che significa fare parte di questa eredità culturale antica. Nel mese di Novembre abbiamo celebrato il mese della "coscienza nera" nel quale ci siamo avvicinati in modo speciale alle scuole con l'intenzione di sensibilizzare le persone a proposito della loro identità afro. Ci aiutano anche i programmi educativi di queste scuole che prevedono nel loro curriculum spazi e modalità per approfondire l'identità afro degli studenti.

Un'altra attività è stata il "Cinema in Piazza": il primo novembre si è proiettata la pellicola "Stars Beyond Time" che ha ricordato a tutti gli assistenti che possiamo rompere i nostri ostacoli e raggiungere i nostri obiettivi anche con le avversità. 

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Il tamburello del papa

In occasione della visita ad limina i  missionari e i fedeli della parrocchia hanno inviato un dono simbolico al Papa Francesco, un "pandeiro" (tamburello) consegnato dall'arcivescovo di Feira de Santana, don Zanoni Demettino Castro. Papa Francesco non solo l'ha ricevuto ma l'ha anche suonato. Questo strumento cosí tradizionale è "segno della gioia di Bahia, segno della gioia del Vangelo". Per tutti noi  è stato motivo di grande gioia e gratitudine.

*Ibrahim Muinde è missionario della Consolata e lavora nella parrocchia di São Roque Matinha dos Pretos

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