Un momento di gratitudine

Il 27 novembre 1903 Giuseppe Allamano scrisse una lettera ai missionari in Kenya nella quale dava importanti indicazioni di carattere spirituale e pratico. Di quello che lui scriveva vorrei riflettere sulla gratitudine che non è una virtù che si sviluppa automaticamente in noi stessi ma una qualità che si coltiva attraverso un duro lavoro su se stessi.

Nella sua lettera il Beato Allamano invitava i suoi missionari a guardare indietro per vedere la trasformazione avvenuta nell'Istituto, quando, dopo la partenza dei primi missionari che lasciarono letteralmente vuota la prima casa dell’istituto e sembrava quasi che tutto fosse finito. Ma l’Istituto non è morto –diceva l’Allamano– perché ispirato, guidato e protetto da Dio.

Rivolgete o cari il pensiero a quel tempo in cui la nostra casa accoglieva nel suo seno pochi alunni, e per un anno quale germe nascosto sotto terra non dava sentore di se, e pareva agli occhi umani che dovesse morire prima di nascere. Pero l’esito non poteva mancare perché l’opera era ispirata da Dio e da Lui protetta. (Lettere ai Missionari e Missionarie della Consolata, 40)

Nella sua riflessione l’Allamano diceva ai missionari in Kenya che anche loro avevano motivi per essere grati: in primo luogo Dio li aveva protetti durante il viaggio verso un luogo in cui non avevano mai messo piede e Maria Consolata li accompagnava mentre si recavano nella terra che lei aveva preparato per loro. L’accoglienza in Kenya da parte del Vicario Apostolico e dei Padri dello Spirito Santo era stata a tal punto calorosa che sembrava che il Signore li stesse aspettando ancora prima di lasciare Torino. Avevano trovato anche le autorità civili ben disposte; la gente del luogo disponibile e perfino il clima, quello di Nyeri, temperato e salubre. Nessuna di quelle cose era da ignorare o dimenticare.

Anche Lui personalmente aveva molti motivi per essere grato:  nel tempo del bisogno aveva sentito prossima la presenza di Dio e della comunità cristiana; riconosceva le tante grazie che aveva concesso ai suoi missionari e alla sua umile opera.

Questo ci mostra che la gratitudine è frutto della fede perché solo chi è attento al proprio rapporto con Dio è in grado di individuare la sua azione gratuita nella vita.

La gratitudine è poi anche un frutto dell'umiltà. Gli umili si rendono conto di essere benedetti non perché siano migliori ma perché scelti dell'Onnipotente. Inoltre non dobbiamo mai dimenticare che la gratitudine è la capacità di riconoscere e apprezzare i sacrifici che gli altri fanno per noi, anche se piccoli. Come uomo grato, il Fondatore Giuseppe Allamano doveva essere uomo di grande fede e insieme di umiltà.

Oggi noi figli dell'Allamano ci stiamo preparando al 14° Capitolo Generale, che si svolge a cento anni dal primo capitolo avvenuto tra il 10 e il 24 novembre 1922. Abbiamo molti motivi per essere felici e grati. Mentre il primo capitolo si era concentrato in particolare sull'approvazione delle Costituzioni, che avrebbero governato la vita di un gruppo piccolo di missionari che al morire il Fondatore nel 1926 era presente solo in Kenya, Tanzania, Etiopia e Mozambico, oggi il prossimo Capitolo Generale interessa la vita di un numero molto maggiore di missionari, provenienti e presenti in quattro continenti. 

Non possiamo dimenticare la buona accoglienza che abbiamo sempre ricevuto dalla Chiesa locale ogni volta che abbiamo aperto una missione in un'altra diocesi o Paese. Questa è una cosa molto incoraggiante. È un chiaro segno che la Chiesa e il popolo di Dio, sono in grado di vedere la mano di Dio attraverso le nostre attività missionarie. 

Non possiamo inoltre ignorare la buona volontà dimostrata da molti missionari nel loro lavoro, e gli evidenti sacrifici di molti altri, che lavorano in aree difficili e talvolta pericolose nel loro servizio all'umanità e in risposta alla chiamata di Cristo. 

Chi può dimenticare la testimonianza silenziosa dei nostri missionari in tante parti del mondo, che senza dire una parola, sostengono la missione con la loro esemplare vita di preghiera, i saggi consigli e il contributo materiale? Queste cose incarnano la nostra comune offerta a Dio e la nostra comune partecipazione al mistero pasquale di Cristo.

Al termine di quella lettera il Beato Allamano disse due cose importanti. La prima, nelle sue stesse parole, è questa: "Appena ricevuta questa lettera, in ogni stazione si canti il “Te Deum”, possibilmente con la Benedizione del Santissimo Sacramento, e si reciti per nove giorni sette Ave Maria ed una  Salve Regina".

Detto in altro modo Giuseppe Allamano chiedeva ai suoi missionari di celebrare una novena in segno di gratitudine per quanto Dio aveva fatto per l'istituto. 

La seconda cosa era la sua preghiera. E anche in questo caso ascoltiamo le sue parole: "Se però (le tribulazioni) alla gloria di Dio e al maggior nostro bene saranno convenienti, io prego che queste provengano dal mondo o dal di fuori dell’istituto, non dall’interno e dai suoi membri per mancanza nei medesimi della virtù proprie del nostro stato. Non avvenga che nei soggetti manchi lo spirito di fede, di carità, di sacrificio e di umiltà, virtù indispensabili al vero missionario".

Lui in modo molto realista riconosceva che le difficoltà e le sfide erano in qualche modo necessarie alla vita, ma se dovessero capitare all'Istituto considerava che fosse meglio che provenissero da fuori e non dalla poca formazione spirituale dei missionari che, diceva, dovevano essere tutti uomini di prima qualità. 

Ringraziando il Signore per le tante grazie che ci ha concesso, chiediamo la grazia di essere uomini di preghiera. Senza dimenticare il detto che dice “Nessuno può distruggere il ferro, ma la sua stessa ruggine sì”, impariamo ad essere grati per il dono reciproco ed evitiamo di diventare causa della rovina l'uno dell'altro. Che la preghiera del nostro Fondatore diventi realtà tra noi. Amen.

* Padre Jonah M. Makau, Missionario della Consolata (Roma)

 

Sabato 18 febbraio nella parrocchia di Montecastello padre Francesco Giuliani ha ricordato il suo 50esimo di ordinazione sacerdotale. 

Nato nel 1945 a Cella di Mercato Saraceno, padre Giuliani racconta: «La mia vita è stata molto varia, con esperienze tanto diverse: in fondo, il missionario è proprio questo». Morendo la madre quando aveva solo due mesi di vita, Francesco viene allevato con grande amore dagli zii analfabeti che, però, credono fermamente nel grande valore della cultura al punto di mandare il nipote a studiare a Roma, dopo una bocciatura in prima media. Seguono il fidanzamento e il diploma di geometra. 

Arriva poi la vocazione e l'ingresso nei Missionari della Consolata di Gambettola, i quali mandano Francesco, ventenne, a studiare alla facoltà teologica di Milano dove studia.

L'ordinazione sacerdotale, conferita dal vescovo Gianfrenceschi nella chiesa di Montecastello, avviene il 18 febbraio 1973. Il canto "esci dalla tua terra" fu il più significativo del momento, fotografia di quel periodo del post Concilio. Viene scelta questa chiesa per l'amicizia e l'affinità di pensiero tra padre Francesco e il parroco don Giovanni Beltrami che, pochi mesi dopo, lo seguirà nello Zaire. Dopo quell'esperienza, ecco la missione in Canada, poi con i nomadi Afar di Gibuti. «Ora opero a Oujda, al confine tra Algeria e Marocco, dove ci sono migranti che escono dal deserto e spesso viene loro rubato tutto, anche l'umanità. Cerchiamo di rincuorarli». 

Negli anni 90' padre Francesco è stato anche assistente spirituale all'università Cattolica di Milano e poi al "Gemelli" di Roma. In questo periodo il fine settimana risiedeva a Montepetra. È seguita l'esperienza di parroco a Gualdo e la permanenza a Gambettola alla Consolata. «Pur in mezzo a crisi di ogni tipo, il Signore mi ha sempre rialzato e mi ha chiesto continuamente, e anche ora, di abbandonarmi a lui». 

Per ricordare il 50esimo di sacerdozio a Montecastello padre Francesco ha svolto una rilettura della sua storia di vita «alla luce della tenerezza di Dio». Sono poi seguite una Messa di ringraziamento e una cena di condivisione. Ora padre Francesco è a Lisieux agli esercizi spirituali, per ringraziare santa Teresa patrona delle missioni. 

*Redattore del Corriere Cesenate dove è stata pubblicata questa notizia il 2 marzo 2023

I Missionari della Consolata del Gruppo Messico abbiamo celebrato il nostro ritiro annuale dal 13 al 17 febbraio 2023 a Chiquilistlán, a 160 km dalla nostra comunità di San Antonio Juanacaxtle, nello Stato di Jalisco. Padre Peter Ssekajugo, il superiore della Delegazione, è venuto dal New Jersey per accompagnarci in questo momento di incontro con Dio, di fraternità e di ringraziamento per la vita missionaria.

Il luogo dove siamo stati è stato davvero una vera scoperta per tutti noi: perché tutto ci invitava a essere in comunione con la natura e a rendere grazie a Dio. Poi non è affatto mancata la figura del nostro Beato Fondatore già che il nostro ritiro coincideva con gli ultimi giorni della novena precedente alla sua festa. 

Il padre Peter ci ha invitato a fare della nostro impegno in questo paese un cammino verso le periferie e nel caso nostro ci ha ricordato che la frontiera dei migranti è un'interpellanza molto concreta per noi anche nel contesto della nostra preoccupazione per l’Animazione Missionaria Giovanile e Vocazionale che ha collegato a questo possibile impegno. Accompagnare i migranti come hanno fatto Mosè e Aronne nel deserto quando stavano con un popolo profugo e in fuga dall’Egitto.

Ha messo anche in evidenza che la stessa vita consacrata era nata dalla spiritualità di comunità cristiane che volevano in tutto somigliare a Cristo... che aveva sofferto sulla croce. Anche oggi la nostra consacrazione ci identifica con tutti i crocifissi della terra ai quali dobbiamo stare vicini.

Abbiamo poi dato spazio alla riflessione sulla qualità della nostra vita comunitaria, anche se sappiamo che questo aspetto è migliorato molto nel nostro gruppo e poi approfondito in una riflessione sulla nostra vocazione e su quella chiamata radicale che ognuno di noi ha sentito a un certo punto della sua vita a consacrarsi a Dio nella missione ad gentes.

Non sono mancate nemmeno riunioni interessanti in cui abbiamo avuto modo di discutere e contribuire in temi per noi importanti come le condizioni che potrebbero qualificare il nostro ministero vocazionale o una nuova apertura in Messico, la terza, sulla quale avevamo riflettuto lo scorso anno durante la visita canonica.

Il 16 non è stata solo la festa del Beato Giuseppe Allamano, ma anche il compleanno del nostro confratello Patrick Waiganjo, che è stato celebrato con semplicità e fraternità e abbiamo avuto l'opportunità di visitare le cascate di Comala, che si trovavano a dieci minuti da dove alloggiavamo. Nell’ultima eucaristia abbiamo anche ringraziato le persone che si sono dedicate a noi durante i cinque giorni; abbiamo apprezzato il servizio e l’ambiente incomparabile de “La cabaña de Don Roge”.

Ringraziamo Dio e padre Peter Ssekajugo per questo tempo e torniamo alle nostre comunità e ai nostri servizi missionari rinnovati per affrontare anche la Quaresima che già bussa alla porta. I buoni Esercizi Spirituali sono quelli che riescono a produrre cambiamenti e a portarci a un'azione più profetica, evangelica e missionaria.

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Al termine della festa del Fondatore, per tre giorni, il 14, 15 e 16 febbraio, si è riunita in rete l'Assemblea Precapitolare del Continente Americano. Il compito era importante: fare una sintesi continentale dei contributi dei missionari e delle commissioni per il XIV Capitolo generale.

L'obiettivo era discernere insieme la direzione che vogliamo dare alla nostra comunità missionaria per fare le scelte giuste per il prossimo Capitolo (Roma, 22 maggio-20 giugno 2023).

14 Febbraio. il primo giorno

Sono le sette del mattino in Messico, le otto a Bogotà, le nove a Caracas e Manaus, le dieci a Brasilia e Buenos Aires e le due del pomeriggio a Roma. Un gruppo di 29 missionari è davanti al computer con la sintesi delle risposte dei Lineamenta da un lato e la penna in mano. L'atmosfera è consolante, saluti, riunioni, scherzi e, soprattutto, tanto amore e passione per la missione.

Padre Venanzio Mwangi apre la sessione e dà la parola a Padre Jaime Patias che dà il benvenuto a tutti. Ha sottolineato che questo è un momento di sinodalità e ha invitato a una partecipazione attiva e assertiva.

È una felice coincidenza che l'Assemblea si svolga durante il triduo e la festa del Beato Allamano. Egli intercederà per noi durante questi tre giorni di ascolto, discernimento e proposte per l'Instrumentum Laboris del XIV Capitolo Generale. Padre Jaime ci invita ad avere tre atteggiamenti: un cuore aperto, una visione del futuro in spirito di unità e l'audacia nelle nostre proposte.

Dopo la preghiera animata da padre Gabriel Nebyu, che ci ha avvicinato al grido del popolo, i moderatori, i padri Venanzio Mwangi e Julio Caldeira, hanno preso le redini per evitare che il cavallo si imbizzarrisca e hanno dato le linee guida metodologiche, con quel particolare accento e tono accattivante che entrambi hanno.

Mauricio Guevara, uno dei segretari, ha iniziato a leggere la sintesi delle risposte date dai missionari e dalle commissioni. La lettura si limita alle risposte date dai missionari e ognuno evidenzia i numeri che gli sembrano più significativi.

Concludiamo la prima giornata con una preziosa precisazione di padre Venanzio. Non vogliamo frammentare il documento ma dare priorità agli elementi. Vogliamo rispettare l'opinione di tutti i missionari. Solo un profondo amore per la Consolata e una profonda consapevolezza dell'esprit de corps che formiamo hanno potuto dare vita a questa prima giornata di assemblea.

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15 Febbraio. E venne il secondo giorno, Dio vide che era buono.

Abbiamo iniziato rendendo grazie a Dio per l'elevazione del Vicariato di Isiolo a Diocesi con il suo primo vescovo, il nostro fratello Mons. Anthony Mukobo.

Dopo la preghiera per il XIV Capitolo generale, padre Júlio Caldeira ci dà le linee guida metodologiche per questa giornata dedicata al discernimento. Vogliamo portare al cuore le nostre priorità per passare dal documento scritto a un cuore missionario che batte con tutto l'Istituto e con tutta la Chiesa con l'obiettivo di sottoporre le nostre priorità alla volontà di Dio e trasformarle in priorità ispirate da Dio.

Padre Mauricio Gevara ha preso la parola e abbiamo ascoltato con il cuore la sintesi che ha fatto insieme a padre Juan Pablo. Egli sottolinea, a sua volta, alcuni temi rilevanti di tutta la sintesi: la continentalità, l'interculturalità, i laici nella missione, l'ad gentes come dicotomia, l'opzione per i giovani che va oltre l'Animazione missionaria giovanile e vocazionale, l'attenzione ai missionari anziani e malati. Vengono evidenziati anche aspetti ritenuti poco rilevanti, come il vivere i voti religiosi e i temi della giustizia, della pace e della cura del creato, o carenti, come la formazione di base troppo accademica e orientata alla pastorale ordinaria.

Padre Stefano Camerlengo ha poi illuminato la nostra Assemblea con una riflessione comune a tutto l'Istituto: ci ha invitato ad avere una visione, ad essere onesti e a vivere la comunione. La questione non è salvare l'Istituto, ma essere evangelici o meno. Si tratta di essere profetici e credibili, significativi e rilevanti nelle nostre realtà.

In particolare, il nostro continente presenta tre sfide principali: la difficoltà di essere presenti tra i più poveri e abbandonati; la difficoltà di camminare insieme; la difficoltà di vivere un impegno serio e profondo di testimonianza. Infine, padre Stefano ha detto che l'Istituto si aspetta proposte concrete dal nostro continente.

Dopo una breve pausa, padre Venanzio ha posto la domanda chiave di questa giornata dedicata al discernimento: cosa vuole Dio dall'Istituto in questo momento? I missionari hanno risposto a questa domanda dopo alcuni minuti di silenzio e di interiorizzazione. Il secondo giorno si è concluso. E Dio ha visto che era buono.

16 Febbraio. Venne l'ultimo giorno e Dio vide che era molto buono

Dopo la preghiera animata da padre Peter Peter Ssekajugo, i padri Antonio Rovelli, Godfrey Musumange e James Lengarin della Direzione Generale hanno avuto un messaggio caldo, affettuoso e affettuoso per l'Assemblea, invitandoci a essere audaci nel cambiamento, a osare nuove strade e a rendere effettivo ciò che abbiamo scritto così bene in tanti documenti continentali che abbiamo prodotto durante questo sessennio.

Padre Venanzio ci ha poi invitato ad avere una visione per il futuro e ci ha spiegato le linee guida metodologiche che avremmo dovuto seguire in quest'ultimo giorno di assemblea. I segretari dell'Assemblea hanno fatto un lavoro di oreficeria per raggruppare tutti gli orientamenti e le proposte e ora, attraverso un questionario, è stato chiesto a ciascuno di fare un lavoro personale in cui stabilire ciò che secondo lui dovrebbe andare al Capitolo o ciò che potrebbe essere lasciato in continente.

In plenaria, padre Venanzio ha letto i risultati del questionario in percentuale e ognuno ha osservato i risultati a volte con sorpresa, a volte con incredulità e a volte con gioia nel vedere che i sentimenti del continente coincidevano con quelli personali.

Era emblematico che tra tanti numeri si ripetessero gli stessi; era un segno di vicinanza alla volontà di Dio per il nostro Istituto.

Il tempo non permetteva una sessione plenaria, quindi l'Assemblea ha affidato il lavoro di sintesi ai segretari dei gruppi e ai segretari dell'assemblea perché le proposte erano già abbastanza chiare e bastava raccogliere quello che era stato il sentimento generale del continente.

Padre Jaime ha proposto che la nostra Assemblea invii un messaggio di solidarietà con il popolo Yanomami per il particolare momento che sta vivendo e per esprimere la nostra solidarietà, per descrivere la realtà e per chiedere che a questo popolo sia permesso di essere e di vivere. Abbiamo anche speso qualche parola per tutti i missionari che sono lì con loro sul posto.

P. Adalberto López ci ha invitato a recitare la preghiera missionaria per aumentare la nostra consapevolezza di essere inviati e P. Lorenzo Gómez ha pregato per le vocazioni per intercessione del Fondatore e dei nostri due Beati.

Con la benedizione finale, impartita da padre Jaime Patias, si è conclusa la nostra Assemblea Precapitolare del Continente Americano. Siamo ancora in cammino e navighiamo insieme verso il XIV Capitolo generale.

Beato José Allamano, intercedi per noi! Buona festa a tutti voi.

* Ramón Lázaro, IMC, missionario in Messico. Redazione: Padre Gianantonio Sozzi.

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L'unità nella diversità è una cosa lodevole. Ogni volta che si parla di “unità nella diversità” si cerca di trasmettere l’idea che, anche se spesso siamo molto diversi, possiamo comunque stare insieme e trattare di raggiungere un obbiettivo comune. È un altro modo per dire che la diversità di idee, visioni del mondo e prospettive non significa necessariamente inimicizia o rivalità. Quando non c'è diversità, possiamo metterci d'accordo molto velocemente su ogni tipo di questione ma solo perché la pensiamo allo stesso modo. Ma sai qual è il lato negativo di tutto questo? Quando non ci sono punti di vista divergenti, non c'è nemmeno crescita o progresso; la mancanza di punti di vista divergenti può sembrare inizialmente gradevole, ma prima o poi le persone si annoiano per la monotonia e perdono interesse per una unità insipida: se non viene introdotta una visione divergente si corre il pericolo che l’intera costruzione crolli.

Nel nostro Istituto, quando si parla del Beato Giuseppe Allamano e di Mons. Perlo, c'è un disagio che attraversa la mente della maggior parte dei missionari. Non è infatti un segreto che i due avessero modi molto diversi di vedere le cose, ma credo che a prescindere dalle loro differenze di personalità, carattere e modo di fare le cose, la loro unità era evidente nel desiderio di vedere crescere un Istituto migliore e più forte. Non so se sei d'accordo oppure no, ma io sarei dell’idea di chiamare Mons. Perlo il “soldato dimenticato” del nostro Istituto. Nella mia responsabilità come formatore in alcune occasione gli studenti mi hanno chiesto: “perché diamo tanto credito al padre Allamano per l'Istituto quando in verità quando si parla di missione l'unico di cui sentiamo parlare è di Mons. Perlo?” Non chiedermi come ho risposto alla loro preoccupazione e lasciamo questo tema per un’altra occasione. Per adesso voglio solo spiegare perché chiamo Mons. Perlo in questo modo. Lo chiamo “Soldato” perché la sua combattività a favore della missione è fuori discussione; e lo considero “dimenticato” perché molto spesso non ricordato, ignorato e trascurato. Nella vita di Mons. Perlo mi sembra che bisogna riconoscere alcuni aspetti che sono importanti.

In primo luogo, anche se la decisione di fondare un Istituto Missionario è legata al carisma di Giuseppe Allamano, lui sapeva che la sua salute non gli avrebbe permesso di andare in missione; aveva bisogno di bisogno di qualcuno forte che andasse ad aprire le missioni in Africa; detto in termini “militari” il padre Allamano aveva bisogno di qualcuno che andasse in trincea. Padre Perlo fu tra i primi quattro missionari che Giuseppe Allamano ha inviato nelle trincee della missione ed è stato un pioniere nel nostro primo approccio a una concreta realtà di missione. Il pioniere è una persona che crea un percorso, è un innovatore, uno che assicura che le cose funzionino con le buone o con le cattive. Un pioniere è qualcosa di simile alle fondamenta che in una casa né sono visibili né sono belle come le pareti esterne, ma senza di loro nessun edificio può sostenersi. I primi quattro missionari che hanno aperto la missione a Tuthu sono autentici pionieri; nonostante le loro debolezze sono grandi uomini degni di ammirazione. Sfortunatamente nella nostra narrazione il loro credito sembra svanire.

In secondo luogo, da buon “soldato” il padre Perlo era molto esigente nel compiere il suo dovere. Quando le persone sono dure con gli altri ma indulgenti e morbide con se stesse li chiamiamo dittatori ma padre Perlo non era così: era duro con gli altri, ma lo era soprattutto con se stesso. Forse avrebbe dovuto capire che non tutti erano forti come lui ma qualsiasi leader ti dirà che se sei un pioniere e le persone devono dipendere dalla tua direzione per la crescita e il progresso, la morbidezza è una debolezza. Quando nella mente dei tuoi seguaci si insinua l’idea che un progetto “è difficile per non dire impossibile”, questo è morto in partenza. La stessa cosa è successa con Giovanni Marco e San Paolo; quando questo iniziò a mostrare rallentamenti mentre accompagnava San Paolo nel suo secondo viaggio missionario, questi lo congedò e scelse Sila come suo compagno di viaggio (cf. Atti 15,37-39). Padre Perlo era un bulldozer come San Paolo, entrambi uomini dal carattere forte. Era necessario esserlo se l'Istituto doveva prendere forma e impiantarsi tra le popolazioni Kikuyu e Meru in Kenya, una terra nella quale il padre Allamano non ha mai messo piede. 

In terzo luogo spero che tu sia d’accordo con me sul fatto che le idee senza azioni sono inutili. È vero anche che senza una buona idea non si può fare nulla, ma abbiamo mai pensato a cosa sarebbe successo con le buone idee del padre Allamano se non avessero trovato una brava persona per metterle in atto? Cosa sarebbe successo se i quattro missionari pionieri fossero stati dei deboli che non potevano sostenere nessuna idea? Ti dirò io cosa sarebbe successo: i cento ventidue anni di esistenza dell'Istituto sarebbero nel migliore dei casi pochi anni, nel peggiore solo pochi mesi. Se le idee di Giuseppe Allamano non si fossero incarnate nel carisma del padre Perlo, oggi il Fondatore sarebbe stato un altro padre Ortalda, l'uomo delle scuole apostoliche per la formazione dei missionari, morto nel 1880 frustrato dopo il fallimento dei suoi progetti. Senza l’impegno del padre Perlo il progetto dell’Allamano sarebbe rimasto solo un’idea. Lui era pratico e pragmatico fino il fondo ed è buono ricordare che poi è anche diventato il fondatore di un fiorentissimo istituto religioso femminile in Kenya: le Suore dell'Immacolata!

Insomma, non è mia intenzione elevare padre Perlo sopra il nostro Fondatore. Come hanno notato più volte i miei studenti, quando si parla di missione, si parla di padre Perlo e non potremmo parlare dell’Istituto Missioni Consolata, nei suoi primi passi in Africa, senza fare riferimento a Lui. Giuseppe Allamano ha fatto molto nel gestire tutto da Torino ma l'uomo che aveva gli stivali per terra era padre Perlo e i suoi primi compagni. La sua influenza non può essere sottovalutata dato perché, anche se andò inizialmente in missione come economo del gruppo, in breve tempo ne fu il superiore. Ogni impresa che l'Istituto conseguì in quegli anni fu da lui intrapresa o da lui ispirata: è l'uomo che ha dovuto sopportare le punture delle spietate zanzare africane; l'uomo che ha attraversato i fiumi prima di costruirvi ponti; l'uomo che ha dato forma a quello che oggi chiamiamo con orgoglio IMC. Le sue impronte segnano la grande storia del nostro Istituto missionario.

Non sorprende che il padre Allamano lo abbia rispettato per quanto fosse difficile assecondarlo. Quelli che sono abbastanza onesti ti diranno che i due erano complementari: l’Allamano rappresenta lo stile religioso dell'Istituto e invece Perlo ne rappresenta quello missionario; era pregevole il suo desiderio di vedere predicato il vangelo ovunque, immediatamente e con qualunque mezzo a disposizione. Pensando alla cattiva immagine che abbiamo di lui nell’istituto vale la pena citare un detto swahili: "Mnyonge muue lakini haki yake mpe" (anche se devi uccidere l'uomo debole, almeno riconosci il suo diritto). Sarebbe come dire che, indipendentemente dai molti punti che potresti avere contro una certa persona, almeno devi riconoscere ed apprezzare ciò che di positivo c’è in lui. A questo missionario, “soldato dimenticato”, dovremmo essere assolutamente grati e come persone riconoscenti, credo che sia giunto il tempo per noi, come Istituto, di fare qualcosa per ricordarlo... magari anche una statua, ma è una mia opinione.

 

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