Dalla violenza totale alle azioni di emergenza.

Durante l’incontro organizzato dal Centro Cultures and Mission (CAM) di Torino in Italia, il sabato 18 maggio 2024 il Padre Corrado Dalmonego, IMC, antropologo e missionario in Brasile, presenta la situazione attuale delle comunità indigene nel territorio Yanomami, nello Stato di Roraima,

L’invasione illegale del garimpo è cresciuta più di 20 mila volte in 37 anni” (nel 1987 erano 15 ettari - nel 2022 = 3.278 ettari), osserva il missionario della Consolata che svolge una ricerca di dottorato esattamente sull'impatto dell'attività estrattiva illegale nel territorio Yanomami dove è in corso una crisi umanitaria e sanitaria senza precedenti causata dai cercatori d'oro (garimpeiros).

Il popolo Yanomami conta circa 30mila individui sparsi nei territori di Brasile e Venezuela. Si stima che nel 2023 fossero oltre 20mila i garimpeiros illegalmente nelle loro terre.

Padre Corrado spiega che, le comunità sono vittime di “una violenza totale perché, oltre alla degradazione della foresta (tagliano alberi, scavano buche enormi, usano pompe idrauliche, avvelenano i fiumi per l’uso criminale del mercurio per separare l’oro dal resto) aumenta anche la diffusione di malattie, l’epidemia di malaria, denutrizione, violenze sulle donne, introduzione di armi di fuoco, della droga, ecc… Quindi, non è solo una violenza ambientale, è una violenza totale, violenza sociale, (distruzione delle comunità e l’aumento di conflitti interni e fra le comunità), ma anche una violenza spirituale. Attaccare la foresta vuol dire toccare tutto il mondo dei simboli e significati della nostra vita compreso il mondo invisibile della vita spirituale”, avverte.

“Nonostante tutte queste difficoltà gli Yanomami sono ancora vivi”.

Vedi qui il video sull’intervento di padre Corrado nel CAM di Torino

La Terra Indigena Yanomami (TIY) copre un’area estesa oltre 9 milioni di ettari nel Nord del Brasile. In questa regione, i fiumi sono canali di comunicazione che uniscono le diverse comunità. Fu a monte del fiume che i missionari della Consolata, Giovanni Calleri e Bindo Meldolesi fondarono, nel 1965, la Missione Catrimani, a 250 chilometri da Boa Vista, capitale di Roraima. Nel corso degli anni, la coesistenza del popolo Yanomami con i missionari ha contribuito a rafforzare un modello di missione basata sul rispetto e il dialogo, nella difesa della vita, della cultura, del territorio e della foresta. Tre missionari e quattro missionarie della Consolata sono attualmente impegnati nella Missione Catrimani.

Padre Corrado Dalmonego

Nato nel 1975 e cresciuto a Sant’Antonio di Porto Mantovano, Mantova – Italia, dopo essersi impegnato come animatore in parrocchia ha frequentato il Centro Missionario Diocesano e ha collaborato con l’Associazione Mappamondo che si occupa di commercio equo e solidale. Inizia la formazione nei missionari della Consolata nel 1999, prende i voti religiosi  nel 2004 e viene ordinato sacerdote nel 2010. In Amazzonia è giunto per la prima volta nel 2002, quando era ancora seminarista. Dopo avere concluso la teologia a San Paolo - Brasile, è ritornato nella stessa missione, presso il popolo Yanomami. Attualmente svolge una ricerca di dottorato sull'impatto dell'attività estrattiva nel territorio indigeno Yanomami. Padre Corrado Dalmonego, nel 2019, ha partecipato al Sinodo per l’Amazzonia che si è svolto a Roma ed è autore insieme a Paolo Moiola, del libro Nohimayu – L’incontro. Amazzonia: gli Yanomami e il mondo degli altri. Storia della Missione Catrimani, EMI, Bologna 2019.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, Ufficio Generale della Comunicazione

La Rete Ecclesiale Pan-Amazzonica (REPAM) e la Conferenza Ecclesiale dell'Amazzonia (CEAMA) invitano ad un convegno sul cammino sinodale della Chiesa in Amazzonia il 7 giugno 2024, dalle ore 15 alle 18, presso la Pontificia Università Gregoriana (Piazza della Pilotta, 4) a Roma.

L'evento si inserisce nel programma delle celebrazioni per il 10° anniversario della creazione della REPAM e sarà presieduto dalle presidenze della CEAMA e della REPAM, il card. Pedro Ricardo Barreto Jimeno e dal vescovo Rafael Cob Garcia rispettivamente, che hanno firmato la lettera di invito all'incontro. L'iniziativa si svolgerà in occasione dell'udienza che Papa Francesco ha concesso ad entrambe le presidenze il 3 giugno.

L'invito è rivolto alle agenzie di cooperazione internazionale, alle organizzazioni pastorali ed ecclesiali, alla Vita Consacrata e a tutte le persone sensibili alla causa dell'Amazzonia, nonché ai giornalisti e ai media che desiderano intervistare le presidenze di REPAM e CEAMA.

La REPAM è un'organizzazione ecclesiale nata nel settembre 2014 come risultato del cammino intrapreso dalla Chiesa profetica e incarnata nella Pan-Amazzonia, un territorio che comprende Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Guyana Francese, Perù, Suriname e Venezuela. Proteggere e costudire l'Amazzonia e i suoi abitanti è fondamentale per garantire l'esistenza del Pianeta, nostra Casa Comune.

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Mons. David Martínez, card. Pedr Barreto, mons. Zenildo Lima e mons. Rafael Garcia

La lettera di invito per questo incontro a Roma ricorda che durante i 10 anni di consolidamento della Rete, “sono stati generati diversi processi significativi per il territorio amazzonico”, sottolineando la sua “importanza per tutta l'umanità”.

1. Nel 2015 Papa Francesco ha sottolineato il tema dell'Amazzonia nella sua Enciclica Laudato si'.

2. Nel 2019 ha avuto luogo a Roma il Sinodo per l'Amazzonia.

3. Nel 2020 viene pubblicata l'Esortazione apostolica post-sinodale Querida Amazônia.

4. Nel 2020 viene fondata la Conferenza Ecclesiale dell'Amazzonia (CEAMA).

Da questi processi nascono la Rete Interculturale di Educazione Bilingue (REIBA) e il Programma Universitario Amazzonico (PUAM).

In relazione a questo percorso, vengono fondate e consolidate le Reti Ecclesiali per l'Ecologia Integrale in diversi contesti territoriali del mondo, formando la “Ecclesial Networks Alliance for Integral Ecology (ENA).

“In questo significativo cammino ecclesiale in Amazzonia - si legge nella lettera, - dal punto di vista della sinodalità e dell'ecologia integrale, voi e la vostra istituzione avete svolto un ruolo importante. È una relazione, un senso di appartenenza e una corresponsabilità che vogliamo ringraziare e approfondire. Per questo motivo, vi invitiamo a celebrare il 10° anniversario della REPAM in un incontro di dialogo sul cammino sinodale della Chiesa in Amazzonia”.

Durante l'evento, i giornalisti potranno fare le loro domande ai presidenti della REPAM e CEAMA.

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Cosa: Convegno sul cammino sinodale della Chiesa in Amazzonia.

Quando: 7 giugno 2024, dalle 15.00 alle 18.00.

Dove: Pontificia Università Gregoriana (Aula C012) Piazza della Pilotta 4 - Roma.

NB. Se possibile, si prega di confermare la propria partecipazione entro il 25 maggio.

E-mail: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it. /o This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

 Contatti a Roma:

* Padre Jaime C. Patias, IMC  +39 375 564 9588   E-mail: This email address is being protected from spambots. You need JavaScript enabled to view it.

Padre Adelson Araújo , SJ +39 349 177 9369

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Davi Kopenawa, lo sciamano e portavoce del popolo Yanomami, ha lasciato la grande casa collettiva nell’Amazzonia brasiliana con una missione importante: portare l’appello dei popoli della foresta agli abitanti della foresta di pietra. «L’uomo bianco delle merci non ci ascolta. Abbiamo bisogno di lanciare le parole come una freccia per toccare il cuore della società non indigena», dice Kopenawa, sapendo bene che chi comanda non ascolta.

Nella sua agenda in Italia, mercoledì 10 aprile, a Roma, il leader indigeno noto a livello internazionale per il suo impegno nella protezione dell’Amazzonia si è incontrato in privato con Papa Francesco, un alleato importante. «Ho chiesto al Papa di aiutare il presidente Lula a rimuovere tutti gli invasori, i cercatori d’oro (garimpeiros) e gli sfruttatori delle terre indigene», spiega Davi ai giornalisti rivelando di aver scritto una lettera a Francisco nel 2020 e che da tempo desiderava parlare con lui.

A questo incontro - avvenuto grazie alla collaborazione con il vaticanista Raffaele Luise  -, Kopenawa è stato accompagnato da fratel Carlo Zacquini, missionario della Consolata a Roraima, in Brasile, suo amico e braccio destro da 50 anni, responsabile assieme alla fotografa e attivista Claudia Andujar per la campagna del 1979 a favore della demarcazione del territorio Yanomami, avvenuta nel 1992.

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Stretta di mano tra Papa Francesco e Davi Kopenawa. L'udienza privata si è tenuta in Vaticano mercoledì 10 aprile 2024.  Foto: Vatican Media

David ha già dimostrato in diverse occasioni la sua profonda conoscenza delle minacce per l’intera umanità: salvaguardare la foresta e i suoi abitanti è fondamentale per garantire l’esistenza stessa della nostra Casa comune. Tra le maggiori minacce per i territori indigeni, Kopenawa elenca la contaminazione dell’acqua per l’uso criminale del mercurio (per separare l’oro dal resto, ndr) da parte dei minatori; l’ingresso di allevatori di bestiame con l’appoggio dei governi di tutto il mondo che comprano carne, così come l’espansione della coltivazione della soia sotto la pressione della Cina che ne richiede sempre di più. «La foresta brucia, la terra si esaurisce, gli uccelli, gli animali, i pesci muoiono e il nostro popolo si ammala. Forse qui voi siete protetti da questo, ma ci sono altre malattie», avverte lo sciamano.

Il leader Yanomami ha già scritto due libri in collaborazione con l'antropologo francese Bruce Albert: "La caduta del cielo" (2015) e "Lo spirito della foresta" (2023), entrambi tradotti in italiano. Gli autori presentano una visione dei popoli indigeni e della protezione dell’ambiente. “Il loro pensiero e la loro pratica quotidiana sono in perfetto equilibrio con tutte le forme di vita, visibili e invisibili”.

Davi Kopenawa è presidente dell'Associazione Hutukara Yanomami e ritiene che il nuovo ministero dei Popoli indigeni e la Fondazione nazionale dei popoli indigeni (Funai), entrambi diretti per la prima volta da due donne indigene, Sonia Guajajara e Joenia Wapichana, «hanno bisogno di risorse per proteggere il popolo Yanomami, costruire posti di sorveglianza e per delimitare e riconoscere le terre indigene». Negli ultimi anni, soprattutto sotto la presidenza di Jair Bolsonaro, le risorse sono state tagliate, rendendo impossibile il lavoro.

Il popolo Yanomami conta circa 42mila persone, tra Brasile e Venezuela. Si stima che nel 2023 fossero oltre 20mila i garimpeiros nelle loro terre. Entrano illegalmente nella foresta, tagliano alberi, scavano buche enormi, usano pompe idrauliche, avvelenano i fiumi.

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Davi Kopenawa con il fratel Carlo Zacquini, IMC, durante conferenza stampa nella sede della Radio Vaticana a Roma.

All’inizio dell’anno 2024, sono state diffuse immagini dove si vedevano bambini yanomami malnutriti, uguali o addirittura peggiori di quelle del 2023. Poco più di un anno dopo l’azione delle forze federali brasiliane la Terra yanomami affronta ancora la crisi dell’estrazione mineraria illegale, della fame e della salute. Finora tutto è stato vano. «Molte volte abbiamo richiesto di rimuovere gli invasori dalle nostre terre, di prevenire la deforestazione e l’inquinamento dei fiumi, ma non ci ascoltano perché non sono nostri "parenti" (indigeni come noi, ndr). Abbiamo pochi amici. I politici ascoltano solo la voce del denaro, del mercato. Papa Francesco è diverso. Lui è figlio di Dio e non può mentire. Come leader, non può promettere e non fare», dichiara Davi mostrandosi fiducioso.

Nella lotta per la protezione del Pianeta, la sintonia tra Davi Kopenawa e il Papa Francesco è grande. Ricordando che il Pontefice nel 2015, nell’enciclica Laudato si’ affermava: «La molteplice distruzione della vita umana e ambientale, le malattie e l’inquinamento di fiumi e terre, l’abbattimento e l’incendio di alberi, la massiccia perdita della biodiversità, la scomparsa delle specie, costituiscono una cruda realtà che chiama in causa tutti. La violenza, il caos e la corruzione dilagano. Il territorio è diventato uno spazio di scontri e di sterminio di popoli, culture e generazioni» (LS 23). La preoccupazione con la cura del Creato da parte di Francesco è stata anche dimostrata con la realizzazione del Sinodo per l’Amazzonia nel 2019 e nei suoi vari interventi e documenti.

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Kopenawa apprezza lo sforzo di Francesco, ma osserva che «molte persone sono contro la protezione dell’ambiente perché i grandi imprenditori non vogliono sentire quello che lui dice sulla foresta amazzonica, che è in pericolo. Loro cercano le ricchezze. Io sono per l’ambiente. Se non fosse per gli indigeni, la foresta non ci sarebbe più. Noi Yanomami ci prendiamo cura del polmone del pianeta. Ma questo ai politici, ai fazendeiros, ai garimpeiros non interessa. E l'esercito li sostiene. Dicono che la Terra indigena yanomami (Tiy) sia troppo grande per pochi indigeni, ma non si rendono conto che noi stiamo proteggendo l’intero pianeta».

La Tiy include un’area estesa oltre 9 milioni di ettari nel Nord del Brasile. In questa regione, i fiumi sono preziosi canali di comunicazione che uniscono le diverse comunità. Fu a monte del fiume che i missionari della Consolata italiani, Giovanni Calleri e Bindo Meldolesi fondarono, nel 1965, la Missione Catrimani, a 250 chilometri da Boa Vista, capitale di Roraima. Nel corso degli anni, la coesistenza di Yanomami con i missionari ha contribuito a rafforzare un modello di missione basata sul rispetto e il dialogo, nella difesa della vita, della cultura, del territorio e della foresta. Tre missionari e quattro missionarie della Consolata sono attualmente impegnati nella Missione Catrimani. Mentre, da Boa Vista, all’età di 87 anni, fratel Carlo Zacquini, instancabile, continua a sostenere la causa di Davi Kopenawa, degli Yanomami e della foresta amazzonica.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, Segretariato Generale per la Comunicazione.

Di seguito un estratto dell'intervista al leader indigeno Kopenawa e al Fratel Carlo Zacquini (Radio Vaticana)

Il missionario italiano, assassinato 39 anni fa, sarà al centro delle iniziative promosse dalle diocesi di Roma e di Porto-Santa Rufina in vista della prossima Giornata dedicata ai religiosi, alle religiose e ai laici che hanno dato la vita per il Vangelo e per i fratelli e le sorelle. In programma due Via Crucis, una mostra con i disegni realizzati dallo stesso Ramin e un convegno dal titolo "Custodi del giardino". Suor Antonietta Papa, referente UISG: ora spetta a noi tener viva la loro testimonianza

In occasione della 32esima "Giornata dei missionari martiri", il prossimo 24 marzo, diverse iniziative ricorderanno l'impegno, fino al dono della vita, di missionari e missionarie che in diverse parti del mondo si sono schierati a favore degli ultimi per il riconoscimento della loro dignità e dei loro diritti spesso connessi alla loro terra. Numerosi gli appuntamenti organizzati anche nelle diocesi di Roma e di Porto-Santa Rufina e dedicati in modo particolare al sacerdote comboniano Ezechiele Ramin, detto Lele, assassinato a Cacoal, in Rondonia nell' Amazzonia il 24 luglio 1985, e a quanti come lui hanno abbracciato la croce del martirio in missione per la nostra casa comune.

La Via Crucis "Martiri della Terra"

Il primo evento della serie è stato la Via Crucis missionaria intitolata Martiri della Terra”, che si è svolta il 15 marzo nel Giardino Laudato Si’ delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret a Roma. Questa Via Crucis è estata promossa dalla Commissione UISG - USG "Giustizia, Pace e Integrità del Creato", dall’Ufficio per la cooperazione missionaria tra le Chiese della diocesi di Roma, Terra e Missione e Movimento Laudato Si’.

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Via Crucis "Martiri della Terra" nel Giardino Laudato Si’ delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret a Roma il 15 marzo. Foto: Jaime C. Patias

Percorrendo il cammino di Gesù, insieme ad aspetti della realtà e dei diritti violati in Amazzonia, le 15 stazioni della Via Crucis missionaria hanno fatto memoria di 13 martiri della Panamazzonia: Marçal de Souza Guarani, Josimo Moraes Tavares, Vicente Cañas, Ines Arango, Galdino Pataxó, Alcides Jimenez, Dorothy Stang, Alejandro Labaka, Oscar Romero, Ezechiele Ramin, Rodolfo Lunkenbein, Simão Bororo e Chico Mendes.

Mostra "Passione Amazzonia" a Roma e a Porto-Santa Rufina

Nell'occasione è stata inaugurata la Mostra "Passione Amazzonia" con l’esposizione dei disegni di Padre Ezechiele Ramin, ucciso in Brasile il 24 luglio 1985.  In esposizione 12 pannelli che alternano le immagini della Passione di Cristo alle scene di vita dei popoli dell’Amazzonia. La mostra sarà poi trasferita nella diocesi di Porto-Santa Rufina dove, venerdì 22 marzo alle ore 19.30, si ripeterà la celebrazione della Via Crucis “Martiri della Terra” all’interno del Giardino Laudato Si’ della Parrocchia della Natività di Maria Santissima (in Via Santi Martiri di Selva Candida, nel territorio del Comune di Roma). Il momento di preghiera, guidato da don Federico Tartaglia, direttore del Centro missionario di Porto-Santa Rufina, vedrà la partecipazione dei fratelli di Ezechiele Ramin e di suor Giovanna Dugo sfma, che con padre Lele ha avuto un fitto scambio epistolare durante gli anni di missione in Amazzonia.

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Inaugurazione della Mostra "Passione Amazzonia" il 15 marzo. Foto: Jaime C. Patias

Il convegno "Custodi del giardino"

Infine, sabato 23 marzo dalle 9 alle 13, alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione “Auxilium” a Roma, si svolgerà il convegno “Custodi del giardino”, sul tema “I martiri della giustizia ambientale e lo sfruttamento delle risorse”. Vi parteciperanno monsignor Gianrico Ruzza, vescovo delle diocesi di Porto-Santa Rufina e Civitavecchia-Tarquinia; Piera Ruffinatto fma, preside della Facoltà Auxilium; padre Adelson Araújo dos Santos sj, teologo e docente di spiritualità alla Pontificia Università Gregoriana; padre Giulio Albanese, direttore dell’Ufficio comunicazioni sociali e dell’Ufficio missionario della diocesi di Roma; i giornalisti Gianni Beretta, Lucia Capuzzi e Toni Mira e i fratelli di Ezechiele Ramin.

Suor Antonietta: la terra per noi è vita

"La vita è bella e sono contento di donarla", scriveva in una delle sue lettere Ezechiele Ramin, oggi servo di Dio, ucciso per aver difeso i diritti degli indios Surui e dei contadini senza terra. Di lui e della sua opera racconta ai media vaticani suor Antonietta Papa, missionaria italiana che ha conosciuto Ramin durante la sua missione in Brasile. Suor Antonietta delle Figlie di Maria Missionarie, vive ora tra Roma e Lampedusa ed è la referente del progetto "Migranti Sicilia" della UISG, Unione Internazionale delle Superiore Generali.

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Suor Antonietta Papa è responsabile del progetto UISG Migranti in Sicilia. Foto: Archivio personale

Suor Antonietta, lei è stata in missione in Brasile e lì ha conosciuto bene Ramin: ci può dire qualcosa di lui e del suo impegno?

Ho conosciuto Ezechiele dal momento in cui è arrivato nel luogo dove ha vissuto il suo brevissimo periodo brasiliano. L'ho conosciuto nella sua funzione di sacerdote nelle celebrazioni e quando alcune volte veniva con noi all'interno della foresta amazzonica, dove sono disseminate tutte le comunità degli indios e dei contadini. Ricordo un tratto che mi ha colpito tantissimo: lui aveva nella sua parrocchia un ragazzo che voleva essere battezzato e ricevere l'Eucaristia, però aveva molte difficoltà e quindi padre Ezechiele me lo ha inviato dicendomi, con una lettera, di stare attenta a questo ragazzo - e questo rivela moltissimo della spiritualità di Ezechiele che era capace di un'azione pastorale ferma, sicura, ma che nello stesso tempo, si adegua alla persona -  e mi proponeva per lui un cammino progressivo, senza fretta, proprio perché quel ragazzo diventasse così un vero cristiano. In questa lettera scrive: "Ho scoperto con la vita una cosa bella: la fede in Dio ci porta all'azione. Ho lasciato in Italia il pensare e l'agire spirituale che mi preoccupava tanto, mi sento più libero e più maturo". Ecco, io credo che da questa osservazione della gente e soprattutto dall'impegno con gli indios - con i quali aveva fatto un'amicizia tanto che il capo Suruí lo chiamava "fratello, fratello mio", si capisce che veramente Ramin è stato una persona che ha amato profondamente questa terra, dove poi è stato ucciso, ma l'ha amata con cuore e mente e intelligenza, l'intelligenza nel capire rapidamente ciò che si stava muovendo e nel capire come i "grandi" stavano cercando di dividere i piccoli in modo tale che i faccendieri potessero poi impossessarsi delle terre, degli indios e dei contadini. Di questo lui subito ne aveva avuto coscienza.

Evidentemente l'azione di Ezechiele dava fastidio. In breve ci ricorda quali erano i diritti che lui vedeva negati alla gente in Amazzonia?

I diritti negati sono i diritti della terra per i contadini, i diritti degli indios. A quell'epoca gli indios erano considerati, come bixo do mato, cioè animali della foresta, senza la dignità della persona, semplicemente non persone, non persone! Questo è quello che ha colpito Ezechiele, che ha colpito ognuno di noi e lo si vede nei disegni che lui ha prodotto in questo tempo in cui stava lì con loro, li osservava, parlava, soprattutto con gli indios, di cui aveva una grande conoscenza.

Oltre a Ramin ci sono altri missionari che vengono oggi definiti "martiri della terra". E lei ne ha potuti conoscere alcuni. Ce li può anche solo nominare?

Certo, ho conosciuto sia Josimo Tavares, un sacerdote brasiliano che ho avuto modo di incrociare proprio in alcuni incontri sempre sulla pastorale della terra e Maurizio Maraglio, missionario di Mantova con cui ci scrivevamo sempre. Un giorno ho ricevuto una lettera che mi annunciava: "Maurizio non ti può rispondere perché è stato ucciso" e la sua uccisione era proprio a causa di questo tema della pastorale della terra di cui parlavamo tanto insieme. Però voglio anche ricordare, anche se non l'ho conosciuta direttamente, suor Dorothy Stang, questa missionaria statunitense che ha lottato tanto per i contadini nell'Amazzonia brasiliana. Anche lei è stata uccisa nel 2005, aveva 73 anni e ancora lottava per la terra. Veramente una grande donna! Quindi uomini e donne che hanno lottato per la foresta amazzonica, perché sia preservata, perché sia custodita.

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Mostra "Passione Amazzonia" . Riproduzione riservata © copyright Famiglia Ramin/TeM/Missionari Comboniani

Lei lo ha accennato prima, Ramin amava disegnare e alcune sue opere saranno in mostra a Roma e nella diocesi di Porto Santa Rufina. Che significato aveva per lui disegnare e che cosa voleva comunicare?

Lui osservava molto la gente. Da questa mostra noi possiamo vedere la passione di Cristo che lui cercava di rivedere in questi sguardi. Vedeva i volti, ma anche gli atteggiamenti di questi indios così sfruttati, così malmenati e annientati da tutto ciò che c'era attorno. E lui diceva di vedere attraverso i loro sguardi la primavera che veniva. Anche se ancora si era in pieno inverno, lui riusciva a capire e a vedere i germogli che stavano nascendo in quello che lui disegnava, e accostava questi volti a quello di Cristo in croce. Io ricordo che li vedevamo passare davanti a noi questi contadini che erano stati uccisi e legati ad un palo, e così era il Cristo crocifisso.

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Flagellazione di Gesù e ritratto di un uomo Suruí, disegni di Ezechiele Ramin. Riproduzione riservata © copyright Famiglia Ramin/TeM/Missionari Comboniani

In ricordo di Ramin ma anche degli altri martiri della terra, la UISG ha promosso per oggi una Via Crucis: quale il messaggio che si vuole trasmettere attraverso questo momento? 

La Via Crucis per noi è importante perché ripercorre tutti questi martiri che hanno donato la propria vita per la causa della terra, ma non è soltanto la terra: la terra è dove noi viviamo e siamo. E per questi indios, per questi contadini la terra è la madre. La Via Crucis ripercorre la strada dei vari missionari che hanno dato la vita per questo. La Via Crucis è per noi veramente un percorso che ci invita ad essere donne e uomini di fede, donne e uomini che percorrono la via di Cristo sapendo di custodire ciò che Dio Padre ci ha affidato fin dalla Genesi.

E' dal 1980, l'anno in cui è stato ucciso sant'Oscar Romero, che si celebra la "Giornata dei Missionari Martiri". L'accento sul martirio della terra della Giornata di quest'anno è molto attuale perché lega la cura dell'ambiente ai diritti delle persone, cioè ci fa capire meglio la connessione tra la vita degli uomini e delle donne e il territorio in cui ciascuno  vive...

Esatto, è proprio questo. Forse negli anni '80 la coscienza di questo era molto meno diffusa, si iniziava appena ad avere consapevolezza che il territorio in cui si vive è proprio vita, è vita per noi. Perché dentro la foresta amazzonica, oltre agli animali, alle persone, si vive insieme, è un ambiente vitale.

Non riesco a trovare un'altra parola se non "vita", questa cultura della terra di cui oggi progressivamente ci stiamo appropriando in modo più pieno.

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Via Crucis "Martiri della Terra" nel Giardino Laudato Si’ delle Suore della Carità di Santa Giovanna Antida Thouret a Roma il 15 marzo. Foto: Jaime C. Patias

Ma tutte queste persone che hanno dato la vita per la terra avevano capito questo valore fino in fondo e proprio per questo oggi noi ne siamo testimoni eredi, e lo dobbiamo trasmettere agli altri. Dobbiamo essere noi coloro che portano avanti questa missione per non rovinare totalmente questo nostro ambiente. Lo vedo anche a Lampedusa, dove sono adesso... E' la stessa cosa: Mediterraneo, foresta amazzonica, foresta del Congo, foreste dell'India: tutte queste regioni sono sacre perché ci permettono di vivere, di respirare, di essere noi stessi. Non so come maggiormente spiegare questa passione che ormai è dentro ognuno di noi.

Fonte: Vatican News

La storia è dinamica perché è fatta da esseri umani che non sono solo viaggiatori, ma anche costruttori di strade, ricreatori di spazi geografici ed economici, tessitori di culture, capaci di plasmare con la luce e la potenza del Paraclito volti sociali, comunità di fede o chiese al servizio del Regno di Dio annunciato e iniziato dal Signore Gesù.

Genesi di una Chiesa dal volto amazzonico

Improvvisamente, in quell'atmosfera cupa di pandemia diffusa in tutto il mondo, a causa di quel piccolo, inopportuno e misterioso virus che l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha chiamato Covid19, è nata una nuova struttura nella Chiesa latinoamericana e caraibica (26-29 giugno 2020). I vescovi, ratificati dal Papa, le hanno dato il nome di Conferenza ecclesiale dell'Amazzonia,  articolando e promuovendo la sinodalità tra le chiese particolari o locali in tutto il territorio amazzonico e accompagnando la gestazione di chiese dal volto amazzonico. Proprio come aveva sognato ed espresso Papa Francesco nell'esortazione post-sinodale Querida Amazonia (QA 4), riprendendo il cammino intravisto dall'incontro della Commissione Missionaria del Celam a Iquitos (Perù). In comunione con la Chiesa di Gesù Cristo, una, santa, cattolica e apostolica.

Un territorio in costruzione

"Nel processo storico e sociale del Caquetá, la Chiesa cattolica è stata una delle principali protagoniste. I missionari francescani irruppero due secoli fa nelle foreste vergini di questo territorio e nel 1759 ricevettero il sostegno del Regio Decreto spagnolo per guidare le missioni Adakí da Quito, che rimasero nel Caquetá fino al 1800.

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La Cattedrale dell'Arcidiocesi di Florencia , Caquetá, nella Amazzonia colombiana

Per descrivere questa breve panoramica storica, mi affido a Salomón Trujillo Tovar, Monsignor Ángel Cuniberti. El hombre que impresionaba a todos, Copigráficas, Florencia - Caquetá, 2020.

Nel 1844 la comunità cappuccina fu incaricata di guidare l’annuncio del vangelo nei territori delle regioni del Putumayo e del Caquetá. Ciò accadde un anno prima dell'emanazione della Legge del 2 maggio 1845, con la quale fu creato e organizzato il territorio del Caquetá e il governo autorizzò a concedere terre incolte alle famiglie che desideravano popolare questa regione. Malgrado questo fu solo alla fine del XIX secolo quando l'insediamento di abitanti in questo territorio subì un'accelerazione, dovuta alla convergenza di due fattori: uno, la migrazione causata dall'estrazione del caucciù e della china; due, la presenza dei missionari cappuccini che il vescovo di Pasto, Ezequiel Moreno, a partire dal 1896, destinò alla prima spedizione missionaria nel territorio del Caquetá con il fine di  promuovere evangelizzazione e civiltà fra gli sfollamenti causati dalla "guerra dei mille giorni" (1899–1902), vissuta nell'interno della Colombia.

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Comunità indigena Murui di Puerto Refugio sulle rive del fiume Putumayo

Un territorio pacifico, ricoperto dalla foresta pluviale e interconnesso da grandi e piccoli fiumi che da sempre uniscono anziché separare, viene gradualmente invaso dai raccoglitori di caucciù, molti dei quali vittime anche della "febbre della quina", che provenivano dal Brasile e dal Perù. Tale invasione sfruttatrice e schiavista, organizzata soprattutto dalla cosiddetta Casa Arana, la stessa che ha dato origine a La Vorágine, un romanzo di José Eustasio Rivera (1924), stava decimando e spingendo gli abitanti originari (Uitotos o Murui, Coreguages, Inganos, Quichuas e altri) sempre più in là e più nel profondo della selva. Oggi li troviamo insediati lungo i fiumi Caquetá, Orteguaza, Caguán, Peneya, Putumayo o nelle zone più alte della Cordigliera Orientale.

Il 25 dicembre 1902, Doroteo de Pupiales tracciò le prime strade di Florencia, oggi capitale del Dipartimento di Caquetá. Ordinò la costruzione di una cappella come simbolo della cristianità e chiese al prefetto di Mocoa l’organizzazione politica e amministrativa del territorio che legittimasse  gli atti religiosi e le altre azioni svolte dalla missione cappuccina nell'ambito delle competenze supplementari che lo Stato colombiano aveva loro concesso.

Di fronte ai crescenti problemi di confine con il Perù e dopo un accordo tra i governi dei due Paesi, la Colombia creava inizialmente il Commissariato Speciale del Caquetá con giurisdizione nei territori del Caquetá e nel Putumayo (1910). Poi questo Commissariato è stato promosso a Intendenza Nazionale (1950) e finalmente nel 1982 nasce l’attuale Dipartimento del Caquetá.

Si delinea un nuovo profilo umano

Come conseguenza della progressiva colonizzazione, si fu delineando il profilo umano degli abitanti di questo esteso territorio poco a poco antropizzato e allo stesso tempo degradato dall’estendersi della colonizzazione. Agli indigeni si univano gli estrattori di gomma ed altri prodotti vegetali, i taglialegna, i missionari e i contadini provenienti dalle regioni del Huila, Tolima, Caldas, Antioquia e altri luoghi, sospinti fin là dalla violenza politica e dalla guerra civile colombiana.

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La presenza afroamericana a Puerto Leguízamo

Questa variegata colonizzazione è quella che promuove il disboscamento, creazione di pascoli per il bestiame, la coltivazione di prodotti agroalimentari. Si costruiscono strade, ponti e villaggi; si aprono istituzioni educative primarie ed anche superiori, cliniche, strutture sportive, luoghi di culto.

Si trattava di un'opera gigantesca e complessa, anche se insufficiente, che cercava di difendere, promuovere e salvare la vita umana, spesso a spese della Madre Terra e della sua biodiversità. Questo processo di colonizzazione sopperiva i molti limiti dello Stato e persino serviva come difesa della sovranità nazionale e dei confini.

Creazione di un territorio ecclesiastico

Nel 1985 Papa Giovanni Paolo II istituì la diocesi di Florencia, il cui primo vescovo fu monsignor José Luis Serna Alzate, missionario della Consolata, e al tempo creò il vicariato apostolico di San Vicente del Caguán - Puerto Leguizamo, affidato a un altro missionario della Consolata, monsignor Luis Augusto Castro Quiroga.

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Poi la progressiva organizzazione ecclesiastica di questo territorio è proseguita il 21 febbraio 2013 quando papa Benedetto XVI, poco prima della sua rinuncia, ha eretto il Vicariato Apostolico di Puerto Leguizamo - Solano, sotto la responsabilità di un altro missionario della Consolata, Mons. Joaquín Humberto Pinzón Guiza. Qualche anno dopo, il 30 maggio 2019, il Vicariato di San Vicente del Caguán è stato costituito Diocesi da papa Francisco e il suo vicario apostolico, monsignor Francisco Javier Munera Correa anche lui Missionario della Consolata, divenne il primo vescovo diocesano. Pochi mesi dopo, il 13 luglio 2019, Papa Francesco ha elevato la diocesi di Florencia ad arcidiocesi e ha nominato arcivescovo monsignor Omar de Jesús Mejía Giraldo. Oggi Florencia è sede della nuova provincia ecclesiastica dell'Amazzonia, composta dalle diocesi di Florencia, San Vicente e Mocoa e dai vicariati apostolici di Leguizamo, Amazonas, Vaupés e Guainía, al confine con Brasile, Perù ed Ecuador.

* Padre Salvador Medina è missionario della Consolata in Colombia.

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