Condividiamo l'omelia di padre Orlando Hoyos durante la Messa celebrata presso la Casa Generalizia dei Missionari della Consolata a Roma l'undici aprile, martedì dell'ottava di Pasqua. Come portare la Pasqua di Gesù sui sentieri della storia per mezzo della missione.

All'udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. (Atti 2,37-38)

Maria invece stava all'esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo» (Gv 20,11.15)

Nella PRIMA LETTURA molti di coloro che ascoltavano il discorso di Pietro il giorno di Pentecoste si lasciarono convincere dalla sua testimonianza e domandavano: “che cosa dobbiamo fare?”. La risposta di Pietro è molto chiara: convertirsi, abbandonare il cammino anteriore, sbagliato, proprio di una “generazione perversa”; credere in Gesù; ricevere il battesimo che darà il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo.

In questi giorni, i nostri vescovi Colombiani che sono venuti a Roma per la visita “ad limina” e per quello hanno dovuto riempire un sacco di documenti per informare i dicasteri. Loro sembrano particolarmente interessati alla statistica di sacramenti: quanti battesimi, quanti matrimoni ecc... come nei tempi da guinness dei primati di San Francesco Saverio, o di San Pietro Claver ed altri famosi missionari. Anche fra di noi questo aveva un valore. Per esempio il padre Bruno del Piero prometteva a Monsignor Cuniberti, all’inizio di un viaggio missionario in mezzo alle foreste del Caquetá dalla durata di un mese, che sarebbe tornato con almeno 100 battesimi celebrati e scritti nel libro della parrocchia.

A questo punto potremmo domandarci, noi che siamo stati parroci, se veramente abbiamo evangelizzato seguendo le tappe che indica il vangelo di Luca esposte da Pietro o si piuttosto abbiamo avuto troppa fretta di mostrare risultati. 

“Mostrare risultati” non è sempre una buona cosa, per esempio in Colombia questo esigeva il governo ai militari: i risultati in quel caso era il numero di guerriglieri, i “nemici della patria”, eliminati o fuori combattimento. Si premiavano le persone con incentivi come denaro, vacanze o un viaggio in Israele dove è operativo un contingente colombiano. Cosa facevano allora i militari? Prendevano dei contadini, li ammazzavano, li vestivano ed armavano con uniformi e armi della guerrilla e li conteggiavano come morti in combattimento. Quando si rivelò la verità, questi furono chiamati “falsi positivi”.

Nelle nostre missioni potrebbe occorrere qualcosa di simile all’ora di presentare risultati alla Chiesa istituzionale: invece dovremmo muoverci nella direzione di una chiesa meno proselitista e più disposta ad evangelizzare, soprattutto con l'esempio: abbiamo le esperienze della missione tra i Yanomami in Brasile o nella Mongolia. Ieri a Nepi, nella casa delle Suore Missionarie della Consolata, abbiamo ascoltato testimonianza molto interessanti che vanno in questa direzione da missionarie che lavorano in Usbechistan e Kirghizistan.

Nel VANGELO, Maria Maddalena, che non sa che Gesù è risorto, vuole avere almeno il corpo di Gesù, per non rimanere nell’incertezza. Anche in Colombia molte mamme e famiglie non hanno pace finché non ricuperano i corpi di famigliari uccisi dalla guerriglia o dall’esercito. Poter dare cristiana sepoltura a un congiunto è una cosa che si chiede con insistenza alla commissione di giustizia e pace, si tratta di un piccolo ma significativo sollievo alla loro sofferenza. 

Invece Maria Maddalena riceve in esclusiva un premio molto più grande e vede Gesù Risuscitato ancora prima degli apostoli. È lei che va a raccontare la buona notizia e si converte dunque in apostolo degli apostoli.

Per noi oggi l’augurio è di non essere meno di Maria in questa nuova Pasqua che il Signore ci ha permesso di celebrare: questa Pasqua ci interpella e provoca; vuole riempirci di energia e di allegria. Nel nostro stile di vita si dovrà notare che crediamo veramente nella Pasqua del Signore: che lui e risorto, che ha perdonato i peccati, che abbiamo ricevuto il dono dello Spirito Santo e apparteniamo alla sua comunità che e la Chiesa.

Aiutati dalla fede sicuramente comprendiamo che il Signore ci ha chiamati per nome quando ci ha chiamato alla vita cristiana, religiosa e sacerdotale come abbiamo sentito nelle biografie di ognuno di noi in questi giorni. La sua chiamata ha toccato la nostra anima come era successo a coloro che ascoltavano Pietro il giorno di Pentecoste. Il nostro annuncio missionario solo sarà convincente se sgorga dall’esperienza del nostro incontro personale con Gesù. 

Nell’eucaristia che celebriamo abbiamo ogni giorno un incontro pasquale con il Risorto che condivide con noi il pane come fece con i discepoli dopo la resurrezione.  Questa è oggi la più bella apparizione che non ci fa invidiare né gli apostoli ne i discepoli di Emaus ne Maria Maddalena.

 

“Il monte, luogo dei grandi incontri tra Dio e l’uomo, è anche il posto dove Gesù trascorse ore e ore in preghiera (cfr. Mc 6, 46), a unire terra e Cielo, noi suoi fratelli al Padre. Che cosa dice a noi il monte? Che siamo chiamati, nel silenzio, nella preghiera, ad avvicinarci a Dio e agli altri, che dal monte si vedono in un’altra prospettiva, quella di Dio che chiama tutte le genti. Il monte lega Dio e i fratelli in un unico abbraccio, quello della preghiera. La missione inizia sul monte: lì si scopre ciò che conta: salire sul monte a pregare per tutti e scendere dal monte per farsi dono a tutti”. (Papa Francesco, Omelia per la Giornata Missionaria Mondiale, 20 ottobre 2019)

L’equilibrio tra assiduità con il Signore e missione verso gli uomini è delicato, e a esso occorre prestare continuamente attenzione, come a un equilibrio instabile che deve essere ogni giorno re-instaurato. Gli Atti degli apostoli ci testimoniano che gli apostoli stessi ben presto si resero conto di una patologia che minacciava gravemente il loro ministero:

“I Dodici convocarono il gruppo dei discepoli e dissero: «Non è bene che noi trascuriamo la Parola di Dio per servire alle tavole. Dunque, fratelli, cercate tra voi sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito e di sapienza, ai quali affideremo questo incarico. Noi, invece, ci dedicheremo alla preghiera e al ministero della Parola” (At 6,2-4).

Preghiera come vicinanza a Dio e alla gente 

Alcuni, per pregiudizi spiritualisti, pensano che la preghiera dovrebbe essere una pura contemplazione di Dio, senza distrazioni, come se i nomi e i volti dei fratelli fossero un disturbo da evitare. Al contrario nella vicinanza a Dio noi rafforziamo la vicinanza alla nostra gente; e viceversa, nella vicinanza alla gente viviamo anche la vicinanza al Signore. 

La preghiera del missionario si nutre e si incarna nel cuore dei popoli con cui condivide la vita, porta i segni delle ferite e delle gioie della sua gente che nel silenzio presenta ogni giorno davanti al Signore. Un missionario deve avere un cuore “allargato” da fare spazio al dolore e a tutta la miseria del popolo che gli è affidato e, nello stesso tempo, come sentinella annunciare l’aurora della Grazia di Dio che si manifesta proprio in quel dolore. 

Preghiera di intercessione 

Nell’intercessione, il missionario porta davanti a Dio i cristiani della comunità, le persone in difficoltà e i bisogni dei popoli e dell’umanità, come parte integrante del servizio missionario. 

Davvero, dunque, la preghiera per gli altri è esercizio di sollecitudine e responsabilità e lotta contro la nostra indifferenza nei confronti della realtà dell’altro, una tentazione che l’avanzare degli anni rende più concreta e forte.

Ce lo ricorda il papa Francesco: "La preghiera non è un rinchiudersi con il Signore per truccarsi l'anima: no, questo non è preghiera, questa è finta di preghiera. La preghiera è un confronto con Dio e un lasciarsi inviare a servire i fratelli. Il banco di prova della preghiera è l'amore concreto per il prossimo. E viceversa: i credenti agiscono nel mondo dopo aver prima taciuto e pregato; altrimenti la loro azione è impulsiva, è priva di discernimento, è un correre affannoso senza meta. I credenti si comportano così, fanno tante ingiustizie, perché non sono andati prima dal Signore a pregare, a discernere cosa devono fare". (Papa Francesco, Udienza, 7 ottobre 2020)

La preghiera missionaria

Ma, esiste una preghiera tipicamente missionaria? E se esiste, quali potrebbero esserne i tratti caratteristici? Non cambiano i contenuti teologici, ma è il contesto, la prospettiva e l’orizzonte che differenziano la preghiera “tradizionale” da quella missionaria. 

Nella preghiera tradizionale, il contesto è dato dalla mia situazione, dal mio stato d’animo, dai miei bisogni; la prospettiva è data dall’ambiente prossimo che mi circonda; l’orizzonte è costituito dalla porzione di chiesa a cui appartengo. 

Nella preghiera missionaria il contesto è determinato dalle situazioni dell’altro in quanto altro, diverso da me, dai suoi bisogni e dalle sue speranze; la prospettiva è il mondo intero, con tutte le sue sfide, contraddizioni e aspirazioni di pace, equità e giustizia; l’orizzonte è il Regno, fattosi carne in Gesù Cristo, ma non ancora compiuto. 

In altre parole, è preghiera missionaria:

1. quella preghiera in cui vi si trova descritta la vita delle persone, luogo in cui riconoscere l’impronta misteriosa e operante di Dio;

2. quella preghiera che continuamente educa a dilatare gli spazi del cuore e della mente; preghiera che diventa incessante esercizio di ascolto, di contemplazione, ma anche di apertura e di azione nella storia;

3. quella preghiera in cui trovano spazio i gemiti, i lamenti, le gioie e le speranze degli uomini e donne di oggi e di sempre; in cui il grido dei poveri, degli oppressi, dei migranti di questo nostro mondo è tenacemente portato al cospetto di Dio;

4. quella preghiera che sa riconoscere, anche in mezzo alle tempeste della vita e agli orrori del mondo, l’azione dello Spirito; che ne coglie la forza anche nella debolezza, che rafforza la sua fede donandola;

5. quella preghiera che ardentemente spera contro ogni umana speranza, che invita ad assumere le proprie responsabilità e a tradurle in un impegno concreto di cambiamento per il bene comune.

6. quella preghiera che non fa ripiegare mai su sé stessi, non fa attorcigliare sull’io, ma apre a prospettive nuove: invita ad andare sempre “oltre”, ad altri villaggi, ad altri bisogni, ad altre incarnazioni, ad altri rischi di novità.

Pubblichiamo la riflessione che il Superiore Generale, padre Stefano Camerlengo, ha condiviso con la comunità della Casa Generalizia a Roma il Giovedì Santo, 6 aprile, durante la Messa della Cena del Signore.

“Desidero tanto che siate compenetrati di nostro Signore!... Chi ama il Signore non ha nessun tedio, nessuna solitudine...Fare “Nostro” il Signore! ...Vedete l’importanza della Santa Messa! La Messa è il tempo più bello della nostra vita: una basterebbe a rendere felice chiunque venga a celebrarla. Anche se dovessimo prepararci per quindici o vent’anni per celebrarne una, quanto saremmo felici! Sarebbe il più grande compenso! Oh, la felicità di celebrare l’Eucarestia! ...Questa deve essere la festa del cuore, della riconoscenza!” (beato Giuseppe Allamano).

Tutto taceva nel momento dell’imposizione delle mani. Tutto quello che umanamente si poteva fare per prepararci bene alla missione a cui Dio ci aveva chiamati, era stato fatto, ora toccava a Dio, allo Spirito farci diventare quello che oggi siamo non per una nostra perfezione, ma per servire il popolo santo di Dio.

«Portare il lieto annuncio ai miseri, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri […] per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61, 1-7).

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Oggi, Giovedì Santo, vogliamo soffermarci sulla nostra chiamata a dedicare la nostra vita a Dio e ai fratelli nel ministero del presbiterato.

Papa Francesco parlava così ai preti il Giovedì Santo 2014: «Credo che non esageriamo se diciamo che il sacerdote è una persona molto piccola: l’incommensurabile grandezza del dono che ci è dato per il ministero ci relega tra i più piccoli degli uomini. Il sacerdote è il più povero degli uomini se Gesù non lo arricchisce con la sua povertà; è il più inutile servo se Gesù non lo chiama amico; il più stolto degli uomini se Gesù non lo istruisce pazientemente come Pietro; il più indifeso dei cristiani se il Buon Pastore non lo fortifica in mezzo al gregge. Nessuno è più piccolo di un sacerdote lasciato alle sue sole forze; perciò, la nostra preghiera di difesa contro ogni insidia del Maligno è la preghiera di nostra Madre: sono sacerdote perché Lui ha guardato con bontà la mia piccolezza (Lc 1,48). E a partire da tale piccolezza accogliamo la nostra gioia. Gioia nella nostra piccolezza!» (Francesco, Omelia Giovedì Santo 2014).

Cari missionari, consacrati per la missione: siamo un piccolo gruppo, siamo poca cosa di fronte alle necessità delle nostre comunità, della nostra gente, dei popoli che accompagniamo; ci sembra di non vedere futuro davanti a loro.

Molti di noi sentono il peso degli anni ma sono ancora in prima linea; altri portano nel cuore delle ferite che ogni tanto sanguinano. Alcuni vorrebbero servire delle comunità belle e vivaci e sentono la fatica di dover curare un terreno arido; alcuni sono un po’ spaesati di fronte ai cambiamenti sociali in atto, altri cercano altrove un cibo spirituale più nutriente e una fraternità più significativa.

Oggi il Pastore supremo, Cristo Signore, ripete a noi, proprio a noi, a te caro confratello, proprio a te: «Lo Spirito del Signore Dio è su di te, perché il Signore ti ha consacrato con l’unzione; ti ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri» (Is 61,1-3).

Guardiamo con stupore e con un sano timore di Dio quello che siamo, il tesoro che è stato donato a noi piccoli e fragili vasi di creta. Le gioie e le fatiche del nostro ministero sono quelle che anche Gesù ha attraversato ma senza mai perdersi anzi è andato sempre avanti forte della sua relazione col Padre e obbediente alla missione che gli era stata affidata. Come dire che gioie e fatiche non sono un incidente di percorso, ma erano tutte già nel conto di quando siamo diventati missionari.

Papa Francesco parla del sacerdote come di una piccola moneta con due facce: da una parte c’è l’effige del discepolo innamorato, dall’altra quella del missionario fervoroso, noi diremmo zelante secondo l’ispirazione dall’Allamano.

1) Il discepolo innamorato. All’origine della nostra chiamata c’è una realtà permanente: siamo stati chiamati per rimanere con Gesù, uniti a lui: «Li chiamò perché stessero con lui e per mandarli» (Mc 3,14). Questo rimanere in lui e segna tutto ciò che siamo e facciamo. È la “vita in Cristo” che garantisce la nostra efficacia apostolica e la fecondità del nostro ministero.

Scrive il Papa: «Non è la creatività, per quanto pastorale sia, non sono gli incontri, le pianificazioni, che assicurano i frutti, anche se aiutano e molto, ma quello che assicura il frutto è l’essere fedeli a Gesù, che ci dice con insistenza: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4)» (Francesco, Cattedrale di Rio, 27 luglio 2013).

La nostra relazione col Signore, tuttavia, non è mai scontata. Paolo raccomanda al discepolo Timoteo di non trascurare, anzi, di ravvivare sempre il dono che gli è stato dato per l’imposizione delle mani (1Tm 4,14).

Quando non alimentiamo il nostro ministero con la preghiera, con l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, con la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia e anche con la frequentazione del Sacramento della Penitenza, finiamo inevitabilmente per perdere di vista il senso autentico del nostro servizio e la gioia che deriva da una profonda comunione con Gesù e si scade in una mediocrità che non fa bene né a noi, né alla Chiesa, né al mondo.

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Il sacerdote è per eccellenza il discepolo configurato al suo maestro: le beatitudini sono la nostra carta di identità, lo stile è quello di Gesù, obbediente al Padre e compassionevole con tutti. La nostra vita è vicina ai poveri e ai piccoli, la missione arriva al dono totale di noi stessi.

Su questo punto il Papa è molto duro: «Senza Cristo da unti si diventa untuosi» (Francesco, Omelia a S. Marta, 11.1.2014). I veri sacerdoti sono quelli che hanno un rapporto stretto con Gesù che è la loro pietra angolare. Un rapporto vivo, personale, da discepolo a maestro, da fratello a fratello, da pover’uomo a Dio.

Sull’altra sponda ci sono i sacerdoti che, avendo con Dio un rapporto “artificiale”, che non viene dal cuore, diventano vanitosi e scontrosi, sono sempre scontenti, insoddisfatti, arrabbiati; si legano alle forme più che alla sostanza; cercano un ministero alternativo o lanciandosi in avanti per sembrare moderni, o cercando nel passato quella identità e sicurezza che dovrebbero trovare prima di tutto nella relazione col Signore. Diventano così “untuosi” come scrive il Papa.

Non è questione di essere più o meno peccatori perché tutti lo siamo. «Se andiamo da Cristo, se cerchiamo il Signore nella preghiera, quella di intercessione, di adorazione, siamo buoni sacerdoti, benché siamo peccatori. Se ci allontaniamo da Gesù diventiamo mondani, tristi, sempre insoddisfatti di dove operiamo».

Cari missionari, siamo diventati religiosi e sacerdoti per Lui, per amore del Signore. Cristo è il centro della nostra vita, se perdiamo questo centro perdiamo tutto; e cosa daremo alla gente?

2) L’altra faccia della moneta porta l’icona del missionario zelante. Al centro c’è il carisma del sacerdote: la carità pastorale nella quale possiamo investire anche la nostra umanità e affettività. Il sacerdote è fratello con altri fratelli, è padre e madre, nutre e cura le pecore. La cura del gregge è un’esperienza d’amore che esige energia e tenerezza. Le pecore non sono il mio lavoro, sono la ragione della mia vita per amore del Signore.

In cosa consiste la missione del sacerdote? In tutto quello che Gesù ha proclamato nella sinagoga di Nazareth: annunciare il Vangelo e prendersi cura di tutti; condividere l’esperienza del nostro incontro con Cristo, la gioia di essere discepoli innamorati. Siamo mandati per testimoniarlo e annunciarlo da persona a persona, da comunità a comunità, quando celebriamo e quando insegniamo, quando stiamo con la gente e quando ci occupiamo di cose pratiche.

Grazie per la vostra accoglienza, grazie per la fiducia che ho percepito, quando nel corso degli anni ci siamo incontrati e mi avete aperto il cuore condividendo le gioie e le fatiche del vostro ministero. Senza pretese faccio un po’ mie le parole di Paolo: «Così affezionato a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo, ma la stessa vita perché mi siete diventati cari».

Se c’è qualcosa che oggi sento essenziale, prioritario, ineludibile per me e per voi è centrarci sull’essenziale, e l’essenziale è il tesoro che ci è stato dato perché lo custodiamo gelosamente: «Li chiamò perché stessero con lui e per mandarli».

Non siano queste solo parole belle; sono la ragione della nostra vita. Se ci ricentriamo su questo, se ci centriamo sull’essenziale i conti torneranno sempre: sia che siamo in una bella e ricca comunità e parrocchia, sia che ci troviamo nelle periferie povere dove, in base a ragionamenti solo umani, nessuno vorrebbe andare. Sia che ci sentiamo capiti, sia che ci sentiamo poco valorizzati. Potremo più avanti riflettere anche sulla qualità delle nostre relazioni, ma alla luce del Vangelo e delle sue logiche.

Chiedo al Signore che siamo uomini di Dio, discepoli innamorati, servi disponibili ad andare dovunque ci fosse bisogno soprattutto dove sappiamo che ci sono i poveri e gli ultimi. E se non possiamo più andare che abbiamo il coraggio di restare e continuare ad offrire noi stessi là dove Dio ci pianta.

È vero, siamo pochi, ma se custodiremo e vivremo l’essenziale non dobbiamo temere; saremo contagiosi, capaci di suscitare una Chiesa popolo di Dio, dove tutti i battezzati si sentiranno pietre vive attorno alla pietra angolare che è Cristo. Missionari autentici, consacrati per la missione, discepoli missionari, testimoni instancabili della prossimità di Dio Padre verso tutti i suoi figli e figlie con l’impegno di operare per la nostra umanità e diventare “cantieri di fraternità”.  

Faccio mie le parole del salmo 88: «Ho trovato Davide mio servo, con il mio santo olio l’ho consacrato. La mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza. La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui. Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza».

Prego ogni giorno per ciascuno di voi e voi: pregate per me, perché sia fedele al servizio affidato alla mia umile persona. Vi voglio bene! A tutti e ad ognuno: auguri per il dono del sacerdozio, coraggio e avanti in Domino! (Roma, 06 aprile 2023).

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"Come missionari poi, dovete essere non solo santi, ma santi in modo superlativo" (VS, 111)

“E’ questo il fine primario del nostro Istituto –diceva Lui ai suoi missionari–  Non siete qui venuti per…; ma per farvi santi; allora e solamente allora adempirete bene il secondo fine…” (Conf. IMC. III, 258).

“Prima santi e poi missionari”

Sono molte le affermazioni dell’Allamano che rivelano la sua ferma convinzione che solo chi è santo può essere un vero missionario. Questa convinzione fa parte della sua identità di Fondatore, dunque, anche del carisma dei missionari e missionarie della Consolata. 

Per l’Allamano c’è una graduatoria esplicita tra un “prima” e un “poi” logici: prima santi, poi missionari. Prima va sottolineato l’essere della persona, quindi il suo operare, prima si tratta di curare il nostro essere, la nostra relazione con Dio che ci chiama ad essere Santi, poi dobbiamo trasmettere questa relazione agli altri. Agli studenti, infatti egli diceva: “Primo: siamo per farci santi in questa Casa: non per farci Missionari, ma per farci santi e poi Missionari”, “Prima la santificazione nostra, poi la conversione degli infedeli; prima noi e poi gli altri. (...) Prima di tutto sei venuto per farti santo; non bisogna cambiare i termini.”. (VS 111-112)

Dobbiamo cercare prima e anzitutto la santità poiché questa è presupposto fondamentale per la missione. L’attività apostolica e missionaria, secondo l’Allamano, esige la santità di vita. “Qualcuno crede che l’essere missionario consista tutto nel predicare, nel correre, battezzare, salvare anime: no, no! Questo è solo il fine secondario: santifichiamo prima noi e poi gli altri. Uno tanto più sarà santo, tante più anime salverà”. Per l’Allamano “è inutile voler convertire gli altri, se non siamo santi noi” poiché “se non si è santi…non si fa niente”. “Voler far buoni gli altri senz'esserlo noi è volere l'impossibile.” (VS 113).

Se l’affermazione “prima santi e poi missionari” indica chiaramente che è la santità che gioca il ruolo fondamentale nel rinnovamento della missione, più che i metodi e i programmi pastorali, altrettanto importante è sottolineare come sia la missione a contribuire alla santità del missionario: si tratta, cioè, di diventare “santi nella missione ad gentes”.

Per tanto la santità dell’apostolo si costruisce, si alimenta “facendo missione”, nel costante dono di sé, nell’amore e nel servizio concreto per i fratelli ai quali egli è inviato, in comunione con il Signore che cammina, respira, guarisce e consola la gente attraverso di lui (cfr. EG 266). 

Santità “alla mano” 

Molte volte abbiamo la tentazione di pensare che la santità sia riservata a persone troppo speciali, con doti eccezionali, fuori dalla nostra portata, a coloro cioè che hanno la possibilità di mantenere le distanze dalle occupazioni ordinarie, per dedicare molto tempo alla preghiera. Non è così. Tutti siamo chiamati ad essere santi vivendo con amore e offrendo ciascuno la propria testimonianza nelle occupazioni di ogni giorno, lì dove si trova cercando di essere “straordinari nell’ordinario”, “facendo bene il bene e senza rumore”.

La Missione ce lo ha dimostrato! Sono tanti i missionari, che abbiamo avuto la fortuna di conoscere, che hanno dato la vita, senza clamore, con umiltà, entusiasmo e dedizione, consumandosi a servizio dei poveri, visitando i villaggi, amministrando sacramenti, lasciando nella gente un ricordo indelebile di una santità diffusa, che si è fatta prossima, “alla mano”, perché un riflesso della presenza di Dio nella loro vita. (cfr. GeE 7).

Vita come cammino di santità

La santità è permettere allo Spirito di plasmare in te oggi quella parola e quel messaggio di Gesù che Dio desidera dire al mondo con la tua vita. 

La santità diventa quindi vivere in comunione con Cristo i misteri della sua vita. Pertanto, la misura della santità è data dalla statura che Cristo raggiunge in noi, da quanto, con la forza dello Spirito Santo, modelliamo tutta la nostra vita sulla sua (Fil.2,5). Così ciascuno di noi dovrebbe diventare un messaggio che lo Spirito trae dalla ricchezza di Cristo e dona alla gente.

Infatti “Ogni santo è una missione, è un progetto del Padre per riflettere e incarnare, in un momento determinato della storia, un aspetto del Vangelo” (Gaudete et exultate 19.21.23).

“Fare bene il bene. E quali sono i modi per fare bene tutte le cose? S. G. Cafasso offre alcuni suggerimenti. Il primo è di fare ogni cosa come la farebbe il Signore. Conformiamoci a Gesù, facciamo tutto come farebbe Lui, in modo che sia Lui a vivere e operare in noi. Domandiamoci perciò: «Se Gesù fosse al mio posto, come farebbe? Penserebbe così? Parlerebbe così? Agirebbe così?». Vorrei proprio che ciascuno di voi fosse un’immagine vivente di nostro Signore. Tutti i santi cercarono di configurarsi al Signore.” (Così vi Voglio n.6)

“Siamo chiamati a riscoprire la bellezza della vocazione missionaria come un cammino di conversione per diventare “discepoli missionari” alla scuola di Gesù, centro della nostra vita e della nostra missione” (cfr. Linee guida della Direzione Generale, Messaggio Programmatico all’Istituto dopo il XIII CG, pag. 11).

La mediocrità spirituale è una tentazione particolarmente subdola, sottile, non facile da individuare. Si insinua nella nostra vita, cresce nell’aridità dello spirito e germoglia sul terreno di una vita di preghiera stanca e monotona. La possiamo esprimere con le parole di Gesù Risorto alla chiesa di Efeso: “Sei constante e hai molto sopportato per il mio nome senza stancarti. Ho, però, da rimproverarti che hai abbandonato il tuo amore di prima. Ravvediti!” (Ap. 2,3ss). Con altre parole il profeta Osea rimprovera il popolo di Israele: “Il vostro amore è come nube del mattino, come la rugiada che all’alba svanisce” (6,4).

E’ il rischio di servire la causa del Regno con grande generosità e dedizione, ma lasciando annebbiare il rapporto personale con Gesù, senza accorgerci togliamo gli occhi da Lui, come sorgente e fine della missione, e così piano piano iniziamo ad affondare. Il primato non è più la persona di Cristo, il suo amore, ma il servizio a lui. E’ chiaro che i due aspetti sono inseparabili, ma la distinzione è fondamentale, perché solo l’amore di Cristo riempie la vita, rendendoci testimoni del suo amore. Il servizio, il lavoro, le attività che facciamo, nella misura in cui non sgorgano da una comunione di fede e di amore con Lui, diventano aride perdendo il profumo del Vangelo.

Spesso ci chiediamo perché la missione? È una domanda giusta ma interrogarsi troppo sul perché della missione può significare che non è più evidente l’esperienza dell’incontro con Cristo, che sta alla radice di ogni tensione missionaria. Quando si affievolisce la tensione, si amplificano le tensioni. 

Il papa Francesco lo sottolinea con molta forza: “Ogni cristiano è missionario nella misura in cui si è incontrato con l’amore di Dio in Cristo Gesù; non diciamo più che siamo ‘discepoli’ e ‘missionari’, ma che siamo sempre ‘discepoli-missionari’. Se non siamo convinti, guardiamo ai primi discepoli, che immediatamente dopo aver conosciuto lo sguardo di Gesù, andavano a proclamarlo pieni di gioia: «Abbiamo incontrato il Messia» (Gv 1,41)” (EG 120). 

Dobbiamo recuperare l’innamoramento a Gesù Cristo, come l’investimento totale della nostra vita, perché il Signore non può essere ridotto ad una frangia, un’appendice al panneggio della nostra esistenza. L’amore per Cristo se non ha il marchio della totalità, è ambiguo. Il part-time, il servizio a ore con Cristo non è ammissibile.

Innamorarsi di Gesù Cristo vuol dire: conoscenza profonda di lui, dimestichezza con lui, frequenza diuturna nella sua casa, assimilazione del suo pensiero, metterlo al centro della nostra vita.

Discepoli come nei vangeli

Nei sinottici, la conversione al Regno s’incarna nella radicalità di un lasciare tutto (lavoro, beni, relazioni originarie, famiglia) per seguire Gesù (cfr. Mc 1,16-20; 2,13-14), per stare con lui nell’itineranza missionaria (cfr. Mc 3, 13-19), per causa sua e per causa del Vangelo (cfr. Mc 10,28-30). Questo tipo di sequela qualifica in maniera eminente il gruppo dei Dodici (cfr. Mc 3, 14) ed il Risorto afferma che soltanto ritornando alle sorgenti dell’incontro con lui e della chiamata che ha fatto di noi dei discepoli-missionari potremmo sperimentare la potenza della sua resurrezione nella nostra vita: “Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto” (Mc 16,7). La Galilea di una quotidianità in cui ci siamo sentiti guardati, amati e chiamati dalla sua Parola, dalla sua presenza, dal suo passaggio (Pasqua!) nel cuore della nostra vita così com’era, così com’è. 

Il Quarto Vangelo usa un linguaggio diverso. Non basta “convertirsi”: è necessario nascere dall’alto, rinascere (cfr. Gv 3). Non è più sufficiente un “andare dietro”: occorre un’intimità maggiore, una radicalità diversa. Bisogna rimanere in, “vivere dentro” (cfr. Gv 15;17). La novità della sequela è una vita nuova, l’inabitazione trinitaria: “noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23)! Paolo direbbe: “Non vivo più io, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20; cfr. Fil 1, 21)! 

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16-06-2024 Notizie

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“La vergine mi inspira a fondare l’Istituto dei Fratelli”. Così affermava mons. Attilio Beltramino, missionario della Consolata e primo vescovo...

La durata in ufficio del parroco religioso

14-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

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Dopo tre anni di ricerca-studio, nella Facoltà di Diritto Canonico della Pontificia Università Urbaniana in Roma, il missionario della Consolata...

Etiopia: da mercanti a “promotori di sviluppo”

14-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

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In occasione del centenario della presenza delle Suore missionarie della Consolata in Etiopia (1924-2024),  offriamo alcune spunti di lettura per...

II Convegno Internazionale Warao: 10 anni di diaspora

14-06-2024 Notizie

II Convegno Internazionale Warao: 10 anni di diaspora

Una delle opzioni pastorali dei Missionari della Consolata in Venezuela, dal 2006, è l'accompagnamento del popolo Warao nel Vicariato di...

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