Condividiamo l'omelia di padre Orlando Hoyos durante la Messa celebrata presso la Casa Generalizia dei Missionari della Consolata a Roma l'undici aprile, martedì dell'ottava di Pasqua. Come portare la Pasqua di Gesù sui sentieri della storia per mezzo della missione.

All'udire queste cose si sentirono trafiggere il cuore e dissero a Pietro e agli altri apostoli: «Che cosa dobbiamo fare, fratelli?». E Pietro disse loro: «Convertitevi e ciascuno di voi si faccia battezzare nel nome di Gesù Cristo, per il perdono dei vostri peccati, e riceverete il dono dello Spirito Santo. (Atti 2,37-38)

Maria invece stava all'esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. Le disse Gesù: «Donna, perché piangi? Chi cerchi?». Ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l'hai portato via tu, dimmi dove l'hai posto e io andrò a prenderlo» (Gv 20,11.15)

Nella PRIMA LETTURA molti di coloro che ascoltavano il discorso di Pietro il giorno di Pentecoste si lasciarono convincere dalla sua testimonianza e domandavano: “che cosa dobbiamo fare?”. La risposta di Pietro è molto chiara: convertirsi, abbandonare il cammino anteriore, sbagliato, proprio di una “generazione perversa”; credere in Gesù; ricevere il battesimo che darà il perdono dei peccati e il dono dello Spirito Santo.

In questi giorni, i nostri vescovi Colombiani che sono venuti a Roma per la visita “ad limina” e per quello hanno dovuto riempire un sacco di documenti per informare i dicasteri. Loro sembrano particolarmente interessati alla statistica di sacramenti: quanti battesimi, quanti matrimoni ecc... come nei tempi da guinness dei primati di San Francesco Saverio, o di San Pietro Claver ed altri famosi missionari. Anche fra di noi questo aveva un valore. Per esempio il padre Bruno del Piero prometteva a Monsignor Cuniberti, all’inizio di un viaggio missionario in mezzo alle foreste del Caquetá dalla durata di un mese, che sarebbe tornato con almeno 100 battesimi celebrati e scritti nel libro della parrocchia.

A questo punto potremmo domandarci, noi che siamo stati parroci, se veramente abbiamo evangelizzato seguendo le tappe che indica il vangelo di Luca esposte da Pietro o si piuttosto abbiamo avuto troppa fretta di mostrare risultati. 

“Mostrare risultati” non è sempre una buona cosa, per esempio in Colombia questo esigeva il governo ai militari: i risultati in quel caso era il numero di guerriglieri, i “nemici della patria”, eliminati o fuori combattimento. Si premiavano le persone con incentivi come denaro, vacanze o un viaggio in Israele dove è operativo un contingente colombiano. Cosa facevano allora i militari? Prendevano dei contadini, li ammazzavano, li vestivano ed armavano con uniformi e armi della guerrilla e li conteggiavano come morti in combattimento. Quando si rivelò la verità, questi furono chiamati “falsi positivi”.

Nelle nostre missioni potrebbe occorrere qualcosa di simile all’ora di presentare risultati alla Chiesa istituzionale: invece dovremmo muoverci nella direzione di una chiesa meno proselitista e più disposta ad evangelizzare, soprattutto con l'esempio: abbiamo le esperienze della missione tra i Yanomami in Brasile o nella Mongolia. Ieri a Nepi, nella casa delle Suore Missionarie della Consolata, abbiamo ascoltato testimonianza molto interessanti che vanno in questa direzione da missionarie che lavorano in Usbechistan e Kirghizistan.

Nel VANGELO, Maria Maddalena, che non sa che Gesù è risorto, vuole avere almeno il corpo di Gesù, per non rimanere nell’incertezza. Anche in Colombia molte mamme e famiglie non hanno pace finché non ricuperano i corpi di famigliari uccisi dalla guerriglia o dall’esercito. Poter dare cristiana sepoltura a un congiunto è una cosa che si chiede con insistenza alla commissione di giustizia e pace, si tratta di un piccolo ma significativo sollievo alla loro sofferenza. 

Invece Maria Maddalena riceve in esclusiva un premio molto più grande e vede Gesù Risuscitato ancora prima degli apostoli. È lei che va a raccontare la buona notizia e si converte dunque in apostolo degli apostoli.

Per noi oggi l’augurio è di non essere meno di Maria in questa nuova Pasqua che il Signore ci ha permesso di celebrare: questa Pasqua ci interpella e provoca; vuole riempirci di energia e di allegria. Nel nostro stile di vita si dovrà notare che crediamo veramente nella Pasqua del Signore: che lui e risorto, che ha perdonato i peccati, che abbiamo ricevuto il dono dello Spirito Santo e apparteniamo alla sua comunità che e la Chiesa.

Aiutati dalla fede sicuramente comprendiamo che il Signore ci ha chiamati per nome quando ci ha chiamato alla vita cristiana, religiosa e sacerdotale come abbiamo sentito nelle biografie di ognuno di noi in questi giorni. La sua chiamata ha toccato la nostra anima come era successo a coloro che ascoltavano Pietro il giorno di Pentecoste. Il nostro annuncio missionario solo sarà convincente se sgorga dall’esperienza del nostro incontro personale con Gesù. 

Nell’eucaristia che celebriamo abbiamo ogni giorno un incontro pasquale con il Risorto che condivide con noi il pane come fece con i discepoli dopo la resurrezione.  Questa è oggi la più bella apparizione che non ci fa invidiare né gli apostoli ne i discepoli di Emaus ne Maria Maddalena.

 

Quando lo spirito unge le nostre debolezze

GIOVEDÌ SANTO. MESSA CRISMALE.

Vorrei riflettere oggi con voi, cari confratelli, sullo Spirito del Signore. Perché senza lo Spirito del Signore non c’è vita cristiana e, senza la sua unzione, non c’è santità. Egli è il protagonista ed è bello oggi, nel giorno nativo del sacerdozio, riconoscere che c’è Lui all’origine del nostro ministero, della vita e della vitalità di ogni Pastore.

Senza di Lui neppure la Chiesa sarebbe la Sposa vivente di Cristo. Come edificare allora la Chiesa, se non a partire dal fatto che siamo “templi dello Spirito Santo” che “abita in noi” (cfr 1 Cor 6,19; 3,16)? Non possiamo lasciarlo fuori casa o parcheggiarlo in qualche zona devozionale, no, al centro! Abbiamo bisogno ogni giorno di dire: “Vieni, perché senza la tua forza nulla è nell’uomo”. Con la potenza di quella unzione Gesù predicava e operava segni, in virtù di essa «da lui usciva una forza che guariva tutti» (Lc 6,19); Gesù e lo Spirito operano sempre insieme. 

Anche nel caso degli Apostoli Gesù li scelse e sulla sua chiamata lasciarono le barche, le reti, la casa e così via... L’unzione della Parola cambiò la loro vita. Con entusiasmo seguirono il Maestro e cominciarono a predicare, convinti di compiere in seguito cose ancora più grandi; finché arrivò la Pasqua. Lì tutto sembrò fermarsi: giunsero a rinnegare e abbandonare il Maestro. Non dobbiamo avere paura. 

Fecero i conti con la loro inadeguatezza e compresero di non averlo capito: il «non conosco quest’uomo» (Mc 14,71), che Pietro scandì nel cortile del sommo sacerdote dopo l’ultima Cena, non è solo una difesa impulsiva, ma un’ammissione di ignoranza spirituale: lui e gli altri forse si aspettavano una vita di successi dietro a un Messia trascinatore di folle e operatore di prodigi, ma non riconoscevano lo scandalo della croce, che sbriciolò le loro certezze. Gesù sapeva che da soli non ce l’avrebbero fatta e per questo promise loro il Paraclito. E fu proprio quella “seconda unzione”, a Pentecoste, a trasformare i discepoli portandoli a pascere il gregge di Dio e non più sé stessi.

Anche per noi c’è stata una prima unzione, cominciata con una chiamata d’amore che ci ha rapito il cuore. Per essa abbiamo lasciato gli ormeggi e su quell’entusiasmo genuino è scesa la forza dello Spirito, che ci ha consacrato. Poi, secondo i tempi di Dio, giunge per ciascuno la tappa pasquale, che segna il momento della verità. Ed è un momento di crisi, che ha varie forme. A tutti, prima o poi, succede di sperimentare delusioni, fatiche, debolezze, con l’ideale che sembra usurarsi fra le esigenze del reale, mentre subentra una certa abitudinarietà e alcune prove, prima difficili da immaginare, fanno apparire la fedeltà più scomoda rispetto a un tempo. Questa tappa rappresenta un crinale decisivo per chi ha ricevuto l’unzione. Si può uscirne male, planando verso una certa mediocrità, trascinandosi stanchi in una “normalità” dove si insinuano tre tentazioni pericolose: quella del compromesso, per cui ci si accontenta di ciò che si può fare; quella dei surrogati, per cui si tenta di “ricaricarsi” con altro rispetto alla nostra unzione; quella dello scoraggiamento per cui, scontenti, si va avanti per inerzia. 

Ma questa crisi può diventare anche la svolta del sacerdozio, la «tappa decisiva della vita spirituale, in cui deve effettuarsi l’ultima scelta tra Gesù e il mondo, tra l’eroicità della carità e la mediocrità, tra la croce e un certo benessere, tra la santità e un’onesta fedeltà all’impegno religioso». È il momento benedetto in cui noi, come i discepoli a Pasqua, siamo chiamati a essere «abbastanza umili per confessarci vinti dal Cristo umiliato e crocifisso, e per accettare di iniziare un nuovo cammino, quello dello Spirito, della fede e di un amore forte e senza illusioni». 

Oggi è il tempo, per noi come per gli Apostoli, di una “seconda unzione”, tempo di una seconda chiamata che dobbiamo ascoltare, per la seconda unzione, dove accogliere lo Spirito non sull’entusiasmo dei nostri sogni, ma sulla fragilità della nostra realtà. È un’unzione che fa verità nel profondo, che permette allo Spirito di ungerci le debolezze, le fatiche, le povertà interiori. Allora l’unzione profuma nuovamente: di Lui, non di noi.

La via per questo passo di maturazione è ammettere la verità della propria debolezza. A questo ci esorta «lo Spirito della verità» (Gv 16,13), che ci smuove a guardarci dentro fino in fondo, a chiederci: la mia realizzazione dipende dalla mia bravura, dal ruolo che ottengo, dai complimenti che ricevo, dalla carriera che faccio, dai superiori o collaboratori, o dai confort che mi posso garantire, oppure dall’unzione che profuma la mia vita? Fratelli, la maturità sacerdotale passa dallo Spirito Santo, si compie quando Lui diventa il protagonista della nostra vita. Allora tutto cambia prospettiva, anche le delusioni e le amarezze – anche i peccati - , perché non si tratta più di cercare di stare meglio aggiustando qualcosa, ma di consegnarci, senza trattenere nulla, a Chi ci ha impregnati nella sua unzione e vuole scendere in noi fino in fondo. 

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Lui ci ha presi per mano

GIOVEDÌ SANTO. SANTA MESSA IN COENA DOMINI NEL CARCERE MINORILE.

Attira l’attenzione come Gesù, proprio il giorno prima di essere crocifisso, fa questo gesto: lavare i piedi. Ma chi lavava i piedi? Gli schiavi, perché era un lavoro da schiavo. Immaginiamo noi come sono rimasti sbalorditi i discepoli quando hanno visto che Gesù incomincia a fare questo gesto di uno schiavo. Ma egli lo fa per far capire loro il messaggio del giorno dopo che sarebbe morto come uno schiavo, per pagare il debito di tutti noi. Se noi ascoltassimo queste cose di Gesù, la vita sarebbe così bella perché ci affretteremmo ad aiutarci l’un l’altro, invece di fregare uno all’altro, di approfittarsi l’uno dell’altro, come ci insegnano i furbi. È tanto bello aiutarsi l’un l’altro, dare la mano: sono gesti umani, universali, ma che nascono da un cuore nobile. E Gesù oggi con questa celebrazione vuole insegnarci questo: la nobiltà del cuore. 

Ognuno di noi può dire: “Ma se il Papa sapesse le cose che io ho dentro…”. Ma Gesù le sa e ci ama così come siamo, e lava i piedi a tutti noi. Gesù non si spaventa mai delle nostre debolezze, non si spaventa mai perché Lui ha già pagato, soltanto vuole accompagnarci, vuole prenderci per mano perché la vita non sia tanto dura per noi. Io farò lo stesso gesto di lavare i piedi, ma non è una cosa folcloristica, no. Pensiamo che è un gesto che annuncia come dobbiamo essere noi, uno con l’altro.

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Ricorda la tua Galilea

SABATO SANTO. OMELIA NELLA VEGLIA PASQUALE.

La notte sta per finire e si accendono le prime luci dell’alba, quando le donne si mettono in cammino verso la tomba di Gesù. Avanzano incerte, smarrite, con il cuore lacerato dal dolore per quella morte che ha portato via l’Amato. Ma, giungendo presso quel luogo e vedendo la tomba vuota, invertono la rotta, cambiano strada; abbandonano il sepolcro e corrono ad annunciare ai discepoli un percorso nuovo: Gesù è risorto e li attende in Galilea. Nella vita di queste donne è avvenuta la Pasqua, che significa passaggio: esse, infatti, passano dal mesto cammino verso il sepolcro alla gioiosa corsa verso i discepoli, per dire loro non solo che il Signore è risorto, ma che c’è una meta da raggiungere subito, la Galilea. 

Le donne, dice il Vangelo, «andarono a visitare la tomba» (Mt 28,1). Pensano che Gesù si trovi nel luogo della morte e che tutto sia finito per sempre. A volte succede anche a noi di pensare che la gioia dell’incontro con Gesù appartenga al passato, mentre nel presente conosciamo soprattutto delle tombe sigillate: quelle delle nostre delusioni, delle nostre amarezze, della nostra sfiducia, quelle del “non c’è più niente da fare”, “le cose non cambieranno mai”, “meglio vivere alla giornata” perché “del domani non c’è certezza”. 

Così, per queste o altre situazioni – ognuno di noi conosce le proprie –, i nostri cammini si arrestano davanti a delle tombe e noi restiamo immobili a piangere e a rimpiangere, soli e impotenti a ripeterci i nostri “perché”. Invece, le donne a Pasqua non restano paralizzate davanti a una tomba ma, dice il Vangelo, «abbandonato in fretta il sepolcro con timore e gioia grande, corsero a dare l’annuncio ai suoi discepoli» (v. 8). Portano la notizia che cambierà per sempre la vita e la storia: Cristo è risorto! (cfr v. 6). E, al tempo stesso, custodiscono e trasmettono la raccomandazione del Signore, il suo invito ai discepoli: che vadano in Galilea, perché là lo vedranno.

Che cosa significa andare in Galilea? Due cose: da una parte uscire dalla chiusura del cenacolo per andare nella regione abitata dalle genti (cfr Mt 4,15), uscire dal nascondimento per aprirsi alla missione, evadere dalla paura per camminare verso il futuro. E dall’altra parte – e questo è molto bello –, significa ritornare alle origini, perché proprio in Galilea tutto era iniziato. Lì il Signore aveva incontrato e chiamato per la prima volta i discepoli. Dunque andare in Galilea è tornare alla grazia originaria, è riacquistare la memoria che rigenera la speranza, la “memoria del futuro” con la quale siamo stati segnati dal Risorto.

Ecco allora che cosa fa la Pasqua del Signore: ci spinge ad andare avanti, a uscire dal senso di sconfitta, a rotolare via la pietra dei sepolcri in cui spesso confiniamo la speranza, a guardare con fiducia al futuro, perché Cristo è risorto e ha cambiato la direzione della storia; ma, per fare questo, la Pasqua del Signore ci riporta al nostro passato di grazia, ci fa riandare in Galilea, là dov’è iniziata la nostra storia d’amore con Gesù, dove è stata la prima chiamata. 

Fratelli e sorelle, per risorgere, per ricominciare, per riprendere il cammino, abbiamo sempre bisogno di ritornare in Galilea, cioè di riandare non a un Gesù astratto, ideale, ma alla memoria viva, alla memoria concreta e palpitante del primo incontro con Lui. Sì, per camminare dobbiamo ricordare; per avere speranza dobbiamo nutrire la memoria. E questo è l’invito: ricorda e cammina! Se recuperi il primo amore, lo stupore e la gioia dell’incontro con Dio, andrai avanti. Ricorda e cammina. Ricorda la tua Galilea e cammina verso la tua Galilea. È il “luogo” nel quale hai conosciuto Gesù di persona: non un Dio lontano, ma il Dio vicino, che ti conosce più di ogni altro e ti ama più di chiunque altro.

Una santa Pasqua... a Torino

  • Giu 13, 2024
  • Pubblicato in Notizie

Carissimi parenti e amici. A tutti e a ciascuno di voi auguri affettuosi di una Santa Pasqua.  Oggi è Giovedi Santo in cui ricordiamo l’ultima Cena di Gesù quando disse «Fate questo in memoria di me» e lavò i piedi ai suoi discepoli.  Stamattina per la prima volta ho concelebrato con il nuovo Arcivescovo di Torino, Roberto Repole, la Messa crismale nella quale noi sacerdoti abbiamo ringraziato il Signore per la grazia di essere sacerdoti e rinnovato le nostre promesse sacerdotali.  Bellissima e sentita la celebrazione al Sacro Volto.

E’ la seconda Pasqua che trascorro qui a Torino dopo il mio rientro dal Sud Africa a febbraio 2022. Qui in casa madre, grazie a Dio, sto bene e mi trovo bene. Vivo in una comunità numerosa con membri di diversa età ed attività e con la possibilità di incontrare tanti missionari, parenti e amici.

Ho ripreso il mio ministero sacerdotale: quasi ogni giorno celebro Messa nella Chiesa santuario del nostro Fondatore Beato Giuseppe Allamano e spesso vado al Santuario della Consolata dove noi missionari e missionarie della Consolata siamo nati. Da questi due «luoghi santi» ho la possibilità di pregare per i nostri missionari e  missionarie sparsi per il mondo e per i miei numerosi parenti e amici che sono parte della mia vita.

Da ottobre scorso ho ripreso con regolare frequenza a collaborare nei vari programmi di Incontro Matrimoniale: fine settimana per fidanzati, giovani, famiglie, sposi... in Piemonte e in altre regioni d’Italia. Dopo gli anni di lockdown questi vari e ricchi programmi sono ripresi con rinnovato impegno e frequenza ed è bello e commovente collaborare con tante persone che cercano di vivere l’invito di Gesù «Amatevi come io vi ho amato» (Gv 15,12), a cominciare dall’ambiente familiare. (Torino, 6 aprile 2023, Giovedì santo)

“Se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede!” (1 Cor 15)

“Apparendo agli Apostoli, dopo la risurrezione, Gesù diede loro il saluto della pace. Gran cosa la pace! Bisogna quindi che ci sia la pace con Dio, compiendo la sua volontà; con noi stessi, evitando le distrazioni, regolando le passioni e liberandoci dai desideri inutili; e con il prossimo, soprattutto accettandone i limiti e trattando tutti bene. La pace può stare anche con il sacrificio e con la tribolazione, mentre non può stare con il peccato. Chiedetela a nostro Signore, che è il Principe della pace.” Beato Giuseppe Allamano

“Dunque, il grido che caratterizza la Pasqua cristiana, l'annuncio «Cristo è risorto» (quello che i nostri fratelli ortodossi si scambiano come augurio nel tempo di Pasqua, rispondendo «Cristo è veramente risorto»), è anche l'ultima parola sulla storia impietosa del cosmo e su tutte le tragiche vicende imposte dalla crudeltà dell'uomo. Allora anche le catastrofi naturali ci spingono a far sì che la violenza che è nel cuore dell'uomo sia vinta da un senso più forte di compassione e di pietà.” Carlo Maria Martini

Carissimi Missionari, Missionarie, Laici e Laiche missionarie, Familiari, Benefattori, Amici e fratelli e sorelle tutti, con profonda emozione vi scrivo per dirvi che non c’è mattino più dolce del mattino di Pasqua, fatto di un’alba a lungo attesa, di una corsa trafelata, di un sepolcro vuoto, di un annuncio sconvolgente che passa di bocca in bocca e, prima ancora, di cuore in cuore: Cristo è risorto, è veramente risorto!

Quel sogno che l’uomo da sempre ha cullato e mai potuto realizzare è diventato realtà: la morte è stata sconfitta grazie al sacrificio dell’unigenito Figlio di Dio, Gesù Cristo, nel quale anche noi per grazia siamo diventati figli di Dio. La morte è stata vinta in Gesù e aspetta di essere vinta in ciascuno dei suoi fratelli e delle sue sorelle.

Con il cuore grondante di gioia desidero chiedere al Signore per ciascuno di noi la grazia di entrare in questo mistero di luce o nella luce di questo mistero, accogliendo nella nostra vita l’annuncio della Pasqua e facendone il cardine della nostra testimonianza tra le case degli uomini, in mezzo alle opere e ai giorni della nostra gente, spesso così affaccendata ma pur sempre alla ricerca di Luce nella notte che turba l’esistenza.

Che questa Pasqua ci aiuti ad essere testimoni instancabili della prossimità di Dio Padre verso i suoi figli più poveri, e che le nostre comunità e il nostro Istituto diventino autentica accoglienza in cui nella ferialità della vita si fa esperienza di speranza e di condivisione, promuovendo e animando concreti segni di carità evangelica. Vorrei che il nostro Istituto vivesse e agisse a partire dalla risurrezione di Cristo. 

A tal proposito, desidero far mie alcune espressioni di un autore a me molto caro: «A partire dalla risurrezione di Cristo può spirare un vento nuovo e purificante per il mondo d’oggi. Se due uomini credessero realmente a ciò e, nel loro agire sulla terra, si facessero muovere da questa fede, molte cose cambierebbero. Vivere a partire dalla risurrezione: questo significa Pasqua» (D. Bonhoeffer, A E. Bethge 27 marzo 1944).

Con questi sentimenti di profondo affetto e amore per ciascuno di voi, auguro a tutti di vivere la gioia sconvolgente della Pasqua. Il Crocifisso risorto continui a sedurre i nostri cuori perché possiamo continuare a spendere la nostra vita nel mondo e nella Chiesa nella misura del dono totale di sé. 

Buona e Santa Pasqua a tutti! A tutti e a ciascuno: coraggio e avanti in Domino!

* Stefano Carmerlengo è Superiore Generale

Leggi e scarica il messaggio completo in ITALIANO e INGLESE 

Santa Pasqua

La Chiesa annuncia sempre da due mila anni che CRISTO E’ RISORTO e risuona e si proclama uno straordinario avvenimento. PER CHI E’ QUESTO ANNUNCIO E CHE COSA SIGNIFICA?E’ la conclusione di un processo divino iniziale per incarnare la parola divina, metterla nella vita umana e far crescere l’incontro perché sia sempre di più immedesimato nella nostra vita che diventi assoluta e completa disponibilità a benedire, trasformare, educare e formare per far crescere divinamente la nostra vita in misura di amore divino.

LA CONCLUSIONE E’ LA PASQUA DI RISURREZIONE. Allora possiamo dire che con la Pasqua FINISCE NELLA NOSTRA VITA, perché completo, IL PERCORSO DELLA INCARNAZIONE. Possiamo dire e metterci in riflessione positivamente concreta che DEVE COMINCIARE UNA VITA ADEGUATA ALLA NUOVA DEFINIZIONE REALMENTE PRESENTE E BEN IDENTIFICATA CON SUFFICIENZA DI GRAZIA E LIBERTA’ DI PERCORSO PER CONVIVENZA CON UGUAGLIANZA E SERVIZIO SIGNIFICATIVO E PRIORITARIO PER ESSERE TUTTI FIGLI DI DIO E FRATELLI TRA NOI OVUNQUE.

Il lavoro di Gesù adesso dobbiamo farlo noi e assicurare nella vita reale vissuta la misericordia, la compassione, il perdono intero, l’amore vicino e creativo.

ALLORA LA GRANDE PAROLA “ADEGUAZIONE” E’ QUELLO CHE GESU’ HA VOLUTO E REALIZZATO E AFFIDATO A NOI DA SEMPRE E PER SEMPRE.

 

…e adesso bisogna cominciare a vivere una vita nuova anche se i corpi sono ancora stracciati e la mente aggredita dalle macerie sempre polverose e da altri sogni per molto tempo amati.

Rimaniamo fragili e vulnerati ma orgogliosi di ricominciare e umili nel cuore perchè i doveri sono enormi.

Noi senza futuro ma sicuri sulla tua parola e decisi di camminare nella tua Risurrezione

ti salutiamo con gioia Signore della vita.

Sappiamo che nulla è a salvo che nulla qui è sicuro eccetto tu.

Se alle volte cediamo alla indignazione non è per mancanza di fede ma per la afflizione che ci sembra insuperabile nonostante la tua Grazia.

Dando i primi passi nell'abisso del futuro ti chiediamo ancora una volta il coraggio di affrontare le nuove strade oltre il deserto conosciuto.

E se ci sbagliamo ancora conservaci la tua fede e la memoria della parola per tornare assieme e incontrare il calore della tua mano affettuosa.

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