Il Centro di Formazione e Cultura Indigena presso l'ex Missione IMC di Surumu a Roraima, nord del Brasile, ha ospitato un incontro per lanciare la seconda parte del progetto “Bem Viver” (Vivere Bene) per le comunità della riserva indigena Raposa Serra do Sol (Ti Rss).

All'incontro tenutosi dal 10 al 13 aprile, ha partecipato il responsabile del progetto e presidente dell'ONG Terra Brasilis, il dottor Reinaldo Francisco Lourival, che da oltre cinque anni lavora con le popolazioni indigene sul tema della gestione del bestiame (allevamento bovini).

I partecipanti erano più di cento persone, tra i quali i coordinatori delle quattro regioni della Ti Rss cioè Surumu, Serras, Baixo Cotingo e Raposa; i coordinatori del progetto M+ Bestiame (Progetto: Una mucca per l'Indio), i leaders Tuxauas, le persone allevatori di bestiame e i giovani che si stanno preparando ad assumere la gestione di bestiame nelle loro comunità. Erano presenti anche alcuni giovani tecnici del settore zootecnico e altri giovani studenti indigeni del Centro di Formazione che si stanno formando nelle tecniche agricole.

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I participanti all'incontro di formazione presso l'ex Missione IMC di Surumu dove nel 2005 furono bruciate la chiesa, la scuola e il centro di salute in uno degli attacchi dagli invasori.

La prima parte del progetto “Vivere Bene”, della durata di cinque anni, aveva l'obiettivo di costruire alcune strutture e offrire assistenza tecnica per il miglioramento genetico dei bovini. In questo incontro è stata presentata la seconda parte del progetto, che durerà anch'essa altri cinque anni. Lo scopo ora sarà quello di continuare con l'assistenza tecnica per migliorare la qualità e la produzione delle mandrie, ma anche di iniziare a studiare la possibilità di coordinamento tra le quattro regioni del territorio per creare una cooperativa al fine di ridurre i costi di gestione e massimizzare i ricavi della vendita di bovini che devono essere abbattuti per rinnovare continuamente le mandrie.

Nilo Batista André, Il coordinatore del progetto M+ Bestiame nella regione di Serras, ha sottolineato l'importanza del progetto “Vivere Bene”, e ha ricordato che il progetto “M+” ha già compiuto 44 anni di esistenza ed è arrivato come un dono di Dio alle popolazioni indigene attraverso i missionari e la Chiesa di Roraima. Questo ha garantito la conquista e la difesa del territorio, nonché la sicurezza alimentare e finanziaria della popolazione locale. Nilo Batista André ha tuttavia rimarcato come questo progetto ha incontrato qualche difficoltà nel suo mantenimento e crescita, con un conseguente calo del numero di capi di bestiame".

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Nilo Batista ha inoltre spiegato che il progetto, con la sua proposta di miglioramento genetico delle mandrie, "oltre a migliorare la qualità del bestiame, ha incoraggiato i giovani indigeni a studiare e a formarsi come medici e tecnici veterinari per poter assumere questo ruolo, portando il nostro bestiame a un livello più professionale e produttivo".

Circa il 60% della popolazione ha meno di 15 anni, una garanzia per il futuro che, allo stesso tempo, comporta delle sfide.

Commentando sull’incontro di questi giorni, il giovane indigeno Ronison Caetano Pereira, della regione di Serras, ha valutato l'iniziativa come "un'ottima formazione per lui che già lavora con il bestiame nella sua comunità". Questo progetto "apre nuove prospettive con la possibilità di migliorare geneticamente la mandria e permetterà di pianificare meglio la gestione dell'allevamento di bovini nella nostra comunità, che al momento soffre di una prolungata siccità".

La presenza dei missionari della Consolata

Motivati dal carisma ad gentes e con una metodologia che unisce evangelizzazione e promozione umana, i missionari della Consolata sono presenti in Roraima dal 1948, ma solo nel 1971 hanno scelto una chiara opzione per i popoli indigeni. Nel 1972 hanno iniziato a vivere nei villaggi della Ti Rss, in mezzo alla gente. Un cambiamento nello stile di evangelizzazione. Da una prospettiva meramente sacramentale, succube dei poteri forti del latifondo, a una pastorale profetica e liberatrice vissuta a fianco delle popolazioni indigene.

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La svolta fondamentale nella lotta per la liberazione del territorio è stato l’impegno «Ou vai ou racha» (o tutto o niente) quando gli indigeni, il 26 aprile 1977, riuniti a Maturuca, un villaggio a 320 km da Boa Vista, decisero di dire «no alla bevanda alcolica, sì alla comunità» avviando il processo di organizzazione che culminò nella creazione del Consiglio indigenista di Roraima (Cir). Un impegno che comprendeva la lotta all’invasione dei ricercatori d’oro (garimpeiros) e degli agricoltori non indigeni. Questo processo è il risultato di una serie di assemblee iniziate nel 1977 proprio nell'ex Missione di Surumu, dove si è svolto l'incontro in questi giorni. Molto probabilmente è per questo che nel 2005, nella stessa missione di Surumu furono bruciate la chiesa, la scuola e il centro di salute in uno degli attacchi orchestrati dagli invasori.

Un grande impulso alla causa indigena è stato dato dal successo del progetto “Una mucca per l’indio”, lanciato nel 1980, che prevedeva l’affidamento ad ogni comunità di 52 bovini e che, a sua volta, si impegnava, dopo cinque anni, a consegnare a un’altra comunità altrettanti capi di bestiame. Questa iniziativa sostenuta dalla Chiesa cattolica e da tanti altri benefattori ha contribuito a creare degli allevamenti comunitari di oltre 30.000 bovini e anche  se negli ultimi anni ha visto un calo nel numero di animali.

Nella Ti Rss, una area di 1,7 milioni di ettari (pari alla regione Lazio, ndr) vivono oltre 20mila indigeni Macuxi, Wapichana, Taurepang, Ingaricó e Patamona. Il progetto del bestiame contribuisce strategicamente all'occupazione e alla protezione del territorio, dichiarata «protetta», cioè ad uso esclusivo degli indigeni, nel 2005, dal presidente Lula da Silva. Ma gli invasori non indigeni rappresentano tuttora una minaccia all’autonomia e alla dignità delle popolazioni indigene.

* Padre Luiz Carlos Emer, IMC, missionário em Maturuca, na TIRSS em Roraima.  

Davi Kopenawa, lo sciamano e portavoce del popolo Yanomami, ha lasciato la grande casa collettiva nell’Amazzonia brasiliana con una missione importante: portare l’appello dei popoli della foresta agli abitanti della foresta di pietra. «L’uomo bianco delle merci non ci ascolta. Abbiamo bisogno di lanciare le parole come una freccia per toccare il cuore della società non indigena», dice Kopenawa, sapendo bene che chi comanda non ascolta.

Nella sua agenda in Italia, mercoledì 10 aprile, a Roma, il leader indigeno noto a livello internazionale per il suo impegno nella protezione dell’Amazzonia si è incontrato in privato con Papa Francesco, un alleato importante. «Ho chiesto al Papa di aiutare il presidente Lula a rimuovere tutti gli invasori, i cercatori d’oro (garimpeiros) e gli sfruttatori delle terre indigene», spiega Davi ai giornalisti rivelando di aver scritto una lettera a Francisco nel 2020 e che da tempo desiderava parlare con lui.

A questo incontro - avvenuto grazie alla collaborazione con il vaticanista Raffaele Luise  -, Kopenawa è stato accompagnato da fratel Carlo Zacquini, missionario della Consolata a Roraima, in Brasile, suo amico e braccio destro da 50 anni, responsabile assieme alla fotografa e attivista Claudia Andujar per la campagna del 1979 a favore della demarcazione del territorio Yanomami, avvenuta nel 1992.

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Stretta di mano tra Papa Francesco e Davi Kopenawa. L'udienza privata si è tenuta in Vaticano mercoledì 10 aprile 2024.  Foto: Vatican Media

David ha già dimostrato in diverse occasioni la sua profonda conoscenza delle minacce per l’intera umanità: salvaguardare la foresta e i suoi abitanti è fondamentale per garantire l’esistenza stessa della nostra Casa comune. Tra le maggiori minacce per i territori indigeni, Kopenawa elenca la contaminazione dell’acqua per l’uso criminale del mercurio (per separare l’oro dal resto, ndr) da parte dei minatori; l’ingresso di allevatori di bestiame con l’appoggio dei governi di tutto il mondo che comprano carne, così come l’espansione della coltivazione della soia sotto la pressione della Cina che ne richiede sempre di più. «La foresta brucia, la terra si esaurisce, gli uccelli, gli animali, i pesci muoiono e il nostro popolo si ammala. Forse qui voi siete protetti da questo, ma ci sono altre malattie», avverte lo sciamano.

Il leader Yanomami ha già scritto due libri in collaborazione con l'antropologo francese Bruce Albert: "La caduta del cielo" (2015) e "Lo spirito della foresta" (2023), entrambi tradotti in italiano. Gli autori presentano una visione dei popoli indigeni e della protezione dell’ambiente. “Il loro pensiero e la loro pratica quotidiana sono in perfetto equilibrio con tutte le forme di vita, visibili e invisibili”.

Davi Kopenawa è presidente dell'Associazione Hutukara Yanomami e ritiene che il nuovo ministero dei Popoli indigeni e la Fondazione nazionale dei popoli indigeni (Funai), entrambi diretti per la prima volta da due donne indigene, Sonia Guajajara e Joenia Wapichana, «hanno bisogno di risorse per proteggere il popolo Yanomami, costruire posti di sorveglianza e per delimitare e riconoscere le terre indigene». Negli ultimi anni, soprattutto sotto la presidenza di Jair Bolsonaro, le risorse sono state tagliate, rendendo impossibile il lavoro.

Il popolo Yanomami conta circa 42mila persone, tra Brasile e Venezuela. Si stima che nel 2023 fossero oltre 20mila i garimpeiros nelle loro terre. Entrano illegalmente nella foresta, tagliano alberi, scavano buche enormi, usano pompe idrauliche, avvelenano i fiumi.

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Davi Kopenawa con il fratel Carlo Zacquini, IMC, durante conferenza stampa nella sede della Radio Vaticana a Roma.

All’inizio dell’anno 2024, sono state diffuse immagini dove si vedevano bambini yanomami malnutriti, uguali o addirittura peggiori di quelle del 2023. Poco più di un anno dopo l’azione delle forze federali brasiliane la Terra yanomami affronta ancora la crisi dell’estrazione mineraria illegale, della fame e della salute. Finora tutto è stato vano. «Molte volte abbiamo richiesto di rimuovere gli invasori dalle nostre terre, di prevenire la deforestazione e l’inquinamento dei fiumi, ma non ci ascoltano perché non sono nostri "parenti" (indigeni come noi, ndr). Abbiamo pochi amici. I politici ascoltano solo la voce del denaro, del mercato. Papa Francesco è diverso. Lui è figlio di Dio e non può mentire. Come leader, non può promettere e non fare», dichiara Davi mostrandosi fiducioso.

Nella lotta per la protezione del Pianeta, la sintonia tra Davi Kopenawa e il Papa Francesco è grande. Ricordando che il Pontefice nel 2015, nell’enciclica Laudato si’ affermava: «La molteplice distruzione della vita umana e ambientale, le malattie e l’inquinamento di fiumi e terre, l’abbattimento e l’incendio di alberi, la massiccia perdita della biodiversità, la scomparsa delle specie, costituiscono una cruda realtà che chiama in causa tutti. La violenza, il caos e la corruzione dilagano. Il territorio è diventato uno spazio di scontri e di sterminio di popoli, culture e generazioni» (LS 23). La preoccupazione con la cura del Creato da parte di Francesco è stata anche dimostrata con la realizzazione del Sinodo per l’Amazzonia nel 2019 e nei suoi vari interventi e documenti.

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Kopenawa apprezza lo sforzo di Francesco, ma osserva che «molte persone sono contro la protezione dell’ambiente perché i grandi imprenditori non vogliono sentire quello che lui dice sulla foresta amazzonica, che è in pericolo. Loro cercano le ricchezze. Io sono per l’ambiente. Se non fosse per gli indigeni, la foresta non ci sarebbe più. Noi Yanomami ci prendiamo cura del polmone del pianeta. Ma questo ai politici, ai fazendeiros, ai garimpeiros non interessa. E l'esercito li sostiene. Dicono che la Terra indigena yanomami (Tiy) sia troppo grande per pochi indigeni, ma non si rendono conto che noi stiamo proteggendo l’intero pianeta».

La Tiy include un’area estesa oltre 9 milioni di ettari nel Nord del Brasile. In questa regione, i fiumi sono preziosi canali di comunicazione che uniscono le diverse comunità. Fu a monte del fiume che i missionari della Consolata italiani, Giovanni Calleri e Bindo Meldolesi fondarono, nel 1965, la Missione Catrimani, a 250 chilometri da Boa Vista, capitale di Roraima. Nel corso degli anni, la coesistenza di Yanomami con i missionari ha contribuito a rafforzare un modello di missione basata sul rispetto e il dialogo, nella difesa della vita, della cultura, del territorio e della foresta. Tre missionari e quattro missionarie della Consolata sono attualmente impegnati nella Missione Catrimani. Mentre, da Boa Vista, all’età di 87 anni, fratel Carlo Zacquini, instancabile, continua a sostenere la causa di Davi Kopenawa, degli Yanomami e della foresta amazzonica.

* Padre Jaime C. Patias, IMC, Segretariato Generale per la Comunicazione.

Di seguito un estratto dell'intervista al leader indigeno Kopenawa e al Fratel Carlo Zacquini (Radio Vaticana)

"Orinoco" e Luisinho si incontrano al di là dei confini. A Roraima, nel nord del Brasile, non sono poche le strade, i monumenti o le scuole che sono state titolate a missionari che hanno lavorato in questa diocesi. Come esempi possiamo citare i padri Eugenio Possamai e Giovanni Calleri. Ma oggi possiamo anche annoverare il padre Luigi Palumbo (Luisinho) a cui è dedicata una “lavanderia”! Proprio così, "Lavanderia Padre Luisinho". Voglio raccontarvi qualcosa di questo missionario così come viene ricordato qui a Boa Vista.

20230225Luisinho3Padre Luigi Palumbo è nato il 2 gennaio 1935 a Castri di Lecce ed è andato in cielo il 14 aprile 2018 a Boa Vista, nello stato del Roraima. Ordinato sacerdote nel 1963, e nel 1965 raggiunse la regione del Roraima in Brasile. Pochi anni dopo il suo arrivo fu vittima di un grave incidente automobilistico: nel 1968 fu investito da una jeep in una strada di Boa Vista e come conseguenza ebbe una gamba più corta. Non si lasciò intimorire: la sua persona emanava un profumo di virtù e di fraternità vissuto in comunione con i suoi compagni di missione e con la gente, sempre a partire dai poveri. Passava per le fattorie e i campi sparsi in varie città come l'immensa Amajarí.

Luisinho, come veniva chiamato, non lavorava per essere remunerato con denaro o riconoscimenti. Una volta una persona gli chiese: "Padre, ma chi paga il lavoro che fai da noi? il governo? il Papa? il vescovo?  "Nessuno di loro –rispose seccamente il padre Luisinho– Io lavoro per la diffusione del Regno di Dio sulla terra".

Costruttore e ispettore

Ovunque sia andato, ha lasciato tracce del suo impegno: ha progettato e costruito chiese di legno e paglia, oppure di mattoni e in questi luoghi non solo si celebravano i sacramenti, ma si insegnava anche il catechismo e, non poche volte, diventavano spazi di alfabetizzazione.

Il Ministero dell'Educazione del Roraima aveva una tale stima di questo giovane missionario che lo nominò ispettore delle scuole governative, dove gli insegnanti erano quasi sempre malati e, invece di svolgere il loro lavoro scolastico, partivano per andare a Boa Vista, la capitale, a sbrigare le loro faccende.

Lo stesso fece anche in altre città come Mucajaí, dove si incaricò della nuova chiesa parrocchiale e costruì anche li saloni, aule e due campi sportivi. All'epoca di "Luisinho" risale la grande Piazza della Passione, ai piedi di un'alta collina, dove ancora oggi si celebra la Via Crucis con attori locali, un evento che è diventato una attrazione turistica locale abbastanza nota.

Qualche anno dopo ha continuato la sua missione anche nella Prelatura di Itacoatiara, a 120 km da Manaus, dove divenne assistente dal vescovo Carillo Gritti, anche lui Missionario della Consolata.

La frontiera fra Brasile al Venezuela

20230225Luisinho1Padre Luisinho, per celebrare battesimi, matrimoni e soprattutto la Santa Messa era abituato a viaggiare in bicicletta, a cavallo, in moto e in canoa e così era vicino alla sua gente. In più di una occasione ha viaggiato al Venezuela in motocicletta. Non amava il lusso.

Si ricorda che in uno dei suoi viaggi missionari in questo Paese, il vescovo di Bolivar gli offrì ospitalità in una lussuosa stanza della casa episcopale con la speranza di trattenerlo nella sua diocesi bisognosa di clero. Luisinho ringraziò il vescovo ma disse: "Me ne vado, perché non mi piace vivere nel lusso".

Oggi questa frontiera è diventata un’importante spazio di missione e attenzione ai migranti che la attraversano quotidianamente e in questo contesto è sorta la “lavanderia” che porta il nome del padre Luisinho.

Qualche anno fa, la Caritas l’ha voluta come parte del “progetto Orinoco” pensato per rispondere all’emergenza dei migranti che giungono in Brasile attraversando la frontiera sud del loro paese a Pacaraima in prossimità di Boa Vista. Questa “lavanderia” offre anche l’accesso a servizi igienici e docce; le strutture –che sono state costruite in spazi donati da comunità cattoliche sensibili– dispongono di acqua tratta da un pozzo artesiano ed elettricità somministrata da un sistema di energia solare.

20240225LuisinhoI punti di acqua potabile dipendono invece dalla società idrica statale e tutta l'acqua consumata viene monitorata per garantirne la potabilità.  "È un grande sostegno", racconta uno dei tanti migranti che utilizza i servizi del progetto dall'inizio dell'anno.

Un coordinatore di Caritas ha spiegato che questi servizi sono stati creati in spazi offerti da comunità cristiane storicamente attive nell’ambito sociale così che, “una volta terminato il Progetto Orinoco e superata l’emergenza migratoria, la chiesa potrà continuare a servire le persone in situazioni di vulnerabilità”.

Lavanderia Luisinho

È stata la comunità di San Paolo –appartenente alla parrocchia di San Francisco, luogo nel quale padre Luisinho ha lasciato non pochi ricordi ed opere– colei che ha scelto il suo nome per la “lavanderia” che è al servizio di coloro che hanno attraversato le frontiere, i vulnerabili, gli emigrati in cerca di condizioni di vita dignitose... gli stessi che dal cielo ricevono la benedizione del nostro Luisinho.

Ogni secondo sabato del mese la Caritas locale consegna 50 sacchi di cibo per le famiglie dei migranti con maggiori difficoltà. Questo mese siamo stati invitati ad accompagnare questo momento con una riflessione in spagnolo adattata allo stile "venezuelano". Il servizio ai migranti è anche questo: accompagnare chi fa del bene in modo che questo bene “sia fatto bene” come ci insegna il Beato Giuseppe Allamano. Si tratta di leggere cosa c'è dietro ogni gesto concreto: la provvidenza, il valore della fraternità, l'empatia. Il prossimo mese offriremo il modello del nostro amico Luisinho per farlo conoscere alle famiglie beneficiarie e ai giovani volontari di Caritas che non hanno conosciuto questo grande missionario. Così, con lui e come lui, continueremo a superare le frontiere.

Se volete aiutarci nei nostri progetti a favore dei migranti, potete farlo attraverso Missioni Consolata ONLUS.

* Padre Juan Carlos Greco, IMC, al servizio dei migranti a Boa Vista, Roraima.

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 Alcuni dei libri pubblicati da padre Luisinho Palumbo a Boa Vista, Roraima

Come se non bastasse l'estrazione mineraria (garimpo) e la conseguente crisi umanitaria (influenza, malaria, malnutrizione, stupri, morte e distruzione dell'ambiente), il popolo Yanomami sta ora soffrendo per una serie di incendi che stanno devastando le loro case comuni, le loro piantagioni e i loro beni di sussistenza. L'allarme arriva dalla Missione Catrimani nello stato di Roraima, nel nord del Brasile, in una nota pubblicata sui social media questo mercoledì 21 febbraio 2024.

Padre Bob Mulega, missionario della Consolata che fa parte dell'équipe della Missione, conferma la situazione critica in cui si trovano le comunità e spiega le possibili cause degli incendi nella regione del medio Catrimani della Terra Indigena del popolo Yanomami (TIY), dove vivono circa 1170 abitanti in 29 comunità. Secondo il sacerdote, gli incendi sono iniziati circa dieci giorni fa e si stanno intensificando ogni giorno.

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Una delle case comunitarie Yanomami bruciate dagli incendi

"Le cause degli incendi sono legate al clima secco e ai venti che colpiscono la regione in questo periodo dell'anno", ha dichiarato padre Bob. "Dai semplici fuochi fatti dagli Yanomami per coltivare i loro campi, con il vento e l'attrito tra gli alberi, le scintille sono trasportate più lontano dal vento, causando principi di incendio in altre parti della foresta già molto secca" Il missionario lancia allora un appello: "È un momento estremamente complicato per le comunità che stanno lottando per proteggere ciò che è essenziale per il loro sostentamento".

La distruzione delle coltivazioni, "fa scattare l'allarme della fame che è imminente perché le nuove piantagioni sono state devastate dal fuoco, che, a partire dalla missione si sta propagando su una vasta area della foresta, in un raggio di tre o quattro ore di cammino lungo il fiume Catrimani", spiega padre Bob. Finora sono state colpite 10 comunità, con tre case comunitarie perse e sei coltivazioni danneggiate, compresa la sede della Missione. "Per fortuna finora non ci sono state vittime, ma il 50% della popolazione locale è ha subito danni", ha affermato il missionario.

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L'incendio si propaga lungo il fiume Catrimani.

Come aiutare

L’équipe dei missionari e delle missionarie della Consolata del Catrimani, nel territorio della diocesi di Roraima, sta lavorando per fornire assistenza alle persone colpite. Padre Bob conclude invitando a un gesto di solidarietà: "Chiediamo le preghiere e la collaborazione di ognuno di voi. Qualsiasi forma di aiuto, dai contributi finanziari al sostegno morale, sarà molto apprezzata. Insieme, possiamo fare la differenza e offrire a questo popolo il sostegno di cui ha bisogno per superare questa avversità". In particolare, gli Yanomami hanno urgente bisogno di cibo, reti e materiali da pesca, essenziali per la loro sopravvivenza. Le donazioni possono essere effettuate tramite il conto dell'Istituto Missioni Consolata. Il vostro aiuto farà la differenza. A nome dell'équipe, grazie di cuore"-

Il “garimpo” nella Terra Yanomami

Con una popolazione di circa 30.000 abitanti, il popolo Yanomami è stato danneggiato per decenni dall'estrazione mineraria illegale, che ha causato il deteriorarsi dell’ambiente naturale, contaminazione delle acque e del terreno, malattie e morti, più volte denunciate al governo come genocidio. Secondo i dati del Ministero della Salute, nel 2023 sono morti più di 300 Yanomami, il 50% dei quali erano bambini sotto i quattro anni.

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Piantagione di banane colpita dagli incendi

A un anno dall'inizio delle politiche del Governo federale nella Terra Indigena Yanomami (TIY) con l'obiettivo di proteggere il territorio e riprendere in loco un’azione sanitaria, il Rapporto dell’anno 2022 compilato dal Consiglio Indigeno Missionario (Cimi) sulla violenza contro i popoli indigeni in Brasile, mostra il permanere della critica situazione sanitaria e l’accanimento del “garimpo” - l'attività estrattiva - nel territorio. Il Rapporto evidenzia la scia di omissioni del governo precedente, con la sistematica inosservanza delle decisioni legali e l' intenzionale omissione di proteggere il popolo Yanomami.

Ancora oggi, nonostante gli sforzi di persone e professionisti impegnati, le misure adottate dall'attuale Governo Lula, non sono state sufficientemente efficaci e non hanno trovato la necessaria applicazione da parte di tutti gli organi statali interessati che avrebbero dovuto attuarle. A tutto questo si aggiunge ora la devastante situazione di una parte della popolazione che si trova a dover affrontare le drammatiche conseguenze degli incendi.

* Padre Jaime C. Patias, Comunicazione Generale IMC, Roma.

20240222Catrimani7L'équipe della Missione Catrimani visita le comunità colpite dagli incendi

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Gli indios Warao in pellegrinaggio attraverso le terre di Boa Vista, Roraima (come rifugiati, apolidi o migranti) si svegliano con la Pasqua di padre Josiah K'Okal. E da qui nasce la speranza.

La speranza

Con l'arrivo del 2024, il nuovo anno sul nostro calendario, abbiamo riflettuto profondamente sulla speranza: sia sul potere che genera che sulla disperazione che può consumarci quando sembra scomparire. La speranza ci permette di superare difficoltà apparentemente insormontabili e spesso è l'unica cosa che ci impedisce di arrenderci nei momenti bui di dubbio e insicurezza della vita. Come esseri umani ci aiuta, specialmente nel caso dei migranti, a sopravvivere anche di fronte alle più grandi avversità.

La speranza, nata dalla fede e non dall’ottimismo o la positività, è la base su cui è stato costruito un piccolo progetto dagli indigeni Warao qui nella città di Boa Vista in Roraima (Brasile). È la speranza di poter costruire un mondo in cui i diritti e il benessere di questa e delle future generazioni siano protetti e difesi.

Questa speranza che si basa sulla fede, non solo sull'ottimismo o sulla positività ed è tremendamente potente, perché sa vincere la fragilità soprattutto quando si scontra con la dura realtà del mondo dei migranti.

Questo inizio d'anno è stato particolarmente duro per il popolo Warao perché provato da dure separazioni fisiche, avvenute nel giro di pochi giorni: la partenza di  di padre K'Okal, di Aidamo Felipe Moraleda, dell'ex politico Joel Ramos, dell'amico Regino Reinosa, della giovane Betsi, moglie di José Ángel... e l'elenco potrebbe continuare...

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Battesimo di un bambino Warao a Tucupita, Venezuela. Padre K'Okal, deceduto il 1° gennaio 2024. Foto: IMC Venezuela

Dal pianto all'impegno gioioso

Dietro ognuna di queste persone c'è una storia di sofferenza e di gioia, di dedizione e di progetti: ognuno portava con sé la speranza. E allora, giacché non vogliamo rimanere immobili nel pianto, abbiamo deciso di passare dal ricordo all'impegno: nel nostro servizio missionario con persone in situazioni di mobilità umana cerchiamo di seminare perché la speranza scarseggia tra molti e, con questo piccolo progetto, vogliamo promuovere le tre “P”: Piccolo, Povero e Possibile.

Come disse Martin Luther King: "So, in qualche modo, che solo quando è abbastanza buio si possono vedere le stelle". Credo che questo sia vero. Credo che, se guardiamo bene, possiamo vedere le stelle. Possiamo vedere i segni di speranza che ci mostrano che è possibile rendere il mondo un posto migliore per tutti.

Guardando il cielo abbiamo stelle con nomi: K'Okal, Felipe, Adrismar e così via. Guardando in basso abbiamo stelle: innumerevoli bambini e adolescenti che rappresentano la nostra più grande speranza di costruire un mondo migliore e più santo.

Dobbiamo moltiplicare i nostri sforzi a loro favore nel 2024 e negli anni a venire e per questo stiamo iniziando con un piccolo progetto pastorale che cercheremo di portare avanti all'interno dei centri di accoglienza.

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Celebrazione eucaristica con i migranti Warao a Boa Vista, Roraima. Foto: Juan C. Greco

Formazione a tutti i livelli

Per seminare speranza, ci proponiamo di avviare un percorso di formazione a tutti i livelli; vogliamo camminare con alcuni al fine di rafforzare la fede e questa accompagnata dall’impegni missionario.

Sogniamo anche piccoli gruppi che possano pregare in comunità il Santo Rosario e condividere le loro intenzioni e ringraziamenti; speriamo di riuscire a farlo nelle tre lingue: lo spagnolo (che ci unisce al resto dei rifugiati e dei migranti), il warao (che rafforza la loro cultura) e il portoghese (che ci permette di essere più coinvolti nella realtà della Chiesa locale).

Anche quest'anno non sarà facile e ci saranno delle difficoltà. Ma possiamo scegliere di essere coraggiosi e disposti ad agire con determinazione per mantenere la cultura, la spiritualità, l'ordine e l'equilibrio personale e comunitario. Possiamo investire più forze nei servizi che devono nascere o svilupparsi in modo armonico a beneficio dei poveri.

* Padre Juan Carlos Greco, IMC, Servizio Itinerante per le Persone in Mobilità Umana, Boa Vista -Roraima.

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