Approfittiamo della visita a Roma di Mons Alain Clément Amiézi, da solo un anno vescovo della diocesi di Odienné e in visita “ad limina” a Roma per farci dire qualcosa della chiesa che sta accompagnando come pastore e dove anche i Missionari della Consolata sono presenti con tre parrocchie.

Devo cominciare con dire che io sono vescovo da solo un anno ed originario di un’altra regione, molto lontana da Odienné e lontana non solo geograficamente ma anche religiosamente e culturalmente. Nella mia terra d’origine le comunità cristiane sono fiorenti e la chiesa conta con una gran popolazione. Invece noi a Odienné abbiamo pochi cristiani che vivono assieme a una gran maggioranza di popolazione mussulmana. Almeno il 90% della popolazione è di religione islamica.

Insomma siamo la diocesi missionaria e di prima evangelizzazione della Costa d’Avorio e per questo lavoro, per me una sfida importante che il papa Francesco ha messo sul mio cammino –prima ero educatore in seminario–, abbiamo bisogno di missionari, pazienza e disponibilità al dialogo. 

Per fortuna, e a differenza di paesi poco più a nord del nostro, le relazioni con il mondo islamico sono armoniose e francamente buone. In un modo o nell’altro riusciamo a vivere come fratelli. Poi ci sono le famiglie che professano la religione tradizionale africana e con loro è più facile un processo di evangelizzazione, ma con tutti c’è dialogo, armonia e rispetto che è un indispensabile punto di partenza sul quale costruire qualsiasi processo di annuncio della Buona Notizia di Gesù.

Per questo diamo anche molta importanza alla cura delle situazioni umane in cui vivono le persone... per esempio voi in Dianrá Village, dove siete, avete aperto un piccolo ospedale per sopperire ai bisogni di salute della popolazione in questo senso abbastanza abbandonata dallo stato. La Pastorale Sociale vuole essere il nostro biglietto da visita e parla di cura, attenzione, preoccupazione, vicinanza.

Odienné ha un territorio immenso e quindi il lavoro sarebbe impossibile se non contiamo con la solidarietà di tante chiese che ci sono vicine. Ci accompagnano, spesso anche da molti anni, alcuni missionari di comunità religiose come voi o i missionari del Pime, dello Sma e i Saveriani, ma poi anche un certo numero di sacerdoti diocesani. Quando era stata creata la diocesi di Odienné, che oggi non conta con nessun sacerdote nativo di questa regione, c’era stato l’impegno formale delle altre diocesi di sostenere il lavoro missionario in questo immenso territorio. Forse con qualche difficoltà ma questo impegno è stato mantenuto o sono 16 i sacerdoti “fidei donum” che provengono da altre giurisdizioni della Costa d’Avorio. In sintesi l’evangelizzazione di questo territorio è un fatto potremmo quasi dire sinodale, un cammino fatto insieme con la solidarietà di altre chiese della Costa d’Avorio e di tutta la chiesa universale rappresentata dai missionari e dalla missionarie presenti da anni fa di noi. Di questo impegno dovrei ringraziare specialmente il vescovo Jean Salomon Lezoutié, della diocesi di Yopougon. Lui è stato mio predecessore ed è ancora particolarmente vicino a questa chiesa... e non ci ha lasciato mancare la collaborazione di sacerdoti e seminaristi. Era stato lui ad accogliervi quando eravate arrivati a questa zona del paese.

Su questo punto, se devo essere sincero, sono anche abbastanza ottimista: anche se i cristiani siamo ancora pochi, ho visto nelle mie visite famiglie cristiane solide e capaci di testimonianza, da queste famiglie nascono e nasceranno le future vocazioni della chiesa di Odienné. In questo momento abbiamo un seminarista che persevera nel suo processo di discernimento e di consacrazione, spero, anzi sono sicuro, che ne verranno degli altri. 

Ad ogni modo voglio ribadire il mio ringraziamento ai Missionari della Consolata che da anni ci stanno accompagnando. Il papa Francesco nell’incontro che abbiamo avuto in questa visita Ad Limina... ci ha invitati a rinnovare l’impegno a favore delle vocazioni, tutte le vocazioni, perché assieme faremo e saremo chiesa.

 

Come avete potuto vedere è un po’ che non scrivo; sono più concentrato sulla comprensione di questa nuova realtà. Non è stato facile trasferirsi dalla Costa d'Avorio al Messico e non è stato facile lasciare San Antonio Juanacaxtle e venire a Tuxtla.

Mi sento un po’ addosso la “sindrome dell'impostore” perché mi sento come se avessi declassato il mio impegno missionario. Questa realtà è molto diversa: la vita missionaria è meno aspra, anche se poi le sfide missionarie siano molto presenti. La mia qualità di vita è migliorata, non c’è più la malaria e io mi sento in forma (nonostante gli anni che passano).

Attualmente sono molto concentrato sui giovani della parrocchia e sull'ascolto in chiave sinodale di tutte le persone che chiedono accompagnamento. 

Sto creando legami che mi avvicinano alle periferie esistenziali; sto toccando da vicino tanti drammi quotidiani, tanti itinerari storici stroncati da scelte sbagliate o delusioni inaspettate. Allo stesso tempo vedo che molte persone perdono l'opportunità di lasciarsi aiutare: ognuno di noi si costruisce la propria storia di salvezza.

Negli ultimo tre mesi sono stato particolarmente vicino alla nostra comunità indigena Tzeltal: un paio di domeniche al mese ci vado e creo anche dei legami, dando spazio a loro che sono  sempre stati esclusi e ignorati.

La promozione umana della nostra presenza passa attraverso un dispensario, un'équipe di psicologi e tanatologi, aiuti economici a persone in difficoltà, aiuti per l'educazione dei bambini di famiglie in difficoltà, formazione di gruppi e animatori parrocchiali.

Quello che resta forse un po’ in sospeso è l'animazione vocazionale: mi hanno mandato a Tuxtla apposta per questo ma non si trovano giovani con queste preoccupazioni;  c'è chi vuole essere sacerdote diocesano ma essere missionari ad gentes è difficile. La terra, la famiglia e anche solo l’alimentazione hanno molto peso esistenziale nelle loro opzioni. È vero che la chiamata missionaria è una grazia e una vocazione, ma ciò non mi impedisce di sentire che mi sostengo maggiormente dove ci sono oasi (come i giovani, l’ascolto in chiave sinodale, le periferie esistenziali, i popoli originari e la promozione umana) che dove c’è l'aridità (le vocazioni e l’animazione missionaria della chiesa locale).

Altri temi continuano ad essere assenti dal mio quotidiano e diventano una sfida alla mia missione: la costruzione della pace in una realtà così violenta; le alternative all'alcool e alla droga così diffuse in tante famiglie, il silenzio ecologico nella pastorale ordinaria. Sono attività per adesso in sospeso.

Il nuovo itinerario che si apre è quello della collaborazione con le persone che migrano. Il Chiapas è per loro una porta e un luogo di passaggio. L'obiettivo sono gli Stati Uniti o, se ciò non è possibile, Città del Messico, Guadalajara, Monterrey... Mi sto informando sulle possibilità che il Chiapas ci darebbe per avere una presenza più significativa in quest'area: è una realtà che ci interpella soprattutto come missionari della Consolata.

Per il resto sto bene, sono sereno e ringrazio Dio ogni giorno perché mi offre la possibilità di essere al servizio del suo Regno. Un servizio che ha senso malgrado la quantità di formalismi liturgici, strutture ecclesiali anchilosate, parrocchia stagnanti e una realtà clericalizzata, rigida e sacramentalista.

È l'acqua nella quale bisogna nuotare controcorrente, seguendo la spiritualità della trota. Vi ringrazio per il vostro sostegno, la vostra preghiera e le vostre preoccupazioni. È bello sapere che ci siete sempre. This is the way.

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* Ramón Lázaro Esnaola è Missionario della Consolata e lavora in Messico

Pubblichiamo la riflessione che il Superiore Generale, padre Stefano Camerlengo, ha condiviso con la comunità della Casa Generalizia a Roma il Giovedì Santo, 6 aprile, durante la Messa della Cena del Signore.

“Desidero tanto che siate compenetrati di nostro Signore!... Chi ama il Signore non ha nessun tedio, nessuna solitudine...Fare “Nostro” il Signore! ...Vedete l’importanza della Santa Messa! La Messa è il tempo più bello della nostra vita: una basterebbe a rendere felice chiunque venga a celebrarla. Anche se dovessimo prepararci per quindici o vent’anni per celebrarne una, quanto saremmo felici! Sarebbe il più grande compenso! Oh, la felicità di celebrare l’Eucarestia! ...Questa deve essere la festa del cuore, della riconoscenza!” (beato Giuseppe Allamano).

Tutto taceva nel momento dell’imposizione delle mani. Tutto quello che umanamente si poteva fare per prepararci bene alla missione a cui Dio ci aveva chiamati, era stato fatto, ora toccava a Dio, allo Spirito farci diventare quello che oggi siamo non per una nostra perfezione, ma per servire il popolo santo di Dio.

«Portare il lieto annuncio ai miseri, fasciare le piaghe dei cuori spezzati, proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri […] per dare agli afflitti di Sion una corona invece della cenere, olio di letizia invece dell’abito da lutto, veste di lode invece di uno spirito mesto» (Is 61, 1-7).

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Oggi, Giovedì Santo, vogliamo soffermarci sulla nostra chiamata a dedicare la nostra vita a Dio e ai fratelli nel ministero del presbiterato.

Papa Francesco parlava così ai preti il Giovedì Santo 2014: «Credo che non esageriamo se diciamo che il sacerdote è una persona molto piccola: l’incommensurabile grandezza del dono che ci è dato per il ministero ci relega tra i più piccoli degli uomini. Il sacerdote è il più povero degli uomini se Gesù non lo arricchisce con la sua povertà; è il più inutile servo se Gesù non lo chiama amico; il più stolto degli uomini se Gesù non lo istruisce pazientemente come Pietro; il più indifeso dei cristiani se il Buon Pastore non lo fortifica in mezzo al gregge. Nessuno è più piccolo di un sacerdote lasciato alle sue sole forze; perciò, la nostra preghiera di difesa contro ogni insidia del Maligno è la preghiera di nostra Madre: sono sacerdote perché Lui ha guardato con bontà la mia piccolezza (Lc 1,48). E a partire da tale piccolezza accogliamo la nostra gioia. Gioia nella nostra piccolezza!» (Francesco, Omelia Giovedì Santo 2014).

Cari missionari, consacrati per la missione: siamo un piccolo gruppo, siamo poca cosa di fronte alle necessità delle nostre comunità, della nostra gente, dei popoli che accompagniamo; ci sembra di non vedere futuro davanti a loro.

Molti di noi sentono il peso degli anni ma sono ancora in prima linea; altri portano nel cuore delle ferite che ogni tanto sanguinano. Alcuni vorrebbero servire delle comunità belle e vivaci e sentono la fatica di dover curare un terreno arido; alcuni sono un po’ spaesati di fronte ai cambiamenti sociali in atto, altri cercano altrove un cibo spirituale più nutriente e una fraternità più significativa.

Oggi il Pastore supremo, Cristo Signore, ripete a noi, proprio a noi, a te caro confratello, proprio a te: «Lo Spirito del Signore Dio è su di te, perché il Signore ti ha consacrato con l’unzione; ti ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri, a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, a proclamare la libertà degli schiavi, la scarcerazione dei prigionieri» (Is 61,1-3).

Guardiamo con stupore e con un sano timore di Dio quello che siamo, il tesoro che è stato donato a noi piccoli e fragili vasi di creta. Le gioie e le fatiche del nostro ministero sono quelle che anche Gesù ha attraversato ma senza mai perdersi anzi è andato sempre avanti forte della sua relazione col Padre e obbediente alla missione che gli era stata affidata. Come dire che gioie e fatiche non sono un incidente di percorso, ma erano tutte già nel conto di quando siamo diventati missionari.

Papa Francesco parla del sacerdote come di una piccola moneta con due facce: da una parte c’è l’effige del discepolo innamorato, dall’altra quella del missionario fervoroso, noi diremmo zelante secondo l’ispirazione dall’Allamano.

1) Il discepolo innamorato. All’origine della nostra chiamata c’è una realtà permanente: siamo stati chiamati per rimanere con Gesù, uniti a lui: «Li chiamò perché stessero con lui e per mandarli» (Mc 3,14). Questo rimanere in lui e segna tutto ciò che siamo e facciamo. È la “vita in Cristo” che garantisce la nostra efficacia apostolica e la fecondità del nostro ministero.

Scrive il Papa: «Non è la creatività, per quanto pastorale sia, non sono gli incontri, le pianificazioni, che assicurano i frutti, anche se aiutano e molto, ma quello che assicura il frutto è l’essere fedeli a Gesù, che ci dice con insistenza: “Rimanete in me e io in voi” (Gv 15,4)» (Francesco, Cattedrale di Rio, 27 luglio 2013).

La nostra relazione col Signore, tuttavia, non è mai scontata. Paolo raccomanda al discepolo Timoteo di non trascurare, anzi, di ravvivare sempre il dono che gli è stato dato per l’imposizione delle mani (1Tm 4,14).

Quando non alimentiamo il nostro ministero con la preghiera, con l’ascolto e la meditazione della Parola di Dio, con la celebrazione quotidiana dell’Eucaristia e anche con la frequentazione del Sacramento della Penitenza, finiamo inevitabilmente per perdere di vista il senso autentico del nostro servizio e la gioia che deriva da una profonda comunione con Gesù e si scade in una mediocrità che non fa bene né a noi, né alla Chiesa, né al mondo.

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Il sacerdote è per eccellenza il discepolo configurato al suo maestro: le beatitudini sono la nostra carta di identità, lo stile è quello di Gesù, obbediente al Padre e compassionevole con tutti. La nostra vita è vicina ai poveri e ai piccoli, la missione arriva al dono totale di noi stessi.

Su questo punto il Papa è molto duro: «Senza Cristo da unti si diventa untuosi» (Francesco, Omelia a S. Marta, 11.1.2014). I veri sacerdoti sono quelli che hanno un rapporto stretto con Gesù che è la loro pietra angolare. Un rapporto vivo, personale, da discepolo a maestro, da fratello a fratello, da pover’uomo a Dio.

Sull’altra sponda ci sono i sacerdoti che, avendo con Dio un rapporto “artificiale”, che non viene dal cuore, diventano vanitosi e scontrosi, sono sempre scontenti, insoddisfatti, arrabbiati; si legano alle forme più che alla sostanza; cercano un ministero alternativo o lanciandosi in avanti per sembrare moderni, o cercando nel passato quella identità e sicurezza che dovrebbero trovare prima di tutto nella relazione col Signore. Diventano così “untuosi” come scrive il Papa.

Non è questione di essere più o meno peccatori perché tutti lo siamo. «Se andiamo da Cristo, se cerchiamo il Signore nella preghiera, quella di intercessione, di adorazione, siamo buoni sacerdoti, benché siamo peccatori. Se ci allontaniamo da Gesù diventiamo mondani, tristi, sempre insoddisfatti di dove operiamo».

Cari missionari, siamo diventati religiosi e sacerdoti per Lui, per amore del Signore. Cristo è il centro della nostra vita, se perdiamo questo centro perdiamo tutto; e cosa daremo alla gente?

2) L’altra faccia della moneta porta l’icona del missionario zelante. Al centro c’è il carisma del sacerdote: la carità pastorale nella quale possiamo investire anche la nostra umanità e affettività. Il sacerdote è fratello con altri fratelli, è padre e madre, nutre e cura le pecore. La cura del gregge è un’esperienza d’amore che esige energia e tenerezza. Le pecore non sono il mio lavoro, sono la ragione della mia vita per amore del Signore.

In cosa consiste la missione del sacerdote? In tutto quello che Gesù ha proclamato nella sinagoga di Nazareth: annunciare il Vangelo e prendersi cura di tutti; condividere l’esperienza del nostro incontro con Cristo, la gioia di essere discepoli innamorati. Siamo mandati per testimoniarlo e annunciarlo da persona a persona, da comunità a comunità, quando celebriamo e quando insegniamo, quando stiamo con la gente e quando ci occupiamo di cose pratiche.

Grazie per la vostra accoglienza, grazie per la fiducia che ho percepito, quando nel corso degli anni ci siamo incontrati e mi avete aperto il cuore condividendo le gioie e le fatiche del vostro ministero. Senza pretese faccio un po’ mie le parole di Paolo: «Così affezionato a voi, avremmo desiderato darvi non solo il vangelo, ma la stessa vita perché mi siete diventati cari».

Se c’è qualcosa che oggi sento essenziale, prioritario, ineludibile per me e per voi è centrarci sull’essenziale, e l’essenziale è il tesoro che ci è stato dato perché lo custodiamo gelosamente: «Li chiamò perché stessero con lui e per mandarli».

Non siano queste solo parole belle; sono la ragione della nostra vita. Se ci ricentriamo su questo, se ci centriamo sull’essenziale i conti torneranno sempre: sia che siamo in una bella e ricca comunità e parrocchia, sia che ci troviamo nelle periferie povere dove, in base a ragionamenti solo umani, nessuno vorrebbe andare. Sia che ci sentiamo capiti, sia che ci sentiamo poco valorizzati. Potremo più avanti riflettere anche sulla qualità delle nostre relazioni, ma alla luce del Vangelo e delle sue logiche.

Chiedo al Signore che siamo uomini di Dio, discepoli innamorati, servi disponibili ad andare dovunque ci fosse bisogno soprattutto dove sappiamo che ci sono i poveri e gli ultimi. E se non possiamo più andare che abbiamo il coraggio di restare e continuare ad offrire noi stessi là dove Dio ci pianta.

È vero, siamo pochi, ma se custodiremo e vivremo l’essenziale non dobbiamo temere; saremo contagiosi, capaci di suscitare una Chiesa popolo di Dio, dove tutti i battezzati si sentiranno pietre vive attorno alla pietra angolare che è Cristo. Missionari autentici, consacrati per la missione, discepoli missionari, testimoni instancabili della prossimità di Dio Padre verso tutti i suoi figli e figlie con l’impegno di operare per la nostra umanità e diventare “cantieri di fraternità”.  

Faccio mie le parole del salmo 88: «Ho trovato Davide mio servo, con il mio santo olio l’ho consacrato. La mia mano è il suo sostegno, il mio braccio è la sua forza. La mia fedeltà e il mio amore saranno con lui. Egli mi invocherà: “Tu sei mio padre, mio Dio e roccia della mia salvezza».

Prego ogni giorno per ciascuno di voi e voi: pregate per me, perché sia fedele al servizio affidato alla mia umile persona. Vi voglio bene! A tutti e ad ognuno: auguri per il dono del sacerdozio, coraggio e avanti in Domino! (Roma, 06 aprile 2023).

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Sabato 18 febbraio nella parrocchia di Montecastello padre Francesco Giuliani ha ricordato il suo 50esimo di ordinazione sacerdotale. 

Nato nel 1945 a Cella di Mercato Saraceno, padre Giuliani racconta: «La mia vita è stata molto varia, con esperienze tanto diverse: in fondo, il missionario è proprio questo». Morendo la madre quando aveva solo due mesi di vita, Francesco viene allevato con grande amore dagli zii analfabeti che, però, credono fermamente nel grande valore della cultura al punto di mandare il nipote a studiare a Roma, dopo una bocciatura in prima media. Seguono il fidanzamento e il diploma di geometra. 

Arriva poi la vocazione e l'ingresso nei Missionari della Consolata di Gambettola, i quali mandano Francesco, ventenne, a studiare alla facoltà teologica di Milano dove studia.

L'ordinazione sacerdotale, conferita dal vescovo Gianfrenceschi nella chiesa di Montecastello, avviene il 18 febbraio 1973. Il canto "esci dalla tua terra" fu il più significativo del momento, fotografia di quel periodo del post Concilio. Viene scelta questa chiesa per l'amicizia e l'affinità di pensiero tra padre Francesco e il parroco don Giovanni Beltrami che, pochi mesi dopo, lo seguirà nello Zaire. Dopo quell'esperienza, ecco la missione in Canada, poi con i nomadi Afar di Gibuti. «Ora opero a Oujda, al confine tra Algeria e Marocco, dove ci sono migranti che escono dal deserto e spesso viene loro rubato tutto, anche l'umanità. Cerchiamo di rincuorarli». 

Negli anni 90' padre Francesco è stato anche assistente spirituale all'università Cattolica di Milano e poi al "Gemelli" di Roma. In questo periodo il fine settimana risiedeva a Montepetra. È seguita l'esperienza di parroco a Gualdo e la permanenza a Gambettola alla Consolata. «Pur in mezzo a crisi di ogni tipo, il Signore mi ha sempre rialzato e mi ha chiesto continuamente, e anche ora, di abbandonarmi a lui». 

Per ricordare il 50esimo di sacerdozio a Montecastello padre Francesco ha svolto una rilettura della sua storia di vita «alla luce della tenerezza di Dio». Sono poi seguite una Messa di ringraziamento e una cena di condivisione. Ora padre Francesco è a Lisieux agli esercizi spirituali, per ringraziare santa Teresa patrona delle missioni. 

*Redattore del Corriere Cesenate dove è stata pubblicata questa notizia il 2 marzo 2023

Giornata storica non solamente per il cardinale Giorgio Marengo e per gli altri vescovi che oggi sono stati creati cardinali, ma anche per la Chiesa che è in Mongolia e per i Missionari della Consolata. È impegnativo ricevere la responsabilità di contribuire alla guida della Chiesa universale a soli 48 anni, ma è un segno di grande stima da parte di papa Francesco per il servizio che è stato fatto e che si continua a fare in Mongolia e nel mondo.

Arrivando a Roma, mons. Giorgio Marengo, vescovo e prefetto apostolico, ha portato con sé un pezzo di Mongolia ed in particolare è stato accompagnato dal suo segretario don Peter Sanjaajav, che è uno dei primissimi preti mongoli, il secondo per esattezza, e due catechiste: Rufina Chamingerel e Monica Odzaya. Parlando con loro si respira la freschezza di una Chiesa che è agli inizi e che gode di quella benedizione che arriva diretta dai primi secoli, quando molte donne e uomini lasciavano trasparire dai loro volti la gioia di aver incontrato Gesù e la sua Bella Notizia e con il loro entusiasmo contagiavano altri ad incamminarsi per la stessa via.

La nomina a cardinale rappresenta una profonda attenzione del Santo Padre alla Chiesa che è in Mongolia, una realtà in cui la Chiesa è in minoranza ed è segnata da marginalità. E un grande incoraggiamento alla piccola comunità cattolica a rinnovare con fervore la propria fede.

Rufina e Monica, cosa significa per voi essere catechiste nel vostro Paese?

«La Mongolia è grande e la popolazione in rapida crescita, ma molto esigua rispetto alle dimensioni del territorio. Come catechisti siamo pochi, una trentina in tutto il Paese e gli strumenti per l’annuncio non sono molti, abbiamo una traduzione della Bibbia fatta dai protestanti e poco altro, ma la ricchezza più grande per noi è la presenza dei missionari: sono “vite che parlano”».

Qual è la gioia più grande e la fatica maggiore dell’essere catechiste?

«La felicità più grande - spiega Rufina - è proprio il poter parlare ai nostri connazionali di Gesù e del suo Vangelo, a volte, però, ti senti piccola di fronte a quello che devi annunciare e davanti a uomini e donne che spesso sono più grandi di te, con un’esperienza di vita ricca e che ha attraversato tante difficoltà».

«In Mongolia molte persone vivono ancora prive dei mezzi minimi per vincere la povertà ed è difficile pensare ad altro quando sei tutto intento a sopravvivere. Ci sono anche alcune persone benestanti che hanno studiato all’estero, ma a loro la proposta cristiana non interessa molto - spiega Monica - Quando vedo un gruppo di catecumeni di quindici persone che con il tempo si assottiglia e rimangono solo in quattro mi chiedo: sto sbagliando qualcosa? Come mai alcuni se ne vanno? È molto bello, però, accompagnarli e parlare loro di una Persona che ha cambiato la mia vita».

Don Peter, com’è che sei diventato prete e cosa ti coinvolge particolarmente del servizio alla tua Chiesa?

«Nel 2003 durante la notte di Pasqua sono stato battezzato e l’anno seguente ho iniziato a fare il catechista nella mia parrocchia, eravamo tra i primi. Una notte - racconta don Peter - ho sentito come una voce che diceva per tre volte: "Peter, Peter, Peter" e ho pensato che forse era una chiamata particolare. Le condizioni in Mongolia non sono semplici ed io ho iniziato ad andare a scuola solamente a quindici anni. Eppure, sono riuscito a portare avanti gli studi, sono partito per la Korea per frequentare il seminario e mi son detto: “Se nonostante abbia iniziato così in ritardo la scuola sono riuscito ugualmente ad arrivare fin qui, forse è un segno che la mia strada è proprio questa”. Adesso sono viceparroco della cattedrale e andare a trovare a casa le persone, in particolare quelle che sono più in difficoltà mi riempie di gioia».

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Nella foto da sinistra a destra Monica Odzaya, Rufina Chamingerel, Mons. Giorgio Marengo, don Peter Sanjaajav

Quale augurio fate a p. Giorgio che è appena diventato cardinale?

«Ho conosciuto p. Giorgio nel 2005 - ricorda don Peter -, quando era un giovane prete alle prese con lo studio della lingua mongola, poi è diventato responsabile di una delle più importanti missioni della Mongolia, ad Arvaikheer, vicino a Karakorum, dove Gengis Khan, molti secoli or sono aveva radunato i responsabili di tutte le religioni allora presenti nel Paese. Due anni fa p. Giorgio è diventato vescovo ed ora cardinale, ma è rimasto sempre se stesso, con la sua gentilezza e attenzione alle persone, con la sua passione missionaria. Gli auguro di continuare così e di non perdere la sua genuinità».

«Quando vedo p. Giorgio vorrei diventare come lui, con il suo sorriso, con la sua grande pazienza con tutti... - confida Rufina - P. Giorgio, ti siamo vicini!»

«Hai una responsabilità molto grande adesso, p. Giorgio, hai bisogno di un’équipe: noi ci siamo, qualunque cosa deciderai di fare, ti sosterremo».

Grazie p. Giorgio, grazie don Peter, Monica e Rufina perché ci trasmettete la bellezza di scoprire un mondo nuovo, una via non ancora percorsa, e contagiate anche noi con la voglia di essere cristiani veri, trasparenti, desiderosi di trasmettere con tanto rispetto ciò che ha conquistato il vostro cuore.

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