Un paio di sandali, una lampada, la Bibbia e un'immagine della Madonna di Aparecida, la patrona del Brasile. Questi erano alcuni dei simboli portati nella processione d'ingresso per ricordare l'essenziale della consacrazione a Dio vissuta nella diversità dei carismi. Il coro della comunità brasiliana intonava melodie familiari. L'atmosfera di preghiera si è creata nella bellissima Basilica di Sant'Andrea della Valle a Roma, dove più di 200 religiosi e religiose di diverse congregazioni si sono riuniti nel pomeriggio di domenica 11 febbraio per una Messa di ringraziamento.

Organizzata dalla comunità brasiliana a Roma, dai religiosi e dalle religiose brasiliani e dalla stessa Basilica nella persona del suo Rettore, il padre João Marcos, la celebrazione aveva lo scopo di commemorare la Giornata della Vita Consacrata (celebrata il 2 febbraio). Il cardinale João Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, ha presieduto la messa e ha incentrato la sua omelia su due immagini: "vivere la compassione e camminare insieme".

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Il cardinale brasiliano, João Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica

"L'incontro di Gesù con il lebbroso ci dice molto sulla vita che ci ha chiamato a sperimentare", ha sottolineato il cardinale riflettendo sul Vangelo di Marco (1,40-45). "Gesù si avvicina all'uomo e lo tocca, ascolta il suo grido e lo guarisce. Gesù ha fatto questo perché aveva compassione". "Oggi –ha aggiunto– Siamo in un momento in cui la Vita Consacrata, come vita cristiana, è chiamata a cambiare il suo cammino per diventare una risposta per noi e per le persone".

Ispirandosi al Sinodo sulla sinodalità, il card. João Braz ha incoraggiato le comunità religiose a camminare insieme, con il carisma e la cultura dell'altro, valorizzando ogni gesto. "Molte delle nostre comunità di Vita Consacrata cercano Dio, ma non riescono a capire la loro sorella o il loro fratello. Ebbene: quando non capiamo più i nostri superiori e, a volte, non sappiamo cosa fare dell'obbedienza è quanto abbiamo bisogno di questa compassione e di questo camminare insieme!", "Penso –ha esclamato– che la Chiesa d'ora in poi, come già avviene in molte comunità religiose, si muoverà sempre più verso i poveri. Che Dio ci aiuti a farlo", augurò il cardinale brasiliano.

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Religiosi e religiose brasiliani durante la messa nella Basilica di Sant'Andrea della Valle a Roma.

Sempre commentando l'incontro di Gesù con l'uomo affetto da lebbra, il card. João Braz ha implorato a Dio la capacità di compassione. "Come Dio ha compassione di noi, così possiamo imparare a non essere più noi stessi, ma ad abbassarci, ad accogliere, a percepire, a guardare con maturità, a saper tacere nei momenti in cui non sappiamo spiegare e a offrire ciò che è difficile da comprendere".

Parlando del Papa che serve nel Dicastero, il cardinale ha fatto un'osservazione: "Quanti di noi hanno cominciato a dubitare del ministero di Francesco. Questo è un grande dolore, proprio del Papa che ci sta avvicinando alle pagine più preziose del Vangelo. Dobbiamo stare attenti e camminare in comunione con tutti e insieme", ha esortato.

Il 70° anniversario della Conferenza dei Religiosi del Brasile

La data della celebrazione ha coinciso con la memoria della Madonna di Lourdes e la Giornata Mondiale del Malato, ma anche con l'anniversario della creazione della Conferenza dei Religiosi del Brasile che è stata fondata precisamente l'11 febbraio 1954 a Rio de Janeiro durante la celebrazione del Congresso Nazionale dei Religiosi. Ha partecipato alla celebrazione eucaristica anche Suor Eliane Cordeiro, attuale Presidente della CRB nazionale che è a Roma per un incontro in preparazione al Giubileo della Vita Consacrata che si terrà nel 2025.

Rivolgendosi ai presenti al termine della celebrazione, ricordando il 70° anniversario della CRB, li ha invitati al Congresso che si terrà dal 30 maggio al 2 giugno di quest'anno a Fortaleza, con la partecipazione di 700 religiosi e religiose. "È un momento di festa e di ringraziamento" –ha detto suor Eliane– "e voi siete un pezzetto di Brasile qui a Roma, che indubbiamente diffonde gioia, umanizzazione e accoglienza, che sono le nostre caratteristiche".

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Suor Eliane Cordeiro (seconda da sinistra), la Presidente della Conferenza dei Religiosi del Brasile (CRB)

Ha anche spiegato che il programma del Congresso ruoterà attorno a quattro parole: Memoria, Mistica, Profezia e Speranza. Concludendo ha ricordato questi aspetti della vita religiosa: "essere sempre al servizio dei poveri, vivendo l’amore per la Chiesa, per Gesù e per il suo Vangelo".

Padre Leonir Chiarello, scalabriniano, ha ringraziato il cardinale per la sua presenza fraterna e ha riassunto così le sue parole: "il carisma della compassione ci aiuta a camminare insieme in tutte le forme di vita".

A nome della coordinazione, il padre Júlio César Werlang, si è congratulato con tutti i partecipanti e ha ricordato il prossimo appuntamento dei religiosi e delle religiose brasiliani a Roma, che sarà sabato 17 febbraio, con una riflessione sulla Campagna della Fraternità 2024 dal tema "Fraternità e amicizia sociale", ispirato all'Enciclica “Fratelli Tutti" di Papa Francesco.

* Padre Jaime C. Patias, Comunicazione IMC Roma.

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Nella Festa della Presentazione del Signore e nella Giornata mondiale della vita consacrata, Francesco presiede la Messa nella Basilica vaticana alla presenza di circa 5.500 fedeli, in particolare sacerdoti, religiose e religiosi: è importante coltivare la vita interiore e non adeguarsi "allo stile del mondo"

Simeone, "uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele" e Anna, che "non si allontanava mai dal tempio", riconobbero nel Bambino, che Maria portava in braccio, il Messia a lungo atteso. Sono loro, Simone e Anna, i protagonisti del brano del Vangelo dell'odierna Festa della Presentazione del Signore, popolarmente nota come Candelora, in cui si celebra la XXVIII Giornata Mondiale della Vita Consacrata istituita da san Giovanni Paolo II nel 1997. Prendendo esempio da loro, al centro della riflessione di Papa Francesco alla Messa presieduta alle 17.30 nella Basilica vaticana, c'è un atteggiamento controcorrente al nostro tempo: l'attesa. "Sorelle, fratelli, coltiviamo nella preghiera l’attesa del Signore - afferma Francesco nell'omelia - e impariamo la buona 'passività dello Spirito': così saremo capaci di aprirci alla novità di Dio".

“Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore (Lc 2,22)”

Le candele nel buio e l'accensione della luce 

Nella basilica non illuminata, i fedeli, in maggioranza consacrate e consacrati appartenenti a diverse congregazioni, comunità e istituti religiosi, tengono in mano le candele accese come il Papa, che le benedice. Lungo la navata centrale i sacerdoti concelebranti avanzano in processione. Il cardinale João Braz de Aviz, prefetto del Dicastero per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, asperge con l'incenso l'altare. Quindi la basilica si illumina. La luce è simbolo di Cristo, luce delle genti e salvezza per il mondo. La Giornata Mondiale della Vita Consacrata vuol essere un occasione di preghiera e di ringraziamento per questa particolare chiamata di Dio.

Perseverare nell'attesa

"Ci fa bene guardare a questi due anziani pazienti nell’attesa, vigilanti nello spirito e perseveranti nella preghiera", afferma Francesco dando inizio all'omelia: Simeone e Anna sono due anziani, ma hanno conservato il cuore giovane, nonostante fatiche e delusioni "non hanno mandato in pensione la speranza" e hanno mantenuto viva l'attesa del Signore.

Fratelli e sorelle, l’attesa di Dio è importante anche per noi, per il nostro cammino di fede. Ogni giorno il Signore ci visita, ci parla, si svela in modo inaspettato e, alla fine della vita e dei tempi, verrà. Perciò Egli stesso ci esorta a restare svegli, a vigilare, a perseverare nell’attesa.

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Religiose e religiosi alla Messa

Guai scivolare nel "sonno dello spirito", afferma il Papa, e "archiviare la speranza". E si domanda: siamo ancora capaci di vivere l'attesa o siamo troppo presi da noi stessi e dalle nostre attività? Non corriamo il rischio di "trasformare anche la vita religiosa e cristiana nelle tante cose da fare e tralasciando la ricerca quotidiana del Signore?". E ancora: quanto contano le possibilità di successo nella nostra programmazione della vita personale e comunitaria, invece che la dedizione "al piccolo seme che ci è affidato", sapendo aspettare i tempi di Dio?

La trascuratezza della vita interiore

La capacità di attendere, prosegue il Papa, è spesso ostacolata in particolare da due fattori: il primo è "la trascuratezza della vita interiore": 

È quello che succede quando la stanchezza prevale sullo stupore, quando l’abitudine prende il posto dell’entusiasmo, quando perdiamo la perseveranza nel cammino spirituale, quando le esperienze negative, i conflitti o i frutti che sembrano tardare ci trasformano in persone amare e amareggiate.

Non è bello vedere una "faccia scura" in una comunità, osserva Francesco, ma la gioia e lo stupore degli inizi si alimentano "con l’adorazione, con il lavoro di ginocchia e di cuore".

L'adeguamento allo stile del mondo

Il secondo fattore è "l’adeguamento allo stile del mondo che finisce per prendere il posto del Vangelo". Il Papa parla della pretesa del "tutto e subito" che caratterizza le nostre società, dell'attivismo che ci domina, del consumismo e divertimento cercato a tutti i costi e del silenzio bandito nelle nostre giornate. E avverte: 

Facciamo attenzione, allora, perché lo spirito del mondo non entri nelle nostre comunità religiose, non entri nella vita ecclesiale e nel cammino di ciascuno di noi, altrimenti non porteremo frutto. La vita cristiana e la missione apostolica hanno bisogno che l’attesa, maturata nella preghiera e nella fedeltà quotidiana, ci liberi dal mito dell’efficienza, dall’ossessione del rendimento e, soprattutto, dalla pretesa di rinchiudere Dio nelle nostre categorie, perché Egli viene sempre in modo imprevedibile.

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Alcuni religiosi presenti in basilica

La "buona passività dello Spirito"

Il Papa riporta una frase della mistica francese Simon Weil: "Desiderare Dio e rinunciare a tutto il resto: in ciò soltanto consiste la salvezza", invitando le consacrate e i consacrati a imparare "la buona passività dello Spirito" per essere aperti "alla novità di Dio". Così il passato si apre al futuro, ciò che è vecchio in noi diventa capace di accogliere il nuovo. E' un passaggio non facile, riconosce il Papa, ma necessario e, citando un brano scritto dal cardinale Carlo Maria Martini, conclude: 

Non è facile infatti che il vecchio che è in noi accolga il bambino, il nuovo […]. Accogliere il nuovo: nella nostra vecchiaia, accogliere il nuovo. La novità di Dio si presenta come un bambino e noi, con tutte le nostre abitudini, paure, timori, invidie – pensiamo alle invidie, eh? –, preoccupazioni, siamo di fronte a questo bambino. Lo abbracceremo, lo accoglieremo, gli faremo spazio?". 

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Fonte: Vatican News

Uomini armati hanno preso possesso del pullman che trasportava le religiose. Il veicolo condotto verso una destinazione sconosciuta. Il vescovo di Anse-à-Veau et Miragoâne condanna questa azione "che non rispetta la dignità delle consacrate", chiede la liberazione di tutte le persone sequestrate e si offre come ostaggio al posto loro

La capitale haitiana sta vivendo un aumento degli episodi di violenza al punto che alcuni quartieri sono stati isolati negli ultimi giorni. Secondo fonti locali, 6 suore della congregazione delle Suore di Sainte-Anne sono state rapite insieme ad altre persone, tra cui l'autista, mentre si trovavano a bordo di un pullman che si dirigeva verso l'università della capitale Port-au-Prince. Il veicolo è stato fermato da uomini armati che sono saliti sul bus prendendo in ostaggio tutti i passeggeri. Il rapimento è avvenuto venerdì 19 gennaio in pieno giorno e nel centro della capitale.

L'indignazione della Chiesa haitiana

Il rapimento, confermato da un comunicato stampa della Conferenza haitiana dei religiosi e delle religiose, è denunciato con forza anche da monsignor Pierre-André Dumas, vescovo di Anse-à-Veau e Miragoâne, il quale condanna “con vigore e fermezza quest'ultimo atto odioso e barbaro, che non rispetta nemmeno la dignità di queste donne consacrate che si donano con tutto il cuore a Dio per educare e formare i giovani, i più poveri e i più vulnerabili nella nostra società". 

Nella nota il vescovo chiede il rilascio degli ostaggi e la fine di “queste pratiche spregevoli e criminali”. Invita poi "tutta la società haitiana di unirsi per formare una vera e propria catena di solidarietà attorno a tutte le persone sequestrate nel Paese, per ottenerne la liberazione e garantire loro un rapido ritorno sani e salvi alle loro famiglie e ai loro cari!”. Dumas si offre anche come ostaggio al posto loro.

Violenza crescente 

Da domenica scorsa le bande armate hanno intensificato le loro azioni omicide, mentre nel Paese sono state organizzate manifestazioni contro l'insicurezza. Giovedì il quartiere di Solino, a sud di Port-au-Prince, è stato teatro di violenti scontri a fuoco tra bande rivali e in particolare un gruppo armato del vicino quartiere di Bel-Air. Gli scontri avrebbero provocato una ventina di morti, secondo il responsabile locale di un'organizzazione umanitaria per la difesa dei diritti umani.

Anche altri quartieri della capitale come Carrefour Péan e Delmas 24, sono stati presi di mira da attacchi di bande. Nelle strade di Port-au-Prince, i residenti hanno eretto barricate per proteggersi. Da diverse settimane, inoltre, i rapimenti sono aumentati sempre a Port-au-Prince. La settimana scorsa, un medico e un giudice di pace sono stati rapiti prima di essere rilasciati dopo il pagamento del riscatto.

Manifestazioni contro la precarietà

Allo stesso tempo, da diversi giorni manifestazioni antigovernative sconvolgono il Paese, su appello di Guy Philippe, ex capo della polizia e politico, di ritorno ad Haiti dopo aver scontato una pena detentiva negli Stati Uniti per riciclaggio di denaro legato al traffico di droga. I manifestanti chiedono le dimissioni del primo ministro Ariel Henry, al potere da dopo l’assassinio del presidente Jovenel Moïse nel 2021, accusandolo della sua inerzia alla guida del Paese, sia sul piano economico che su quello della sicurezza.

Fonte: Vatican News

Il segretariato per il clero, la vita consacrata e le vocazioni degli Stati Uniti ha reso noto nei giorni scorsi uno studio teso a fornire un identikit delle persone che oggi scelgono di consacrarsi in un ordine, maschile o femminile. Ne è emerso un quadro molto interessante, che testimonia di scelte mature, adulte e certamente dell’importanza di un’educazione e di una formazione cattolica, sia nella famiglia che nella scuola.

Il “religioso/a medio/a” oltre oceano ha trentasette anni, proviene da una famiglia cattolica, ha tre o più fratelli, ha pregato regolarmente il Rosario, e ha praticato l’Adorazione eucaristica già prima di decidersi a entrare in un ordine religioso. Un numero molto alto di loro è stato educato in una scuola cattolica, o ha ricevuto un’istruzione a casa.

Lo studio si è basato sulle risposte fornite da 454 Superiori maggiori di istituti religiosi; il che corrisponde al 57 per cento del totale delle Congregazioni presenti negli Usa, ed è stato condotto dal Center for Applied Research in the Apostolate (CARA). Nel 2014 sono stati 190 gli uomini e le donne che hanno preso i voti perpetui. Del totale, 41 fratelli professi (molti di loro probabilmente diventeranno sacerdoti) e 77 sorelle hanno accettato di rispondere al sondaggio.

Il primo dato che emerge riguarda la composizione familiare. Il 21 per cento proviene da famiglie con cinque o più figli; il 15 per cento ha quattro fratelli e sorelle, il 20 per cento ne ha tre, e solo l’8 per cento è l’unico figlio o figlia dei genitori.

Una buona percentuale – il 14 per cento – sono dei convertiti, in media verso i 24 anni di età; l’83 per cento hanno genitori – entrambi – cattolici, e il 31 per cento ha un parente che è sacerdote, o è in una congregazione religiosa.

Da un punto di vista etnico si può notare che la grande maggioranza, il 67 per cento – sono bianchi; mentre il resto si divide equamente fra asiatici (14 per cento) e ispanici (15 per cento).  Solo il 3 per cento sono afro-americani, mentre c’è un significativo uno per cento di Nativi americani.

E’ notevole la quantità di nuovi professi che non sono nati negli Stati Uniti. Il 76 per cento ha visto la luce negli USA, ma un quarto dei nuovi professi è nato altrove. Degli “stranieri” il neo-professo tipo è entrato negli States nel 2002. Per quanto riguarda l’istruzione, una forte maggioranza relativa (il 42 per cento) ha frequentato la scuola elementare cattolica; il 31 per cento è stato in una High School cattolica, e il 34 per cento in un collegio cattolico. Una grande maggioranza – il 59 per cento – da bambino ha partecipato a corsi di educazione religiosa parrocchiali. E’ interessante rilevare che anche se nel periodo in cui andavano a scuola solo l’1 per cento degli americani riceveva la sua istruzione a casa, fra i nuovi professi ben il 6 per cento di loro  ha avuto questa esperienza; il 2 per cento dei maschi, e il 13 per cento delle femmine. Il 7 per cento di loro ha rivelato che il loro ingresso nella religione è stato ritardato dal fatto che dovevano pagare i debiti per l’istruzione ricevuta nei college.

Il livello di istruzione dei neo-professi è alto. Il 50 per cento è laureato, e il 18 per cento ha un grado accademico superiore (master, o dottorato). Il 61 per cento di loro aveva un impiego a tempo pieno, prima di entrare nella vita religiosa, e il 27 per cento lavorava part-time.
Il loro coinvolgimento nella vita della Chiesa era intenso. Il 42 per cento ha partecipato a corsi di formazione per giovani, e il 20 per cento in corsi per adulti. Circa la metà di loro ha insegnato in parrocchia, o è stato lettore. Il 73 per cento dei maschi – e il 14 per cento delle femmine – hanno servito all’altare.

Il loro discernimento è stato aiutato (62 per cento) da un ritiro spirituale prima di abbracciare la vita religiosa. Una maggioranza notevole pregava il Rosario regolarmente (72 per cento) o praticava l’Adorazione eucaristica (73 per cento). Il 59 per cento aveva un direttore spirituale. Un 14 per cento di loro è stato consigliato da un sacerdote o da un religioso a non abbracciare la vita religiosa; il 25 per cento ha trovato un ostacolo nella propria madre, (ma una percentuale analoga invece ne ha avuto l’appoggio) il 15 per cento nel proprio padre (ma anche qui la cifra è eguale per i padri a favore)  e il 36 per cento è stato sconsigliato da un altro parente. L’incoraggiamento è venuto da religiosi (47 per cento), un sacerdote della parrocchia (49 per cento) o da un amico (il 44 per cento).

Consagrado, conócete a ti mismo! Me sale espontáneo comenzar estas reflexiones en el Año dedicado a la Vida Consagrada, parafraseando la clásica escrita que se encontraba en el frente del templo de Apollo en Delfi: “Conócete a ti mismo”. Este año, en efecto, deberíamos tomarlo como una grande gracia - un kairós – para retornar a la fuente de nuestra vocación, un año especial para re-saborear “la seducción del primer amor y el ardor de nuestra misión”. Pero, cómo? Redescubriendo quiénes somos: consagrados y enviados.

** Ungidos por el Espíritu de alegría

En Cristo, el Ungido por el Espíritu con “oleo de alegría” , fuimos bautizados para ser testigos de alegría y de profecía y de comunión. Ser testigos de alegría y recuperar nota principal que nos caracteriza, la profecía…: a esta misión nos exhorta el Papa Francisco, en este Año de la Vida Consagrada. En el bautismo,– nuestra consagración ontológica - fuimos incorporados a Cristo Señor, que, en su Bautismo fue ungido por el Espíritu Santo, con oleo de alegría. La consagración de los Religiosos es la radicalización, la plenitud del bautismo. El propio Papa Francisco, una que otra vez, ha exhortado a los feligreses a que hiciesen memoria de la gracia de su bautismo, a comenzar de buscar la fecha en que recibieron aquel sacramento. Sabemos que el Padre Fundador, en el aniversario de su bautismo, se recogía en un retiro de gozo y de gratitud. Nosotros, me pregunto, conocemos aquella fecha? “La vida religiosa desarrolla en nosotros la consagración bautismal y nos configura de un modo especial con el misterio de la muerte y resurrección de Jesús “ (Const, 20) .

Se cuenta que una mañana, estando la Madre Teresa de Calcuta cerca de la puerta por la cual las Hermanitas de Caridad desfilaban una tras otra, presurosas para recomenzar la labor apostólica, quedó impresionada por una de ellas. Le notó una cara triste, malhumorada. La llamó. ¿Qué te pasa, hija?...La hermanita, en su turbación, no sabía qué contestar. “Mira, hija, prosiguió la Madre, con acentos de cariño y de energía a la vez:- con esta cara de funeral, no se puede salir al encuentro de los pobres! “

La alegría no se improvisa, no es efecto de una pintadita de cosmético. No se compra la alegría. La alegría no es cuestión de un temperamento alegre, un resultado de herencia genética…La alegría nace con la vida que hay en ti! Pregúntate cuánta vida hay en ti y tendrás la medida de tu alegría. Pregúntate cuáles sueños habitan tu alma y en aquellos sueños encontrarás tu alegría. Pero, cuidado!.. Los sueños del alma son como semillas, son “deuda y obligación” que tenemos con el Creador y con sus hijos: Hija no puedes salir al encuentro de los pobres con esta cara de funeral!.. Deberíamos preguntarnos a menudo: yo, soy testigo de alegría? Y deberíamos ser guardianes severos para con nosotros mismos a fin de que no arraiguen en nosotros las venenosas yerbas que desecan la verde pradera de la alegría: la superficialidad, la melancolía, la acedia, la apatía… A nadie sabremos anunciar la alegre noticia que está por despuntar el sol si no estamos vigilando en el puesto de centinela: “Centinela, cuánto queda de la noches?”

** Ungidos por el Espíritu de profecía

El Papa, en su exhortación apostólica, afirma que nosotros, los consagrados, tenemos – por así decirlo – una ventaja para ser testigos de profecía. En síntesis se expresa así: Ustedes hicieron profesión de servir a un solo Señor, no “a muchos amos”. “Servir a un solo Señor” : qué ventaja la nuestra. Qué gracia y qué compromiso ! Esa libertad que “ganamos” con nuestra profesión religiosa nos habilita a una entrega radical, afrontando con alegría el riesgo de la profecía.

Era el 21 de diciembre de 1511, cuarto domingo de Adviento. Aún faltaban siglos para el “adviento” de la teología de la liberación. Sin embargo en la Isla llamada La Española (Santo Domingo). Tras leerse el evangelio de San Juan, donde se dice: «Yo soy una voz que clama en el desierto» (Jn 1, 23), fray Antón de Montesinos subió al púlpito y dijo: “Esta voz dice que todos ustedes están en pecado mortal y en él viven y mueren por la crueldad y tiranía que usan con estas inocentes gentes. Digan, ¿con qué derecho y con qué justicia tienen en tan cruel y horrible servidumbre a estos indios? ¿Con qué autoridad han hecho tan detestables guerras a estas gentes que estaban en sus tierras mansas y pacíficas, donde tan infinitas de ellas, con muertes y estragos nunca oídos, ustedes han masacrado? ¿Cómo los mantienen tan opresos y fatigados, sin darles de comer ni curarlos en sus enfermedades, en que incurren por los excesivos trabajos que ustedes les ponen y se les mueren, y por mejor decir, los matan ustedes, por sacar y adquirir oro cada día? ¿Y qué cuidado tienen de quien los doctrine, y conozcan a su Dios y creador, sean bautizados, oigan misa, guarden las fiestas y domingos? ¿Estos, no son hombres? ¿No tienen almas racionales? ¿No están ustedes obligados a amarlos como se aman a ustedes mismos? ¿No entienden esto? ¿Es que no tienen sentimientos? Cómo están dormidos en un sueño tan letárgico? Tengan por cierto que en el estado en que están no se pueden salvar”.
El sermón causó el desasosiego de los conquistadores y autoridades que estaban presentes y la reacción en contra de los frailes, a quienes quisieron reprenderlos y exigirles a desdecirse públicamente de sus afirmaciones. Sin embargo, en el sermón del siguiente domingo fray Antón de Montesinos ahondó aún más su prédica anterior, como habían acordado en comunidad”.

** Ungidos por el Espíritu de comunión…

La comunión en la vida fraterna; la comunión en el apostolado misionero: qué gracia y qué tormento! Un chiste de los consagrados .Alguien preguntó: cuando una monja rezara mucho, pero mucho…qué pensaría Usted? Por cierto, es una santa monja, contestó. Y cómo definiría Usded una monja mártir? La que le vive a lado, contestó! En los Capítulos Generales celebrados en los últimos 40 años ha sonado, casi inalterada, la voz del autoconciencia de los Misioneros de la Consolata: el individualismo ha sido pecado capital de los Misioneros de la Consolata. Ser sinceros es el primer paso para el cambio! Pero todo cambio duradero no procede de un imperativo categórico. Una persona cambia cuando conoce y se enamora de su identidad, de su misión que “le exige el cambio”. El bautismo, la profesión en la Familia de los Misioneros de la Consolata para la misión ad gentes, nos reclama ser hombres de comunión. En el día dichoso de nuestro bautismo, hemos sido arrancados al individualismo e incorporados a Cristo: “nos hemos revestidos de Cristo“. Y en Cristo hemos sido incorporados a los hermanos y a las hermanas de todo el mundo…a comenzar de “este hermano del convento… de este mi hermano de mi comunidad!..”     La comunidad, o mejor, la vida en comunión fraterna, a la que hemos sido llamado, en la exhortación apostólica Vita Consecrata, ha sido descrita como “espacio humano, habitado por la Trinidad…”. En este año de la Vida Consagrada debemos saborear estas palabras…debemos dejarnos encantar y provocar: somos “espacio humano, habitado por la Trinidad…”!

Una comunión destinada a madurar en amistad. Sí, la consagración non hace amigos: amigos para la misión y dentro la misión.        

En los años ’96-98 fui responsable de nuestra Casa de Alpignano. La casa che acoge a nuestros Hermanos enfermos y ancianos. Linda experiencia que me llevó a estar muy de cerca a personas que habían gastado su vida en la misión. Unos cuantos de ellos habían salido – por así decirlo - de la mano del propio Padre Fundador , José Allamano. Recordaban sus gestos, sus palabras, su sonrisa. Entre otros conocí a P. Antonio Bazzacco. Hablaba muy poco y la enfermedad le repercutía en el rostro serio y sufriente. No lograba interesarlo mucho con mis chistes, con mi humor. Una vez nos encontramos casualmente los dos solos aguardando el ascensor para bajar desde el segundo piso a la Capilla para el rezo de la Hora Media. Me propuse de echar mano a un argumento para tantear su reacción. “Padre Antonio, porque no me cuenta algo del Padre Fundador?” . “Hay tantos libros que hablan de él”, fue la respuesta escueta. Intenté una segunda vez: “Es verdad, hay tantos libros, pero yo quisiera que Ud. me aludiera a algún episodio que tiene grabado en su memoria. Sea bueno, cuénteme algo”. Se quedó mirándome a los ojos. El ascensor, mientras tanto, subía y bajaba solicitado por otros hermanos del primer piso. El Padre Antonio, con fatiga, como pesando cada palabra que le salía de la memoria del alma me dijo: “ Mi mamá y yo, luego de un largo viaje en tren, llegamos al fin al Instituto de Corso Ferrucci. Después de unas horas, se nos presentó el Sr. Canónigo, José Allamano. Pocas palabras de presentación y mi mamá, escondiendo su inmenso dolor, casi fuese una debilidad, me entregó, niño, al cuidado del padre Allamano. Y repartió. El Fundador, leyendo en mi rostro la turbación y la conmoción que era imposible refrenar, posándome dulcemente la mano en el hombro me dijo: Mañana mismo escribirás una carta a tu mamá. Le dirás que aquí has encontrado otro padre que te quiere”. En mis adentros , iba reflexionando: “encontró a otro padre? Sí, encontró un padre y un amigo..!”  Mudos de palabra y el corazón hinchado bajamos los dos solos en el ascensor... Los ojos nos ardían de lágrimas no manifiestas…Nos dirigimos al comedor…

Muchos misioneros, con sus escritos, han evidenciado esta característica del Padre Fundador: ¡Era un padre y un amigo!

Los de la antigua generación, no hemos sido educados a la amistad. Eran otros tiempos. Tiempos de guerra y posguerra. Había que educarse a la energía, a aguantar, apretar los dientes y esforzarse en todo para prepararnos al apostolado misionero ad gentes. Nos educaban, sí, a ser buenos compañeros. Nos exhortaban a comportarnos como hermanos. Hermanos: palabra sagrada, ciertamente. Palabra cristiana y de incalculable peso. Palabra que, encarnada en la vida, pone en crisis pesantes estructuras que corren el riesgo de cristalizar situaciones de “status quo”, mecanismos sin alma entre “superiores y súbditos” (Mt 23,8). Sin embargo, esta palabra, este sublime valor, “somos todos hermanos”, debemos advertirlo, en nuestra existencia, como una realidad dinámica que urge, que impulsa a una plenitud mayor que ya es portadora del germen: El Maestro les dijo: “ustedes son mis amigos… les he llamado amigos…” (Jn 15,15).

Si notásemos que nuestras jornadas de hermanos, que viven codo a codo, sufren de cansancio, usura, desencanto, hay que sospechar que una causa, probablemente la más responsable, o sea que no estamos dando el paso de crecimiento de hermanos a amigos. Nuestra fraternidad no crecerá en toda su extensión y vitalidad si no desemboca en amistad. Y el peligro que incumbe es grave . El P. Allamano se definía a sí mismo “el hombre de los miedos”. No que fuera un cobarde. Era un realista, y por un fino sentido de realismo advertía que si no se vive de verdaderos hermanos-amigos, no se vive. El mundo ya nos ha descalificado y sentenciado como inservibles. Y aquí citaba el dicho popular, que nos pone la piel de gallina: “entran sin conocerse, viven sin amarse y mueren sin llorarse”. El Allamano mismo cultivó la amistad. Ejemplo preclaro, pero no único la amistad con Camisassa. Y como padre de mirada que escrutaba el horizonte, misionero del “Ad Gentes”, educaba a los aspirantes a la vida apostólica: Ustedes tienen que aprender a amarse aquí, en los años de la formación, tanto hasta el punto de que un día sabréis dar la vida por el hermano. Está claro el mensaje: “Nadie tiene un amor más grande que el que está dispuesto a dar la vida por el amigo que ama” (Jn 15,13).

A este punto quisiera dirigirme a las nuevas generaciones de misioneros. Me pregunto: queridos jóvenes, ¿se están educando, desde los años de la formación al valor de la amistad? Miren que no es así de sencillo como se cree. La amistad es encanto del alma y compromiso que te hace sudar, es silencio y palabra, es palabra y gesto. Amigos son corazones que no se juzgan pero se perdonan y capacidad siempre nueva de revestir al amigo de la dignidad de hermano y de incorporar al hermano en la intimidad del amigo. Es viaje cotidiano fatigoso y apasionado, en la búsqueda del hermano (Cf Gn 37,16). Porque el hermano te ha nacido en las vísceras del Amor… de la Amistad.

Queridos jóvenes misioneros, permítanme decirles con mucha discreción y afecto que: WhatsApp, Facebook, Celular, son instrumentos de comunicación útiles y eficaces de vez en cuando, per ayunen de esta técnica. Ayunen para re-encantarse de la amistad. Ayunen para poder saciarse de una verdadera fraternidad, de miradas auténticas, de silencios que escuchan el alma. No se afanen por conseguir muchos títulos universitarios. No carguen muchas fotos en el Facebook. Usen mejor el tiempo libre, no se enquisten en una privacidad que desgasta y enmohece, que destiñe y aplana. ¡Salgan! ¡Salgan y carguen al hermano y a la hermana de carne y hueso en los profundos pliegues de su existencia! Si les costase mucho recorrer estos itinerarios, retomen su libertad y ábranse a otras perspectivas de vida. Perdónenme. Les he hablado así porque los quiero mucho!

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