Omelia della Santa Messa nella “Steppe Arena” (3 settembre)

«O Dio, ha sete di te l’anima mia, desidera te la mia carne in terra arida, assetata, senz’acqua» (Sal 63,2). Questa stupenda invocazione accompagna il viaggio della nostra vita, in mezzo ai deserti che siamo chiamati ad attraversare. E proprio in questa terra arida ci raggiunge una buona notizia: nel nostro cammino non siamo soli; le nostre aridità non hanno il potere di rendere sterile per sempre la nostra vita; il grido della nostra sete non rimane inascoltato. Dio Padre ha mandato il suo Figlio a donarci l’acqua viva dello Spirito Santo per dissetare la nostra anima (cfr Gv 4,10). Tanti di voi sono abituati alla bellezza e alla fatica del camminare, azione che richiama un aspetto essenziale della spiritualità biblica, rappresentato dalla figura di Abramo e, più in generale, proprio del popolo d’Israele e di ogni discepolo del Signore: tutti, tutti noi infatti, siamo “nomadi di Dio”, pellegrini alla ricerca della felicità, viandanti assetati d’amore. Il deserto evocato dal salmista si riferisce, dunque, alla nostra vita: siamo noi quella terra arida che ha sete di un’acqua limpida, di un’acqua che disseta in profondità; è il nostro cuore che desidera scoprire il segreto della vera gioia, quella che anche in mezzo alle aridità esistenziali, può accompagnarci e sostenerci. Sì, ci portiamo dentro una sete inestinguibile di felicità; siamo alla ricerca di un significato e una direzione della nostra vita, di una motivazione per le attività che portiamo avanti ogni giorno; e soprattutto siamo assetati di amore, perché è solo l’amore che ci appaga davvero, che ci fa stare bene, che ci apre alla fiducia facendoci gustare la bellezza della vita. Cari fratelli e sorelle, la fede cristiana risponde a questa sete; la prende sul serio; non la rimuove, non cerca di placarla con palliativi o surrogati: no! Perché in questa sete c’è il nostro grande mistero: essa ci apre al Dio vivente, al Dio Amore che ci viene incontro per farci figli suoi e fratelli e sorelle tra di noi.

Questo è il contenuto della fede cristiana: Dio, che è amore, nel suo Figlio Gesù si è fatto vicino a te, a me, a tutti noi, desidera condividere la tua vita, le tue fatiche, i tuoi sogni, la tua sete di felicità. È vero, a volte ci sentiamo come una terra deserta, arida e senz’acqua, ma è altrettanto vero che Dio si prende cura di noi e ci offre l’acqua limpida e dissetante, l’acqua viva dello Spirito che sgorgando in noi ci rinnova liberandoci dal pericolo della siccità. Queste parole, carissimi, richiamano la vostra storia: nei deserti della vita e nella fatica di essere una comunità piccola, il Signore non vi fa mancare l’acqua della sua Parola, specialmente attraverso i predicatori e i missionari che, unti dallo Spirito Santo, ne seminano la bellezza. E la Parola sempre, sempre ci riporta all’essenziale, all’essenziale della fede: lasciarsi amare da Dio per fare della nostra vita un’offerta d’amore. Perché solo l’amore ci disseta veramente. Non dimentichiamo: solo l’amore disseta veramente.

Questa è la verità che Gesù ci invita a scoprire, che Gesù vuole svelare a voi tutti, a questa terra di Mongolia: non serve essere grandi, ricchi o potenti per essere felici: no! Solo l’amore ci disseta il cuore, solo l’amore guarisce le nostre ferite, solo l’amore ci dà la vera gioia. E questa è la via che Gesù ci ha insegnato e ha aperto per noi.

Anche noi, fratelli e sorelle, allora ascoltiamo la parola che il Signore dice a Pietro: «Va’ dietro a me» (Mt 16,23), vale a dire: diventa mio discepolo, fai la stessa strada che faccio io e non pensare più secondo il mondo. Allora, con la grazia di Cristo e dello Spirito Santo, potremo camminare sulla via dell’amore. Anche quando amare significa rinnegare sé stessi, lottare contro gli egoismi personali e mondani, correre il rischio di vivere la fraternità.

In vista del viaggio apostolico del Papa nel Paese asiatico, dal 31 agosto al 4 settembre, l'intervista ai media vaticani del cardinale Giorgio Marengo, prefetto apostolico di Ulaanbaatar e missionario della Consolata. "Questa visita - afferma - servirà anche a rafforzare i già buoni rapporti tra la Santa Sede e lo Stato”. L’arrivo del Pontefice preceduto dal pellegrinaggio, in tutte le comunità cattoliche, della statua della Vergine trovata in una discarica

Eminenza, cosa s’aspetta da questo viaggio del Papa che ha come tema "Sperare insieme"?

Credo che aiuterà soprattutto i fedeli cattolici mongoli a sentirsi veramente nel cuore della Chiesa. A noi, che viviamo geograficamente in una zona del mondo molto periferica, la presenza del Papa ci farà sentire non lontani ma vicini, al centro della Chiesa. E poi sarà importante per il rafforzamento dei rapporti tra la Santa Sede e lo Stato mongolo, che già sono buoni.

La Chiesa come si è preparata ad accogliere il Pontefice?

Questa visita per noi è molto importante e per questo l’abbiamo voluta far precedere dal pellegrinaggio della statua della Vergine Maria che fu trovata, qualche tempo fa, in una discarica del nord del Paese da una donna povera e non cristiana. Questa statua, che è la nostra patrona, sta visitando le varie comunità cattoliche.

(video di Gianni Valente, Agenzia Fides)

Quali sono le dimensioni della Chiesa che il Santo Padre verrà a visitare?

La chiesa mongola è composta da un gregge molto esiguo: millecinquecento battezzati locali radunati in otto parrocchie ed una cappella. Cinque di esse si trovano nella capitale e le altre in zone più remote. E’ una comunità piccola ma molto viva.

Quali sono le principali attività ecclesiali?

La Chiesa è impegnata per il settanta per cento delle sue attività in progetti di promozione umana integrale: dall’educazione alla sanità, passando per la cura delle persone più fragili. Ma si occupa anche della vita di fede che si concretizza con il pre-catecumenato, con il catecumenato, con la vita liturgica e con la catechesi continua. E’ una pastorale che cerca di concentrarsi soprattutto sulla qualità della scelta di fede delle persone. 

La Chiesa in Mongolia quali sfide deve affrontare?

La prima, quella più importante, è vivere secondo il Vangelo. La grande sfida per ogni comunità è quella di essere discepoli e missionari. E questa coerenza di vita si traduce nella necessità di un radicamento sempre maggiore nella società mongola, con la speranza di una più forte coesione della Chiesa particolare intorno ad un progetto comune. Un’altra sfida è quella dell’inculturazione, che ha bisogno di tempi lunghi perché accompagna la maturazione della fede in un determinato contesto culturale. Infine, c’è la sfida della formazione dei catechisti locali, degli operatori pastorali e, ovviamente, del clero locale ed internazionale.

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La maggioranza della popolazione si dichiara buddista. Per la Chiesa locale, quanto è importante il dialogo interreligioso?

Il dialogo interreligioso da sempre ha segnato l’esperienza ecclesiale in Mongolia. La Chiesa si trova ad essere, anche per necessità, in una situazione di assoluto bisogno di relazioni con i fedeli di altre tradizioni religiose. E’ una dimensione fondamentale che ci ha sempre accompagnato e che, negli ultimi anni, si è intensificata a tal punto che gli incontri tra i leader religiosi, che prima avvenivano annualmente, ora si organizzano ogni due mesi. 

La Chiesa della Mongolia come sta vivendo il cammino sinodale?

Quasi spontaneamente, perché la dimensione della sinodalità fa parte della nostra esperienza ecclesiale. La dinamica della consultazione di tutte le componenti ecclesiali appartiene alla prassi di questa Chiesa. È bello sentirsi in piena sintonia con tutto il mondo cattolico in questa fase in cui la Chiesa universale si ferma a riflettere maggiormente sulla sinodalità.

Qual è oggi la situazione sociale nel Paese?

La società mongola è in una fase di grande trasformazione. C’è una rincorsa veloce a modelli sociali e culturali che sono nuovi rispetto alla tradizione. E’ una nazione in fermento la cui crescita economica sta imponendo un cambiamento anche negli stili di vita che stanno diventando più aperti alla globalizzazione. Questo rapido sviluppo comporta delle opportunità ma anche dei rischi, come quello di lasciare indietro chi non riesce a tenere il passo oppure quello di indebolire alcune tradizioni locali che invece favoriscono una maggiore coesione sociale. 

Ascolta l'intervista completa

In questo secondo video, prodotto dall’Agenzia Fides, possiamo conoscere una delle comunità che il papa Francesco incontrerà in Mongolia e il cammino fatto dai Missionari si sono aperti cammino in questa piccola comunità.

Secondo l’ultimo censimento, ci sono meno di 20mila abitanti a Arvajheer. In quel piccolo centro abitato della Mongolia, 400 chilometri a sud della Capitale, i missionari e le missionarie hanno iniziato la loro opera apostolica giusto venti anni fa. Prima di allora, in quella regione non esisteva alcuna traccia di presenza della Chiesa cattolica.

Dal “nuovo inizio” della missione di Arvajheer prende le mosse il quarto video-reportage prodotto per l’Agenzia Fides da Teresa Tseng Kuang yi in vista del viaggio di Papa Francesco in Mongolia (31 agosto-4 settembre). Le immagini, il materiale d’archivio e le testimonianze inedite condensate nel video suggeriscono in maniera semplice e spiazzante a quali sorgenti di grazia attinge l’avventura missionaria vissuta in Mongolia negli ultimi decenni.

Arvajheer - spiega il Cardinale Giorgio Marengo, missionario della Consolata e oggi Prefetto apostolico di Ulaanbaatar, dopo essere stato per lungo tempo parroco nella piccola cittadina mongola del centro-sud - «è stata per me veramente la missione in prima linea», perché «un conto è la realtà della Capitale, un conto è la provincia, La campagna». I primi missionari e missionarie giunti a Arvajheer i missionari e le missionarie si lasciano alle spalle «quel po’ di certezze» che avevano acquisito nei primi tempi di presenza in Mongolia, per «aprirci di nuovo alla novità totale». Lì si riparte, si ri Poi il cammino si è dipanato in «una semplice testimonianza di vita con i più piccoli, con i più poveri». E cosi «è nato anche il desiderio da parte di alcune persone di avvicinarsi alla fede»

Nel video-racconto, le testimonianze di missionarie e missionari come padre James Mate, suor Magdalene Maturi e suor Theodora Mbilinyi affiorano quasi involontariamente i tratti distintivi di ogni autentica opera apostolica: la concretezza, la immanenza alla ordinarietà della vita dei popoli, l’umiltà gioiosa di chi riconosce che la missione di toccare e cambiare i cuori delle persone non è merito suo, ma opera di un Altro. «Niente è grande di quello che facciamo, solo l’amicizia e le piccole cose che possiamo fare con loro» si schermisce suor Theodora, che aggiunge subito di sentirsi «benedetta» perché le cose che ha visto a Arvajheer non sono quelle che solo «studiamo nei libri», ma sono «una cosa reale e viva».

Fatti e incontri reali e vivi - questo traspare dal video-reportage da Arvajheer - possono accompagnare nel tempo le vite dei missionari e delle missionarie, configurandole a Cristo. L’assimilarsi docile a Cristo è il segreto della fecondità di ogni autentica avventura missionaria. Non per volontarismo in cerca di visibilità attraverso imprese roboanti, ma lungo la via di una fedeltà grata e quotidiana. «Se pensiamo alla vita di Nostro Signore sui 33 anni che ha trascorso su questa terra» dice nel video-reportage il Cardinale Marengo «i primi trent'anni sono stati nell’anonimato di Nazaret. Poi tre anni di ministero e tre giorni di Passione, morte e Resurrezione». La vita dei missionari - annota il Prefetto di Ulaanbaatar -sembra spesso muoversi lungo «falsariga», con il succedersi di tante giornate «magari non così significative, almeno così sembra», ma vissute nella fedeltà al rapporto con Cristo. Cercando di costruire relazioni con gli altri come Gesù faceva coi suoi amici e discepoli. «E poi, dentro questo tessuto di vita, il Signore costruisce tutto il suo mistero di amore per le persone a cui noi siamo inviati». Non serve inventare strategie missionarie e «avere grandi progetti a tavolino», mentre conviene«aprirsi a quello che la realtà ci dice giorno per giorno». Così le persone possono accorgersi che «al di là delle nostre povere vite c'è un messaggio di amore, di misericordia che poi le tocca e che eventualmente le fa muovere verso la fede».

La gratitudine testimoniata dai battezzati mongoli, quelli che per primi sono stati mossi e attirati alla fede alla fede in Cristo, attesta come Cristo continui a esercitare la sua preferenza per i poveri e i piccoli. Nel video-reportage, gli anziani sposi Perlima e Renani raccontano la gioia di andare a messa e le preghiere con cui chiedono ogni giorno a Dio di proteggere le loro vite e anche il loro bestiame. Confidano di aver incontrato la piccola comunità cattolica in Mongolia in un tempo in cui con i loro quattro figli «la vita era molto difficile», non c’era lavoro e «non avevamo cibo tutti i giorni». Ma aggiungono che da allora, ogni sera, anche quando c’era poco da mangiare, «riconoscevamo di essere ricchi dell'amore di Cristo». 

APPROFONDIMENTO

I Missionari e le Missionarie della Consolata hanno organizzato due momenti di preghiera e di approfondimento in occasione del Viaggio Apostolico di papa Francesco in Mongolia (1-4 settembre), paese in cui la famiglia della Consolata è presente da 20 anni.

L’iniziativa prenderà il via il 31 agosto alle 20:30 presso il Santuario del Beato Allamano in corso Ferrucci 18, dove i Missionari e le Missionarie animeranno una veglia di preghiera per accompagnare il viaggio del papa verso Ulaanbataar, la capitale della Mongolia. Preghiere, canti e testimonianze permetteranno conoscere la risposta del popolo mongolo allo stile del “Vangelo sussurrato” che caratterizza la presenza della famiglia Consolata in Mongolia.

Il 1 settembre  alle 18 nella Sala dei Popoli del Polo Culturale (via Cialdini 4) luogo simbolo dell’incontro e del confronto tra le culture, verranno proposte alcune testimonianze moderate da Federica Bello, giornalista de “La Voce e il Tempo”. L’incontro del 1 settembre sarà fruibile anche in streaming sul Canale Youtube del CAM.

«Guardate a Lui e sarete raggianti». Il versetto del Salmo 34 è stato scelto come motto episcopale dal Vescovo Giorgio Marengo, missionario della Consolata e Prefetto apostolico di Ulaanbaatar, creato Cardinale da Papa Francesco nel Concistoro del 27 agosto agosto 2022. Guardando le immagini e ascoltando le parole del secondo video-reportage prodotto per l’Agenzia Fides da Teresa Tseng Kuang yi in vista del viaggio di Papa Francesco in Mongolia (1-4 settembre), il versetto-motto sembra cogliere la cifra intima della vita e dell’avventura missionaria di padre Marengo in Mongolia. Un’avventura in cui le gioie prevalgono in sovrabbondanza sulle fatiche, sulle difficoltà e sullo spettacolo delle proprie povertà. «Io –confessa il Prefetto di Ulaanbaatar fin dai primi passaggi del video– sono grato che il Signore abbia voluto mandarmi qui».

La «gioia più bella» è l’aver contemplato l’operare della grazia nel tempo, l’aver visto come «al di là di tutte le nostre difficoltà e le nostre povertà, il Signore si apriva la strada nel cuore di queste persone, che poi hanno deciso di affidarsi a lui». Il contemplare come poi «il Signore guidava la vita di queste persone, in maniera misteriosa e molto personalizzata. Questa è sicuramente la gioia più bella, accompagnare le persone nel loro cammino di fede».

Nel video-reportage scorrono ricordi e immagini degli inizi: il primo volo preso a 27 anni da Seul per raggiungere Ulaanbaatar («Sentimmo parlare le hostess in mongolo. Dicevo: chissà se un giorno riusciremo anche noi a imparare questa lingua»), la prima messa “pubblica” celebrata in una Ger, la tradizionale tenda mongola («Quello, me lo ricordo come un momento molto, molto bello»).

Il Cardinale Marengo accenna anche alle difficoltà e alle fatiche fatte per entrare nella lingua e nella cultura mongola, con la sua «matrice nomadica» così diversa dalle culture europee «sedentarie», e che si riflette anche nel modo di concepire le abitazioni e nella concezione del tempo: per una cultura nomadica «tutto dev'essere trasportabile, leggero e provvisorio», mentre nelle culture sedentarie c’è sempre la tendenza a «costruire cose che rimangono nel tempo».

Con la chiamata a far parte del Collegio dei Cardinali, padre Marengo fa notare che la sua esperienza di pastore di una piccola comunità ecclesiale locale «si allarga anche un po’ all'universalità della Chiesa, per offrire alla Chiesa universale quello che l'esperienza di una Chiesa missionaria così piccola e così nuova può avere». Il Cardinale missionario parla di un «doppio movimento», con il quale «la particolarità di questa Chiesa» viene vissuta «dentro l'universalità della Chiesa cattolica tutta». Il Cardinale coglie anche la convenienza di favorire uno «scambio» propizio tra «la freschezza della fede in un contesto come quello mongolo»e «la ricchezza della tradizione ecclesiale che ci arriva da Chiese con più lunga esperienza».

Questa è l’occasione propizia che si affaccia sull’orizzonte del prossimo viaggio di Papa Francesco in Mongolia: suggerire a tutti che ogni Chiesa è sempre Chiesa nascente, dipendente in ogni suo passo dalla grazia di Cristo, e non si “costruisce” per forza propria, anche nei posti in cui si sono alzate cattedrali grandiose e sono sorti Imperi cristiani; ogni Chiesa è “pellegrina” sulla scena di questo mondo, «la cui figura passa» (Paolo VI); ogni Chiesa è nomade, come le genti della Mongolia con le loro tende, sempre in cammino verso il compimento dei tempi.

* Gianni Valente. Agenzia Fides 25 luglio 2023

Cronaca dalla GMG

  • Apr 23, 2024
  • Pubblicato in Notizie
Messa d’apertura

La Messa di apertura della Giornata Mondiale della Gioventù si è svolta martedì primo agosto nel “Parque Eduardo VII” di Lisbona ed è stata presieduta dal cardinale Manuel Clement, patriarca di Lisbona. Nella sua omelia, ha dato il benvenuto ai pellegrini e ha augurato loro "una felice e stimolante Giornata Mondiale della Gioventù; Lisbona vi accoglie con tutto il cuore –ha detto– siete accolti dalle famiglie con i servizi che sono stati resi disponibili da tutti". 

La partecipazione

Gli organizzatori della GMG hanno reso noti martedì i primi dati relativi alle presenze; Jorge Messias, responsabile del dipartimento logistico della GMG, ha dichiarato che stanno partecipando alla settimana di celebrazioni giovani di tutti i paesi del mondo tranne le Maldive; "nella storia delle GMG è l’edizione con il maggior numero di nazionalità presenti". I pellegrini che si sono presentati il primo giorno e sono stati registrati sono 354 mila: la Spagna è il paese con il maggior numero di presenze (oltre 77 mila), seguita dall'Italia (con 59 mila partecipanti) e dal Portogallo, paese anfitrione, con 43 mila. I giovani francesi sono oltre 42 mila e dopo vengono i pellegrini provenienti dagli Stati Uniti.

Papa Francesco ha raggiunto Lisbona mercoledì mattina e in quella giornata si sono prima celebrati incontri istituzionali con il Presidente portoghese, con le autorità e con il corpo diplomatico. Nel pomeriggio si è raccolto in preghiera nel Monastero dei Jeronimos con vescovi, sacerdoti, diaconi, consacrati, seminaristi e operatori pastorali.

I Missionari della Consolata

Anche i Missionari della Consolata hanno proseguito con le attività destinate al gruppo di Giovani procedente da molti dei paesi nei quali lavoriamo e in quella mattina hanno visitato il quartiere di Zambujal dove da qualche anno siamo presenti in una periferia urbana povera e multietnica. Abbiamo vissuto un'esperienza straordinaria. 

Poi, nel tardo pomeriggio, un’altra esperienza di carità e solidarietà con gli anziani della Santa Casa della Misericordia di Amadora. In questo momento siamo stati anche sostenuti dalla gioia dei bambini della scuola che opera nella stessa struttura.

La sera ognuno dei nostri gruppi ha organizzato una sua presentazione; narrato le attività missionarie che svolgono nei rispettivi paesi; spiegato le sfide che stanno affrontano in ogni luogo i Missionari, le Missionarie e i Laici della Consolata. Un elemento presente in tutte queste narrazioni, peraltro molto variate, è la comune preoccupazione per la realtà giovanile che non bisogna abbandonare, ne va del futuro della chiesa e della missione. Abbiamo potuto sentire la voce di giovani provenienti da tre continenti: America, Africa ed Europa. Tra i rappresentanti del Brasile, c'era anche una coppia che rappresentava i Missionari Laici della Consolata: il loro esempio è stato significativo per tutti i genitori: da anni in missione con i figli che oggi hanno 16 e 19 anni.

La serata si è chiusa con una celebrazione culturale dove tutti hanno ballato e presentato danze proprie del loro paese con bellissimi indumenti. Questa sera, nel Parco Eduardo VII, parteciperemo alla cerimonia ufficiale di benvenuto con il Santo Padre. 

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