Il racconto di Alex Zappalà, direttore del Centro missionario di Concordia-Pordenone (Italia), che ha guidato un gruppo giovanile a Oujda: "Viviamo in una parte di mondo in cui facciamo tante cose ma non abbiamo il tempo per stare accanto alle persone, la missione è questo. Troppe vittime di tratta, non possiamo più tacere". Padre Patrick Mandondo, missionario della Consolata: fasciamo le ferite di chi attraversa il confine, l'anno scorso 3.800 giovani, e salviamo i prigionieri dei trafficanti. "Venite a visitarci"

Fasciare le ferite di chi percorre i deserti inseguendo il sogno di una vita senza guerre, dittature, privazioni. È quanto da anni fanno i Missionari della Consolata che vivono a Oujda, la città marocchina più vicina, solo sette chilometri, al confine con l'Algeria. Un confine sanguinoso, irto di ostacoli per chi vuole oltrepassarlo, sul quale nel 1963 si consumò la famigerata Guerra delle Sabbie, uno degli apici di quell'antagonismo che separa ostilmente i due Paesi pur accomunati da molti elementi linguistici, religiosi, etnici. Differenze storiche, politiche e ideologiche dalla loro rispettiva indipendenza influenzano tutt'ora pesantemente i rapporti e a farne le spese sono proprio le persone migranti che tentano di risalire dalle regioni subsahariane verso la Spagna scegliendo, o costretti a scegliere, quella rotta in cerca di un futuro vivibile.

Lunghi cammini con i piedi rotti: l'arrivo a Oujda di migranti stremati

A gettare luce su una realtà di cui poco si parla è stato negli ultimi giorni Alex Zappalà, direttore del Centro missionario diocesano di Concordia-Pordenone che, su Popoli e Missioneha raccontato l'esperienza di accompagnamento, dal 21 al 29 aprile, di una quindicina di giovani del gruppo "Missio Giovani" fino a Oujda. Un viaggio di spiritualità missionaria a contatto con le vite stremate di persone che qui trovano un luogo di sosta, di cura, di ripartenza. Un viaggio di conoscenza sul campo dopo un anno di lavoro sui temi dell'accoglienza e della migrazione, che ha fatto riscoprire il vero senso della missione: "stare con", al di là del "fare".

Ascolta l'intervista ad Alex Zappalà

Quando Alex e i suoi ragazzi sono giunti a Oujda, un'ottantina di altri giovani africani erano presenti dai padri della Consolata. E subito è partito uno scambio, un ascolto di storie anche "impronunciabili", tanto il dolore. "Quasi tutti venivano anche da quattro anni di cammino, attraverso il deserto, o nelle prigioni della Libia. Ci hanno raccontato di violenze, abusi visibili dentro i loro occhi. C’era però anche tanta forza e desiderio di proseguire il viaggio per inseguire il loro sogno. Pochi fanno marcia indietro. Se tornano indietro è perché non hanno più soldi, per esempio. Oppure pensano che il loro sogno non è più alla propria portata".

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La missione tra i migranti aiuta a ricucire cicatrici . Vite che recuperano una dignità

C’è un continuo via vai, racconta Alex. I missionari stanno accanto ai migranti, li sfamano, li curano. Questi arrivano con gambe rotte, ferite. I religiosi, che sono aperti ad accoglierli 24 ore su 24, li portano in ospedale, se necessario. L’anno scorso sono passati da qui 3.800 persone, il 10 percento sono donne e bambini. Arrivano per lo più ragazzi maschi, minorenni non accompagnati e giovani. La maggioranza proviene dalla Guinea Conakry, circa il 60 percento. Poi arrivano dal Sud Sudan, costoro preferiscono intraprendere la rotta verso il Marocco pur di evitare la Libia. Arrivano anche da Camerun, Costa D’Avorio, Mali, Ciad, Burkina Faso. Alcuni anche dal Congo, dal Benin, dal Togo, dal Senegal. Chi ha attraversato la Libia, ha tentato più volte, è stato maltrattato nelle carceri, vittima di ogni genere di abusi. C'è chi ha provato la via verso la Tunisia, se falliscono quella tentano in direzione Marocco nella speranza di raggiungere Melilla, altra dura frontiera tra l'Africa e l'Europa.

Padre Mandondo: fasciamo le ferite e diamo un luogo di sosta

"Il nostro lavoro è di testimonianza cristiana e sostituisce la mancanza di operatori capaci di portare avanti questa realtà di accoglienza", spiega a radio Vaticana, padre Patrick Mandondo, IMC, parroco di San Luigi, responsabile della pastorale migratoria del Centro parrocchia Accueil migrants Oujda (AMO). Originario della Repubblica Democratica del Congo, si è specializzato in Teologia pastorale e Mobilità umana a Roma, dove nel 2020 è stato ordinato sacerdote.

Dal 2022 è in Marocco dove porta avanti, insieme ai suoi due confratelli, questo progetto assunto dalla diocesi di Rabat e avviato da un prete locale nel 2018. "È una esperienza molto ricca e sfidante - racconta - abbiamo pochi mezzi, viviamo di provvidenza e non abbiamo possibilità economiche adeguate, considerato che si tratta di un progetto che richiede molti soldi, fino a 300 mila euro l’anno". Spiega come tanti ragazzi arrivano con i piedi spaccati, "se un giorno venite a trovarci lo vedrete con i vostri occhi". 

Ascolta l'intervista a padre Patrick Mandondo

Per i minori soli i missionari hanno creato un programma di alfabetizzazione e per i più grandi uno professionale (elettricista, panettiere…). "Valutiamo caso per caso come aiutarli", afferma Patrick da questa città di transito dove, precisa, non ci sono strutture di accoglienza, né statali né delle associazioni. "Qui la Chiesa è proprio un ospedale da campo, come dice Papa Francesco. È una Chiesa che si apre alle sofferenze". Quella di San Luigi è l’unica parrocchia di una città di 600 mila abitanti, dove i cristiani non arrivano all'1 percento della popolazione. "La nostra piccola comunità è formata in maggior parte da giovani dell’Africa sub-sahariana venuti qua per studiare con borse di studio del Marocco. Frequentano la messa domenicale, quasi un centinaio, poi durante la settimana non li vediamo perché impegnati nelle loro attività. Noi dunque portiamo avanti il progetto con i migranti applicando il nostro carisma di missionari ad gentes. Per noi la promozione umana è molto importante". E insiste nel descrivere il confine tra i due Paesi, un fossato con due muri presidiati da ingenti forze di polizia che spesso usano violenza nei confronti di chi intende attraversarli. 

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 Vite che non ce la fanno. La missione non è solo 'fare', è soprattutto 'stare accanto'

I missionari sfidano le insidie e i ricatti della tratta

"Ci raccontano le difficoltà vissute, come hanno attraversato il deserto, come sono stati venduti da trafficanti, deportati nella foresta abbandonati a se stessi, depredati di tutto, privati di cibo e acqua. Raccontano in lacrime questi ricordi", prosegue Patrick che insiste sul rischioso lavoro che i religiosi fanno per salvare i migranti dalle minacce dei trafficanti. "Noi facciamo un lavoro molto pericoloso perché andiamo nei quartieri a liberare questi ragazzi maltrattati dai mafiosi". Racconta di persone al di qua e al di là dei del confine che prelevano questi ragazzi vittime di una vera e propria tratta. "Sono merce, valgono circa 300 euro a testa". Arrivati in Marocco vengono bloccati nelle "case" dei trafficanti i quali, riferisce Mandondo, cominciano a ricattare le loro famiglie di origine. Il sacerdote ricorda quando una volta ne ha quaranta di ragazzi lasciati in una stanza di tre metri per quattro. Una volta intercettati, i religiosi cercano di fare un'opera di mediazione non senza il rischio di essere picchiati. "Spesso capita. Alla fine riusciamo". L’appello che il parroco fa alla comunità internazionale è di non considerare la migrazione come un problema. "La gente non cerca di sapere perché la gente si muove. Dobbiamo andare alla radice delle questioni. Dobbiamo dare dignità".

Zappalà: assicurare canali regolari di migrazione

Su questo impegno di ridonare una dignità persa insiste molto Zappalà. "Questa cosa ci ha spiazzato. Bisognerebbe creare, e non vale solo per l’Italia, dei canali regolari attraverso i quali questi ragazzi possano giocarsi una chance", sottolinea. "I visti o non ci sono o sono pochissimi. Sono persone dentro una tratta che sta facendo morti su morti. Non possiamo più tacere. Chiudersi per paura significa innazitutto perdersi la ricchezza dell’incontro con l’altro". E ricorda come i ragazzi ventenni e trentenni che ha guidato a Oujda abbiano potuto condividere i sogni dei loro coetanei. "Un giovane tra loro, Jacob, quattro anni di cammino alle spalle ha il sogno di fare lo chef. Non ha mai smesso di sorridere con noi pur raccontando il dramma del suo percorso. L’ultimo giorno, al momento dei saluti, si è tolto la maglietta con i colori della sua terra di origine, la Guinea Conakry, e l’ha data a una ragazza dei nostri. 'Voglio che tu non ti dimentichi', le ha detto. Lei ha donato la sua felpa, era quella della Gmg in Portogallo. Da allora ci sono canali di comunicazione tra i giovani che sono diventati amici. 

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Dopo la sosta

La missione non è solo 'fare', è soprattutto 'stare accanto' 

"Se ci perdiamo l’umanità dell’altro allora non avremo più freno nello schiacciare un bottone e far saltare tutti per aria", conclude Alex che sintetizza il frutto più prezioso di questo viaggio. "Noi siamo partiti senza un progetto particolare da fare. Ma siamo stati con loro. Spesso alla parola missione associamo solo la dimensione del ‘fare’. Ma lo ‘stare’ vale ancora di più, anche quando non puoi fare nulla. Viviamo in una parte di mondo in cui facciamo tante cose ma non abbiamo il tempo per stare accanto alle persone. Le nostre giornate sono scandite, fin da piccolissimi, da agende pienissime. Abbiamo perso il gusto di stare e raccontarci, di incrociare lo sguardo dell’altro".

Alex osserva come l'esperienza alla frontiera abbia fatto riscoprire il valore profondo dell’umanità. "Non è una lettura 'moderna' del Vangelo, questa, è sempre stato così al tempo di Gesù che chiedeva appunto di ‘stare con’, di mettere al centro l’altro per avere uno sguardo più tenero. Che loro possano credere - è il suo auspicio - che da questa parte di mondo non è vero che ci sono solo persone che non ti vogliono ma che ci sono persone che si aprono. La paura porta solo distorsione della verità. C’è una parte di mondo di cui ci possiamo ancora fidare e che deve vincere in qualche modo: è il profumo del Regno di cui ci ha parlato Gesù".

* Antonella Palermo Fonte - Città del Vaticano. Pubblicato originalmente in: Vatican News

La «grande isola» è come un ponte tra l’Africa e l’Asia. Porta in sé contrasti e difficoltà, oltre a tanta bellezza. Iniziamo questa serie dall’ultimo paese nel quale hanno messo piede i «figli» di Giuseppe Allamano.

«Ormai è venuto il tempo di una missione più discreta, umile, solidale, propositiva, fondata più sull’essere che sul fare» (cfr. dalla presentazione degli atti del Capitolo Generale dei Missionari della Consolata del 2017).

La genesi

Nel 2012 il vescovo di Abanja, monsignor Rosario Vella, salesiano, passa alla casa Generalizia a Roma. Mi cerca perché le suore Battistine gli hanno parlato bene di noi. Io all’epoca ero superiore generale dei Missionari della Consolata. Mi dice: «perché non venite ad aprire in Madagascar, è una missione ad gentes, adatta a voi. Venite nella nostra diocesi».

Io gli rispondo: «È una bellissima idea, ma noi stiamo lavorando a livello continentale, per cui per aprire una missione in un nuovo paese, mi piacerebbe sentire cosa pensa il consiglio continentale dell’Africa dell’istituto». «Ma come, un generale non può decidere?», dice lui. Io presento l’idea al consiglio, che ci lavora quasi due anni.

Nel 2016, una prima delegazione va in Madagascar a incontrare il vescovo e vedere il possibile luogo di missione. Ne fanno parte il vice superiore generale padre Dietrich Pendawazima, il consigliere per l’Africa padre Marco Marini, e padre Hyeronimus Joya, all’epoca superiore del Kenya, a rappresentare il consiglio d’Africa.

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Ma facciamo un passo indietro. Nel 2010, quando ero vice superiore generale, io ero andato a trovare il nostro confratello padre Noè Cereda (recentemente scomparso, ndr) nella capitale Antananarivo. Lui era lì perché aveva lavorato come responsabile all’Emi (Editrice missionaria italiana), e aveva avuto un contratto per pubblicare i libri per le scuole elementari e medie dello Stato. Quando ha lasciato l’Emi, dati i suoi contatti, si è trasferito in Madagascar, a lavorare con delle suore. Mi ero dunque fatto un’idea del Paese.

Motivazioni

Ma perché il Madagascar? Per noi rispondeva a una delle nostre inquietudini come missionari della Consolata. Oggi tutto è missione e il significato dell’«ad gentes» è in crisi. Non si capisce più esattamente quale sia l’identità concreta dell’andare «alle genti». Diciamo che sono i luoghi dove bisogna annunciare il Vangelo per la prima volta. In Madagascar i cattolici sono una minoranza (circa il 16%, ndr).

Una seconda motivazione era che questo Paese è un ponte che unisce l’Africa all’Asia. La popolazione è in parte di origine africana e in parte austronesiana (come i popoli di Malaysia e Indonesia, ndr).

Il terzo elemento di interesse era quello dare occasione ai nostri missionari africani di realizzare una missione tutta africana.

Difficoltà

Quando i nostri primi tre sono partiti nel marzo 2019, sono andati dal vescovo di Ambanja e hanno iniziato a imparare la lingua. Si trattava del congolese Jean Tuluba, l’ugandese Kizito Mukalazi e il keniano Jared Makori. Come africani non hanno avuto grosse difficoltà a comprendere la cultura. Ma dopo qualche mese il vescovo è cambiato, monsignor Vella è stato trasferito e siamo rimasti per un paio di anni con un amministratore apostolico, che però stava in un’altra diocesi e aveva molto altro da fare. I nostri sono stati lasciati un po’ soli. Questo aspetto ha penalizzato la nostra missione. Quando abbiamo fatto la visita con la nostra delegazione si è dunque pensato di aprire nel Nord del Paese, a Beandrarezona, dove i nostri sono arrivati nell’ottobre 2020. Abbiamo subito visto che si tratta di una missione puramente ad gentes: è proprio un luogo fuori dal mondo.

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Padre Jared Makori, padre Jean Tuluba e padre Kizito Mukalaz a Nairobi, in Kenya, prima della partenza per il Madagascar. Foto: Jaime C. Patias

Durante la stagione delle piogge, per sei mesi all’anno, non si può neppure arrivare con la macchina. Inoltre, l’unica auto che c’è in zona è la nostra. Nella cittadina dove stiamo, le case sono molto vicine tra loro, perché chi vi abita non aveva mai pensato che potesse passare un mezzo, quindi non c’è una vera strada. Anche le comunicazioni sono difficoltose: per usare il telefono cellulare, i missionari devono andare su una montagna.

Inoltre, la nostra è stata la prima presenza missionaria straniera in assoluto. Prima c’era solo un gruppo di suore malgasce che, ancora oggi, gestiscono una scuola. Forse come prima apertura in un paese nuovo è stata un po’ un azzardo.

Quando ho fatto la mia ultima visita canonica, nel luglio 2022, abbiamo confermato che la missione di Beandrarezona è quella dove vogliamo stare. Allo stesso tempo abbiamo rinforzato l’idea di aprire una nuova comunità nella capitale Antananarivo. Abbiamo infatti visto che in Madagascar, tutto si gioca in capitale, quindi una nostra presenza lì è fondamentale. Non soltanto per gli aspetti pratici ma anche per essere riconosciuti e significativi. Molte congregazioni presenti nel Paese non sanno neppure che esistiamo.

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Nella stagione delle piogge le strade sono impraticabili. Foto: Godfrey Msumange

Missione povera

È una missione povera, le entrate sono limitate, anche per mantenere il minimo di strutture non è facile. I tre missionari sono rimasti per tre anni in una famiglia il cui papà era direttore della scuola. Loro si sono ristretti e ci hanno lasciato due stanze con una specie di cucina. Solo recentemente abbiamo fatto fare una casa e poi anche una scuola, che potrebbe dare un senso alla missione e una piccola entrata economica. Il luogo ci definisce, ovvero certe scelte ci definiscono. Essere in Madagascar in questo momento storico è una scelta di campo, da ad gentes, tra i più poveri e abbandonati. La forza di questo Paese è il turismo, ma si concentra sulle coste mentre all’interno la popolazione vive in una povertà estrema.

Adesso padre Kizito ha cambiato destinazione, mentre due padri giovani si stanno preparando per integrare il gruppo.

Provocazione

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Questa nuova modalità di missione, si presenta con pochi mezzi. Si esplicita in tre punti: stare con la gente, avere meno potere e più condivisione. Il missionario non deve essere il solito straniero potente che risolve tutto. Questa è però una fatica per i giovani, che sono portati a essere protagonisti.

Bisogna trovare le condizioni per riuscire a stare o, al contrario, capire le condizioni che ti obbligano ad andare via.

La missione oggi chiede una grande conversione: si fa fatica a individuarla, è diversa da quella di una volta, ed è difficile portarla avanti.

* Padre Stefano Camerlengo, IMC, missionario in Costa d’Avorio. Pubblicato originalmente in: Missioni Consolata, Maggio 2024.

La storia nelle storie della Cappellania Latinoamericana. Ecco la presentazione di padre Gianantonio Sozzi che, insieme a padre Horacio Zuluaga, accompagna la comunità latinoamericana a Torino.

“La cappellania è un luogo di incontro dei latinoamericani che siamo di religione cattolica”, ci ricorda Maria, cilena, oriunda di Valparaiso, arrivata da poco agli austeri 60 anni e sbarcata in Italia quando era ancora abbastanza giovane e alla fine di un percorso personale non facile, come non lo è stato per tutti coloro che, a un certo punto della loro vita, hanno fatto della migrazione una scelta dolorosa ma in qualche modo necessaria.

La storia della cappellania si intreccia fortemente con le storie di queste persone che l’hanno fatta, voluta e a modo loro realizzata. È una costruzione collettiva più che istituzionale; è nata attorno alla storia e alle storie delle persone che ne fanno parte o ne hanno fatto parte… alcuni sono ancora lì a distanza di anni, altri si sono allontanati; alcuni sono andati in cielo –anche più di un cappellano– e invece altri ancora sono tornati in patria, magari alla fine di una vita lavorativa impegnata e impegnativa. Di qualcuno si è persa la memoria, altri hanno lasciato un ricordo incancellabile.

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Celebrazione della Santa Messa nella Domenica delle Palme. Foto: Archivio Capellania Latinoamericana

Come le circostanze di ognuno sono variate, lo stesso anche la cappellania ha avuto i suoi andirivieni, le sue enfasi, i suoi punti forti e anche le sue debolezze. Sebbene tutti siano latinoamericani, non tutti si riconoscono nella stessa nazionalità o nelle stesse devozioni: ogni paese ha le sue e spesso all’interno di ogni paese ce ne possono essere varie, legate a geografie, culture ed esperienze che non sono le stesse per tutti.

È sufficiente anche solo visitare la parte posteriore dell’attuale sede della Cappellania, in via Nizza 47, per accorgersi di questa verità così evidente. Agli occhi superficiali di un estraneo quel che abbiamo lì è una specie di accozzaglia di santini, santoni, madonnine e madonnone, immagini di Cristo quasi sempre sanguinante e sofferente come il continente di provenienza. Invece nel cuore delle persone che sono devote c’è tutta una storia, una tradizione, una serie di esperienza che sopravvivono in rituali, festività, novene, “sahumerios”, “paradas”, processioni e perfino folklore, ballo e musica a tutto spiano.

Quindi il luogo di riunione, come lo chiama Maria, è forse qualcosa di più di un luogo... diventa anche un tempo, una occasione, un’opportunità, un riscatto, una nostalgia, spesso anche una gastronomia perché “il pollo, quello cucinato con la ricetta di mia mamma, quello sì che era buono!” La cappellania è ognuna di queste cose e anche tutte loro messe assieme e diversamente miscelate.

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Padre Horacio Zuluaga guida la processione nella Domenica della Divina Misericordia

La cappellania è la storia che cammina, e lo fa anche, o la fa ancora, nelle giovani generazione. Sono ragazzi nati in Italia oppure giunti piccolissimi, –magari con anche in tasca la nazionalità di questo paese che li ha accolti– ma che in diversi modi continuano ad accompagnare i loro genitori nelle loro “stranezze” che alla fine non sono nemmeno così strane, sono diverse e basta.

L’integrazione è sempre un processo, si fa a piccoli passi, con simpatia e non sollevando sterili conflitti e rivendicazioni, con gesti straordinari di solidarietà che si celano nella quotidianità di coloro che si avventurano nei meandri della società italiana che spesso sta a guardare e ci mette poco a giudicare.

E allora lo spazio della cappellania può anche diventare l’occasione in cui ci si trova tutti assieme, trattando di superare le differenze –che pur ci sono, che creano anche divisioni dolorose, o incomprensioni lancinanti– per assaporate amicizie nuove, accompagnate dalle onnipresenti patate alla “huancaína” salsa dalle mille sfumature –tante come le mani e la creatività di ogni chef– con la quale si condiscono delle semplici patate lesse.

In questa scorsa Settimana Santa abbiamo fatto una prova… forse non del tutto riuscita, ma un primo passo per accorciare distanze. La celebrazione del triduo pasquale tutti assieme. Tutti chi? La fedele comunità italiana che frequentava questa chiesa quando era ancora la cappella delle suore adoratrici di Bergamo, e la variegata comunità latina che, da qualche anno a questa parte, ha fatto di questa cappella la sua casa e la casa delle loro “hermandades”.

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Le varie immagini dei santi e della Madonna nella sede della Cappellania Latinoamericana, chiesa dell’Immacolata Concezione a Torino.

Un po’ di musica più mossa, qualche solennità stemperata, gesti di una ritualità più vistosa, costumi e “travestimenti” che hanno riempito di colore la sobria liturgia romana… forse non ci conosciamo ancora per nome e non abbiamo avuto molti risultati quando si è tentato di sederci attorno allo stesso tavolo. Insomma, il “compartir” stenta ancora… ma se son rose fioriranno.

Comunità etniche a Torino

Nel territorio dell’archidiocesi di Torino sono presenti un numero significativo di comunità etniche accompagnate da sacerdoti e religiose, solitamente provenienti dalla relativa area geografica o missionari di ritorno.

A Torino sono presenti 13 comunità che nel tempo hanno vissuto diverse trasformazioni. Se nei primi anni 2000 le comunità rappresentavano un punto di riferimento per chi era appena giunto in Italia, oggi in assenza di grandi flussi migratori in entrata le comunità hanno assunto altri ruoli, con sviluppi differenti tra loro.
Le comunità sono: lusofona, brasiliana, africana anglofona, filippina, latinoamerica, cinese, africana francofona, africana ecumenica, ucraina, albanese, srilankese, rumena e indiana.

* Padre Gianantonio Sozzi, IMC, è cappellano della Cappellania Latinoamericana a Torino. (foto sotto)

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Celebrazione nella Parrocchia di Salsasio a Torino in occasione della Festa dei Popoli 2024

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«Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

“Il sacerdote è più di tutto l'uomo della carità, ed egli è prete assai più a vantaggio dei suoi fratelli che di se stesso.” (Beato Giuseppe Allamano)

Il nostro caro Padre Matteo Pettinari ci ha lasciato, una vita generosa spazzata via in pochi istanti. Nel pomeriggio del 18 aprile verso le 14 e 30, ha avuto un terribile incidente stradale contro un autobus di linea a Niakara nel nord della Costa d’Avorio dove viveva da missionario da 13 anni.

Padre Matteo, 42 anni, dei quali 17 di professione religiosa e 13 di sacerdozio, nella prefettura di Dianra, era punto di riferimento per l’intera popolazione.

Papa Francesco all’angelus di domenica 21 aprile ha così commentato: "Con dolore ho appreso la notizia della morte, in un incidente, di padre Matteo Pettinari, giovane missionario della Consolata in Costa d'Avorio, conosciuto come il "missionario instancabile", che ha lasciato “una grande testimonianza di generoso servizio”.

Una vita spesa per gli ultimi della Costa d’Avorio, vissuta con energia e vitalità. Non si è mai risparmiato, si è dedicato soprattutto alla costruzione di una Chiesa e di un Centro Sanitario, riferimento per tanta gente della Regione e tanta vicinanza e carità con tutti.

"Quello che l’Africa mi ha insegnato – aveva detto anni fa in un’intervista – è vivere la vita non a partire dai problemi che ci sono o che non ci sono, che potrebbero esserci o non esserci, ma dalle relazioni che comunque sempre sono il sale, la gioia, la ricchezza del quotidiano. Io amo dire quando sono a Dianra che abbiamo mille problemi ma mille e uno soluzioni, nel senso che le difficoltà, le crisi, la precarietà di ogni tipo non possono determinare lo stile con cui si affrontano le giornate".

Era un missionario vero, buono, un cristiano, che divorava la Parola di Dio e non si è mai stancato di spezzarla per tutti. Cercava di aiutare tutti e il tempo non gli bastava mai perché doveva sempre correre ad aiutare e servire. Era sempre il primo a fare la sua parte a servire e amare fino alla fine, a sorridere al prossimo. Una signora l’ha definito: “un missionario senza religione”, perché era sempre pronto ad aiutare tutti senza guardare a quale confessione religiosa appartenesse.

Punto di riferimento era e resta anche a Monte San Vito (Ancona) dove tutta la sua famiglia è conosciuta e apprezzata.

La famiglia ha deciso di lasciare il suo corpo a Dianra Village, nella “sua missione” dove ha offerto la sua vita affinché continui ad essere punto di riferimento, guida sicura, porto di speranza.

Lo ricordiamo con affetto ed amicizia, facciamo fatica a capire il piano di Dio, ma sappiamo che Dio conosce il perché.

Grazie Signore perché ce lo hai donato e perché è stato un grande missionario, ora lo hai chiamato te lo affidiamo, che dal cielo continui ad accompagnarci e si prenda cura di tutti noi che lo abbiamo conosciuto ed amato quaggiù.

* Padre Stefano Camerlengo, imc, missionario in Costa d’Avorio.

“In Brasile, la Pastorale afro ha mosso i primi passi nel 1988, ma ha ancora bisogno di essere strutturata in tutte le diocesi come parte dell'azione evangelizzatrice della Chiesa”, dice padre Ibrahim Musyoka, IMC, coordinatore della Pastorale afro dell'arcidiocesi di Feira de Santana (Bahia).

E’ questa un pastorale che cerca di porre attenzione ai gruppi di afrodiscendenti presenti nella società brasiliana. “Un Sinodo dei vescovi sulla Pastorale afro, come è stato fatto per l'Amazzonia, aiuterebbe molto in questo difficile lavoro”, afferma il missionario.

Quest'anno si conclude il Decennio internazionale per le persone di origine africana (2015-2024), proclamato dalle Nazioni Unite per incoraggiare gli Stati membri a promuovere attività con il fine di riconoscere, rendere giustizia e facilitare lo sviluppo dei milioni di persone di origine africana nel mondo che ancora soffrono dello stigma del razzismo, della discriminazione e dell'inferiorità che ha accompagnato le loro vite da quando i loro antenati sono stati sradicati dall'Africa e portati in altri Paesi in condizioni di schiavitù.

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Padre Ibrahim Muinde Musyoka, missionario della Consolata kenyota in Brasile. Foto: Ed Santos/Acorda Cidade

La Pastorale afro, che la Chiesa in Brasile (e in altri Paesi) ha creato, ha forse accolto questa iniziativa dell'ONU per dare nuova linfa al lodevole sforzo di inclusione, valorizzazione e dialogo interreligioso che dal 1988 si sta realizzando per le persone di origine africana? “A quanto pare, no”. Padre Ibrahim, missionario della Consolata del Kenya, in Brasile dal 2016, dove ha studiato teologia ed attualmente vicario della parrocchia di São Roque da Matinha, la prima parrocchia quilombola in Brasile (eretta nel 2021) – spiega che questa iniziativa dell'ONU non ha avuto alcuna ripercussione nella Chiesa, perché essa “non mostra ancora molto piacere nel parlare della questione”.

Nell’intervista, il padre Ibrahim ha parlato della Pastorale afro che porta avanti nella parrocchia di Matinha, di come è strutturata, nonché dello sforzo di aiutare la popolazione, tutta di origine africana, a superare  steccati e barriere, anche se in generale più abituata a pensare di non avere nulla da dare e nulla da pretendere. Così, nell'illustrare le numerose attività svolte (in campo educativo, culturale, religioso e storico), il missionario sottolinea che esse sono orientate ad accrescere l'autostima degli afrobrasiliani e la visione generale dell'Africa, che viene sempre mostrata a partire da una prospettiva negativa. La Pastorale afro “cerca di presentare l'altra faccia dell'Africa e della popolazione afrobrasiliana”, ribadisce.

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Un momento culturale della Pastorale afro nella parrocchia di São Roque da Matinha, Bahia. Foto: Jaime C. Patias

La Pastorale afro in Brasile è iniziata in modo strutturato nel 1988, proprio con la Campagna della Fraternità promossa dalla Conferenza Nazionale dei Vescovi del Brasile (CNBB) durante la Quaresima di quell’anno che aveva come tema “Fraternità e il popolo nero” e come motto “Ascolta il grido del mio popolo”. Purtroppo, “a molti membri della Chiesa manca ancora” - secondo il nostro intervistato – “un atteggiamento e un'educazione che li porti a considerare e ad abbracciare la Pastorale afro come parte integrante dell'azione evangelizzatrice della Chiesa e non solo come carisma particolare di pochi. È necessario ascoltare davvero il grido di questo popolo”. Dobbiamo ricordare che “la Pastorale afro non è una fantasia, ma uno sguardo sincero e onesto sulla vita reale della gente” - sottolinea padre Ibrahim.

Alla domanda sul contributo che il Sinodo dei vescovi per l'Amazzonia potrebbe dare anche per la Pastorale afro e sulla necessità di un Sinodo dei vescovi sul tema degli afrodiscendenti, il vicario della parrocchia di São Roque di Matinha risponde che “Tale sinodo è necessario e urgente” e ipotizza la sua tenuta a livello continentale o in paesi dove l’esperienza della pastorale afro sembra già assodata come Brasile, Colombia, Caraibi...

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Francisca das Virgens Fonseca, membro dell'équipe di formazione Pastorale afro dell'Arcidiocesi di Feira de Santana. Foto: Ed Santos /Acorda Cidade

Nell’intervista si citano anche argomenti espressi su questo tema nei documenti della chiesa come l'incoraggiamento del Concilio Vaticano II per l'inculturazione e l'inclusione dei popoli; le conferenze continentali latinoamericane come Puebla, Medellin, Santo Domingos e altre, che hanno in qualche modo creato un clima favorevole alla Pastorale afro. Nella sua valutazione il padre Ibrahim Muinde dice “mancano le risorse umane e materiali, così come una maggiore volontà di vitalizzare questa Pastorale”.

La questione della necessità di un maggiore dialogo interreligioso tra il cristianesimo e le religioni di origine africana, un tempo considerate “primitive”, e il tema della teologia africana non sono assenti da questa ampia conversazione. Si tratta di temi che vengono presi in considerazione anche negli incontri di Pastorale afro a livello nazionale e continentale e risultano molto utili per uno scambio generale sui vari aspetti del lavoro che la Chiesa deve fare per riconoscere pienamente l'importanza e il contributo dei discendenti dell'Africa al Brasile.

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Incontro continentale di Pastorale afro nel 2022 in Messico. Foto: archivio personale di p. Ibrahim Musyoka

In realtà, il prossimo incontro continentale si terrà nel 2025 e potrebbe svolgersi in Argentina, un Paese la cui patrona, la Madonna di Lujan, è legata alla figura di un afrodiscendente schiavizzato, tuttavia l’Argentina è uno di quei Paesi in cui la presenza storica dei afrodiscendenti è stata, in gran parte, negata, rifiutata.

Trovi qui l'audio integrale dell'intervista a padre Ibrahim Muinde Musyoka (Radio Vaticana)

Fonte: Pubblicato originalmente in www.vaticannews.va

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IV Festival della Fede e della Cultura nell'Arcidiocesi di Cali, Colombia. Foto: Jaime C. Patias

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Incontro di Pastorale Afro dei missionari della Consolata presso il Centro di Pastorale e Spiritualità Afro di Cali, Colombia (dal 26 settembre al 2 ottobre 2022). Foto: Jaime C. Patias.

 

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Bolivia. «Noi conosciamo l’Amazzonia. Ascoltateci»

L’XI riunione del Foro social panamazonico (Fospa) Foresta pluviale e fiumi, ma anche 2,5 milioni di specie animali, 40mila specie floreali...

Maria Consolata, mistero d'amore e di vita...

21-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

Maria Consolata, mistero d'amore e di vita...

Maria di Nazareth, lì mi piace ricordarti, nella vita di tutti i giorni,nel lavoro e nella cura,nella casa e nella...

Festa della Consolata: “Non hanno più vino”... “Fate quello che vi dirà”

19-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

Festa della Consolata: “Non hanno più vino”... “Fate quello che vi dirà”

Messaggio del Superiore Generale, padre James Bhola Lengarin “Tutti abbiamo gioito, il 23 maggio scorso, alla notizia del riconoscimento del miracolo...

XII Domenica del TO / B - “Passiamo all'altra riva"

19-06-2024 Domenica Missionaria

XII Domenica del TO / B - “Passiamo all'altra riva"

Gb 38, 1. 8-11; Sal 106; 2 Cor 5, 14-17; Mc 4, 35-41 L’esperienza dolorosa della sofferenza alquanto assurda e ingiustificata...

Giornata Mondiale del Rifugiato 2024

19-06-2024 Notizie

Giornata Mondiale del Rifugiato 2024

Sono oltre 117 milioni le persone in fuga da guerre, persecuzioni e violenza a livello globale, almeno 1 persona ogni...

Il Beato Giuseppe Allamano e la festa della Consolata

18-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

Il Beato Giuseppe Allamano e la festa della Consolata

Il 20 giugno è la festa della Consolata ed è la festa patronale dei Missionari e Missionarie della Consolata. È...

Colombia: Convegno Missionario Interculturale

18-06-2024 Missione Oggi

Colombia: Convegno Missionario Interculturale

“Siamo indigeni, afrodiscendenti, amazzonici, cittatini, sacerdoti e laici…” Un programma di teologia e prassi missionaria vissuta dai Missionari della Consolata in...

Missionarie della Consolata celebrano 100 anni di Consolazione in Etiopia

17-06-2024 I Nostri Missionari Dicono

Missionarie della Consolata celebrano 100 anni di Consolazione in Etiopia

Come meglio allora ringraziare il Signore per la Sua bontà? Arrivate in Etiopia nel marzo del 1924, le Suore Missionarie della...

Una serata a Senigallia per padre Matteo Pettinari

17-06-2024 Notizie

Una serata a Senigallia per padre Matteo Pettinari

La vita donata, la vita che chiede vita. La diocesi di Senigallia rende omaggio a padre Matteo Pettinari, IMC, a...

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