I primi missionari/e sono senza dubbio il libro più eloquente che narra dell’Allamano come fondatore, padre e maestro. Vi presentiamo una breve biografia di Padre Ernesto Gilardino (1898 – 1937). Dai frutti conoscerete l’albero (cf. Mt 7, 16-20).

GILARDINO P. ERNESTO

Infanzia, gioventù e formazione alla missione

Ernesto Gilardino, ottavo figlio che venne a rallegrare la famiglia dei coniugi Carlo Gilardino e Teresa Torrione, nacque il 16 luglio 1898 a Corsila, Biella. Mentre frequentava assiduamente la parrocchia come chierichetto, sentì la voce del Signore che lo chiamava al Suo servizio. Diceva alla sua buona madre: « Mamma, voglio farmi prete »; ma la pia signora, che pur tanto avrebbe desi­derato di vedere un suo figliolo incamminarsi per la via del Santuario, triste doveva rispondere: « È impossibile, figliolo, siamo tanto poveri e chi ti potrà aiutare a pagare la retta in Seminario? ».

20240127ErnestoErnesto, al termine delle elementari, cercò quindi un impiego in una delle tante manifatture della sua Biella per essere di aiuto in qualche modo alla famiglia. All’età di 19 anni, infuriando la prima guerra mondiale, venne mobilitato e inviato in servizio al campo di aviazione di Venaria (Torino). «Non è che io facessi l’aviatore - diceva - non volo mai, non faccio che ripulire motori e caricare bombe ». Ma se egli non volava, nei giorni festivi sapeva scavalcare il muretto di cinta al campo per recarsi ad ascoltare la S. Messa e fare la Comunione. Alla chiesa poi si recava assiduamente nei tempi di libera uscita per passare lunghe ore dinnanzi al SS. Sacramento.

Al termine del conflitto, Ernesto tornò alla sua manifattura e venne incari­cato dell’assistenza ad una cinquantina di tessitrici: di lui il direttore dello stabi­limento si fidava. Il giovane assistente iniziò e svolse il suo lavoro come un vero apostolato. I1 suo cuore puro, che traspariva nello sguardo sereno, il suo comportamento modesto e dignitoso, le sue parole brevi: «Su, state buone,... abbiate pazienza,... perché parlate così?», dette con tanta convinzione, esercitavano un effetto magico e creavano nello stabilimento un’atmosfera nuova a cui nessuno poteva sfuggire.

Poiché la brama di essere sacerdote gli ardeva sempre in cuore, nei momenti liberi attendeva alla lettura di qualche buon libro o, dinnanzi ad un compagno condiscendente, si esercitava a leggere ad alta voce sunti di prediche, allo scopo di correggersi di un difetto di pronuncia, ben sapendo che l’esercizio del mini­stero sacerdotale è essenzialmente ministero di parola. Quando poi il gruzzolo raggranellato con i suoi risparmi gli parve sufficiente per pagarsi la retta in Semi­nario, cominciò a frequentarvi lezioni private serali su materie proprie del ginnasio, potendo poi meritare per la sua costanza ed impegno di esservi accettato il 14 ottobre 1922.

Si trovava da breve tempo in quel tanto bramato nido, quando al seminario di Biella arrivò un Missionario in cerca di vocazioni. Attratto dalla parola viva e persuasiva del P. Lorenzo Sales, Missionario della Consolata, il Gilardino sentì nascere in cuore il desiderio di lavo­rare per la conversione degli infedeli e pregò il Signore a fargli conoscere la sua volontà attraverso il Direttore Spirituale. Conosciutala, pronto alla chiamata, il 27 ottobre 1923 entrò nell’Istituto delle Missioni della Consolata.

Ernesto Gilardino con i suoi nuovi compagni aspiranti missionari continuò ed ultimò il biennio di Filosofia, e nell’ottobre 1924 fu ammesso al Noviziato che compì nella Casa di Pianezza sotto la guida del P. Giuseppe Nepote. Sotto la guida del Maestro, Gilardino approfondisce ulteriormente il suo rapporto con Dio, lo spirito dell’Istituto mettendo in pratica scrupolosamente gli insegnamenti del Fondatore. Lo stesso Maestro si accorge che Ernesto è portato sovente a manifestazioni di scrupolo che lo rendono dubbioso, titubante. L’ubbidienza pronta al Maestro gli permette di superare facilmente questo eventuale pericolo. È ammesso alla Professione Religiosa  e con gioia, il 15 ottobre 1925, emette i suoi voti. E da Pianezza passa al Seminario Maggiore a Torino, per lo studio della Teologia.

Il Ch. Gilardino di fisico robusto, di indole mite, seria e fattiva, non si distingueva per l’intelligenza vivace, ma per l’attenzione e l’impegno di rendersi conto di tutto e di approfondire il senso delle cose e delle parole. Poiché la memoria non lo favoriva, studiava con “ostinazione” e, con frequenza fino a tarda notte, potendosi servire della luce che proveniva da una lampada della strada, senza essere di disturbo ai compagni nella camerata.

Era sempre pronto ad offrirsi spontaneamente ad ogni fatica, e a questa generosità univa un’osservanza religiosa delicata, una vita di preghiera intensa. Alla scuola del Fondatore, Can. Giuseppe Allamano, che imparò subito ad amare ed apprezzare, si trovava pienamente a suo agio. Però quella vicinanza al Fondatore durò poco perché il Signore lo chiamò a sé il 16 febbraio 1926.

Nel secondo anno di Teologia venne incaricato dell’assistenza dei Fratelli Coadiutori. Attese all’ufficio con grande interessamento, ma soprattutto con grande amore. Partecipava alla vita dei Coadiutori, ai loro lavori, gioie e pene, aveva occhio ai loro bisogni, li assisteva infermi, li istruiva con parole buone e semplici, instillando l’amore a Dio e alla vocazione, li correggeva. « Preferisco un rimprovero dall’Assistente - diceva uno di essi - che una lode da un altro ».

Il 17 gennaio 1929 scrive finalmente ai suoi di casa: “Papà, fratelli e sorelle carissimi, notifico a voi tutti, carissimi, la lieta notizia: il 27 gennaio corrente, riceverò l’Ordinazione Sacerdotale. Inutile che esprima la mia felicità dopo tanti anni di attesa e di sospiri… Già, quanti anni? Più di venti, una vita! Comunicatelo agli zii, alle zie, ai cugini e parenti questa fausta notizia. Non vi nascondo però la mia titubanza nel vedermi dal Signore eletto a sì eccelsa vetta. E come non sgomentarmi, riflettendo alle parole di San Paolo che afferma dover essere il sacerdote un altro Gesù Cristo? La dignità è grandissima, la responsabilità ancora maggiore. Per questo, carissimi, oggi più che mai mi raccomando vivamente alle vostre preghiere, al fine di ottenere dal Signore la grazia di rendermi meno indegno di salire il santo altare”.

Ed i buoni Fratelli Coadiutori, che tanto amavano il loro Assistente, come gioirono il 27 gennaio quando nella chiesa di Gesù Nazareno a Torino, lo videro ordinato sacerdote per le mani di Mons. Ermenegildo Pasetto! Lo videro ancora in mezzo a loro per altri due anni, fino al giorno in cui tutto contento potrà finalmente annunziare: « Partirò presto: sono destinato alla Prefettura del Kaffa ».

Ormai alla vigilia della partenza, P. Gilardino dovette sottostare a una crisi non indifferente: sono io adatto alla missione? Potrò io affrontare le difficoltà di un nuovo ambiente, di una nuova lingua? Forse che la mia vocazione non sia la vita contemplativa? Questi dubbi non li chiuse in se stesso ma li rivelò al suo Padre Spirituale, P. Sandrone. Il Padre spirituale che lo conosceva bene lo rassicurò: va avanti sereno, questa è la tua vita e la tua strada!

La Missione

Ernesto con i Padri Colombo Cristoforo e Ricci Antonio lascia l’Italia con la nave ‘Genova’ il 4 ottobre 1931. Non dimentica che è la festa del Santo di Assisi e sotto la sua protezione affida il viaggio e la sua missione. Su quel viaggio, P. Gilardino lascia alcune pagine di ‘Note’ che fissano bene le impressioni, la sua gioia nel vedere l’Africa, i contatti con i passeggeri e le persone nei porti. Giunto finalmente sul campo, trascorre alcuni mesi alla Procura di Addis Abeba per una prima ‘climatizzazione’ alla vita africana e di missione, e poi passa alla residenza di Gouder a 144 km da Addis Abeba. Qui P. Gilardino trascorreva le sue giornate vicino alla mola del mulino e nello studio della lingua. Il 17 marzo 1932 viene nominato Superiore della Missione di Ghimbi, nel Wollega, dove rimane fino al 1° novembre 1935.

La missione di Ghimbi era situata in una zona fertile e salubre, sopra i 1500 metri, anche se risentiva ancora degli influssi malarici delle zone basse e paludose. Qui i missionari della Consolata, fin dal loro arrivo nella zona (1918), pensarono di farne un punto strategico per la loro presenza. La missione venne posta sotto la protezione di S. Michele Arcangelo. A poco a poco, attorno alla piccola cappella eretta in onore dell’Arcangelo, i missionari radunarono le prime famiglie cristiane. All’arrivo di P. Ernesto, P. Quaglia offre volentieri la conduzione della missione al neo arrivato e parte subito per un nuovo compito. La lingua ancora non gli viene bene, ma P. Ernesto non si scoraggia. Fin dai primi giorni il suo unico intento è quello di annunciare Cristo e curare il gregge che gli è affidato. E si mette subito di buzzo buono ad andare incontro alla gioventù, avviare nuove scuole, visitare gli ammalati, curare l’istruzione dei catecumeni. Nei momenti liberi si dedica volentieri a tanti lavoretti per i miglioramenti della missione.

Bertone prima e poi P. Farina giungono ad aiutarlo. Ed è proprio P. Farina a raccontare tanti aneddoti sulla vita della missione di Ghimbi e di P. Gilardino che P. Giuseppe Mina raccoglierà nelle 200 pagine del libro-biografia del confratello: “A ognuno la sua stella”. Anche un veloce accenno ad essi comporterebbe troppo spazio. Soltanto due esempi dello “stile missionario Gilardino” che caratterizza la sia vita: “Padre Gilardino ha la sensazione profonda di quello che è il compito del missionario: irradiare luce. Per questo egli predica tanto volentieri, anche se il ministero della parola è per lui grave fatica. Ma per predicare – in forma vera e propria – non è sempre possibile, è sempre possibile parlare di Dio alle anime che si incontrano lungo il cammino.

Si tratta di sapere cogliere l’occasione, e a padre Ernesto le occasioni non mancano mai. Le trova al mulino, nell’incontro fortuito lungo la carovaniera. L’uomo che sale alla collina in cerca di lavoro, il povero che gli stende la mano, il fanciullo che gli corre incontro, il pagano che siede dinnanzi alla capanna, il negoziante di ‘tief’, tutti gli servono per gettare un ponte, stabilire un contatto di vita! Dolcemente, con quel sorriso buono che spiana la via, tronca le prevenzioni, suscita desideri di bene e lascia nell’animo di chi lo incontra un richiamo salutare” (pp. 83-84).

“Quei semi gettati con tanto amore, germogliano, crescono, si sviluppano al calore della grazia divina. I catecumeni aumentano di anno in anno e le feste vengono rese più belle dal conferimento dei Battesimi solenni: alla vita terrena che sfugge, sono aperte le vie dell’eterno gioire. Monsignor Luigi Santa, il nuovo Prefetto Apostolico, viene per amministrare la Cresima dopo una preparazione che s’è prolungata per mesi. Oltre cinquanta giovinezze devono essere segnate col Crisma della Forza, Soldati di Gesù. Quanto è bello mirare quel gruppo di biancovestiti attorno a Monsignore! Padre Gilardino tiene l’ultima istruzione ed è presente pure il Superiore: ora egli non ha più bisogno di leggere la predica, e i suoi accenni si fanno teneri, scuotono ed appassionano, commuovono: c’è chi piange. Effusione dello Spirito, quella! Anche Monsignore è commosso” (p. 89).

Ecco altro passo del libro, quanto mai eloquente nell’illustrare lo “stile missionario Gilardino”: “O l’Africa ti brucia o tu bruci l’Africa, dice un missionario. Padre Gilardino ‘brucia l’Africa’ perché ha incontrato Colui che ‘ha portato fuoco sulla terra’. Lo Spirito Santo, quando trova un’anima docile, se ne impossessa e soavemente la guida. Padre Ernesto è uno di quelli cui fa da guida il Signore. Al Malca Hola aveva trovato un ambiente difficile, freddo, con appena un centinaio di cristiani. Poco alla volta egli riverbera l’onda del fervore vissuto ed il bene germoglia: i cristiani salgono ora a trecento e nuove messi maturano lentamente ma sicuramente”  (p. 117).

Ernesto non si arroga mai la pretesa di fare tutto da solo. Cerca, ovunque possibile, dei collaboratori: P. Farina, le Suore, i catechisti, i capi villaggio. Li rende responsabili affidando loro mansioni alla loro portata e non superiori alle loro forze. P. Farina si assume la responsabilità della scuola dei ragazzi e le Suore quella delle ragazze. La formazione morale e spirituale la riserva a se stesso. Per la visita ai villaggi si alterna con P. Farina.

Dove P. Ernesto trovasse la forza per portare avanti un ritmo così intenso di evangelizzazione, è facile indovinarlo. Basta vedere come impostava le sue giornate. Al mattino lunghe soste davanti al tabernacolo precedono la celebrazione dell’Eucaristia. Altrettanto alla sera, dopo una cena veloce, eccolo dirigersi furtivo verso la chiesa. E ora il tempo è tutto suo per un colloquio prolungato con il suo “amico” Gesù.

Nel 1935 scrive in Italia al fratello Teodoro: “La mia occupazione è sempre quella che sapete: catechismi, scuola, visite ai malati, preghiera”. Il 15 agosto segna una svolta nella missione di Ghimbi. Giunge l’ordine perentorio alle Suore missionarie di partire subito per la capitale, perché l’Italia è entrata in guerra con l’Abissinia. Anche i due missionari si tengono preparati per una ormai non lontana partenza dalla missione. Affidano alle persone più fidate la missione, rimandano a casa gli allievi e le allieve, preparano le comunità cristiane…

La partenza dei missionari è per fine ottobre. A nostri due si uniscono altri missionari della zona e la meta è Asmara per aggirare pericoli di imboscate. Il viaggio è lungo e dura un mese e mezzo perché devono passare attraverso il Sudan e raggiungere l’Eritrea. Le peripezie e gli intoppi durante il viaggio non si contano. Il 19 dicembre giungono ad Asmara, dopo un viaggio di 2.800 km percorsi in 49 giorni. Da Asmara i nostri missionari proseguono per Addis Abeba e, dopo alcuni giorni di riposo, vengono subito tutti arruolati come cappellani militari delle truppe italiane di occupazione.

Gilardino, sebbene a disagio con il nuovo compito per il fatto di essere al servizio delle truppe di occupazione, si butta a capofitto nel lavoro che gli è più congeniale, la cura pastorale delle persone. Messe e confessioni, aiuto ai feriti negli ospedali, disponibilità a recarsi anche in luoghi disagiati dove si incontrano le truppe. Nei soldati P. Ernesto non vede uomini di guerra, ma dei poveri giovani, lontani dalla patria e dalla famiglia, che non comprendono nulla di quella guerra, che sentono il bisogno di contattare le loro famiglie lontane e sovente non ne sono in grado. Padre Ernesto fa di tutto per dare loro una mano, sovente prendendosi lui stesso l’impegno di scrivere ai parroci in Italia per avere notizie dei familiari dei soldati, oppure nel fare lunghe code per sbrigare pratiche negli uffici governativi al loro posto.

Gilardino viene poi nominato cappellano dell’Ospedale Italiano, adiacente alla Casa Procura dei missionari, che rigurgita di ammalati, sia italiani che indigeni. Qui, in mezzo ai malati, trascorre gran parte delle sue giornate: consola, rinfranca gli scoraggiati, ma soprattutto cerca di riconciliarli con Dio. A lui interessa soprattutto la salute spirituale di quei poveri infermi.

Anche le carceri degli indigeni divengono presto una porzione del suo servizio pastorale. Riesce a comunicare con molti carcerati, grazie alla sua conoscenza della lingua oromo. Molti di loro invece parlano amarico che lui non conosce. Eccolo allora dedicarsi con impegno allo studio di questa difficile lingua, aiutato in questo da P. Bruno Michele. E proprio qui, in mezzo ai suoi carcerati, contrarrà il tifo petecchiale, che in breve tempo lo porta alla tomba.

L’eroicità del missionario

Il P. Gilardino nel periodo del suo apostolato africano, come già aveva fatto in Italia, agì con la diligenza e costanza tenace di chi vuole compiere a perfe­zione il suo dovere. Dapprima si applicò con tutta la sua energia allo studio della lingua indigena per poter capire gli africani e per poter dire loro quello che gli ardeva in cuore.

Sapeva che la bontà è la prima e più potente arma che fa breccia sul cuore dell’uomo e l’usò con tutte le persone che incontrò sul suo cammino: indigeni, soldati, ufficiali, ammalati, prigionieri. Per gli indigeni era il «Padre buono », per gli altri una « Mamma » un « vero sacerdote » sempre pronto a dare con i doni spirituali, una buona parola, un sorriso, l’aiuto di piccoli servizi.

Amò tanto il prossimo, perché tanto amava Dio al quale si teneva unito con continua preghiera. La S. Messa era per lui il momento più bello della giornata il « suo Tabor » come diceva.Quando si recava da un posto all’altro, seminava di Ave Maria il suo cammino; e a sera riprendeva il colloquio con il suo Signore, protraendolo per lunghe ore nella notte: diverse mattine fu trovato addormentato ai piedi del Tabernacolo.

Egli insegnava che « le anime si comprano a prezzo di sacrifici. Non si fa mai troppo per esse, se pensiamo a Gesù che per salvarle è morto in croce ». Per maggiormente rassomigliare al Divino Maestro e meritare le sue benedizioni, era amante del lavoro che gli si presentava nella giornata e lo impreziosiva con non poche mortificazioni e vere penitenze corporali. « Padre buono, abbiatevi riguardo... Che cosa faremo noi se vi ammalate? Per amore dei nostri figli abbiatevi riguardo ».Egli ascoltava commosso questa supplica dei suoi cristiani di Ghimbi, li ringraziava, ma non poteva promettere: « Voi, miei buoni anziani, avete ragione, ma io sono missionario!».

Gilardino avrebbe voluto far di più ancora per il Signore, rinchiudendosi in una trappa per fare vita esclusivamente di preghiera e di penitenza; ma rinunciò anche a questo desiderio in perfetta ubbidienza a chi in nome di Dio gli aveva detto: « L’Africa è la sua trappa ». Era questo « l’ultimo consiglio » che ricevette dal Padre Barlassina, Superiore Generale, al quale aveva esposto il suo desiderio quando all’Asmara veniva nomi­nato cappellano militare.

Sul letto di morte il 3 gennaio 1937 poteva quindi esprimergli, sereno e contento, la sua sentita riconoscenza: un vero canto di trionfo del religioso gene­roso e ubbidiente: « Dal letto, morente, invio a V. S. Rev.mo questo breve scritto, ma quando a V. S. giungerà io non sarò più tra i mortali, ma tra le braccia del mio amato Dio. Rinnovo i miei santi Voti. Deo gratias della Sua speciale bontà per me e dei Suoi sapienti consigli, specie dell’ultimo. Arrivederci nel bel Paradiso ».

Padre Giuseppe Mina, nel libro « Ad ognuno la sua stella », con stile vivo e piacevole, narra con ampiezza di particolari la vita, la serena morte e la trionfale sepoltura del P. Ernesto Gilardino e riporta pure le nume­rose testimonianze di stima con cui il Confratello fu ricordato dopo il suo trapasso.

Tra le tante citiamo le seguenti. Il P. Gaudenzio Barlassina, Superiore dell’Isti­tuto e, un tempo, Prefetto Apostolico del Kaffa, ha scritto. « Dal suo primo arrivo in Missione, padre Gilardino rivelò essere dotato di carattere dolce, mite, paziente. Era laborioso, non perdeva tempo, non si risparmiava nella fatica, non attirava gli sguardi, non parlava dei suoi affari, dei suoi meriti; sempre pronto a fermarsi, ad ascoltare tutti senza distinzione, pronto a cambiare impiego o lavoro su due piedi, senza lamenti, rimbrotti e critiche. Fu un adoratore del SS. Sacramento, un uomo che vive di Dio e ne zela la gloria e gli interessi sino al sacrificio. P. Gilar­dino non fece della politica, e nel silenzio raggiunse lo scopo ».

La morte

Il lavoro nelle carceri di Addis Abeba porta P. Gilardino a contatto con tanti ammalati colpiti da malattie infettive. Lui però non si ferma quando si tratta del bene spirituale di quelle persone. Si china su di loro, passa ore ed ore in mezzo a loro. Si sente stanco, ma il Natale è alle porte e sempre richiede un cumulo di impegni pastorali, a cui P. Ernesto non si sottrae. Il 28 Dicembre si attarda nel lavoro presso l’Ospedale, rincasa tardi. È stanco, molto stanco. Si mette a letto e per alcuni giorni alterna la celebrazione della Messa con il riposo. La comunità intanto si preoccupa del suo stato di salute. Si fanno alcuni esami e l’esito è purtroppo “tifo petecchiale”. P. Gilardino e P. Occelli colpito dallo stesso male vengono ricoverati nell’ospedale e messi nella stessa stanza. La situazione di salute di P. Ernesto peggiora velocemente. Riceve l’unzione degli infermi e il viatico. Ha il presentimento chiaro che non guarirà e che presto morirà. L’attesa della morte è però accompagnata da serenità e la speranza. Sa che lo attende il Paradiso. I confratelli si alternano al suo capezzale e sono in continua preghiera. P. Ciravegna che lo assiste durante la notte viene richiesto dal malato di aiutarlo a scrivere alcuni biglietti per i parenti lontani.

È P. Gilardino stesso che tenta di vergare alcune righe, aiutato dal confratello. Il primo scritto è per il suo Superiore: A.A. 3-1-37

Veneratissimo Padre, dal letto, morente, invio a V.S. Rev.ma questo breve scritto, che quando a V. S. giungerà io non sarò più tra i mortali, ma tra le breccia del mio amato Dio. Rinnovo i miei santi Voti. Deo gratias della sua speciale bontà per me e dei Suoi sapienti consigli, specie dell’ultimo. Arrivederci nel bel Paradiso.

Umilissimo figlio, P. Ernesto Gilardino. Non dimentica i parenti lontani: “Carissimi fratelli, sorelle e parenti, Vi saluto, vi benedico tutti in quest’ora della mia agonia.Per carità, pensate ad allevare bene i piccoli, non tralasciate mai di mandarli alla chiesa, all’oratorio. Vi attendo tutti in Paradiso con me.

A.A. 3-1-1937,  Vostro aff.mo Ernesto

Il 12 gennaio 1937 è sabato, giorno della Madonna. Una processione di confratelli, consorelle, operai, ammalati passato davanti al suo letto per un ultimo saluto. Anche Mons. Santa, il Prefetto apostolico, è presente e gli sussurra: “Si ricordi di noi, dell’Istituto, delle Missioni, dei confratelli, delle consorelle!”. Riesce ancora a muovere il capo per un assenso e poi è la morte.

La salma di P. Gilardino, conforme al desiderio da lui espresso, anziché nel campo per i militari, viene sepolta accanto ai suoi Confratelli, ed ancor oggi riposa nel cimitero di Addis Abeba. Dopo la morte, hanno scritto di lui confratelli, consorelle, conoscenti. Qualche esempio.

Mons. Luigi Santa, Vicario Apostolico del Gimma, che vide e seguì il P. Gilardino nel suo apostolato, specie negli ultimi tempi: « La morte del Giusto, preziosa agli occhi di Dio, ha coronato quella vita di pietà, di zelo, di sublime semplicità evangelica, che tutti potemmo ammirare nel carissimo Confratello... Non mi stupirei che su quella tomba fiorisse il miracolo!... ».

Il Superiore dell’Istituto P. Barlassina che fu prefetto del Kaffa afferma: “Dal suo primo arrivo in Missione, padre Gilardino rivelò essere dotato di carattere dolce, mite, paziente. Era laborioso, non perdeva tempo, non si risparmiava nella fatica, non attirava gli sguardi,, non parlava dei suoi affare, dei suoi meriti; sempre pronto a fermarsi, ad ascoltare tutti senza distinzione, pronto a cambiare impiego o lavoro su due piedi, senza lamenti, rimbrotti, critiche. P. Gilardino non fede della politica e nel silenzio raggiunse lo scopo!”

Il Dott. Borra che lo ebbe in cura: “Come operino i santi è difficile descriverlo, ma penso che non possano agire in modo diverso da come egli ha agito. […] Il suo sangue succhiato dai pidocchi a goccia a goccia non sarà meno glorioso di quello dei martiri versato per un colpo di spada”.

Cfr. Biografia: “Ad ognuno la sua stella”, di P. Giuseppe Mina, 1951.

La seconda Conferenza della Regione IMC Europa, che si svolge dal 22 al 27 gennaio a Fátima, nel Portogallo, riflette su una serie di tematiche che fanno parte della vita e della missione dell’Istituto. Pubblichiamo di seguito la cronaca del lavoro svolto il 24 e il 25 gennaio, quando i 51 partecipanti alla Conferenza hanno riflettuto su i migranti, i giovani, la formazione, la comunicazione e il carisma.

Mercoledì 24 gennaio: San Francesco di Sales

Iniziata la giornata sotto la protezione di San Francesco di Sales, uno dei patroni dell’Istituto, la maratona continua! E come qualsiasi corsa che si rispetti il ritmo resta essere serrato.

La consolazione

La prima bella salita che oggi abbiamo attaccato ci ha portato a condividere il nostro vissuto e la nostra riflessione su una realtà che ci contraddistingue e che è parte del nostro DNA: la consolazione. Padre Edwin Osaleh che lavora con i migranti a Oujda in Marocco ci ha portato attraverso l’icona biblica della visitazione di Maria a Elisabetta a vivere la consolazione come esperienza personale di essere consolati per poter uscire dinamicamente verso chi ha bisogno di consolazione: i “pauperes” (i poveri).

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Partecipanti alla Seconda Conferenza della Regione IMC Europa a Fatima, Portogallo.

Essere consolati e consolatori è un processo continuo di ascolto, attenzione, vicinanza fisica, presenza reale nei contesti di povertà. Per noi la scelta dei poveri non è solo una opzione di vita ma è necessaria alla possibilità di essere e vivere la nostra identità come missionari della Consolata.

Il nostro sguardo si è poi focalizzato sul gruppo dei “pauperes” che è trasversale a tutta la geografia abitata da noi in Europa cioè i migranti. L’esperienza di Oujda non esaurisce il nostro impegno come regione verso i migranti ma è solo l’avamposto di un impegno che ci deve vedere in prima fila in tutte le nostre realtà nella accoglienza concreta, la difesa e la cura dei migranti. I tavoli di condivisione hanno poi apportato una serie di riflessioni e proposte concrete anche ardite per realizzare questa nostra caratteristica.

I giovani

Protagonisti della seconda parte sono stati i giovani. Da sempre al centro della nostra animazione ed attenzione, diventano ora l’ambito privilegiato della nostra azione pastorale. Padre Piero Demaria ci ha presentato le caratteristiche di questi giovani, considerati generazione fragile, che vivono con un senso di precarietà e con una serie di problematiche psicologiche che li rendono bisognosi di presenze adulte, vicine ed identificate con la loro vocazione.

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Sono giovani che vivono nel digitale e del digitale, mondo nel quale dobbiamo essere presenti in modo qualificato e competente. Appassionarli alla missione significa accompagnarli con le loro difficoltà e fragilità certi che queste non spengono gli aneliti profondi di una vita nello Spirito né il desiderio di una vita per gli altri o il fascino di una vita donata alla missione. I tavoli poi pur riaffermando l’opzione del mondo giovanile hanno messo in evidenza che questa non può essere sganciata dal mondo delle famiglie e dei rapporti tra le generazioni che anche noi siamo chiamati a vivere nelle nostre comunità.

L’invito è di lavorare in rete con tutti coloro che si interessano e vivono i giovani e con i giovani ed essere capaci da parte nostra di creare esperienze significative di accoglienza, crescita e spiritualità missionaria anche ridimensionando con serenità certe nostre presenze. Il mandato è a lavorare sulla significativa e qualità delle nostre presenze che diventano criteri per le scelte future.

25 gennaio: conversione di San Paolo

San Paolo con la festa della sua conversione apre la giornata di oggi invitandoci a metterci proprio in quest’ottica per affrontare i temi che ci attendono in questa sessione dei lavori: la formazione continua, la formazione di base, la comunicazione e il carisma.

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La formazione

Coscienti della vastità dei contenuti di questi ambiti ci siamo messi inizialmente all’ascolto di padre Antonio Rovelli. Con le sue doti oratorie ha illustrato come il cambio del nome da formazione permanete a continua implica una vera conversione: si passa dalla concezione di una formazione fatta di momenti di aggiornamento, studio, riflessione spirituale alla coscienza di essere in una tensione formativa costante che coincide con tutte le età evolutive della nostra vita.

Una formazione quindi attenta a tutte le nostre dimensioni l’umana, quella relazionale, l’intellettuale, quella spirituale e quella pastorale. Si deve passare quindi dal paradigma della formazione in generale a quello della cura: la cura di sé stessi e degli altri in tutti gli aspetti della nostra vita. Alcuni sono preposti più di altri a questo scopo come il superiore locale, la direzione generale e quella regionale, la commissione apposita, ma ciò non toglie che sia necessario un prendersi cura gli uni degli altri. Nessuno è privo del bisogno di cura e tutti siamo chiamati ad esse cura per gli altri. Aspetti questi che sono stati poi sottolineati anche con alcune proposte concrete dai tavoli di condivisione.

La comunicazione

Dalla formazione continua si è passati a trattare il tema della comunicazione rilevando, innanzi tutto, come non si sia ancora riusciti a realizzare i punti presenti nella programmazione precedente. Ribadite sia l’importanza sia la necessità di una comunicazione di contenuto ed efficace, ci si è proposti di riprendere seriamente, anche attraverso interventi concreti gli obiettivi che già erano stati fissati.

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Nel pomeriggio, padre George Kibeu si è cimentato nella presentazione della formazione di base presentando sia la conformazione attuale dei giovani in formazione sia gli obiettivi e gli strumenti che caratterizzano la nostra formazione di base IMC. Interessante è stata la sottolineatura dell’appartenenza dei nostri giovani in formazione al mondo digitale entrato anche lui a pieno titolo nella realtà delle comunità formative.

Di nuovo è emerso un quadro molto ambizioso, ma anche impossibile, sia del profilo del formatore sia degli obiettivi da tener presente per formare i nostri seminaristi ed offrire loro la possibilità di diventare uomini sereni con se stessi, con la propria vocazione, capaci di un rapporto costante con il Signore, preparati per una pastorale di prossimità e consolazione, capaci di essere uomini di vicinanza e condivisione fuori e dentro le nostre comunità.

Come era prevedibile, il tema della formazione di base ha reso molto vivaci i tavoli di conversazione dai quali possiamo dire che seppur sia uscita una preoccupazione per la difficoltà di formare oggi e trovare formatori preparati, nello stesso tempo si è evinta una sollecitudine comune per questo ambito che stimola la nostra regione ad una coscienza che la formazione di base non può essere delegata ad alcuni ma deve essere impegno di tutti. In particolare l’esperienza delle nuove comunità pastorali formative ha catalizzato l’interesse e parte della discussione.

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Il Carisma

Padre Piero Trabucco chiamato a parlare del Carisma, ha voluto declinarlo attraverso la presentazione di iniziative concrete che la commissione regionale ha già messo in cantiere. L’invito è quello di approfondire e riappropriarci del carisma sia a livello personale che comunitario non solo attraverso gli strumenti e proposte offerti ma anche rendendosi fisicamente presenti sui luoghi del fondatore.

L’Eucarestia celebrata da padre Erasto Colnel della Direzione Generale ha chiuso questa lunga giornata ricordandoci come l’Allamano, ispirandosi proprio all’apostolo delle genti, abbia incitato i suoi missionari ad essere forti, determinati e generosi nella nostra vita missionaria come San Paolo lo fu nell’annuncio del Vangelo.

L'obiettivo della Conferenza è analizzare il lavoro missionario svolto dai Missionari della Consolata in Europa negli ultimi anni e delineare un piano d'azione per i prossimi sei anni alla luce del XIV Capitolo Generale.

* Padre Enzo Viscardi, IMC, residente a Biella, Piemonte.

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Il 6 gennaio 1905 era la festa dell'Epifania e in quel giorno il nostro fondatore, il beato Giuseppe Allamano, scrisse una lettera ai missionari del Kenya (cfr Lettere IV, 276-282). In quella lettera di inizio anno Giuseppe Allamano indica ai suoi missionari le cose fondamentali e importanti da fare per continuare ad essere con gioia strumenti della presenza di Dio nel mondo. Potremmo dire che, con quelle parole, ha voluto tracciare per i suoi figli i propositi che considerava necessari per camminare tutto l’anno al servizio del progetto di Dio e offrire generosamente il meglio di sé.

Questo, ancora oggi, è per noi un invito a dare una direzione e un significato alla nostra vita con propositi che agiscano come fari di speranza e ci ricordino che abbiamo degli obiettivi da raggiungere.
Il Fondatore disse ai missionari, che avevano appena concluso la Conferenza di Muranga l'anno precedente, di “stabilire regole di vita e di azione apostolica, suggerite dall'esperienza” e raccomandava ai missionari di consultare i superiori se avessero avuto progetti diversi da quelli discussi e decisi dalla comunità in occasione della recente conferenza.

Anche questo è molto importante per noi oggi, soprattutto perché abbiamo appena concluso il 14° Capitolo Generale nel quale si sono stabiliti criteri e progetti. Stiamo ancora analizzando e cercando di attuare gli atti del capitolo, e il rischio di provare a modificarli per una soluzione rapida non può essere escluso. Per questo è necessario ripensare l'anno con le linee guida del nostro Fondatore.
Una delle funzioni più importanti del cervello umano è quella che ci consente di fissare obiettivi e di raggiungerli ma questo richiede una rigorosa disciplina nella gestione del tempo. A questo proposito anche Giuseppe Allamano scriveva ai missionari: “Una raccomandazione che ritengo utile anche per voi è quella di usare bene il tempo” e prosegue ricordando che ciascuno è tenuto a rispettare l'orario comune e quindi ad essere puntuale in tutte le attività.

Potrebbe sembrare banale sentire il Fondatore fare raccomandazioni di questo tipo eppure siamo consapevoli che uno degli ostacoli al raggiungimento dei bei propositi presi è la cattiva gestione del tempo. Ecco perché le parole di dell'Allamano non vanno prese alla leggera.

Consapevole che la stanchezza indebolisce gradualmente la determinazione delle persone nella sua lettera ai missionari nel Kenya aggiungeva un invito a non inaridire lo spirito ed arrendersi: “Alla vostra partenza voi avete promesso di santificarvi totalmente per amore delle anime, sottoponendovi a qualunque disagio, contentandovi di qualunque ufficio pur di riuscire a santificare voi stessi ed il prossimo”.

Anche noi oggi possiamo riconoscerci nelle parole del nostro Fondatore. Quando siamo entrati nell'Istituto e fatto la professione religiosa abbiamo promesso le stesse cose. Nel corso degli anni la possibilità di stancarsi e perdere il morale è qualcosa che non si può negare. Ecco perché iniziare l'anno con le parole di Giuseppe Allamano ci mette nelle condizioni di raggiungere i nostri obiettivi.
Conclude il beato Allamano con un importante invito alla carità: “Quella che ora intendo inculcavi è la carità vicendevole. Con il moltiplicarsi delle persone crescono anche le diversità di apprezzamenti, perché tutti abbiamo la nostra testa, come si dice, e specialmente molta dose di amor proprio che ci inganna senza che ce ne accorgiamo. Da qui la tentazione di disapprovare internamente il modo di pensare e di agire dei confratelli e talvolta perfino dei superiori. State attenti contro questa tentazione, perché il giorno in cui cominciassero le critiche vicendevoli segnerebbe tosto la sterilità delle vostre fatiche e sarebbe il principio della dissoluzione dell’Istituto”.

Possano queste sagge parole di p. L'Allamano ci guida e dirige le nostre attività mentre entriamo in questo nuovo anno benedetto da Dio.

* Padre Jonah M. Makau, IMC, Casa Generalizia a Roma, frequenta il corso in Cause dei Santi.

Padre Jaime Marques è morto il 6 gennaio all'età di 92 anni, dopo una ricchissima vita missionaria trascorsa in varie parti del Portogallo, dell'Italia e del Mozambico. Aveva 71 anni di professione religiosa e 66 di sacerdozio.

Era nato a Santa Catarina da Serra, Leiria, il 25 gennaio 1931 ed era il figlio più giovane di una famiglia davvero numerosa (dodici figli). Nel 1944 era entrato nel seminario dei Missionari della Consolata di Fátima.

Vita apostolica

La vita apostolica missionaria di Jaime è lunga e ricca. Per questo lo ascolteremo. Ce la facciamo raccontare da lui stesso recuperando un’intervista fatta a Fatima nel 2016.

Nel 1944 mi sono trovato con il padre Giovanni De Marchi da poco arrivato in Portogallo. Stava cercando dei giovani per il seminario che stava per fondare ma in quel momento non c'era ancora nulla di concreto. Io partecipavo alla preghiera serale nella mia chiesa parrocchiale quando conobbi il padre De Marchi. Mi venne quasi spontaneo dire: Vengo con te!

Nessuno aveva mai sentito parlare della Consolata e nemmeno io sapevo bene che cosa fosse: la mia decisione è stata un po' un'avventura, ma di quelle che si sono rivelate provvidenziali. In quel momento ero indeciso e non sapevo se volevo essere sacerdote, medico o avvocato: una qualsiasi di queste tre opzioni mi attraeva. L’incontro con questo missionario italiano mi fece dire “sí” definitivamente al progetto missionario.

Questo avvenne tra maggio e giugno del 1944 e poco dopo, a settembre, entrai nel seminario di Fatima con altri nove. Due di loro, Manuel Carreira e Francisco Marques, erano già giovani adulti e sarebbero potuti anche essere nostri genitori invece gli altri otto avevamo più o meno tutti della stessa età. Anche se siamo entrati alla Consolata senza sapere molto bene cosa fosse l’Istituto fin dal principio ci siamo trovati molto bene e il nostro gruppo si sentiva totalmente unito.

Ricordiamo che padre Jaime è stato l'ultimo missionario vivente dei primi missionari portoghesi della Consolata. Appartenevano a quel gruppo, e se ne sono andati prima di lui, fratel Albino Henrique (morto l’anno scorso) e padre Aventino Oliveira (morto nel 2021).

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Messa funebre presieduta da Mons. Joaquim Mendes, vescovo ausiliare di Lisbona, nella chiesa della comunità IMC di Fátima. Foto: Ana Paula

Servizi nell'Istituto

Padre Jaime ha ricoperto molti incarichi importanti nel nostro Istituto che ha sempre amato. Fu superiore regionale in Portogallo dal 1963 al 1971 e lui ricorda quella nomina in questo modo.

Il primo di aprile del 1963, pesce d'aprile, ricevetti una lettera dalla Direzione Generale nella quale si diceva che mi avevano nominato Superiore del Portogallo. Io in tutta risposta scrissi loro chiedendo se si trattava di uno scherzo perché, con la data del primo aprile, poteva anche essere quello… e invece era la prima volta che l'Istituto aveva un superiore non italiano. Succedevo a padre Giuseppe Gallea, che per noi era un monumento e un uomo di grande valore. Assunsi l'incarico e rimasi Superiore fino al 1971 quando, in occasione della Conferenza regionale di quell’anno e al termine del mio mandato, chiesi ai Superiori di inviarmi in missione per non rimanere in Europa.

Missione in Mozambico

La mia vocazione era la missione. Inoltre, durante gli anni della formazione, siamo stati molto “nutriti” in questo senso. Partii per il Mozambico, che in quegli anni era colonia del Portogallo, con l’intenzione di spendermi come missionario e anche con il profondo desiderio di vedere, il prima possibile, l’indipendenza di quel paese.

In un periodo particolarmente difficile padre Jaime Marques ha lavorato nella Caritas del Mozambico. Il giorno dopo la sua morte mi ha chiamato per telefono Eugénio Fonseca, ex presidente di Caritas Portogallo per farmi le sue "sentite condoglianze" e ricordarmi che il padre Jaime era stato molto sensibile alle cause sociali e che fu proprio lui, con l'appoggio dei vescovi, a fondare Cáritas in Mozambico. Lo stesso Jaime in una occasione riconosceva che per l'Istituto in Mozambico io ho fatto poco o niente: tutto il mio tempo era dedicato alla Caritas, facevo molti sacrifici, Caritas mi occupava giorno e notte.

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Padre Jamie Marques nella comunità IMC di Fatima. Foto: Albino Braz

Il dono dell'ospitalità

Dopo dieci anni a Jaime viene chiesto di tornare in Europa. Non è una richiesta facile ma alla fine cede

Va bene, sono deluso, ma ci vado. Ma non ci andrò subito, perché devo lasciare qui qualcuno che sia pronto a sostituirmi, un mozambicano. E così mi hanno permesso di restare ancora un anno e qualche mese per trovare qualcuno che mi sostituisse.

Poi sono andato a Roma e sono rimasto per ben nove anni come Superiore della Casa Generalizia. È stato un lavoro difficile, ma molto bello. Mi è piaciuto molto, perché ho comunicato con tutti i nostri missionari. È stata l’occasione di conoscere quasi tutto l'Istituto, compresi i giovani che venivano in Italia a studiare. È stata senza dubbio un'esperienza meravigliosa. Ho sempre avuto la fama –non so fino a che punto meritata– di essere accogliente e ho dato tutto quello che potevo per accogliere le persone.

In effetti Jaime accoglieva molto bene le persone. Lo posso testimoniare io stesso, padre Bernard Obiero, che sono stato accolto da lui quando sono arrivato in Portogallo per la prima volta verso la fine del 2012. Io ero un seminarista e padre Jaime era il superiore della nostra Casa Provinciale di Lisbona… Era sempre preoccupato di sapere come stavano tutti e quando viaggiavamo, chiamava sempre per sapere se era andato tutto bene e come stavamo. Lo faceva con tutti.

Molti missionari, parenti e amici di padre Jaime hanno lasciato messaggi e testimonianze su di lui: hanno detto che era un uomo molto premuroso, con una fede profonda, un grande consigliere, una presenza amichevole che ispirava rispetto e ammirazione. La sua ospitalità e il suo affetto erano grandi; le sue parole e i suoi gesti dolci. Aveva sempre un sorriso sul volto. Era un uomo sereno, con un grande cuore e una stupenda capacità di ascolto, un esempio di dedizione e servizio a "tutti, tutti, tutti".

Anche Mons. Diamantino Antunes, vescovo di Tete e Padre João Nascimento hanno raccontato che "In Mozambico, padre Jaime era molto conosciuto e apprezzato per la sua testimonianza di vita e la sua attività missionaria; la sua era una presenza decisiva nell'accoglienza dei missionari".

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Il funeralie di padre Jamie Marques nel cimitero di Fátima, in Portogallo. Foto: Ana Paula

Il tempo di dire addio

Due giorni prima che il nostro caro Jaime morisse, io e padre Pietro Plona siamo andati a trovarlo all'ospedale San André di Leiria. Era molto tranquillo, cosciente e parlava. Quando ci vide entrare, disse subito: "Finalmente! Finalmente! Finalmente", sapeva che era giunta la sua ora.

"Finalmente", perché non ha mai vissuto per se stesso. "Finalmente" perché voleva salutare i suoi fratelli. "Finalmente" come aveva detto l'anziano Simeone che prese in braccio il bambino Gesù e benedisse Dio dicendo: "Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola" (Lc 2,29).

Quando gli abbiamo detto "Ci vediamo domani!" –era consuetudine che qualcuno andasse a trovarlo quasi ogni giorno– ha risposto con calma "non c'è bisogno".

Ed effettivamente non c’è stato bisogno, il padre Jaime ci ha lasciati. Caro Jaime, "la tua ricompensa è grande in cielo!". Noi lo possiamo davvero considerare felice perché ha sempre camminato secondo il progetto di Dio e il servizio ai fratelli e alle sorelle.

* Padre Bernard Obiero, IMC, missionario in Portogallo. Pubblicato nel sito  www.consolata.pt

All'inizio del Triennio sul Beato Allamano, offriamo questa prima riflessione di P. Francesco Pavese, in consonanza con quanto le nostre due Direzioni Generali ci hanno proposto, scegliendo il protettore per gli anni 2024-25-26. La paternità dell'Allamano ci è particolarmente cara come lo fu per i nostri primi Missionari e Missionarie. Dal Cielo continui a guidarci e proteggerci. Buon anno nuovo a tutte e a tutti.

I missionari e le missionarie di Castelnuovo don Bosco.

“PADRE AMATISSIMO”

SIGNIFICATO DELLA PATERNITÀ DEL FONDATORE

 A cura della Postulazione Generale

La paternità dell’Allamano

Per la festa del Fondatore di quest’anno propongo alcune riflessioni sulla sua “paternità”. Sono idee semplici che fanno sempre del bene a noi, ma che quest’anno possiamo anche proporre alla gente che ci conosce e che festeggia con noi il nostro “Padre”.

Prendo l’ispirazione da un messaggio che il Camisassa ha scritto alle suore in vacanza a S. Ignazio, alla vigilia del suo onomastico, per scusarsi di non potere essere presente, essendosi dovuto fermare a Torino «stante l’assenza del Sig. Rettore (m’è scappata la parola: leggete Padre amatissimo)». Per le missionarie l’Allamano non è il “Rettore”, ma il “Padre amatissimo”. Questa è la convinzione del Camisassa, che coincide con quella dei figli e delle figlie dell’Allamano.

Non è significativo che il Camisassa chiamasse l’Allamano per lo più con il nome di “Padre”, senza l’articolo? Il Camisassa, sia pure con una certa titubanza, pensa di partecipare in qualche misura della paternità del Fondatore. Ecco come si è espresso scrivendo dalla fattoria di Nyeri, il 18 luglio 1911 ad un gruppo di giovani suore, dopo la loro vestizione: «Mie buone figliuole, permettete che io pure vi chiami con questa dolce parola, detta a sei di voi con tanta bontà e tenerezza , come mi scrivete, dal nostro venerato Padre nel bel dì della loro vestizione. Certo che non ho diritto di chiamarvi mie figlie, ma pur qualcosa come un padre putativo vostro vorrei pur esserlo […]». È certo che il Camisassa è entrato in pieno nel clima di famiglia voluto dal Fondatore, in modo non indipendente, ma a seguito di lui.

Coscienza della propria paternità spirituale

Il Fondatore, proprio perché era convinto dell’origine soprannaturale dell’Istituto, si è assunto tutta la responsabilità, non solo di fondarlo, ma anche di accompagnarlo nella crescita. In questa risposta coerente alla propria vocazione si colloca la sua coscienza di essere “padre” di due famiglie missionarie. Lo ha espresso con semplicità e convinzione in diverse occasioni. Sia sufficiente rileggere quanto, nel 1904, ha scritto al gruppo dei missionari in Kenya mettendoli al corrente delle feste centenarie del santuario, per assicurarli di averli ricordati: «Lasciai in certo modo da parte le altre mie attribuzioni per non ricordare che la mia qualità di padre di questa nuova Famiglia».1

Un padre che educa

In forza di questa paternità spirituale, il Fondatore era convinto di dover formare missionari e missionarie conforme al progetto che lo Spirito Santo gli aveva suggerito. Ecco la ragione delle sue numerose insistenze sullo “spirito”. Per circostanze contingenti, ha dovuto difendere la genuinità del suo spirito fin dai primi anni della fondazione. È classico il suo intervento del 2 marzo 1902: «La forma che dovete prendere nell’Istituto è quella che il Signore m’ispirò e m’ispira, ed io atterrito dalla mia responsabilità voglio assolutamente che l’Istituto si perfezioni e viva di vita perfetta».2 È pure classico l’altro intervento nella conferenza del 18 ottobre 1908, quando, parlando della responsabilità che i superiori hanno di formare missionari, concluse: «lo spirito lo dovete prendere da me».3 Non si contano gli interventi a questo riguardo, anche alle suore. Sono molto esplicite le parole scritte il 7 settembre 1921 a sr. Maria degli Angeli superiora in Kenya: «Io desidero, e tale essendo il mio dovere, pretendo, che viviate nello spirito che vi ho infuso».4 Più di così!

Un padre che ama teneramente

Come padre, l’Allamano ha manifestato un tenero affetto per i figli e le figlie. Viveva per loro, come ha confidato scrivendo al p. Filippo Perlo nei primi anni della 5missione in Kenya: «Tante e tante cose a tutti i miei cari missionari, pei quali soli ormai vivo su questa terra. La mia paterna benedizione mattino e sera su tutti […]».6 Ha pure pronunciato parole così intense che ci impressionano ancora oggi: «Il Signore avrebbe potuto scegliere un altro a fondare questo Istituto, uno più capace, con maggiori doti, con più salute, ma uno che vi amasse più di me…non credo».

Un padre che propone il massimo

Proprio perché voleva un mondo di bene ai suoi figli e figlie, l’Allamano non si è accontentato di proporre loro l’impegno missionario, già arduo in se stesso, ma l’ha proposto nella “santità della vita”, chiedendo loro di essere tutti di “prima qualità”. E la ragione della sua continua richiesta di santità era soprattutto di carattere apostolico: «Qualcuno crede che l’essere missionario consista tutto nel predicare, nel correre […]; no, no! Questo è solo il fine secondario: santifichiamo prima noi e poi gli altri. Uno tanto più sarà santo, tante più anime salverà»7; «Dobbiamo prima essere buoni e santi noi, dopo faremo buoni gli altri; altrimenti, non saremo buoni né per gli altri, né per noi»8 Il “prima santi e poi missionari” si inserisce in questo tipo di ragionamenti.

Un padre che corregge

E neppure si è tirato indietro quando è stato necessario richiamare, direttamente o tramite i suoi collaboratori, ad un impegno superiore, come ha fatto abitualmente. Per esempio, ecco le parole scritte alle suore appena dopo un anno dal loro arrivo in Kenya:

«Mentre come padre so compatire l’umana fragilità, non posso, né intendo che si vada avanti con questo spirito. […] Perdonatemi questo sfogo paterno, che stimai necessario per rimettere tutte in carreggiata.[…]. Vi benedico di gran cuore».9 Anche su questo aspetto il Camisassa ha saputo collaborare con il Fondatore, come risulta da una lettera a sr. Margherita de Maria: «Persuaditi che la volontà di Padre è volontà di Dio.[…]. Mi rincresce aver dovuto scriver un po’ forte, ma è proprio Padre che volle così».10

Un padre che comunica se stesso

Un aspetto molto interessate della paternità del Fondatore è il seguente: come educatore, oltre ad offrire concetti e principi, ha saputo comunicare se stesso, cioè la propria esperienza interiore. Quasi senza accorgersene, indicava come lui stesso procedeva sul cammino della santità. Questa è stata la sua grande forza di educatore. Ecco perché uno dei giovani di allora ha lasciato scritto, riferendosi alle sue conferenze domenicali: «Prima della sue parole, aspettavamo lui». Con semplicità paterna ha spiegato questo suo metodo agli allievi appena tornato dagli esercizi spirituali: «Ebbene che cosa vi ho portato? Vi ho portato dello spirito, un deposito di spirito, e sapete che cos’è? Qualche buon pensiero che a me ha fatto più impressione e lo porto a voi. […] E così, nelle prediche, meditazioni, esami, con tutto insomma, pensava facendomi buono io, pensava anche a voi. Per voi e per me. Perché non voglio essere solo un canale, ma anche conca. […] Così i buoni pensieri, prima per me, e poi anche penso a voi. I buoni pensieri che hanno fatto effetto a me, lo facciano anche a voi»11.

Un padre che tiene la famiglia riunita

Infine, la paternità del Fondatore ha fatto crescere nell’Istituto lo spirito di famiglia. Chi non ricorda le sue numerose raccomandazioni al riguardo? Lo spirito di famiglia doveva essere vissuto prima con lui, che era il padre, e poi tra di noi che siamo diventati fratelli e sorelle a motivo della stessa vocazione e della paternità dell’Allamano. La conseguenza sul piano dell’azione apostolica è stata che i suoi figli e figlie dovevano essere capaci di lavorare “insieme” e non ognuno per conto proprio. L’ideale dell’unità nell’Istituto era per l’Allamano un punto fermo, intoccabile, quasi un sogno. Rileggiamo le parole pronunciate in occasione della partenza di missionari: «Vedete la consolazione che si prova a partecipare a questa famiglia […]. E anche se si deve andare in un altro luogo… il luogo è una materialità, è niente l’essere piuttosto in un posto che in un altro…Siamo tutti missionari, siamo tutti insieme, facciamo tutti una cosa sola, come se fossimo tutti qui, tutti al Kenya, tutti al Kaffa, tutti all’Iringa»12. Per lui, un Istituto di missionari deve essere e operare “tutto dappertutto”!

E la ragione di questa unità va cercata nella nostra identità missionaria. L’Allamano immaginava il suo Istituto come un “corpo” apostolico, ben compatto. Lo ha chiesto tante volte ai suoi fin dai primi anni. Basta rileggere quanto ha scritto ai missionari del Kenya nella lettera circolare del 2.10.1910: «Altro carattere del lavoro di missione è la concordia. L’unione di mente e di cuore mentre rende leggera la fatica, fa la forza ed ottiene la vittoria.».13 Lo aveva già riconosciuto, cinque anni prima, rallegrandosi perché la Santa Sede aveva riconosciuto la buona organizzazione e l’unità di azione nelle nostre missioni: «L’unità d azione poi è specialmente merito vostro, perché avete saputo uniformarvi pienamente alle direzioni ricevute».14

Un padre perenne

La paternità del Fondatore è perenne. L’ispirazione che ha ricevuto e trasmesso non si è interrotta con la sua morte, perché lo Spirito è perenne! L’Allamano era cosciente di conservare la propria paternità anche dal cielo. Lo ha detto in diverse occasioni, in senso di incoraggiamento e di aiuto, ma anche di richiamo. Sia sufficiente risentire queste parole pronunciate in tempi e in circostanze diverse: «Quando io sarò poi lassù, vi benedirò ancora di più: sarò poi sempre dal pugiol [balcone]»15; «Siate buoni anche dopo la mia morte, perché se no chiederò al Signore di venire dal balcone del Paradiso, e vi manderò delle bastonate».16Quando noi faremo il cinquantenario io dal Paradiso vi assisterò; sarà un cinquantenario pieno di meriti»;17 «Dal cielo vi guarderò, e se non farete bene, vi manderò tante umiliazioni finché non rientrerete in voi tessi”»;18 «Dal Paradiso manderò dei fulmini se vedo che mancate di carità».19 «Per il bene che mi volete, dovete essere contenti che io vada in Paradiso a riposarmi. Farò di più là che di qua…farò, farò».20

La nostra risposta al padre

In parole semplici e schematiche può essere questa: conoscerlo sempre di più e farlo conoscere agli altri; confrontarsi con lui nella vita e proporre la sua spiritualità alle persone che ci sono vicine; sentirlo vivo e presente, pregarlo e suggerire l’efficacia della sua intercessione a quanti collaborano con noi o che serviamo nel ministero. L’Allamano non lascia indifferenti: ci coinvolge e può coinvolgere molte altre persone. L’esperienza dice che anche i laici, quando riescono avvicinare in modo adeguato l’Allamano, sanno apprezzarlo e, in certo senso, lo sentono anche loro “padre”. La paternità del Fondatore non è circoscritta dai confini dell’Istituto.

NOTE:
1 Lett., IV, 276.
2 Conf. IMC, I, 15; si noti che queste parole sono del suo manoscritto. Cf. anche 136-137
3 Conf. IMC, I, 273.
4 Processus Informativus, IV, 220; Lett., IX/1, 140.
5 Processus Informativus, IV, 494.
6 Lett., IV, 23-24.
7 Conf. IMC, I, 249-250. Ricordiamo come abbia modificato di suo pugno il testo del Direttorio del 1910: «Gli alunni […] abbiano sempre di mira […] di farsi santi e di rendersi idonei a salvare molte anime» in «[…] e così di rendersi idonei», sottolineando il legame tra santità e apostolato.
8 Conf. IMC, I, 279.
9 Lett., VI. 683.
10 Arch. IMC.
11 Conf. IMC, II, 634.
12 Conf.IMC, III, 499.
13 Lett., V, 410.
14 Lett., IV, 456.
15 Conf. MC, II, 482.
16 Processus Informativus, II, 526,
17 Conf. MC, II, 282.
18 Processus Informativus, II, 544.
19 Processus Informativus, II, 874.
20 In TUBALDO I, o.c., 675.

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