Padre Stefano Camerlengo è superiore generale dei Missionari della Consolata da 12 anni e ha fatto parte della Direzione Generale da 18. In questi giorni si celebrerà il Capitolo Generale che, fra le altre cose, dovrebbe nominare il suo successore. Nelle prossime quattro settimane il sito ospiterà alcuni sui interventi nei quali ricorderà alcune tappe significative della sua storia e riflessioni sul suo lungo mandato. Parlando del futuro della comunità che ha accompagnato da anni ha sintetizzato il suo atteggiamento carico di speranza dicendo: “il meglio sta ancora per venite”. 

In Repubblica democratica del Congo, o meglio in Zaire, come si chiamava allora, ho fatto la mia prima esperienza di missione, come diacono. Questo percorso è stato così positivo, e grande era il legame con la gente, che ho chiesto di essere ordinato sacerdote in mezzo a loro. La comunità nella quale avevo lavorato, mi aveva accettato come figlio: era la «mia nuova famiglia». 

Dopo l’ordinazione, passai un periodo di missione in Italia, nell’animazione missionaria e nell’accoglienza dei migranti, per tornare poi finalmente in Congo.

Qui ho fatto diverse attività. Ho vissuto in foresta, condividendo la mia vocazione con la gente dei villaggi più sperduti. Ho prestato servizio nella formazione dei giovani missionari e, infine, sono stato responsabile del gruppo dei missionari che lavoravano a Kinshasa, la gigantesca e brulicante capitale. 

L’esperienza in Congo è stata per me un grande dono di Dio. Ho vissuto momenti difficili per la situazione travagliata del paese. Ho sentito forte dentro di me il senso d’impotenza. La missione è anche questo: ti trovi a vivere situazioni nelle quali non hai potere su niente e devi condividere anche questa «inutilità». La missione è stata per me soprattutto «condivisione della debolezza». I pigmei dicono: «Lo scoiattolo è piccolo, però non è schiavo dell’elefante!». Questo per me è il Vangelo: la forza debole dei poveri. 

Poi ci sono esperienze bellissime, autentiche gocce di speranza che ti permettono di andare avanti, anche quando il cammino si fa troppo complicato. Come durante la guerra in Congo, quando ho dovuto abbandonare la missione, scappare con altri abitanti del quartiere, perché ci hanno informato che stavano per bombardare la zona. È un esodo di tristezza, di abbandono, di pianto. Ho vissuto con la gente sulla strada per tre giorni, sfollati. Finiti i bombardamenti ero pronto a tornare a vedere cosa era successo alla missione. Mi alzai, e allora, come per incanto, anche la gente si mise in piedi e decide di rientrare con me. Il missionario come vero pastore che in nome di Gesù riunisce, indica il cammino, marcia con la sua gente, da forza. Una cordata di fraternità e speranza!

Vita di missione

Queste esperienze di vita missionaria mi hanno marcato profondamente e me le porto dentro ancora oggi, in tutti i servizi che sono chiamato a svolgere. In particolare, posso riassumere tre idee-forza che non mi abbandonano mai.

1. Dobbiamo essere «degni» della missione, non dobbiamo aspettarci il ringraziamento della gente per la nostra presenza. Siamo noi che dobbiamo ringraziare perché ci accettano tra loro.

2. Nella missione è sempre di più quello che ricevi rispetto a quello che riesci a dare. Alla fine, ti trovi a essere sempre in debito, sia con la gente che con Dio Padre.

3. Se vuoi vivere e condividere la tua vita con gli ultimi e i poveri, devi accettarli per quello che sono e non come tu li vorresti; questo è l’inizio di ogni servizio e di ogni cambiamento.

La prima guerra del Congo

Durante la prima guerra del Congo, novembre 1996 – maggio 1997, ero vice superiore regionale e direttore del nostro seminario filosofico a Kinshasa. Tenevo i contatti tra la Direzione generale a Roma e cercavo notizie sui nostri confratelli nell’Est del paese, dove i ribelli tutsi Banyamulenge, appoggiati da rwandesi e ugandesi, combattevano le truppe di Mobutu. Questi fu poi rovesciato da questi eserciti arrivati a Kinshasa nel maggio del 1997. 

Le telefonate con Roma avevano tenori del tipo: «Le comunicazioni con i nostri missionari dell’Alto Zaire (Isiro, Doruma e Wamba) sono interrotte. I militari zairesi (l’esercito regolare di Mobutu), fuggendo dai ribelli Banyamulenge, saccheggiano quello che trovano sul loro passaggio. A Isiro per ora hanno confiscato le macchine, con la scusa di mantenere l’ordine nella zona. 

È arrivato a Kinshasa il penultimo volo da Isiro con 180 persone a bordo. Con loro c’è anche il nostro fratel Angelo Bruno. Gli è stato consigliato di ritirarsi perché era continuamente sotto pressione. Essendo meccanico, infatti, i militari zairesi ricorrevano notte e giorno a lui per farsi aggiustare i mezzi. Era andato per qualche giorno nella missione di Neisu e ora si trova a Kinshasa, in attesa di rientrare in Italia. Il vescovo di Isiro, e i missionari, si sono organizzati per nascondersi nella foresta. Hanno identificato alcuni posti e vi stanno portando tutto ciò possa servire per la sopravvivenza. 

A Kinshasa si è costituto un Consiglio dei religiosi, per valutare di giorno in giorno la situazione e prendere eventuali provvedimenti. Inoltre, io sono in permanente contatto con il Nunzio e con le autorità ecclesiali». 

O ancora: « Le comunicazioni via radio con Neisu e Wamba sono interrotte. Le informazioni che si ricevono sono incerte, tuttavia siamo sicuri che la città di Isiro è stata saccheggiata dai militari di Mobutu. Tutte le case dei religiosi sono state depredate, inclusa la nostra casa regionale e il vescovado». 

In quei frenetici giorni di dicembre 1996 e gennaio 1997, la guerra imperversava ad Est e temevamo per la sorte dei confratelli. Altri miei resoconti di quei giorni: «Dal 29 dicembre mi sono potuto mettere in comunicazione via radio con i nostri confratelli di Neisu. Hanno confermato il saccheggio della missione perpetrato durante la notte del 25 dicembre. Silvio Gullino e Rombaut Ngaba sono riusciti a scappare in foresta, dove si erano rifugiati gli altri dei nostri e le suore di Brentana. 

Le comunicazioni con Wamba sono invece più difficili. I Comboniani di Kisangani fanno il ponte radio tra Kinshasa e Wamba. Sappiamo così che in nostri missionari sono rifugiati in foresta».

La Direzione generale era molto preoccupata anche per la situazione di Kinshasa, dove i ribelli sarebbero poi arrivati. In capitale eravamo in sette missionari e quindici seminaristi del seminario teologico, molti dei quali non zairesi. Io restavo in stretto contatto con le ambasciate per un eventuale piano di abbandono del paese.  

I ribelli, appoggiati dagli eserciti rwandese e ugandese, arrivarono a Kinshasa a maggio. Deposero Mobutu, che aveva governato il paese per 27 anni. Al suo posto insediarono Laurent-Désiré Kabila, già guerrigliero in lotta contro il regime da molto tempo. Gli serviva avere un congolese come capo di stato, per nascondere l’occupazione straniera.

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La seconda guerra del Congo

Kabila però cercò rapidamente di sbarazzarsi degli alleati stranieri, troppo scomodi, perché interessati alle enormi risorse minerarie del paese. Di qui il tentativo di colpo di stato e il tragico bagno di sangue del 2 agosto 1998.

Iniziò così la Seconda guerra del Congo (1998-2003), detta anche «Guerra mondiale africana», a causa del numero di eserciti e milizie coinvolte.

In quel periodo mi trovai a gestire situazioni che non avrei mai immaginato.

Ciò che mi spaventava in quei momenti era la rabbia della gente. La guerra trasforma le persone facendo emergere la loro parte peggiore. In quei giorni, se prendevano un ribelle (miliziano o soldato straniero, ugandese o rwandese), non c’era possibilità di salvezza per lui, lo bruciavano vivo: un copertone intorno al collo, un po’ di benzina e un fiammifero.

In queste situazioni di psicosi collettiva, dove si giunge addirittura a misurare il naso della gente per decidere se è un ribelle ugandese oppure no, si perde il senso dell’umanità, e non c’è più niente che possa trattenere dall’assassinare il conoscente, il vicino, l’amico, anche per un minimo sospetto. 

Nell’agosto del 1998 i ribelli erano arrivati in città per conquistarla. Noi siamo rimasti per quasi una settimana alla mercé di tremila soldati nemici, che avevano invaso la nostra collina (sulla quale si trovava il seminario e altre case di congregazioni). I militari regolari di Laurent-Désiré Kabila, visto il numero degli invasori, erano fuggiti a fondovalle, e laggiù avevano organizzato la difesa della città. Hanno continuato a sparare per tre giorni senza sosta e noi eravamo tutti chiusi in casa. 

Gli ugandesi avevano bisogno di mangiare e qualcuno era ferito, così hanno iniziato a visitare i conventi e le fattorie. Sono venuti anche da noi, ci hanno detto di stare tranquilli, che ce l’avevano solo con Kabila. Parlavano swahili e anche io me cavo con questa lingua: grazie a Dio, altrimenti sarei morto!

La gente del quartiere era terrorizzata e nessuno sapeva cosa fare, allora abbiamo cominciato ad accoglierla, per rimanere un po’ uniti. C’erano sbandati e molti bambini soli perché i papà erano fuggiti per paura di essere presi dai soldati. Avevano fame, e abbiamo organizzato un’accoglienza e preparato del riso e altro cibo che rimaneva nelle scorte del seminario. Era poco quello che avevamo, e lo abbiamo condiviso con la gente. 

L’esodo e il pastore

Dopo tre giorni, è arrivata la notizia che i soldati di Kabila avrebbero bombardato la nostra zona, allora la gente ha cominciato a fuggire all’impazzata verso il fondovalle. 

Il tutto è avvenuto in maniera precipitosa, senza avere la possibilità di pianificare niente. Ho preso uno zainetto con quattro documenti dentro e niente altro, né cibo, né biancheria e siamo andati con la gente. C’era una fiumana di persone che scendeva la collina, ciascuno si tirava dietro i bambini, una pentola, due stracci… altro che esodo!

Dovevamo attraversare i posti di blocco militari e ogni volta mi hanno minacciato e molestato più degli altri. Poi non so cosa sia successo, ma mi sono ritrovato in ginocchio sulla strada con un mitra puntato alla testa. Ce l’avevano coi i bianchi (i soldati regolari): «Voi preti avete aperto le chiese, avete accolto i ribelli ...». In effetti erano entrati anche nelle nostre chiese, ma quando ti trovi tremila soldati armati, cosa fai? A quel punto rimasi muto d’incredulità, di stordimento, di paura. E poi mi è entrata una grande pace. Non so quanto sono rimasto in quella posizione, un minuto o un’eternità. So solo che quando ho riaperto gli occhi non ho visto più nessuno e allora ho rincorso la gente e ho continuato il mio esodo, sentendomi… risorto!

Tre giorni dopo, era domenica, quando il bombardamento è cessato, c’è stato un momento molto toccante. La gente mi si avvicinava per dirmi: «Grazie padre, perché sei rimasto con noi» e tante altre parole di amicizia e solidarietà. E poi i confratelli che mi cercavano, insomma è stato bellissimo reincontrarci.

Lunedì mattina, ho preso il coraggio a due mani e ho deciso di tornare alla casa. Mi sono messo in cammino con i tre seminaristi e alcuni amici e, come per miracolo, la gente in massa si è accodata camminando dietro di noi. Più salivamo la collina e più la processione si ingrossava. Se il venerdì la nostra era stata una discesa drammatica, il lunedì è stato un rientro glorioso, pieno di speranza. 

 

Il missionario oggi

Non è facile oggi, nel mondo attuale, guidare un istituto internazionale come il nostro. Saper leggere il segno dei tempi a livello mondiale ed essere profetici per il futuro. Più che certezze, in effetti, mi porto dietro dei desideri.

1. Che tutto sia fatto in nome della missione, in altre parole, che si possa mettere la missione sempre e comunque al primo posto.

2. Che ogni decisione, anche se dolorosa, sia presa nel rispetto delle persone, sia dei missionari, sia della gente locale.

3. Che coloro che camminano con più fatica siano i nostri «preferiti».

4. Che si impari a essere più positivi che negativi, sempre e comunque portatori di speranza in mezzo a tanta disperazione.

Il ruolo del missionario oggi è cambiato, perché la società, la chiesa, il mondo sono cambiati e stanno vivendo un profondo processo di trasformazione.

Il missionario deve essere un «ponte» tra le culture e, soprattutto, tra chiesa e società in mutazione. Una società con la quale la nostra azione deve confrontarsi, che non deve essere vista come la «bestia» da combattere, ma come realtà da capire e luogo «dello spirito», dove Dio parla ancora a uomini e donne. 

Un altro servizio che vedo per il missionario oggi è quello di richiamare l’attenzione sulla presenza, spesso volutamente dimenticata, di coloro che rimangono ai margini della società e, talvolta, anche della nostra chiesa. Il missionario deve mantenere viva l’attenzione all’altro.

Infine, un aspetto che mi sembra importante per il missionario moderno è il suo impegno a proporre cammini di speranza, lavorando in rete con tutti quelli che cercano di costruire un mondo migliore.

Grazie per la pazienza nel leggermi, grazie per il dono grande della missione e della gente. Mi auguro che con questo scritto possa aiutare a guardare all’altro come un fratello, una sorella, in cammino con me, con te sulle strade della vita!

A tutti e ad ognuno: coraggio e avanti in Domino!

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Padre Stefano in occasione della inaugurazione del Polo Culturale Cultures and Mission di Torino. Foto Marco Bello

I Missionari della Consolata hanno iniziato a Roma il XIV Capitolo Generale. L'incontro si svolge dal 22 maggio al 25 giugno con la partecipazione della Direzione Generale, i Superiori e i Delegati delle tredici circoscrizioni di Africa, Asia, America ed Europa.  Il tema centrale dell'incontro è: "Mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra" (At 1,8) come consacrati per la missione ad gentes.

Il Superiore Generale, Padre Stefano Camerlengo, inaugurando il capitolo, ha detto rivolgendosi ai capitolari: “questo è un momento profetico e visionario per affrontare le sfide del mondo di oggi, dove insieme possiamo essere più fedeli al nostro carisma, segnando il nostro comune impegno per la missione ad gentes”. Padre Stefano ha invitato tutti a lasciarsi “guidare dallo Spirito del Risorto”, simboleggiato dalla luce del cero pasquale, che illumina il cammino dei discepoli missionari per essere “una Chiesa in uscita”.

Sinodalità interculturale

Al XIV Capitolo Generale partecipano 41 missionari: 24 africani, 9 europei, 6 latinoamericani e 2 asiatici, in rappresentanza di 13 circoscrizioni. La diversità della provenienza dei partecipanti a questo Capitolo mostra il volto multiculturale dell’Istituto con le sue relative dinamiche interculturali. I rappresentanti hanno diversi volti e storie, ma tutti sono identificati con il Carisma lasciatoci dal Fondatore, il b. Giuseppe Allamano:"consacrati per la missione ad gentes per tutta la vita". Questo è un segno di speranza.

Il cammino di preparazione al XIV Capitolo Generale ha seguito un percorso ispirato alla pratica della sinodalità. È iniziato più di un anno fa con il documento preparatorio inviato a tutti i missionari e alle comunità. L'ispirazione biblica tratta dal libro dell'Apocalisse ci ha invitato ad ascoltare "ciò che lo Spirito dice oggi all'Istituto". Con le risposte e i contributi la Commissione precapitolare e la Direzione generale hanno preparato il documento dei Lineamenta che ha sviluppato due nuclei tematici: a) Identità e Carisma: bere alla propria fonte; b) Missione: un Istituto in uscita.

Con i contributi dello studio dei Lineamenta, è stato preparato l'Instrumentum Laboris per il XIV Capitolo Generale. I temi principali sono: il missionario nella comunità (identità e carisma); un Istituto in uscita (la nostra missione ad gentes); organizzazione ed economia per la missione.

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Momento di grazia e di proiezione

Celebrato ogni sei anni, il Capitolo Generale è un momento di grazia in cui l’Istituto si ferma a riflettere sulla vita e sulla missione ad gentes. Oltre all'elezione del Superiore Generale e del suo Consiglio, è l'occasione anche per valutare il cammino percorso, prendere decisioni sull'organizzazione e proiettare il futuro con creatività e rinnovato slancio missionario.

Coi suoi 122 anni di storia, l'Istituto dei Missionari della Consolata è oggi una Congregazione multiculturale e internazionale che conta  906 missionari provenienti da 30 paesi, che vivono in 231 comunità in 29 paesi in Africa, America, Asia ed Europa.

C’è un pensiero –da qualche tempo mi è venuto in mente– che voglio condividere con voi e ha un po’ a che vedere con i miei 50 anni di sacerdozio che il prossimo mese di settembre celebrerò. Sono nato in un paese della provincia di Caldas in Colombia che era composto quasi nella sua totalità da cristiani cattolici, in una famiglia di persone molto devote educate, fin da piccole, nei principi della religione cattolica. 

Era inevitabile che la mia formazione fosse eminentemente cattolica: sacramenti a suo dovuto tempo; battesimo, cresima, prima comunione e, in questo contesto, anche il desiderio di essere sacerdote e missionario. In una prospettiva di fede dovremmo dire che Dio ci ha quasi portato  per mano, è intervenuto in modo determinante nella storia di ognuno di noi. Personalmente ho sempre considero un privilegio non solo essere un cristiano cattolico, ma anche essere un sacerdote missionario.

Ora mi chiedo, se invece di essere nato in Colombia e in America Latina fossi nato in India o in Pakistan, in Giappone o in Cina, come sarei in questo momento? Potrei essere musulmano, buddista, animista o confuciano? E se così fosse questo che significato avrebbe per me e per la mia vita? Forse, ma in tutt’altra prospettiva, direi lo stesso che ho appena affermato, che sarebbe un privilegio essere... e che anche lì Dio mi ha fatto diventare ciò che sono.

Sarà possibile che tutti quelli che appartengono ad altre culture ed altre religioni debbano essere in qualche modo infelici per il semplice fatto che io mi senta fortunato per essere nato in condizioni diverse e lontane? 

Diciamo giustamente che la buona notizia di Gesù è così valida e buona che dovrebbe arrivare fino ai confini della terra in modo che tutti possano entrare a far parte dell'ovile della nostra comunità cristiana... eppure quella meta sembra ogni giorno più lontana per le concrete condizioni e possibilità della chiesa oggi. Ci sono milioni di persone che probabilmente non avranno la possibilità di ascoltarla la buona notizia di Gesù, o anche solo comprenderla. Cosa vorrà Dio per loro?

Ebbene, io penso che quello che Dio vuole è che siano brave persone, secondo le convinzioni che hanno, e che cerchino di vivere nel migliore modo possibile: in armonia, in pace, in unione, in solidarietà, in collaborazione e servizio. Molte religioni condividono fra di loro principi e orientamenti analoghi e propongono cammini di vita buona per i loro fedeli. Sono convinto che questo è ciò che Dio vuole per ogni essere umano.

Il lavoro missionario in questo senso cambia profondamente: bisogna lasciarsi alle spalle tanto proselitismo, smettere di qualificare i missionari in base al numero dei battesimi che hanno celebrato, dimenticare la massima del medioevo "extra ecclesiam nulla salus", fuori dalla Chiesa non c'è non salvezza.

Oggi il senso del nostro impegno missionario sarebbe certamente diverso. Nella nostra comunità IMC abbiamo alcune esperienze che ci possono guidare: il lavoro con gli indigeni Yanomami in Brasile dove non sono mai stati celebrati battesimi; quello delle missionarie della Consolata nei Paesi asiatici dove hanno aperto missioni con magre o incluso inesistenti comunità cristiane; quella che con loro stesse condividiamo in Mongolia dove la missione si è configurata come una testimonianza discreta, vicine alle persone, trattando di vivere come discepoli di Gesù Cristo.

Il dialogo religioso, interreligioso e spirituale potrebbero definire i nuovi orizzonti della missione. Vivere la misericordia cristiana con i più poveri sarebbe anche un aspetto importante del nostro stare in mezzo ai popoli non cristiani. E poi lasciare che lo Spirito di Dio faccia il resto.

Ci stiamo avvicinando a un nuovo Capitolo Generale e dobbiamo rivedere il senso del nostro carisma di fronte a queste sfide che appartengono propriamente alla sensibilità religiosa del nostro mondo moderno. L'ad gentes, come proposto da Giuseppe Allamano a suo tempo è stato molto puntuale, preciso e chiaro nei suoi destinatari che erano i non cristiani dei popoli dell'Africa. Circostanze successive ci hanno portato in America Latina, che era un continente già largamente evangelizzato.

Dopo il capitolo del 1999 e nei capitoli successivi, abbiamo visto come gli orizzonti del nostro annuncio si sono progressivamente allargati verso altri areopaghi, accogliendo e coprendo tante situazioni umane di povertà. La domanda “ma cosa dobbiamo fare” ci ha accompagnato da allora in tutti i successivi capitoli generali e si è presentata nuovamente anche nella preparazione di questo che è prossimo a celebrarsi.

Bisognerà forse ritornare ad un ad gentes più delimitato come quello che proponeva il Fondatore ai suoi primi missionari oppure dobbiamo continuare a guardare con attenzione e speranza i segni dello Spirito che indicheranno i luoghi dove oggi noi siamo chiamati a seminare la speranza cristiana?

Nel documento di lavoro del Capitolo diciamo che il Beato Allamano, se fosse vivo, si impegnerebbe anche lui sulla strada del discernimento per dare indicazioni per continuare a spendersi nella missione ad gentes. 

Reinterpretare il pensiero del Fondatore secondo questo mondo che ci interpella è forse la cosa più importante che dobbiamo fare nella nostra assemblea capitolare. E poi rivitalizzare la nostra vocazione, la nostra testimonianza, il nostro ministero è anche garanzia di fecondità e occasione per formulare proposte attraenti per i giovani ai quali dobbiamo offrire un progetto con novità e futuro.

Sono molto fiducioso che il capitolo faccia passi in questa direzione e la mia speranza è che, giungendo alle conclusioni finali del nuovo capitolo, si possano scoprire modi rinnovati per continuare a testimoniare Cristo nella missione.

*Orlando Hoyos è Missionario della Consolata, lavora a Bogotá (Colombia) e ha partecipato al corso dei Missionari con 50 anni di ordinazione e professione religiosa appena da poco concluso a Roma.

 

Sogno Amazzonico

"L'amata Amazzonia appare davanti al mondo con tutto il suo splendore, il suo dramma, il suo mistero" (QA, 1). 

Con questa illuminazione è nata la voglia di immortalare la bellezza della nostra amata Amazzonia e l’abbiamo fatto per mezzo di un colorato mural. Io sono un giovane a cui piace molto dipingere e creare spazi e momenti creativi, quindi, quando ho visto un grande muro bianco nel nostro Noviziato, la mia mente si è messa a lavorare ed è nata la proposta di realizzare un disegno allegorico che rappresentasse la presenza di Dio nella nostra Amazzonia.

Mi sono ispirato in immagini esistenti per pensare a un contenuto nuovo da esprimere nel nostro mural. Inizialmente avevo pensato in tre rappresentazioni separate che raccoglievano immagini che appartenevano ai nostri popoli nativi, ma poi, dopo essermi confrontato con il maestro e gli altri membri della comunità, sono arrivato alla conclusione che sarebbe stato meglio una sola rappresentazione che unisse tutti gli elementi. Tutti i membri della comunità hanno partecipato nella sua realizzazione: i miei fratelli novizi Ángel e Johan, fratel Tarcisio e il maestro padre José Martin, ci sono stati suggerimenti, collaborazioni e siccome la stessa Amazzonia è segno di diversità e comunità, anche questo lavoro in qualche modo lo era.

Il risultato finale ha una forma di cuore ed è composto da molti elementi che appartengono alla nostra fede e all’ambiente amazzonico nel quale è immerso il nostro noviziato. Quest'opera cerca di risvegliare «il senso estetico e contemplativo che Dio ha messo in noi e che a volte lasciamo atrofizzare» (QA, 56). Ve la presento per parti:

SUL LATO SINISTRO si può vedere la figura di una donna, che rappresenta la Vergine Maria, dipinta con tratti indigeni, perché nostra Madre è sempre vicina ai suoi figli: la Madre che Cristo ci ha lasciato, pur essendo l'unica Madre di tutti, si manifesta in Amazzonia in modi diversi» (QA, 111). Sulla testa ha tre piume che rappresentano la sua verginità prima, durante e dopo la gravidanza.

Attorno ci sono dipinte tre farfalle che volano nel cielo; loro rappresentano l'umiltà, la purezza e l’ubbidienza, le virtù della nostra amata Madre che siamo invitati ad imitare, insieme ad altre che nel mural sono rappresentate dai fiori colorati. 

In braccio ha un bambino che non è solo Gesù ma rappresenta tutti i suoi figli adottivi, ai quali offre conforto e amore. L’Ara, uccello tipico dell'Amazzonia, vuole rappresentare lo Spirito Santo, che feconda, rafforza e fa fruttificare non solo il grembo di Maria ma anche il grembo delle madre terra e delle culture che popolano questo grande polmone vegetale.

SUL LATO DESTRO troviamo l’immagine Gesù Risorto. È dipinto sovrapposto alla mappa dell'America Latina e ci ricorda le sue stesse parole: “Io sono la risurrezione e la vita. Chi crede in me, anche se muore, vivrà» (Gv 11,25). Anche se risorto questo Gesù è sagomato come una croce per dirci che non c'è risurrezione, né vita nuova, senza croce e sofferenza. Anche questo Gesù presenta lineamenti e un pennacchio indigena, segno di autorità, che ci vuole ricordare la corona piena di Gloria che non appassisce e per la quale dobbiamo tendere (cfr 1 Pe 5,4).

La mappa dell'America Latina è dipinta con i colori primari, da cui derivano tutti gli altri colori, e questi vogliono rappresentare l’identità e allo stesso tempo il pluralismo e la diversità di paesi, culture e realtà del nostro continente. Il colore verde presente ci ricorda il grande polmone vegetale e altre zone selvatiche e boschive, presenti in questa porzione di mondo. 

Il fiume che attraversa la mappa ci ricorda che “in Amazzonia l’acqua è la regina, i fiumi e i ruscelli sono come vene, e ogni forma di vita origina da essa... l’acqua abbaglia nel gran Rio delle Amazzoni, che raccoglie e vivifica tutto all’intorno... [citazioni di testi poetici di Euclides da Cunha, Os Sertões (1946) e Pablo Neruda, Amazonas in canto general (1938) riportati in QA 43-44]. Queste acque confluiscono in Gesù, quindi, gli indigeni nella canoa si dirigono verso Lui, che è la fonte della Vita Eterna.

Il Tucano, appollaiato su un ramo, è un uccello sacro nelle tradizioni di molti popoli indigeni e permette il legame fra il mondo dei vivi e quello dei morti, la sua presenza ci ricorda il coraggio e la fatica dei nostri antenati, l'eredità che da loro abbiamo ricevuto come segno di ricchezza culturale, ricerca di migliori condizioni di vita e opposizione ad ogni oppressione. 

Anche in questo segmento del mural sono dipinte tre farfalle che rappresentano i pilastri della nostra fede: scrittura, tradizione e magistero.

Ci sono anche cinque frutti di guaranà, una frutta tipica dell'Amazzonia, molto apprezzata dagli indigeni brasiliani ancora molto prima dell'arrivo dei portoghesi, consumarla aumenta la resistenza negli sforzi mentali e muscolari. La loro particolare forma ad “occhio aperto” ci ricorda l’importanza della scrittura: le quattro vicine all’immagine di Gesù crocefisso e risorto rappresentano i vangeli e invece la quinta, più discosta, ci ricorda l'apostolo Paolo, grande predicatore del Vangelo. Sono rappresentati come occhi aperti perché esprimono la testimonianza di coloro che hanno visto con i loro occhi e l'incontro splendido di quegli uomini e donne che hanno incontrato il Risorto. Come lo ricorda la Dei Verbum  “i Vangeli costituiscono la principale testimonianza relativa alla vita e alla dottrina del Verbo incarnato, nostro Salvatore” (n.18)

NELLA PARTE CENTRALE c’è un cuore che batte come segno di vitalità e forza. Ci ricorda le parole che il Signore comunicò al profeta Ezechiele: «vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, toglierò da voi il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne» (Ez 36,26).

Dallo stesso cuore sgorgano acqua e sangue a simboleggiare la misericordia di Dio per l'umanità attraverso suo figlio Gesù, rappresentato da un pesce (simbolo che i primi cristiani utilizzavano per parlare di Gesù). Dallo stesso cuore poi, nella parte superiore, appare una mano che ci parla di lavoro e di un Dio Padre che si prende cura e risolleva i popoli sofferenti. 

hanno un valore simbolico anche le persone che sono rappresentante in questa parte del mural: un giovane e un anziano (la lotta e la saggezza dei popoli indigeni); una giovane donna e una adulta (la purezza e la bellezza dei popoli indigeni e della loro vocazione comunitaria). 

A loro volta sono presenti 2 uomini, 1 giovane e 1 anziano, che rappresentano, e 2 donne, 1 ragazza e 1 adulta, che rappresentano  arricchiti dalla grande cultura della comunità senso.

Tutti insieme ci ricordano che “la lotta sociale implica una capacità di fraternità, uno spirito di comunione umana” che vediamo nei popoli originari dell’Amazzonia. “Essi vivono così il lavoro, il riposo, le relazioni umane, i riti e le celebrazioni. Tutto è condiviso; la vita è un cammino comunitario dove i compiti e le responsabilità sono divisi e condivisi in funzione del bene comune. Non c’è posto per l’idea di un individuo distaccato dalla comunità o dal suo territorio” (QA 20)

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Infine, nella parte superiore del mural si intravede un cielo azzurro, che ci ricorda la meta e destinazione finale di tutto il nostro camminare, un cielo che è comunque vincolato con il verde delle foglie nella parte inferiore, simbolo di Speranza. Tutta la diversità dei colori rappresenta la diversità di culture, tradizioni, popoli ed esperienze che compongono la bellissima Amazzonia.

* Jhonny González è un novizio venezuelano del Noviziato San Óscar Romero dei Missionari della Consolata a Manaus

Padre Giovanni Cavallera, morto nel 1987, aveva dovuto abbandonate l’Africa alla fine della seconda guerra mondiale come conseguenza de quel conflitto che l’aveva improvvisamente allontanato dalla sua missione in Sudan ed Etiopia per farlo passare da diversi campi di prigionia prima di rimandarlo definitivamente in Italia. Dopo sei anni passati in Argentina torna in Italia con la nostalgia dell’Africa che aveva lasciato e si trova con Mons. Carlo Re, anche lui esule dall’Africa e diventato nel frattempo vescovo di Tempio Pausania (Sardegna) che lo invita nella sua diocesi ad occuparsi del piccolo borgo di Tergu. 

È amore a prima vista! Tergu, al nord della Sardegna con le sue case sparse in mezzo alla campagna, con tanto lavoro sociale da fare, con il suo antichissimo santuario (secolo XI) dedicato a Nostra Signora di Tergu, che è patrona di tutta la l’Anglona, sarà da lui ribattezzato “la mia nuova Africa”. Ci resta dall’anno 1959 fino al giorno della sua morte e inaugura la presenza dell’Istituto nell’isola. Il suo passaggio ha lasciato un segno indelebile nelle persone che hanno conosciuto tutto il suo impegno missionario, soprattutto i più piccoli che sono stati beneficiati del suo concreto impegno educativo.

A più di 35 anni di distanza dalla sua morte quei bambini non sono più tali ma è così importante il ricordo che portano nel cuore di questo missionario che hanno voluto dedicargli una statua situata nei pressi della parrocchia che aveva servito. A continuazione un messaggio letto al momento della benedizione della statua fatta dal vescovo di Tempo Mons. Sebastiano Sanghinetti.

Frutto dell’animazione del padre Giovanni anche la vocazione e l’impegno missionario di due sorelle che sono diventate missionarie della Consolata: suor Natalina e suor Aurora Cossu, la prima in Mozambico e la seconda in Brasile. Sono attese in paese per le loro vacanze nel prossimo mese di Luglio.

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Caro padre Giovanni

ciò che hai donato alla nostra comunità, non è cosa semplice da descrivere in poche righe. Sei stato la nostra giuda spirituale ma anche quella sociale e culturale

Quando sei arrivato tra noi la tua anima missionaria ha subito capito che c'era da rimboccarsi le maniche: in primis ricordiamo le varie attività per la formazione religiosa; la tua catechesi spiegata con parole semplici ma incisive, accresciute dal tuo esempio e dalla tua opera.. hai costruito il gruppo di azione cattolica che teneva uniti noi giovani, ma anche il gruppo CIF che univa anche la nostre mamme.

Tergu era allora una frazione, ma non di un solo comune, e sarebbe stato troppo semplice, bensì di tre comuni. Ti sei subito prodigato per darci anche nel campo culturale e civile una formazione, hai iniziato con il dare vita ad un asilo (Esmas), con la tua vecchia 600 multipla prima e il pulmino 850 poi: eri lo scuolabus dei più piccoli, facevi il giro del paese per prenderli la mattina e poi riportarli il pomeriggio. Approfittando poi del fatto che la televisione pubblica aveva iniziato un corso di preparazione per la scuola media, hai preso accordi con il preside di Castelsardo che, previo esame annuale, ha dato la possibilità a molti di noi di avere la licenza media e, per chi ha voluto di proseguire gli studi, di avvicinarsi al mondo del lavoro con un titolo di studio.

Per incrementare il lavoro femminile hai preso accordi con una ditta tessile del continente, creando per un folto gruppo di ragazze un percorso lavorativo attraverso un laboratorio di maglieria.

Sarebbe molto lungo elencare tutto quello che con il tuo sorriso, le tue opere, la tua grande disponibilità, la tua capacità di ascolto e il tuo garbo hai dato alla nostra comunità.

Nei tuoi ultimi anni, con l'avanzare dell'età, sembravi stanco e non in buona salute ma la tua proverbiale allergia ai medici e alle medicine ti ha indebolito ancor di più. Forse, come hai detto una volta, si avvicinava l'ora di tornare alla casa del padre, così che il 7 febbraio del 1987 hai lasciato la tua vita terrena nella comunità che hai amato tanto e dalla quale eri ricambiato.

Grazie padre Giovanni, sei stato la nostra stella polare, ti porteremo sempre nei nostri cuori. (Mariuccia, Gruppo Missionario di Tergu)

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