Il missionario della Consolata padre Rubén Horacio López è morto la mattina del 19 aprile 2024 a Buenos Aires, in Argentina. Aveva 63 anni, 39 di professione religiosa e 35 di sacerdozio. Il religioso ha vissuto la sua Pasqua ed è andato incontro a Dio, che ha amato e servito.

Il comunicato ufficiale dei Missionari della Consolata della Regione Argentina esprime i tanti sentimenti di dolore e di gratitudine che provengono da molti luoghi dove padre Rubén ha prestato servizio come missionario: "Oggi il nostro fratello ha terminato il suo pellegrinaggio sulla terra ed è andato alla casa del Padre. Ringraziamo Dio per la sua testimonianza, il suo ministero, la sua consacrazione e la sua dedizione alla missione ad gentes".

Nato a Buenos Aires il 21 luglio 1960, p. Rubén è entrato nel Seminario della Consolata e ha studiato filosofia in Argentina, poi si è trasferito in Colombia e a Bucaramanga ha fatto il noviziato ed emesso la professione religiosa il 6 gennaio 1985 per poi studiare teologia a Bogotá. Si è specializzato a Roma, in Italia, ed è stato ordinato sacerdote il 9 settembre 1988.

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Padre Rubén participa dell'Assemblea continentale dei missionari della Consolata nelle Americhe a Bogotá, Colombia nel 2018. Foto: Julio Caldeira

I suoi primi anni di missione li ha vissuti a Punín, in Ecuador, con le comunità indigene Kichwa Puruhá. Successivamente è tornato in Argentina, dove ha lavorato nelle parrocchie di Pirané (Formosa), San Salvador de Jujuy e Merlo (Grande Buenos Aires). Fu anche formatore dei giovani del seminario propedeutico e di quello filosofico di Buenos Aires e Jujuy. In vari periodi fu consigliere, vice-superiore e superiore regionale dei Missionari della Consolata in Argentina.

Non risparmiava alcuno sforzo per stare con la gente

Era conosciuto come "missionario in cammino", perché si sforzava di andare il più delle volte "a piedi" per incontrare le persone, le famiglie e le comunità. Era noto per la sua vicinanza, amicizia, semplicità e umiltà, ed era un grande consigliere, pastore e guida.

Di fronte al dolore per la sua partenza, abbiamo ricevuto diversi messaggi di ringraziamento che ricordano la testimonianza missionaria del padre Rubén López.

Sofía Rodríguez, formata nei gruppi giovanili della parrocchia di Nostra Signora di Pompei, a Merlo, ricorda che padre Rubén è stato "un grande amico, sacerdote, attento alla comunità, preoccupato per le case e le famiglie, formatore di molti che ora sono sacerdoti". Ricorda come ogni “mate”, chiacchierata, “empanada” o qualsiasi altro cibo di cui era ghiotto diventava anche una occasione per organizzare la celebrazione eucaristica o mostrare come essere comunità senza trascurare l'altro, anche se diverso da noi. “Ci insegnava a chiedere perdono anche se doveva accompagnarci per farlo; a risolvere situazioni difficili sempre con il dialogo e l’ascolto; a credere in chi diceva la verità, anche se non aveva tutti i documenti in regola. Lo ringraziamo per ogni battuta ironica che ci ha fatto pensare o racconto che lasciava sempre delle cose belle su cui riflettere”.

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XIII Capitolo Generale a Roma nel 2017. Foto: Jaime C. Patias

I migranti boliviani di Merlo, ricordando che "ha accompagnato la nostra comunità per molti anni con le sue messe e le sue preghiere, partecipando sempre nei nostri usi e costumi. Non dimenticheremo mai le volte che ha visitato le nostre case portando la parola e la benedizione di Dio. È stato parroco, amico e grande guida per tutti noi”.

Un missionario delle periferie e un viaggiatore

Il missionario laico della Consolata Mario Miranda, che ha vissuto e lavorato con padre Rubén per molti anni, dice che "era un grande missionario ovunque andasse, un amico intimo, sempre preoccupato per i più vulnerabili e bisognosi di conforto. Un missionario attento alle periferie e preoccupato di lasciare comunità ben organizzate e dedite alla missione e all'evangelizzazione. Era un uomo semplice, umile e missionario che camminava molto per visitare le famiglie e i malati. Siamo molto dispiaciuti per questa perdita, ma apprezziamo il messaggio che ci ha lasciato con la sua testimonianza".

Suor Nair Sassi, missionaria della Consolata, ha ricordato il suo periodo di servizio alle suore anziane in Argentina: "padre Rubén veniva ogni giorno a celebrare la Messa. Pioggia, sole, freddo o caldo, veniva sempre camminando per quasi cinque chilometri. Non misurava sforzi per partecipare a riunioni o per la celebrazione eucaristica e le feste; quando una sorella era malata veniva subito a darle l'unzione degli infermi, ad ascoltare la sua confessione, a parlare con lei e a darle una benedizione. Per noi è sempre stato un vero fratello missionario della Consolata. le siamo eternamente grate per tutto quello che ha fatto per noi”.

Anche la parrocchia di Nostra Signora di Pompei di Merlo ha inviato una nota di cordoglio: "Oggi è con profondo dolore e tristezza che diamo l'addio a una persona che è stata una parte molto importante della nostra parrocchia, il nostro parroco Rubén López, che è stato più di un parroco: era un amico e una grande guida per tutti, soprattutto per i più giovani. Accompagniamo nella preghiera la sua famiglia e tutti coloro che hanno conosciuto il nostro caro padre Rubén, che oggi è tra le braccia del Padre Celeste".

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Assemblea continentale dei missionari della Consolata nelle Americhe a Bogotá

Breve biografia

Figlio di Manuel Antonio López e Irma Rosa Esnoz, padre Rubén Horacio López è nato il 21 luglio 1960 a Buenos Aires, in Argentina. È entrato nel seminario dei Missionari della Consolata in Argentina, dove ha studiato filosofia. In Colombia ha vissuto l'anno di noviziato a Bucaramanga, dove ha emesso la professione religiosa il 6 gennaio 1985, per poi trasferirsi a Bogotá perla teologia.

Dopo la teologia si è trasferito in Italia, a Roma, dove si è specializzato in Storia della Chiesa, e nel 1988 ha emesso la professione perpetua (25 marzo); è stato ordinato diacono (16 aprile) e, in Argentina, sacerdote (9 settembre). La sua vita missionaria cominciò l’anno dopo e queste sono state le sue attività:

1989-1995: Vicario e parroco a Punín, Chimborazo (Ecuador).
1995-1999: Vicario e parroco a Pirané, Formosa (Argentina).
1996-1999: Consigliere regionale dei Missionari della Consolata (Argentina).
2001-2003: Parroco ed economo a Jujuy (Argentina).
2002-2005: Consigliere regionale dei Missionari della Consolatain Argentina
2003-2007: Formatore presso il Seminario Filosofico di San Miguel, Buenos Aires
2005-2008: Superiore regionale dei Missionari della Consolata a Buenos Aires.
2008-2015: Formatore presso il Seminario Filosofico di San Miguel, Buenos Aires.
2010-2019: Vicario e parroco a Merlo, Buenos Aires.
2016-2019: Vice-Superiore regionale dell'Argentina.
2019-2024: Vicario, superiore locale e formatore a San Salvador de Jujuy, (Argentina)
2024: assegnato alla Casa Regionale di Buenos Aires per cure mediche, dove è morto la mattina del 19 aprile.

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I missionari della Consolata argentini Mauricio Guevara e Rubén López a Bogotá, Colombia.

La Messa funebre è stata celebrata nella cappella della Casa Regionale dei Missionari della Consolata a Buenos Aires la mattina del 20 aprile e il nostro caro Padre Rubén López è stato sepolto nel Cimitero di Luján.

* Padre Julio Caldeira, IMC, è missionario nell'Amazzonia brasiliana.

Il “barcone ospedale” è finalmente arrivato nella comunità di Nabasanuka martedì 16 aprile per assistere a nuovi casi di una rara malattia che fino al 19 aprile aveva causato la morte di oltre 20 indigeni Warao, la maggior parte dei quali bambini tra i 4 e i 12 anni. Tutte queste vittime presentavano sintomi simili, come febbre, mal di testa, dolore al collo, convulsioni e pressione toracica.

La “Barcaza" (foto) era stata promessa dalla governatrice dello Stato Delta Amacuro in Venezuela, la sig.ra Lizeta Hernández, in una conferenza stampa del lunedì 15 aprile, quando aveva fatto riferimento a questa situazione sanitaria. Una commissione formata dal viceministro della Sanità e da alcuni medici epidemiologi è arrivata anche a Tucupita, la capitale dello stato, per fare una diagnosi e poter fermare questa epidemia.

20240419WaraoIn un messaggio condiviso sui social, il missionario della Consolata, padre Andrés García, ha ringraziato il governo per queste azioni, sottolineando che è stato fatto un grande passo, ma allo stesso tempo ha lanciato un appello urgente per accelerare il ritmo delle cure perché "stiamo lavorando contro il tempo, mentre la malattia continua molto rapidamente a fare vittime ".

D'altra parte, la governatrice Lizete Hernández ha dichiarato mercoledì 17 aprile che i primi decessi dei bambini Warao nelle comunità di Sakoinoko, Yorinanoko e Mukoboina, che erano stati registrati nella prima settimana di questo mese, sono ora sotto controllo. "Grazie a Dio, abbiamo contato tre giorni consecutivi senza morti", ha detto, rivelando che i trattamenti applicati sono risultarti efficaci. Tuttavia, ha precisato la governatrice, non si sa ancora quale sia la patologia, per cui diversi campioni sono stati inviati ai laboratori della città di Caracas e, "una volta ricevuti i risultati, vi informeremo di conseguenza".

La malattia rara continua a uccidere, dicono le famiglie

La governatrice assicura che "la situazione è sotto controllo", ma secondo le informazioni fornite dalle famiglie di Mukoboina e Jokorinoko, la rara malattia continua a uccidere. In un messaggio diffuso giovedì 18 aprile su un social e confermato telefonicamente da padre Andrés García dalla Spagna e da padre Vilson Jochem, che si trova a Nabasanuka, almeno due bambini sono morti il 16 aprile e altri tre bambini e un giovane il 17 aprile.

"Siamo una sola famiglia, siamo tutti fratelli, cugini,... La gioia di un Warao è la nostra gioia e il suo dolore è il dolore di tutti. È difficile vedere morire ogni giorno uno o più bambini o un giovane, senza sapere cosa stia succedendo", scrive padre Andrés García nella sua pubblicazione in spagnolo e in lingua Warao. Il sacerdote ringrazia inoltre Dio "per aver permesso la presenza delle autorità civili e sanitarie a Mukoboina e Tucupita, aiutate dalle agenzie umanitarie si stanno muovendo per affrontare questa emergenza che sta causando tanto dolore nelle nostre famiglie".

Il missionario invita le comunità a rimanere unite e a pregare. "In questi giorni difficili dobbiamo essere uniti, pregare gli uni per gli altri e con gli altri, e far sì che la nostra preghiera diventi vita, impegno, aiuto. Preghiamo come fratelli e sorelle riconciliati, pieni di fiducia e di speranza in Cristo risorto vincitore del male e della morte. Dobbiamo anche invocare l'aiuto dei nostri antenati, che sono già nel cielo, da dove anche noi siamo venuti”.

Le cause della malattia

20240419Warao6Secondo padre Andrés, i medici si esprimono poco, ma alcuni, in modo non ufficiale, hanno parlato di un possibile ceppo di meningite. In situazioni come questa, è importante conoscere le cause della malattia per informare la popolazione sulle misure sanitarie adeguate a prevenirne la diffusione. "Per questo dobbiamo essere pronti a collaborare in tutto, a informarci sulle abitudini igieniche che dobbiamo seguire per evitare il contagio; a informarci su come accompagnare i malati e le loro famiglie, come piangere i morti e come seppellirli”.

Finora le comunità più colpite sono Mukoboina e Jokorinoko, ma molte famiglie si stanno spostando a Siawani, in fuga dalla malattia e dalla morte, con il rischio di contagiare altre popolazioni. Ciò che preoccupa è il ritardo nell'ottenere i risultati delle analisi dei campioni raccolti e inviati al laboratorio di Caracas, la capitale del Paese.

Le organizzazioni umanitarie in loco stanno facendo il possibile per aiutare il governo nei suoi sforzi per far fronte alla situazione.

Timore di una nuova ondata di morti simile a quella del 2008

Il territorio interessato si trova in una giungla molto fitta, a otto ore di barca da Tucupita. Questo caso fa temere una nuova ondata di morti improvvise, come era successo nel 2008 quando 39 Warao, tra i quali adulti, giovani e bambini, morirono anche allora a causa di una rara patologia.

In quell'occasione, una commissione dell’Ufficio Sanitario dello Stato del Delta Amacuro e investigatori del Ministero della Salute furono inviati a raccogliere campioni di sangue e di espettorato, ma i risultati di laboratorio non sono mai stati resi pubblici.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, Segreteria per la Comunicazione.

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Il Centro di Formazione e Cultura Indigena presso l'ex Missione IMC di Surumu a Roraima, nord del Brasile, ha ospitato un incontro per lanciare la seconda parte del progetto “Bem Viver” (Vivere Bene) per le comunità della riserva indigena Raposa Serra do Sol (Ti Rss).

All'incontro tenutosi dal 10 al 13 aprile, ha partecipato il responsabile del progetto e presidente dell'ONG Terra Brasilis, il dottor Reinaldo Francisco Lourival, che da oltre cinque anni lavora con le popolazioni indigene sul tema della gestione del bestiame (allevamento bovini).

I partecipanti erano più di cento persone, tra i quali i coordinatori delle quattro regioni della Ti Rss cioè Surumu, Serras, Baixo Cotingo e Raposa; i coordinatori del progetto M+ Bestiame (Progetto: Una mucca per l'Indio), i leaders Tuxauas, le persone allevatori di bestiame e i giovani che si stanno preparando ad assumere la gestione di bestiame nelle loro comunità. Erano presenti anche alcuni giovani tecnici del settore zootecnico e altri giovani studenti indigeni del Centro di Formazione che si stanno formando nelle tecniche agricole.

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I participanti all'incontro di formazione presso l'ex Missione IMC di Surumu dove nel 2005 furono bruciate la chiesa, la scuola e il centro di salute in uno degli attacchi dagli invasori.

La prima parte del progetto “Vivere Bene”, della durata di cinque anni, aveva l'obiettivo di costruire alcune strutture e offrire assistenza tecnica per il miglioramento genetico dei bovini. In questo incontro è stata presentata la seconda parte del progetto, che durerà anch'essa altri cinque anni. Lo scopo ora sarà quello di continuare con l'assistenza tecnica per migliorare la qualità e la produzione delle mandrie, ma anche di iniziare a studiare la possibilità di coordinamento tra le quattro regioni del territorio per creare una cooperativa al fine di ridurre i costi di gestione e massimizzare i ricavi della vendita di bovini che devono essere abbattuti per rinnovare continuamente le mandrie.

Nilo Batista André, Il coordinatore del progetto M+ Bestiame nella regione di Serras, ha sottolineato l'importanza del progetto “Vivere Bene”, e ha ricordato che il progetto “M+” ha già compiuto 44 anni di esistenza ed è arrivato come un dono di Dio alle popolazioni indigene attraverso i missionari e la Chiesa di Roraima. Questo ha garantito la conquista e la difesa del territorio, nonché la sicurezza alimentare e finanziaria della popolazione locale. Nilo Batista André ha tuttavia rimarcato come questo progetto ha incontrato qualche difficoltà nel suo mantenimento e crescita, con un conseguente calo del numero di capi di bestiame".

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Nilo Batista ha inoltre spiegato che il progetto, con la sua proposta di miglioramento genetico delle mandrie, "oltre a migliorare la qualità del bestiame, ha incoraggiato i giovani indigeni a studiare e a formarsi come medici e tecnici veterinari per poter assumere questo ruolo, portando il nostro bestiame a un livello più professionale e produttivo".

Circa il 60% della popolazione ha meno di 15 anni, una garanzia per il futuro che, allo stesso tempo, comporta delle sfide.

Commentando sull’incontro di questi giorni, il giovane indigeno Ronison Caetano Pereira, della regione di Serras, ha valutato l'iniziativa come "un'ottima formazione per lui che già lavora con il bestiame nella sua comunità". Questo progetto "apre nuove prospettive con la possibilità di migliorare geneticamente la mandria e permetterà di pianificare meglio la gestione dell'allevamento di bovini nella nostra comunità, che al momento soffre di una prolungata siccità".

La presenza dei missionari della Consolata

Motivati dal carisma ad gentes e con una metodologia che unisce evangelizzazione e promozione umana, i missionari della Consolata sono presenti in Roraima dal 1948, ma solo nel 1971 hanno scelto una chiara opzione per i popoli indigeni. Nel 1972 hanno iniziato a vivere nei villaggi della Ti Rss, in mezzo alla gente. Un cambiamento nello stile di evangelizzazione. Da una prospettiva meramente sacramentale, succube dei poteri forti del latifondo, a una pastorale profetica e liberatrice vissuta a fianco delle popolazioni indigene.

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La svolta fondamentale nella lotta per la liberazione del territorio è stato l’impegno «Ou vai ou racha» (o tutto o niente) quando gli indigeni, il 26 aprile 1977, riuniti a Maturuca, un villaggio a 320 km da Boa Vista, decisero di dire «no alla bevanda alcolica, sì alla comunità» avviando il processo di organizzazione che culminò nella creazione del Consiglio indigenista di Roraima (Cir). Un impegno che comprendeva la lotta all’invasione dei ricercatori d’oro (garimpeiros) e degli agricoltori non indigeni. Questo processo è il risultato di una serie di assemblee iniziate nel 1977 proprio nell'ex Missione di Surumu, dove si è svolto l'incontro in questi giorni. Molto probabilmente è per questo che nel 2005, nella stessa missione di Surumu furono bruciate la chiesa, la scuola e il centro di salute in uno degli attacchi orchestrati dagli invasori.

Un grande impulso alla causa indigena è stato dato dal successo del progetto “Una mucca per l’indio”, lanciato nel 1980, che prevedeva l’affidamento ad ogni comunità di 52 bovini e che, a sua volta, si impegnava, dopo cinque anni, a consegnare a un’altra comunità altrettanti capi di bestiame. Questa iniziativa sostenuta dalla Chiesa cattolica e da tanti altri benefattori ha contribuito a creare degli allevamenti comunitari di oltre 30.000 bovini e anche  se negli ultimi anni ha visto un calo nel numero di animali.

Nella Ti Rss, una area di 1,7 milioni di ettari (pari alla regione Lazio, ndr) vivono oltre 20mila indigeni Macuxi, Wapichana, Taurepang, Ingaricó e Patamona. Il progetto del bestiame contribuisce strategicamente all'occupazione e alla protezione del territorio, dichiarata «protetta», cioè ad uso esclusivo degli indigeni, nel 2005, dal presidente Lula da Silva. Ma gli invasori non indigeni rappresentano tuttora una minaccia all’autonomia e alla dignità delle popolazioni indigene.

* Padre Luiz Carlos Emer, IMC, missionário em Maturuca, na TIRSS em Roraima.  

Presenta il libro «Cappuccini bresciani in Rezia» del padre Sandro Carminati, Missionario e studioso scomparso nel 2019

È stato presentato, il sabato 13 aprile 2024, nella sala consiliare del municipio di Casto, l’agile volume postumo di padre Sandro Carminati, IMC, dal titolo «Cappuccini bresciani in Rezia» (1622 1830), curato da Alberto Vaglia per le edizioni dell’Associazione Amici della Fondazione Civiltà Bresciana.

20240417CarminatiPadre Sandro, originario del Savallese, è stato autore di importanti studi dedicati tanto a Organtino Gnecchi Soldi, sacerdote gesuita, padre della cristianità giapponese, quanto al cappuccino padre Angelico da Savallo, missionario in Tibet nei primi decenni del Settecento. Dopo essere stato lui stesso missionario per lunghi anni in America Latina, prima in Colombia e poi in Equador, nel 2005 rientrò in Italia svolgendo compiti di rilievo per l’Ordine della Consolata nelle sedi di Torino e Rovereto, fino a essere nominato superiore del Centro missionario di Bedizzole.

Colpito da un male incurabile, sul finire dell’estate 2009, quando avvertì che non sarebbe stato in grado di pubblicare il suo ultimo lavoro dedicato alla missione cappuccina nella regione svizzera della Rezia, padre Carminati affidò la ricerca ad Alberto Vaglia, presidente dell’Associazione Amici della Fondazione Civiltà Bresciana, con preghiera di dare alle stampe il dattiloscritto. Dopo la scomparsa del sacerdote, avvenuta nel novembre 2019, Alberto Vaglia si spese non poco per giungere alla pubblicazione dell’interessante studio, con l’auto di alcuni esperti.

A distanza di qualche anno, l’opera di padre Sandro vede ora la luce. Il testo è frutto di una puntuale ricerca storica, che ripercorre le vicende legate alla missione cappuccina in Rezia, portata avanti dai religiosi della provincia bresciana.

Nelle pagine fresche di stampa, è dato un volto a umili religiosi che hanno speso gli anni migliori della loro vita nel servizio missionario, come d’altro canto fece padre Sandro dal 1984 al 2005. Il volume, arricchito da non poche immagini, riporta l’interessante elenco dei cappuccini bresciani operanti in questa regione della Svizzera, oltre a un breve cenno bibliografico dedicato all’autore, venuto a mancare troppo presto.

* Pubblicato originalmente in Giornale di Brescia, Sabato13 aprile 2024

Descritto come un missionario appassionato e vivace, padre Antonio Bianchi, IMC, è mancato a Nairobi, Kenya, domenica 14 aprile 2024.

Secondo padre Peter Makau, Superiore dei Missionari della Consolata della Regione Kenya/Uganda, padre Bianchi soffriva di una lieve infezione polmonare e, data l'età avanzata, è morto circa alle ore 14.20, dopo aver pranzato.

Nato il 13 giugno 1922 a Verbania, giorno della festa di Sant'Antonio di Padova, sulle rive del Lago Maggiore, a nord-ovest di Milano, padre Bianchi era il più anziano Missionario della Consolata nel mondo, avendo compiuto 101 anni, di cui 82 di professione religiosa e 78 di sacerdozio.

In un'intervista rilasciata al CISA (Catholic Information Service for Africa) nel 2023, mentre festeggiava il suo 101° compleanno, il missionario entrato nell’Istituto 84 anni fa, ha dichiarato: «Non sapevo, 83 anni fa, che avrei incontrato tante persone intorno a me per festeggiare una vita che ho scelto di vivere. Avevo 17 anni quando sono entrato nei Missionari della Consolata. Ora le mie ossa sono deboli, ma sono sempre stato felice. Ho trovato superiori molto comprensivi e collaborativi, che mi hanno sostenuto nelle mie debolezze».

20240415Bianchi2Padre Bianchi è stato ordinato sacerdote il 15 agosto 1945 a Rosignano, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Fu subito destinato in Portogallo, dove arrivò nel settembre del 1946 come uno dei primi missionari della Consolata a lavorare nel Paese. In un primo momento a Fatima, nella formazione, ma poco dopo fu nominato parroco della parrocchia di Castanheira do Ribatejo, nel comune di Vila Franca de Xira, servendo quella porzione del popolo di Dio dal 5 ottobre 1946 al 13 dicembre 1954. La parrocchia, situata in una zona piuttosto scristianizzata, era priva di un parroco residente da diversi anni.

Da Lisbona, padre Albino Braz racconta che i Missionari della Consolata furono ben accolti dalla popolazione e il Consiglio della frazione di Castanheira aveva perfino deciso di dedicare una strada a padre Bianchi. Il 13 giugno 1949 (proprio il giorno del suo compleanno) fondò la “Gioventù di Castanheira”, un'Associazione sportiva, culturale e ricreativa. Nel 2019 - quando questa associazione compiva 70 anni - hanno scritto di lui: «Padre Bianchi, con spirito missionario, ha portato nella nostra terra la solidarietà, la gioia di vivere insieme, l'unità, la soddisfazione di realizzarsi e il rispetto per gli altri. Sono valori che vogliamo veder rinascere attraverso le attività che sviluppiamo».

La missione in Kenya

Padre Bianchi era arrivato in Kenya nel 1955, all'età di 33 anni, durante la lotta per l'indipendenza. In questo Paese africano ha trascorso la maggior parte della sua vita missionaria, lavorando in varie missioni e dedicandosi soprattutto alla pastorale e all'evangelizzazione. Inizialmente era stato assegnato a Ngandu-Murang'a, oggi diocesi, ma all'epoca, terreno favorevole ai combattenti Mau Mau; in seguito, venne ricollocato a Ichagaki, sempre nella diocesi di Murang'a.

«Era un posto molto bello, con montagne e pianure. C'era molta gente di etnie diverse che si mescolavano e vivevano insieme in modo naturale. Andavamo in giro a piedi per vedere le persone e affrontare le sfide. Me lo sono goduto appieno», ha ricordato padre Bianchi, nel 2023.

Nel 1956 tornò a Ngandu, dove il suo più grande contributo fu l'educazione delle bambine, che era stata ignorata. Vi lavorò per tre anni e con “un piccolo contributo” vide la creazione di una scuola secondaria femminile, l'attuale “Bishop Gatimu Ngandu Girls High School”.

Conoscendo bene la lingua kikuyu e con una memoria raffinata, il tenero missionario italiano ha rivelato che la conoscenza della lingua locale agikuyu gli aveva permesso di concentrarsi meglio sul lavoro pastorale nel Kenya centrale: parrocchia di Rumuruti, nella diocesi di Nyahururu e parrocchia di Makima, in diocesi di Embu.

«Un sacerdote è tale perché cresce con il suo popolo. Non soltanto preghiere o attività religiose, ma ogni gesto contribuisce a perfezionare la vita del popolo... Il Kenya ha prosperato negli anni nonostante le sfide del tribalismo e della corruzione. Esorto i kenioti a non attaccarsi a questi condizionamenti privati, ma a concentrarsi su questioni che riguardano le persone nelle comunità. Sostenere le scuole e costruire più collegi e università», diceva all'epoca.

Padre Peter Makau elogia padre Bianchi come un grande missionario, con il cuore per la gente e per la Madre Terra, un religioso che ha sempre incoraggiato i confratelli a essere felici, nonostante le sfide della vita.

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Padre Antonio Bianchi con il Mons. Vigilio Pante, vescovo emerito di Maralal nel Kenya. Foto: Arnold Neliba -The Seed Magazine

Va inoltre ricordato che padre Bianchi è stato una figura importante anche per Verbania, sua città natale, in Italia, e di cui è diventato cittadino onorario nel 2005, «per la sua vocazione e il suo impegno nelle missioni religiose e nel sostegno ai più poveri del mondo», come si legge nel discorso di conferimento del titolo.

Nel giorno del suo 100° compleanno, ricordando gli anni trascorsi in Portogallo, ha confessato di amare molto questo Paese, di essere particolarmente devoto della Madonna di Fatima e di non dimenticare tutto l'affetto e le grazie che vi ha ricevuto, in particolare dai suoi parrocchiani di Castanheira do Ribatejo.

È morto due mesi prima del suo 102° compleanno, proprio nella III domenica di Pasqua, giorno in cui il Vangelo ci invitava a testimoniare il Cristo vivo, Cristo risorto. Questa è stata senza dubbio la sua vita missionaria e apostolica. Ha vissuto la sua vocazione in modo esemplare, tutto per Gesù, tutto per il Vangelo. Che riposi in pace, tra le braccia del buon Dio, che ha tanto amato e servito.

* Paschal Norbert, giornalista del “Catholic Information Service for Africa (CISA), a Nairobi, in Kenya.

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