Casimiro

La comunità dei Missionari della Consolata di Águas Santas (Portogallo) ha informato che sabato mattina, 14 gennaio 2023, è deceduto padre Casimiro Torres. Aveva 56 anni di vita dei quali 26 vissuti come sacerdote e Missionario della Consolata.

Poco più di un anno fa gli era stato diagnosticato un cancro e le prime cure le aveva ricevute in Tanzania dove era stato in missione per 20 dei suoi 26 anni di sacerdozio. Poi il 6 giugno dell’anno scorso era tornato in Portogallo dove è stato immediatamente ricoverato nell’ospedale di São João nella città di Porto per una degenza durata vari mesi. Il 22 novembre è tornato nella sua comunità di Águas Santas –diceva lui che ne sentiva la mancanza– e da quel momento, anche se la malattia avanzava minando inesorabilmente sempre più la sua salute, ha cercato di vivere normalmente i suoi impegni sacerdotali presiedendo l’eucaristia nella cappella pubblica della comunità fino a pochi giorni prima di morire.

La Tanzania nel cuore

Nato a São Mamede do Coronado il 2 luglio 1966, padre Casimiro Nuno Oliveira Torres aveva 56 anni dei quali 31 come Missionario della Consolata e 26 come sacerdote. Nel 1991, a Vittorio Veneto, aveva emesso la sua prima professione religiosa e fino al 1996 studiato teologia nel seminario teologico di Nairobi (Kenya). Il giorno 6 ottobre del 1996, nel suo paese natale, era stato ordinato sacerdote da Mons. José Augusto Pedreira e in seguito i primi anni del suo ministero sacerdotale li aveva vissuti nella comunità di Águas Santas come animatore missionario.

La sua Tanzania, che da allora ha sempre avuto nel cuore, l’ha raggiunta nel 2002. Dopo un periodo dedicato a imparare la lingua ha svolto attività pastorali a Sanza (fino al 2009), a Makambako (fino al 2011) e a Ubungu (fino al 2020). Nel 2020 è stato nominato superiore della comunità di Mjimwema dove è rimasto fino a quando, già malato, è dovuto rientrare in Portogallo.

La maggior parte della sua vita religiosa a missionaria padre Casimiro l’ha quindi trascorsa in Africa, nella sua amata Tanzania dove ha speso una parte importante della sua vita. In questi anni ha anche ospitato e animato molti giovani e gruppi di volontariato missionario, provenienti soprattutto dal Portogallo e dall'Europa.

In comunione fraterna con la sua famiglia, con i Missionari della Consolata e con le comunità cristiane alle quali ha annunciato il vangelo preghiamo il Signore per il suo eterno riposo.

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Ultimo fra gli ultimi

(Dall'omilia di p. Gianni Treglia, Superiore Provinciale)
Carissimo padre Casimiro, carissimo amico e fratello, tu hai saputo accogliere l'amore di Dio, accogliendo Dio stesso negli ultimi che hai sempre servito. Il mistero del povero è stato il tuo stesso mistero, come Gesù. Anche la croce hai portato in questi anni di sofferenza, senza lamentarti, accogliendo la volontà di Dio, donando tutta la vita, fino alla fine. Tre sono le caratteristiche che ho sempre visto e ammirato in te, fin dal tempo degli studi quando ci siamo conosciuti.

SILENZIOSO. Non eri un uomo dalle molte parole, piuttosto eri propenso all'ascolto. Nè mai ricordo che tu abbia alzato la voce per gridare o sgridare qualcuno. Eri piuttosto un uomo della presenza, del fare, concreto. In te riconosco il figlio del Beato Giuseppe Allamano, nostro fondatore, quando diceva che "il bene va fatto bene, e senza rumore".

UMILE. Mai hai preteso qualcosa per te stesso. Hai sempre ceduto il passo a qualcun altro: ai confratelli che con te hanno vissuto, alla gente che tanto amavi. Apparire davanti agli altri e più degli altri non era una faccenda che ti riguardasse. Come Maria, per te e per noi la Consolata, umile serva del Signore, hai semplicemente detto il tuo sì.

ULTIMO. Non parlo di una gara, né di graduatorie dove c'è chi arriva primo e in fondo chi arriva ultimo. No! Non solo hai servito gli ultimi e per essi hai speso tutto te stesso, tutta la tua vita, senza risparmi. Con gli ultimi ti sei fatto ultimo, uno di loro. Ho ancora negli occhi quando ogni giorno ponevi il tuo banchetto nella veranda della missione di Sanza, davanti a tutti, così da vincere la timidezza (spesso proprio perché si sente troppo povero, troppo ultimo, troppo indegno) di chi non osa varcare le barriere di un ufficio. Ultimo con gli ultimi, vero missionario secondo il cuore di Dio.

Carissimo Casimiro, mentre oggi preghiamo per te, accompagnandoti in questo ultimo tratto di strada, ringraziamo il Signore perché ci ha fatto dono della tua vita. La testimonianza della tua vita non solo è Vangelo vissuto, ma per tutti noi rimante Vangelo vivente. La testimonianza della tua vita sia consolazione per quanti ti hanno conosciuto, i tuoi familiari innanzitutto, tua mamma, tuo fratello con la sua famiglia, e tutti i missionari della Consolata, del Portogallo, dell'Europa tutta e, in particolare, del Tanzania. 

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Questa epoca di cambio che stiamo vivendo, che porta con se innumerevoli situazioni di crisi che toccano persone e istituzioni fino a poco tempo fa inquestionabili come la famiglia, la scuola e la Chiesa, ci ricorda l’urgenza di un rinnovamento profondo che raggiunga persone e istituzioni. Guerra, crisi economica, grandi fenomeni migratori, scandali nella Chiesa ci stanno privando della capacità di sognare e confidare che il sospirato "Regno di Dio" sia già tra noi.

Oggi è quantomai necessario rinfrescarsi, rinnovarsi, risvegliare ciò che sembra essersi addormentato.

Invece il tempo liturgico dell'Avvento che stiamo vivendo, così come la preparazione al nostro XIV Capitolo Generale ci invitano a rinnovare la speranza; sono occasioni per riconnetterci con Dio, con le persone, e con il meglio che ognuno di noi ha. È tempo di ascoltare la voce dello Spirito, che ci dice ciò che siamo, ciò che siamo chiamati ad essere, e ciò che vogliamo diventare. Non lasciamoci trascinare dal disfattismo, dal pessimismo o dall'indifferenza ma osiamo sognare un mondo nuovo, una Chiesa viva, un Istituto rinnovato che riscopra la bellezza e l'entusiasmo della missione ad gentes.

La speranza e la gioia sono atteggiamenti necessari e permanenti; papa Francesco ci ricorda che "un evangelizzatore non deve sempre avere un volto funebre. Recuperiamo e accresciamo la dolce e confortante gioia di evangelizzare, anche quando è necessario seminare nelle lacrime... Il mondo d'oggi deve ricevere la Buona Novella, non attraverso evangelizzatori tristi e scoraggiati, impazienti o ansiosi, ma da ministri del Vangelo la cui vita irradi il fervore di coloro che hanno ricevuto, prima di tutto in se stessi, la gioia di Cristo" (cf. Evangelii Gaudium 10).

Sperare non è aspettare passivamente come una sorta di vento che spazzi via le nuvole ma guardare la dura realtà con occhi diversi sapendo che ciò che sta per arrivare non è dovuto al solo sforzo umano o alle nostre forza ma avrà a che vedere con il Regno di Dio che si impone nella storia per mezzo dell'azione e del protagonismo di un Dio che non ha dimenticato il suo popolo.

Questo tempo di preparazione (al Natale e al Capitolo generale) ci aiuta a recuperare la capacità di sognare un mondo nuovo e un Istituto innovato; ci ricorda che Dio è la pienezza della vita e che in Gesù è venuto al mondo con l'intenzione di non abbandonarlo più.

E allora il mio augurio è che qualcosa di "nuovo" accada nella vita di ognuno di noi, nelle nostre comunità cristiane, nel nostro Istituto che si interroga, nel prossimo Capitolo Generale, a proposito del nostro rinnovato impegno nel cammino dell'evangelizzazione.

*Juan Pablo de los Rios è superiore regionale in Colombia

Carissimi Missionari e Missionarie, per l’anno 2023 abbiamo scelto, come nostro patrono, il Beato Carlo Acutis. Il motivo che ci ha indotto a tale scelta è stata la sua vita semplice e profonda, l’amore appassionato all’Eucaristia, la frequentazione assidua della Parola, il rapporto intimo e delicatissimo con Maria, l’attualità della sua persona e della sua esperienza, l’approccio fruttuoso e maturo al mondo della comunicazione come dimensione da abitare, ove seminare il Vangelo.

Fin da piccolo Carlo manifesta una caratteristica tipica del suo carattere: una grande curiosità sul mondo che lo circonda, sul mistero della vita e specialmente riguardo le questioni di tipo religioso. La sua curiosità si accompagna a un’intelligenza viva e propositiva. Carlo si appassiona al mondo del computer, lo studia, legge libri di ingegneria informatica e, quando riesce a carpire i segreti della rete, utilizza la sua conoscenza per aiutare i suoi amici, specialmente i più deboli.

All’età di sette anni riceve la prima comunione. Da allora, secondo il racconto della mamma, «non mancò mai alla messa quotidiana e alla recita del santo rosario». E’ fortemente innamorato dell’Eucaristia da divenirne un vero apostolo, non solo presso i suoi amici, i suoi coetanei e i più piccoli, quando ne diventa catechista, ma anche verso la sua comunità, manifestando una delicata sensibilità cristiana che diventa una delle più affascinanti caratteristiche della sua vita. L’adolescente Carlo Acutis con parole semplici, ma molto significative, amava ripetere, come fosse uno slogan: «L’Eucarestia è la mia autostrada per il Cielo».

Purtroppo, la storia terrena del giovane Carlo non dura a lungo. Agli inizi di ottobre del 2006 si sente male. Inizialmente si pensa sia una semplice febbre oppure una normale influenza, ma il persistere dei sintomi e le successive analisi mediche portano a una diagnosi infausta: leucemia di tipo M3, incurabile. Carlo viene ricoverato nell’Ospedale San Gerardo di Monza. Nei giorni del suo ricovero, nonostante i forti dolori che lo affliggono, Carlo non si lamenta mai, anzi, alle infermiere che gli chiedono come sta, egli sempre risponde: "Bene, qui c’è gente che sta peggio di me". Conscio della sua prossima fine, fa la sua ultima offerta: "Offro al Signore le sofferenze che dovrò patire per il Papa e per la Chiesa, per non dover andare in Purgatorio e per poter andare direttamente in Paradiso".

Carlo amava ripetere: "La nostra meta deve essere l’infinito, non il finito. L’infinito è la nostra patria. Da sempre siamo attesi in Cielo", e spesso diceva anche: "Tutti nascono come originali ma molti muoiono come fotocopie". Per marciare verso questa meta e non dover "morire come una fotocopia", Carlo diceva che la nostra bussola deve essere la Parola di Dio, con cui dobbiamo confrontarci costantemente. 

I suoi funerali sono una scoperta per gli stessi genitori: vi partecipano persone di ogni ceto sociale, soprattutto poveri, immigrati, bisognosi, ammalati, che raccontano un Carlo inedito. Egli è descritto come un giovane che si avvicinava a loro, li aiutava, li faceva sentire amati, ma il tutto nel nascondimento, senza farsi vedere neppure da sua madre. È un  atteggiamento tipico  dei santi. Chi  ama Gesù nascosto nell’Eucaristia non può non amarlo sofferente nell’umanità.

La figura di Carlo Acutis non è legata a miracoli straordinari o atti di romanzesco eroismo. Egli è stato un giovane come tanti altri, tuttavia, nella sua normale giovinezza, ha saputo cogliere qualcosa che la maggior parte dei suoi coetanei ignorano del tutto: il potere e la grazia dell’Eucaristia. Fra le tentazioni del mondo che ammalia e ubriaca, Carlo è riuscito a sentire il sottile sussurro del Signore, che lo invitava ad una vita autentica e vera. 

Nell’esperienza di Carlo ci sembra di ritrovare alcuni aspetti che il nostro Beato Fondatore ha vissuto e trasmesso ai suoi figli e figlie. Il Fondatore ci esortava ad essere “sacramentini”, ad avere un grande amore per l’Eucarestia e a celebrarla con devozione e dignità, ad identificarci con il Cristo nel Suo Mistero Pasquale. La recita giornaliera del Santo Rosario era per Carlo espressione di delicato amore per la Santa Madre di Gesù, di cui il Fondatore era innamorato e che ci presenta come nostra Madre tenerissima, la Consolata.

La passione sana e fruttuosa di Carlo per il mondo della comunicazione è un altro aspetto che, quali missionari e missionarie, ci interpella da vicino. Siamo consapevoli del valore della comunicazione per la nostra Famiglia Religiosa Missionaria, che ha come fine specifico l’annuncio del Vangelo ai non cristiani, e di come il mondo digitale possa offrire una grande opportunità di annuncio. Padre Fondatore fu un sacerdote convinto dell’importanza della comunicazione e fu aperto e attento ai mezzi del suo tempo. Non c’è dubbio che l’Allamano stimasse e sostenesse con convinzione il giornalismo cattolico.

Papa Francesco, nei suoi Messaggi annuali in occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, evidenzia in più modi l’importanza della rete come mezzo attraverso il quale il messaggio cristiano può raggiungere nuove frontiere: «anche grazie alla rete il messaggio cristiano può viaggiare “fino ai confini della terra” (At 1, 8). Aprire le porte delle chiese significa anche aprirle nell’ambiente digitale, sia perché la gente entri, in qualunque condizione di vita essa si trovi, sia perché il Vangelo possa varcare le soglie del tempio e uscire incontro a tutti... La comunicazione concorre a dare forma alla vocazione missionaria di tutta la Chiesa, e le reti sociali sono oggi uno dei luoghi in cui vivere questa vocazione a riscoprire la bellezza della fede, la bellezza dell’incontro con Cristo».

Ci chiediamo, nel contesto del cammino missionario dei nostri Istituti, cosa significa per noi considerare la comunicazione digitale come uno spazio abitato da persone che noi possiamo raggiungere, spesso, solo abitandolo noi pure e interagendo in rete? Lo spazio virtuale non è necessariamente irreale, anzi, dietro ad uno schermo, dietro ad un cellulare, c’è sempre una persona con la quale possiamo entrare in relazione e alla quale comunicare il Vangelo. Se la comunicazione è un Continente, il Continente digitale, come lo chiama Papa Francesco, in quale modo siamo presenti in questo Continente? Come il nostro Carisma abita, feconda, si muove, intercetta l’ad gentes in questo Continente?

Chiediamo a Carlo di esserci vicino nel nostro cammino missionario e di intercedere presso Dio affinché gli occhi della nostra mente e del nostro cuore si aprano a riconoscere le vie della missione, oggi! Affidiamo pure alla sua intercessione i due Capitoli generali ormai alle porte, perché siano occasioni benedette di revisione e rilancio del cammino di santità missionaria di ognuno e ognuna di noi, di ogni nostra comunità, dei due Istituti, della nostra Famiglia Consolata!

*P. Stefano e Suor Simona sono i Superiori Generali dei Missionari e delle Missionarie della Consolata

Testo completo della lettera in ITALIANO e INGLESE

I pigmei mi avevano costruito una capanna, quando trascorrevo parte della settimana in uno dei loro accampamenti. La più bella, ma guai a dirglielo. Loro sono così: non si valorizzano, hanno di sé una concezione umile, riflesso del giudizio altrui. A forza di essere considerato inferiore, ci credi. Non li senti mai dire le mie tradizioni, la mia cultura; devi essere tu a ricordarglielo. Eppure vantano una conoscenza profonda dell'ambiente naturale, anche nella farmacopea verde".

Padre Flavio Pante, Missionario della Consolata, lavora da venti anni a Bayenga, nel distretto orientale Alto-Uélé della Repubblica democratica del Congo (Rdc). In quel territorio dalle rosse piste di argilla, i pigmei della locale etnia mbuti sono circa 1.500, sparsi in 36 accampamenti.

"La valorizzazione della cultura pigmea è cruciale –ci dice padre Flavio durante una sua visita in Italia– insieme al lavoro sulla percezione negativa che le popolazioni bantu hanno del popolo che è stato il primo abitante di quelle aree di foresta". Adesso quest'ultima è invasa e i pigmei si trovano in mezzo al guado. Un nuovo popolo, di cercatori e tagliatori, spiegava padre Flavio alla rivista Missioni Consolata nel 2019, si inoltra sempre più nella foresta a caccia di oro e legname e costruisce vere e proprie città provvisorie di baracche nei pressi dei siti auriferi più promettenti. 

I cercatori artigianali "stanno quasi peggio dei pigmei": si arrangiano e vendono a poco prezzo agli intermediari. Nei loro agglomerati di baracche circolano soldi, prostituzione, malattie e violenza. Oggi il fenomeno ha dimensioni enormi. I pigmei ormai vengono assoldati per il compito, gravosissimo, di trasportare i tronchi fino ai luoghi raggiungibili dai camion. E la selvaggina fugge.

L'alimentazione si adatta alla nuova realtà. Avendo meno carne a disposizione, i pigmei si rivolgono a quello che trovano ai bordi della foresta: manioca, patate dolci e foglie. Veri esperti, raccolgono miele selvatico, frutti spontanei, funghi, fibre. E barattano: la modalità dello scambio di merce è più consona alla loro cultura. Trovano anche insetti, bruchi, termiti… "no, non sanno che sono considerati il cibo del futuro", sorride padre Flavio. Però i cambiamenti climatici sono arrivati fin là. La stagione delle piogge non rispetta più i suoi ritmi. Da qualche tempo il miele scarseggia nei tronchi.

Gli accampamenti non sono più nel folto della foresta, ma ai bordi, spesso in prossimità dei villaggi bantu. Alcuni si sono stabilizzati totalmente. "La capanna è dove si dorme. La copertura è fatta di foglie, e sono molto meglio delle lamiere. Ogni tanto bisogna affumicare, contro umidità e insetti. Quando abitavo con loro avevo la zanzariera: ma per evitare che mi arrivassero addosso serpenti a caccia di topi". L'insediamento potrebbe facilitare un'integrazione con le al tre popolazioni. Resta un cammino difficile. Innanzitutto perché non hanno un territorio ben delimitato. E poi non sono abituati all'agricoltura. Diventano spesso manodopera mal pagata dei bantu.

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L'invasione culturale è ben spiegata da padre Flavio: "Il pigmeo ha visto il mercato del villaggio bantu e i suoi specchietti per le allodole, ha ascoltato la radio, ha sperimentato gli alcolici. Ormai non può staccarsene, penetrando di più nel folto della foresta. Si avvicina ai bantu e si accampa". La grande sfida é l'interazione paritaria. "In Burundi e Ruanda i pigmei sono già sedentarizzati. In Congo ci arriveremmo per via dell'invasione della foresta". 

Occorre lavorare insieme ai pigmei affinché si inseriscano in modo paritario e traendone vantaggi: cure per la salute, scuola, nutrizione, agricoltura, lavoro, protezione.

"Cogliere dagli anziani i saperi è fondamentale perché preservino il loro mondo, sia a livello di medicina tradizionale sia di narrazioni; prima che la biblioteca vivente se ne vada", osserva padre Flavio, che del resto si occupa soprattutto di salute. L'artigianato è un altro pezzo forte: dai vasi di argilla alle stuoie e ai canestri di fibra alla pittura su cortecce con pigmenti naturali.

I giovani Pigmei "si trovano a non essere più cacciatori e non ancora coltivatori. Comunque non hanno più la tecnica per gestire questa rischiosa attività". Cosa cacciavano? Padre Flavio spiega: "In passato c'è stato un commercio enorme di zanne di elefante. Oggi non più. Cacciavano l'okapi, grosso come un cavallo, ora vietato. Ci sono i dik dik, piccole antilopi, facoceri, cinghiali, scimmie, armadilli e tartarughe...". I consumi della cosiddetta "bush meat" (carne di foresta) da parte dei pigmei sono comunque poca cosa, nel quadro degli attacchi alla biodiversità e della sofferenza degli animali selvatici.

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E i Bambini a scuola? "Cerchiamo di sensibilizzare i genitori e li sosteniamo per i materiali e le spese, ma i pigmei hanno solo due stagioni, secca e piovosa. E non hanno mesi ma lune. Da gennaio vanno nella foresta a raccogliere il miele e cacciare e si portano i bambini. Così la scuola si deve adattare ai diversi periodi dell’anno. Offriamo poi due anni di prescolarità solo per i bambini pigmei, con ritmi e linguaggio adatti».

«Sulle donne pigmee contiamo per la prevenzione nel campo della salute. Si occupano di condizione femminile, economia domestica, igiene dell’accampamento», dice padre Flavio. Si parte dalla lotta alla malnutrizione causata da difficili situazioni familiari o dalle numerose infezioni intestinali per il consumo di acqua o cibi contaminati. «La nostra missione è particolarmente attenta al recupero nutrizionale, in particolare con il latte di soia. Abbondano poi le malattie polmonari –per via delle escursioni termiche fra giorno e notte– le parassitosi e l’Aids». Questo è legato alla prostituzione intorno agli accampamenti dei cercatori d’oro e dei tagliatori di alberi».

Altre minacce sono il consumo di alcol e lo sfinimento nei trasporti pesanti. E poi, «abbiamo in corso una campagna di sensibilizzazione per la tubercolosi che fa ancora parecchie vittime, e la lebbra che ha ripreso a diffondersi; ma la cura adesso c’è». E il dispensario di Bayenga è diventato un piccolo ospedale, con un medico statale.

Un frutteto anche per i pigmei è una delle azioni portate avanti da padre Flavio. «Gli alberi da frutto tropicali –banane, ananas–  sono generosi. Ogni domenica distribuiamo le piantine ricavate dai getti. Vanno a ruba presso bantu e pigmei!». Per la coltivazione dei campi e degli orti, bisogna fare i conti con la difficoltà culturale dei pigmei: da raccoglitori e cacciatori, non sono pronti a seminare, innaffiare e pensare di avere cibo solo dopo settimane o mesi. E’ importante incoraggiare il lavoro in comune –tipico delle battute di caccia– e mettere a disposizione terreni. «Forniamo sementi, attrezzi, tecniche e consigli con animatori sul campo. Insistiamo sulle coltivazioni di facile rendimento come campi di banane di manioca, di mais, che non richiedono grandi cure».

* Marinella Correggia è giornalista de "Il Manifesto" che ha pubblicato questo articolo nella sua edizione del 3 di novembre.

“Ringrazio delle belle espressioni di condoglianze per la dipartita del caro missionario. Certamente l’Istituto ha fatto una gravissima perdita, tanto era necessario. Ma sia fatta la volontà di Dio. Dal Paradiso per l’affetto che aveva all’istituto continuerà a proteggerlo, ed implorerà tante grazie perché compia la sua missione”. (Risposta dell’Allamano alle condoglianze del padre Gays per la morte di padre Costa, 2 settembre 1918)

“Essere consapevoli che la nostra vita finisce, è una ragione per amarla di più: accettando che la vita ha un limite cerchiamo di viverla più intensamente, più gioiosamente, amando e accettando di essere amati, perché anche se breve, la vita è un frammento di eternità”. (Enzo Bianchi)

Carissimi missionari, missionarie, familiari, benefattori, amici;

Come ogni anno celebriamo il ricordo dei nostri defunti. Gli avvenimenti del nostro tempo, le morti di tanti nostri missionari, familiari ed amici, richiamano al senso della nostra vita nel confronto con la morte. Siamo tutti consapevoli che nessuno è immortale. Ce lo ricordiamo ogni volta che assistiamo al funerale di uno di noi. La morte ci tocca tutti, e ci accompagna ogni giorno. Lo abbiamo anche imparato con la pandemia. E, ancora una volta, abbiamo bisogno di elaborarne il senso, cosa che da soli è estremamente difficile.

Pur nella fede nella resurrezione e nella certezza che la morte non è l’ultima parola di Dio sulla nostra umanità, dobbiamo riconoscere che la morte fa paura, è il passaggio obbligato verso la Vita piena. Un passaggio da affrontare senza evasioni, con realismo umano e cristiano! Ce ne dà esempio il Card. Carlo Maria Martini, arcivescovo emerito di Milano, ammalato di Parkinson, che, “nel contesto di una morte imminente”, sentendosi “già arrivato nell’ultima sala d’aspetto, o la penultima”, confessa di essersi “più volte lamentato col Signore” per la necessità di dover morire. Martini non nasconde il suo travaglio interiore per arrivare ad accettare quel duro calle, oscuro e doloroso: “Mi sono riappacificato col pensiero di dover morire quando ho compreso che senza la morte non arriveremmo mai a fare un atto di piena fiducia in Dio. Di fatto in ogni scelta impegnativa noi abbiamo sempre delle uscite di sicurezza. Invece la morte ci obbliga a fidarci totalmente di Dio”. Davanti al mistero della morte, che richiede “un affidamento totale”, Martini conclude: “Desideriamo essere con Gesù e questo nostro desiderio lo esprimiamo ad occhi chiusi, alla cieca, mettendoci in tutto nelle sue mani”. Di fronte alla morte, appare più ricco il dono della fede cristiana, l’unica che è capace di gettare una luce nuova e definitiva sul senso della vita, di Dio, del dolore, della storia… Una luce che fa la differenza.

I nostri giorni non sono nelle nostre mani, per parafrasare un salmo, e questo illumina di un senso diverso la nostra vita.

Gesù non ha mai promesso che i suoi amici non sarebbero morti. Per lui il bene più grande non è una vita lunga, un infinito sopravvivere; l’essenziale non sta nel non morire, ma nel vivere già una vita risorta. L’eternità è già entrata in noi molto prima che accada, entra con la vita di fede, chiunque crede in Lui ha la vita eterna. Il Signore ci insegna ad avere più paura di una vita sbagliata che della morte. A temere di più una vita vuota e inutile che non l’ultima frontiera che passeremo aggrappandoci forte al cuore che non ci lascerà cadere.

La preghiera per i morti è un atto di autentica intercessione, di amore e carità per chi ha raggiunto la patria celeste; è un atto dovuto a chi muore perché la solidarietà con lui non dev’essere interrotta ma vissuta ancora come comunione dei santi, cioè di poveri uomini e donne perdonati da Dio.

Confidiamo che le preghiere e la celebrazione dell'Eucaristia, per il mistero della comunione dei Santi, possano davvero portare beneficio ai nostri cari defunti ed affrettare, se ce ne fosse bisogno, il loro ingresso nel “Paradiso” di Dio.

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Così don Tonino Bello pregava Maria SS.ma, pensando alla morte:

"Quando giungerà anche per noi l'ultima ora, e il sole si spegnerà sui barlumi del crepuscolo, mettiti accanto a noi perché possiamo affrontare la morte. È un'esperienza che hai fatto con Gesù, quando il sole si eclissò e si fece gran buio sulla terra. Questa esperienza ripetila con noi. 

Piantati sotto la nostra croce, sorvegliaci nell'ora delle tenebre, Infondici nell'anima affaticata la dolcezza del sonno. Se tu ci darai una mano, non avremo più paura di lei...

Anzi l'ultimo istante della nostra vita lo sperimenteremo come l'ingresso nella cattedrale della luce al termine di un lungo pellegrinaggio, con la fiaccola accesa. Giunti sul sagrato, dopo averla spenta, deporremo la fiaccola.

Non avremo più bisogno della luce della fede, che ha illuminato il cammino. Oramai saranno gli splendori del tempio ad allargare di felicità le nostre pupille".

A tutti e a ciascuno: buona e santa celebrazione, coraggio e avanti in Domino!

*P. Stefano Camerlengo è superiore Generale dei Missionari della Consolata

TESTO COMPLETO ITALIANO e INGLESE

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