85ª Assemblea USG

  • Feb 22, 2024
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1° giorno. La VC nel progetto ecclesiale di papa Francesco

Il 26 maggio 2015, presso il Salesianum di Roma, si sono aperti i lavori dell’85ª assemblea semestrale USG. Dopo il saluto iniziale del Presidente USG, p. Nicolàs, si è entrati subito nel tema di quest’anno: “Inviati nella gioia. La  missione della VC nella Chiesa di papa Francesco”. Per motivi di salute, il relatore, p. Bruno Secondin, non ha potuto presentare di persona il suo testo che è stato letto in aula dal vicario generale dei salesiani, don Francesco Cereda.

Nel contributo di Secondin sono stati delineati  i “nuovi orizzonti” del progetto ecclesiale di papa Francesco, un papa  che «sembra pieno di fantasia per destrutturare il sistema ecclesiastico sacralizzato, e ricco di passione creativa per ricostruire l'identità ecclesiale ripartendo dal Vangelo». Siamo di fronte ad una “identità in progress”, ad un “pensiero aperto”, ad una “capacità creativa che lascia spiazzati tutti».

Non si capisce molto di Francesco, dice Secondin, «se lo si chiude nel confronto con i suoi (immediati) predecessori». Non è “ossessionato” dal fatto di voler essere "diverso" rispetto a Giovanni Paolo II o a Benedetto XVI. «Non ha nessun complesso di inferiorità o di dissomiglianza: è semplicemente se stesso». La sua impostazione teologica è latinoamericana, non europea. Le sue “priorità” sono quelle legate alle culture emergenti, alle masse degli impoveriti, alla corruzione globale, alle tradizioni violentate, alle donne e ai poveri, ai conflitti tribali, alle dittature di vario colore, alle differenze etniche».

Le sue preoccupazioni ecclesiali,  anche se vuole una "Chiesa in uscita" dalle sue “ossessioni”, dalle sue “malattie”, non sono comunque quelle legate principalmente alla “riforma” della Curia. E’ un fatto che sono in tanti quelli che «fanno fatica a seguirlo nelle sue anticipazioni». Non ha mai nascosto la sua “matrice gesuitica”. La sua appartenenza alla vita religiosa, anzi, lo ha arricchito di una capacità di adattamento e di intuizioni molto spesso assenti in chi proviene dalle file del clero diocesano.

Per Secondin papa Francesco «è il primo vero papa postmoderno». L’immediatezza del suo rapporto umano, un certa “demitizzazione”  della “sacralità” del vivere ecclesiastico, non solo da una parte «rompono in maniera sconcertante», ma dall’altra stanno producendo «un nuovo senso di appartenenza e partecipazione» ad una Chiesa intesa come “casa ospitale”, come “ospedale da campo” e non “dogana né museo di tradizioni obsolete”.

Papa Francesco «ha un istintivo fastidio per tutte le "formalità" e i formalismi della curia romana». Se il popolo dei credenti e anche di tanti non credenti o di altre religioni lo hanno preso in simpatia, è soprattutto per il fatto che in lui vedono un “uomo diventato Papa”, un “uomo normale”, che vuole rimanere tale non solo nel modo di abitare, di vestire, ma anche nelle relazioni, nelle emozioni. Che poi attorno a lui ci siano sensibilità differenti, non fa nessuna meraviglia. E’ successo con ogni Papa. Mal sopporta il "narcisismo teologico" e soprattutto quella che lui chiama la "mondanità spirituale". L'unico scopo per cui la Chiesa esiste è per portare “l'abbraccio di Dio” agli “scarti” della società, ai derelitti, agli ultimi della terra. E’ facile allora comprendere come, per lui, l'architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia: «Nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia».

Papa Francesco è «il primo Papa che non ha vissuto direttamente il concilio». Eppure ne è il “frutto più maturo”, avendone acquisito il metodo, lo spirito e il soffio carismatico. Lo dimostra la sua ferma convinzione che «nel “popolo dei credenti” e in quello di ogni persona onesta, ci sia «un’apertura alla trascendenza, una disponibilità al vero e al bene»; anzi, spesso c’è un sensus Dei et fidei più profondo di quello degli stessi “professionisti della fede”. Sul piano delle categorie esistenziali il primato è occupato dai poveri, da quanti nella società «sono marginali, di scarto, esclusi, ultimi, rifiutati, vittime, soli, inutili». Questa, precisa Secondin, è una «pura opzione evangelica, non sociologica». E’ in gioco la dignità della vita.

Fin dagli inizi del suo servizio pastorale papa Francesco ha coniato un vero e proprio criterio ermeneutico, quello delle “periferie esistenziali”. Da quest’angolo di visuale, non si stanca di ripetere, è più facile capire la realtà, il mondo e anche la vita della Chiesa, continuamente sollecitata a  «collocarsi ai "margini", a diventare se stessa frequentando le periferie geografiche ed esistenziali, a vivere uno stato di rifondazione e reinvenzione evangelica». Del tutto conseguente l’invito, allora, “ad uscire” non solo per compatire pietosamente chi soffre, ma piuttosto per favorire «una vera e originale rielaborazione dell'identità stessa della Chiesa». Ma, anche qui, le resistenze, spesso, vengono proprio da quegli apparati ecclesiastici, che della Chiesa «hanno fissato fisionomia e compiti, a proprio uso e consumo».

Tentando di rileggere alla luce di queste premesse la realtà della vita consacrata (VC) in questi ultimi decenni, anche se è stata «snobbata nei Sinodi continentali e in quelli tematici, (anche se si è) affaticata di suo per l'anemia di forze e la crisi di progettualità», proprio in questo contesto, osserva Secondin, «ha continuato il suo servizio, ha subíto umiliazioni senza quasi essere calcolata». Per certi versi è stata «resa invisibile e sub tutela, per favorire invece il protagonismo di altre aggregazioni rampanti». Quante volte è stata «gratuitamente criticata come residuo in via di estinzione!». Con Francesco, invece, è stata chiamata «ad un nuovo protagonismo, tolta dall'emarginazione e dall’invisibilità, per partecipare alla nuova forma Ecclesiae, con coraggio profetico». Se si può dire che è “passato l’inverno”, perché fiorisca una nuova primavera «ci vogliono risorse fresche» che sappiano garantire «un ritorno serio e purificatore alla centralità della sequela Christi, ad un senso ecclesiale non più basato sull'efficienza e il darsi da fare, ma sull'ascolto empatico delle nuove domande, dentro i nuovi contesti, per non dare risposte vecchie a domande che nessuno fa». Non è più il tempo di ripiegarsi su se stessi, di lasciarsi asfissiare dalle piccole beghe di famiglia, di rimanere prigionieri dei proprio problemi. E' possibile trovare «la vita dando vita, la speranza dando speranza, l'amore amando».

Ancora nel suo intervento al Sinodo sulla VC del 1994, mons. Bergoglio, allora vescovo ausiliare di Buenos Aires, aveva parlato delle tre tensioni a cui dovrebbe rispondere la VC: stare in mezzo al popolo di Dio, in una specifica Chiesa locale, contribuendo, col proprio carisma, all'edificazione comune nella fede, garantire una chiara e responsabile identità carismatica, evitando «un atteggiamento di mondanità spirituale che distrugge la vita consacrata»,immergersi nella realtà storica senza ipocrisie, fermentando il tutto in vista di una pienezza che si realizza oltre il tempo.

Il testo più organico di papa Francesco sulla VC è la sua Lettera apostolica a tutti i consacrati (21 novembre 2014) per l'inizio dell'Anno della VC. Non vi si trova una teoria generale della VC. Vi si colgono i temi a lui più cari: la centralità costante e distintiva della sequela Christi, la testimonianza della comunione, l'invito ad elaborare risposte evangeliche sempre più adeguate alle esigenze di testimonianza e di annuncio", l'insistenza sulla gioia che scaturisce dalla sequela generosa, la sfida a "mai rinunciare alla profezia" e a "creare 'altri luoghi', dove si viva la logica evangelica del dono, della fraternità, dell'accoglienza della diversità, dell'amore reciproco, la disponibilità a percorsi nuovi di interculturalità, di solidarietà, di prossimità, di riutilizzo delle grandi case a beneficio delle nuove esigenze di accoglienza e in risposta al grido dei poveri.

Nella terza e ultima parte della Lettera, viene affrontato il tema del dialogo con tutte le componenti ecclesiali: le nuove esperienze di "famiglia carismatica" allargata con i laici e fra istituti, l'inserimento in mezzo al popolo di Dio e la convergenza con il tema incandescente della famiglia in questo periodo "sinodale". Parlando poi di forme di fraternità e comunità presenti nelle Chiese non cattoliche e anche in tutte le grandi tradizioni religiose, papa Francesco vene nella VC una preziosa risorsa per il dialogo ecumenico e interreligioso. Senza negare fragilità e ombre, si può trovare nella Lettera una presentazione serena della VC, della sua identità carismatica, ecclesiale e profetica. Papa Francesco «non pensa che questo genere di vita sia arrivato al capolinea… ma onestamente richiama i rischio della sacralizzazione degli schemi dati».

Nella guarigione del cieco di Gerico, Bartimeo, ha concluso Secondin, è forse possibile trovare la sintesi delle sofferenze patite dalla VC in questi ultimi decenni. «Costretta a vivere al margine, proprio come il cieco, rimproverata e zittita per vario tempo, o accusata di dare disturbo alla "comunione" e allagestione tranquilla del sistema, la VC ha passato tempi di tristezza di sicuro e di invisibilità». Con l’indizione dell’Anno della VC, «è come se avesse detto: "Coraggio, alzati!" a tutti i consacrati». Li ha invitati «ad alzarsi, a gettare mantelli e difese, pigrizie e resistenze, alibi e mondanità, per una reciproca conoscenza nella verità… per una nuova libertà nella sequela, dentro una Chiesa che a volte rischia di irrigidirsi nella sua autoreferenzialità sacralizzata».

85ª Assemblea USG - 2° giorno. L’antropologia di papa Francesco e il servizio dei Superiori generali

29/05/2015

ROMA - La seconda giornata dei lavori dell’assemblea USG è iniziata con la relazione del Maestro generale dei domenicani, Bruno Cadoré. Ha precisato, in partenza, che il suo contributo va letto come frutto del lavoro di tutta la commissione teologica dei superiori generali.

Da un’attenta rilettura dell’insegnamento di papa Francesco, il relatore ha provato a mettere in evidenza gli aspetti specifici di ciò che può e deve essere il contributo della VC alla missione della Chiesa. Non solo. Si è chiesto anche come tale insegnamento possa orientare il servizio dei superiori generali. 
Dopo aver ampiamente chiarito il concetto di “antropologia creativa” di papa Francesco, Cadoré ha individuato il “centro” di questa antropologia nella “spiritualità dell’esodo”, i cui aspetti principali «possono essere particolarmente pertinenti per individuare importanti orientamenti per la missione della VC».

Paradossalmente si potrebbe dire che mentre la VC si radica nella tradizione monastica della “fuga mundi”, della rinuncia alle cose del mondo, papa Francesco chiama ad “uscire” e a raggiungere le “periferie esistenziali”. Nella prospettiva di un esodo più decisamente “missionario”, è facile individuare alcuni “passaggi” fondamentali: la priorità data a Dio; la VC, la sequela di una persona, Gesù Cristo, la celebrazione della vita come dono di Dio dedicato agli altri come “ fonte della gioia dell’evangelizzazione”, la solidarietà con i mondi contemporanei e, da ultimo, quello della dinamica dell’incontro e del dialogo.

Sulla base di quello che si potrebbe considerare un impegno “teorico” della VC, si chiede Cadoré, cosa potrebbe fare un superiore generale per stimolare il suo Istituto a «mettere il proprio carisma al servizio della dinamica auspicata da papa Francesco per la Chiesa?». 
Anzitutto dovrebbe promuovere la formazione permanente delle comunità e delle persone non limitandosi all’apprendimento di nuove conoscenze (teologiche, pastorali, psicologiche, sociologiche) ma, attraverso un itinerario spirituale, arrivare a riscoprire il fondamentale rapporto personale e comunitario con Dio. Le tentazioni degli “operatori pastorali”, e cioè l’individualismo, la crisi d’identità e il calo del fervore, possono facilmente annidarsi anche all’interno della VC.

Quante volte, come dice papa Francesco, anche i consacrati «sognano piani apostolici, espansionistici, meticolosi e ben disegnati, tipici dei generali sconfitti». Tropo spesso ci si lascia tentare dalle “spiritualità del benessere” e dalle “teologie della prosperità”. Proprio attraverso una formazione permanente più seria, dovrebbe maturare anche una maggiore consapevolezza del fatto di “rispondere insieme all’unica missione della Chiesa. La lettera di papa Francesco scritta in occasione dell’inaugurazione dell’anno della VC, proprio a questo riguardo, è molto esplicita. Le “aspettative” sono tante. Eccone alcune: «essere vivi di gioia, saper risvegliare il mondo proponendo utopie e creando altri luoghi in cui si vive la logica evangelica del dono, della fraternità, dell’accoglienza della diversità, dell’amore reciproco, essere esperti in comunione, uscire da se stessi per andare alle periferie esistenziali, interrogarsi su ciò che chiedono Dio e l’umanità di oggi».

Di fronte a quella che papa Francesco chiama “una crisi dell’impegno comunitario”, si risponde attraverso il “discernimento evangelico” e una capacità, vigile e costante, nello studio dei segni dei tempi. Ci sono oggi delle “sfide” che riguardano direttamente anche i consacrati: la globalizzazione dell’indifferenza, la crisi finanziaria, la logica del consumo.

Ci sono dei temi di riflessione, ha detto il relatore, che «sembrano realmente cruciali, se vogliamo evitare affabulazioni pessimistiche, analisi della realtà miopi, o dichiarazioni d’intenti velleitarie». Il rischio maggiore, comunque, è quello delle “ingiunzioni paradossali”. Alcuni esempi? Eccoli: vivere l’impegno della consacrazione religiosa in un contesto di diffusa indifferenza relativista, non rinchiudersi in un giudizio negativo della cultura globalizzata, riaffermare la credibilità della Chiesa anche se a volte le strutture religiose si irrigidiscono o si sentono indebolite, riscoprire l’importanza della famiglia nonostante l’indebolimento e l’instabilità dei legami famigliari, evangelizzare e inculturare il vangelo nonostante tutti i mutamenti in atto, recuperare, sia pure con fatica, il valore della pietà popolare e delle nuove forme di vita religiosa, aprirsi alla creatività degli altri, in particolare delle nuove generazioni e delle culture diverse dalla cultura di fondazione dei nostri istituti religiosi.

Non si tratta, in conclusione, di elaborare nuovi piani strategici per il futuro della VC. Basta saper affrontare in un modo soprattutto “spirituale” le sfide e i rischi dell’evangelizzazione oggi. L’Anno della VC in corso, potrebbe favorire, in tutte le persone consacrate,  il “cammino dell’esodo”, lungo il quale «la priorità assoluta non è costruire istituzioni, ma accogliere la salvezza da Cristo, lasciarsi salvare da Cristo, accogliere con sempre maggiore gioia l’annuncio dell’avvicinarsi del Regno e, in tal modo, lasciare lo Spirito Santo rendere continuamente più creative, per il Regno, le relazioni di comunione fraterna e di solidarietà pastorale».

Introdotti da una breve relazione di don Mario Aldegani, i lavori pomeridiani sono proseguiti nei gruppi linguistici, sollecitati a riflettere sul ruolo di animazione dei consigli generali  e la loro incidenza nella vita delle province. In una situazione di maggiore autonomia organizzativa e decisionale dei superiori provinciali con i loro consigli, ha detto don Aldegani, «diventa davvero essenziale la nostra capacità e il nostro impegno di essere “autorevoli” nei loro confronti, per la forza e l’incisività della parola che portiamo e della testimonianza che diamo come garanti della fedeltà creativa al  carisma e custodi e costruttori della comunione nel nostro istituto e della sua piena e convinta inserzione nell’unica missione nella Chiesa».

Domani, terza e ultima giornata di lavori, dopo la presentazione della sintesi dei gruppi linguistici odierni, si aprirà un dialogo a tutto campo con il Prefetto e il Segretario del dicastero vaticano per la VC. Anche se non programmato tra le iniziative dell’Anno per la VC in corso, l’incontro potrebbe assumere una rilevanza per nulla scontata.

 

Fonte: http://vd.pcn.net/it

 

Domenica a mezzo giorno, nell'appuntamento abituale in piazza San Pietro per il Regina Coeli, Papa Francesco ha ricordato ai presenti le beatificazioni avvenute nel giorno prima, sabato 23 maggio, en El Salvador e en Kenya. Parlando della Beata Irene, ha sottolineato la gioia e la misericordia con qui ha servito la popolazione del Kenya dov'è vissuta.

Sotto potrà guardare il video del Regina Coeli di Domenica.

La Sindone in mostra

  • Feb 22, 2024
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Quello della Sindone è uno dei più grandi misteri della storia. Chi è infatti quell’uomo di circa quarant’anni, torturato e incoronato di spine, poi crocifisso e sepolto secondo l’usanza ebraica, la cui immagine è impressa (inspiegabilmente) sul lenzuolo? Il lino custodito a Torino è davvero il telo funerario che ha avvolto le spoglie di Gesù? Domande alle quali non è sempre facile rispondere (se non con gli argomenti della fede), anche se la scienza nel corso dell’ultimo secolo ha studiato in maniera approfondita il telo, ricavandone certamente qualche dato contraddittorio (pensiamo alla datazione del Carbonio14, che la colloca in ambito medioevale), ma anche altrettante evidenze che riconducono il tessuto nel contesto della Palestina del tempo di Gesù.

Perché, questo è certo, la Sacra Sindone ci «parla» della Terra Santa. E della vicenda straordinaria di un galileo che venne per predicare l’amore e fu messo in croce, risorgendo il terzo giorno.

Per comprendere meglio la storia raccontata dalla Sindone e il contesto storico-biblico della Terra Santa del primo secolo, è ora disponibile una mostra intitolata appunto Il mistero dell’uomo della Sindone. Pensata per sacerdoti, insegnanti ed educatori, come strumento per avvicinare grandi e piccoli alla Sindone attraverso un percorso di testi e immagini (tre sezioni e 25 pannelli), la mostra ci porta a scoprire prima di tutto i luoghi della Passione di Gesù, della sua morte e risurrezione. Nella seconda sezione, «Lo specchio della Passione», la Sindone inizia a essere guardata da vicino: attraverso gli occhi di Giovanni (tra i primi testimoni della risurrezione), poi indagandone più a fondo le caratteristiche. Infine viene raccontato il lungo viaggio che l’ha portata fino a noi: da Gerusalemme alla Decapoli. E poi forse ad Edessa e a Costantinopoli. Per essere infine portata in Occidente, prima in Savoia e poi a Torino. L’ultima sezione, «Indagine sulla Passione», si sofferma infine su alcuni dei molti esami e approfondimenti scientifici di cui la Sindone è stata oggetto.

C’è poi un secondo strumento, pensato soprattutto per un pubblico più giovane: un e-book per i nuovi lettori multimediali (sia che usino il sistema Android che il sistema Apple).

Si intitola Il mistero della Sindone ed è scaricabile gratuitamente (clicca qui per scaricarlo da Google Play oppure clicca qui per scaricarlo da App Store). Oltre a testi di spiegazione sulla storia del telo sindonico, sui misteri scientifici che lo accompagnano e sui luoghi della Passione di Cristo, contiene immagini della Sindone, gallerie fotografiche e video che approfondiscono i vari aspetti della vicenda sindonica.

Tra l’altro, propone anche un’intervista esclusiva con fra Pierbattista Pizzaballa, Custode di Terra Santa, relativa al rapporto esistente tra Sindone e Luoghi Santi della Redenzione.

Da ultimo, è disponibile uno spillato economico (2,80 euro) di 34 pagine, interamente a colori, pensato soprattutto per i tanti pellegrini (probabilmente ben oltre il milione) che si recheranno a Torino. La città è in festa, oltre che per l’Ostensione (straordinaria, in occasione del bicentenario della nascita di san Giovanni Bosco), anche per la visita di Papa Francesco, che si recherà all’ostensione della Sindone e inconterà i torinesi il 21 e 22 giugno. 

Per info sulla mostra: www.mostrediterrasanta.it, tel. 02 34.59.26.79

Fonte: Terrasanta.net

 

Per ogni servizio, il Rapporto contiene statistiche e commenti con cui si cerca di raccontare la presenza di migranti forzati che da gennaio a dicembre 2014 sono entrati in contatto con l’Associazione. La crisi economica continua a colpire in modo particolare i più vulnerabili; anche persone che da tempo avevano intrapreso un percorso di autonomia sono state costrette a rientrare nel circuito dell’assistenza. Sempre numerose, tra le persone incontrate, le vittime di tortura, per la maggior parte provenienti da Paesi africani.

Il documento, oltre a presentare un resoconto di un anno di attività del Centro Astalli, vuole essere poi uno strumento per capire quali sono le principali nazionalità dei rifugiati che giungono in Italia per chiedere asilo. Quanti di loro riescono a ottenere il riconoscimento dello status di rifugiato o la protezione umanitaria. Quanti hanno rischiato la vita affrontando viaggi per mare o per terra ai limiti della sopravvivenza per giungere in Europa. Il Rapporto annuale 2015 descrive il Centro Astalli come una realtà che, grazie agli oltre 400 volontari, si adegua e si adatta ai mutamenti sociali e legislativi di un Paese che stenta a dare la dovuta assistenza a chi, in fuga da guerre e persecuzioni, cerca di giungere in Italia in cerca di protezione.

Ad arricchire la pubblicazione di quest’anno le vignette di Mauro Biani e i commenti al Rapporto di Mario Calabresi, Enrico Letta ed Enzo Bianchi. A chiudere il Rapporto il testo integrale del colloquio “Le frontiere dell’ospitalità” tra padre Adolfo Nicolás, preposito generale della Compagnia di Gesù e padre Federico Lombardi, direttore Sala Stampa della Santa sede.

Aumentano le domande d’asilo in Italia, ma molti non si fermano

Più nel dettaglio, ciò che emerge dal testo dell’associazione è che, per la prima volta dalla Seconda Guerra Mondiale, le persone costrette alla fuga nel mondo hanno superato largamente la soglia dei 50 milioni (a metà del 2014 se ne registravano già 56,7). Le gravi crisi umanitarie in corso, prima fra tutte la Siria, hanno fatto crescere il numero delle persone che cercano protezione in Europa. Le domande presentate in Italia sono state 64.886, con un aumento del 143% rispetto all’anno precedente.

Tra le nazionalità maggiormente rappresentate non compaiono né la Siria, né l’Eritrea, che pure sono i primi due Paesi di origine dei 170.757 migranti arrivati in Italia via mare (rispettivamente 39.651 e 33.559 persone). Anche nel 2014, dunque, molti migranti forzati non si sono fermati in Italia, ma hanno proseguito il loro viaggio verso i Paesi del nord Europa. Una parte rilevante delle persone che si sono rivolte all’ambulatorio erano rifugiati “in transito”, che si fermano solo poche settimane a Roma, vivendo in strutture di accoglienza temporanea o in ripari di fortuna presso le stazioni ferroviarie.

Cresce il sistema di accoglienza, ma l’integrazione resta problematica 

Sempre lo scorso anno si è dovuto far fronte, poi, all’alto numero di arrivi reperendo molti posti in poco tempo, ancora una volta attraverso procedure straordinarie. È però da sottolineare che è stato anche compiuto un importante sforzo di programmazione verso un sistema di accoglienza unitario e con una capienza proporzionata al numero di arrivi prevedibile in base alla media degli ultimi anni: lo SPRAR è stato ampliato fino a 22.000 posti, si prevede nell’anno in corso di arrivare a 40.000 e auspichiamo che possa in un prossimo futuro raggiungere la quota di 60.000 posti, adeguata alle necessità effettive.

Nessuna novità invece rispetto alla programmazione di misure di accompagnamento all’integrazione per i titolari di protezione internazionale, nonostante ci siano alcune sperimentazioni positive. La questione dell’inserimento nel mondo del lavoro e dell’effettiva esigibilità dei diritti sociali, specialmente nel primo periodo di permanenza in Italia, richiede invece riflessione e impegno da parte di tutte le istituzioni competenti, attraverso una cabina di regia in grado di costruire soluzioni concrete e di renderle accessibili.

Al termine del periodo previsto per l’accoglienza i rifugiati si trovano a dover far fronte bruscamente a tutte le necessità, in un contesto in cui trovare lavoro è complicatissimo a causa della crisi e il mercato immobiliare è pressoché inaccessibile. Anche persone che possono contare su un reddito devono ricorrere a soluzioni di fortuna: subaffitti, affitti in nero senza alcuna garanzia o occupazioni.

Il fenomeno dei rifugiati che a Roma vivono in grandi edifici occupati in condizioni igienico-sanitarie proibitive continua ad essere preoccupante per dimensioni e non può essere risolto con interventi episodici. Nel 2014 il Centro Astalli, anche attraverso progetti di accompagnamento specifici che prevedevano l’erogazione di contributi economici, ha cercato di sostenere concretamente il difficile percorso verso l’autonomia di alcuni titolari di protezione internazionale.

Le famiglie rifugiate fanno ancora più fatica  

Se per un singolo il percorso verso l’autonomia è difficile, quando si hanno dei figli da mantenere le sfide si moltiplicano. Particolarmente critica è la situazione dei nuclei familiari numerosi e di quelli monoparentali. La permanenza all’interno dei centri resta di almeno 12 mesi, ma anche dopo l’uscita la precarietà continua ad accompagnare queste famiglie, che non possono contare su reti di sostegno informali, parentali o amicali. Problematiche del tutto simili interessano quei titolari di protezione internazionale che affrontano le procedure per il ricongiungimento familiare. Al termine di procedure lunghe e costose, la famiglia ricongiunta si trova di fatto sola ad affrontare una situazione del tutto nuova, dal punto di vista economico, ma anche psicologico.

I bisogni dei più vulnerabili rischiano di rimanere senza risposta

Le persone in situazioni di particolare fragilità – vittime di tortura, violenza intenzionale o abusi sessuali – che nel corso dell’anno sono state accompagnate dal Centro Astalli attraverso l’azione coordinata del servizio medico e dello sportello legale sono state complessivamente 556, equamente divise tra uomini e donne. Il compito più difficile resta l’emersione della vulnerabilità. Il disagio di queste persone è spesso silenzioso e rischia di essere sottovalutato o ignorato del tutto.

La risposta delle strutture preposte resta insufficiente e, nei dolorosi casi di rimpallo tra enti diversi a cui talora assistiamo, sono paradossalmente i più vulnerabili che rischiano di rimanere tagliati fuori dall’assistenza. Speriamo che le linee guida a cui il Ministero della Salute sta lavorando e a cui siamo stati chiamati a dare il nostro contributo concorrano a migliorare la situazione.

Contro la paura, più conoscenza e occasioni di incontro

Il difficile contesto internazionale, gli allarmi continui che arrivano dai media, ma anche la preoccupazione per la crisi economica e l’aggravarsi delle tensioni sociali sono fattori che rischiano di alimentare pregiudizi, valutazioni superficiali e allarmismi ingiustificati sulle migrazioni forzate e di portare a vere e proprie discriminazioni nei confronti degli stranieri e dei musulmani in particolare. Promuovere un’informazione corretta e una maggiore consapevolezza e serenità rispetto a questi temi è da sempre l’obiettivo delle attività di informazione, sensibilizzazione e comunicazione del Centro Astalli, che nel 2014 hanno conosciuto un nuovo impulso.

Oltre 24.000 studenti sono stati coinvolti nei progetti didattici sul diritto d’asilo e sul dialogo interreligioso in 13 città italiane e alcuni progetti specifici sono stati realizzati per moltiplicare le opportunità di incontro e di approfondimento a Roma e nel Lazio. A maggio 2014, più di 100 iscritti hanno partecipato al corso di formazione La protezione impossibile – L’accesso al diritto d’asilo in Europa, tre incontri nei quali si è parlato delle politiche europee sull’asilo e della necessità di creare canali umanitari per permettere a quanti fuggono da guerre e persecuzioni di giungere in sicurezza in Europa, un tema che oggi, alla luce delle continue stragi di rifugiati nel Mediterraneo, si ripropone in tutta la sua urgenza.

Chi chiede asilo lo chiede a te

La campagna annuale “Chi chiede asilo lo chiede a te” vuole sottolineare l’importanza di un cambiamento culturale che ponga al centro i valori dell’accoglienza e della solidarietà, indirizzando i comportamenti dei singoli cittadini e politiche nazionali ed europee. Quotidianamente, per tutto l’anno, abbiamo toccato con mano che sono sempre numerose le persone che scelgono di dedicare tempo, energie, competenze e professionalità ai richiedenti asilo e rifugiati: nel 2014, nelle 8 città in cui il Centro Astalli opera (Roma, Palermo, Catania, Trento, Vicenza, Napoli, Milano, Padova) ben 446 volontari hanno reso possibili, con il loro impegno, i servizi descritti in questo Rapporto. Molto significativa è anche la disponibilità di più di 15 ordini di Roma che nel corso del 2014 si sono rivolti al Centro Astalli per pensare insieme un progetto di accoglienza per i rifugiati. In un anno circa 20 tra uomini, donne e nuclei familiari sono stati accolti nelle cosiddette “comunità di ospitalità” all’interno di case religiose. Si tratta di progetti di seconda accoglienza, in cui i rifugiati sono accompagnati costantemente nel percorso verso l’autonomia da un gruppo di volontari, che svolgono anche il ruolo di facilitatori nei rapporti con la comunità che accoglie.

Fonte http://www.altrodadire.org/

 

Le nostre responsabilità

  • Feb 22, 2024
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Il nostro tempo continua ad essere funestato dalla tragedia, dalle stragi. Assistiamo impotenti, spettatori, forse colpiti da un sussulto di ribellione, di colpevolezza e da un sentimento di pietà, in una platea d’indifferenza, di ipocrisia, di crudeltà consapevole di fronte alla spaventosa catena di eccidi di massa (genocidi), praticati e generati.

Il problema all’origine di questo esodo - inedito per i numeri e per le caratteristiche - è fondamentalmente causato dal crescente divario fra ricchezza e povertà. Il divario crescente fra Paesi ricchi e Paesi poveri, eredità del colonialismo anche economico, legato ai conflitti e ad altri fattori che conosciamo, è un problema gigantesco. Per tentare di risolverlo dovremmo mettere in discussione, con tempi piuttosto lunghi, un sistema politico-economico planetario. Oggi, grazie alle nuove tecnologie di comunicazione, in qualunque villaggio sperduto dell’Africa, del Medio Oriente o di altre zone povere del mondo, arrivano notizie e informazioni, e si conosce il tenore di vita dei Paesi cosiddetti sviluppati. La modernizzazione ha portato a una relativa velocità di spostamento, aprendo anche ai migranti la possibilità di un viaggio, il cui triste esito è sotto i nostri occhi.

Il Mediterraneo è ormai una catacombe, una fossa comune di tanti miserabili che pensavano di liberarsi dall’orrore della morte della guerra e l’hanno trovata in fondo al Mare nostrum; il nostro tempo ci costringe ad essere testimoni di una nuova apocalisse (sopportare l’insopportabile), significato distorcente rispetto a quello della tradizione cristiana di “rivelazione” della “speranza. Noi non possiamo di dire che non sapevamo. La storia futura sarà “giudice severa” della nostra consapevole inerzia.

Scrive Claudio Magris sul Corriere (20 aprile): “Ogni volta la tragedia è più grande — e lo sarà sempre più — e ogni volta si dice, mentendo in buona fede a se stessi, che si è raggiunto il colmo. E che è vicino il momento in cui si volterà pagina, proprio perché è intollerabile che continui questo crescendo di orrori. Invece con ogni probabilità continuerà, se non accadrà qualche radicale e inimmaginabile cambiamento nella situazione e nella politica mondiali. La pietà, l’indignazione e lo sgomento del mondo — di noi tutti — si accenderanno, sinceri e inutili, a ogni nuovo episodio di barbarie. Ma forse sempre meno, perché ci si abitua a tutto e proprio il ripetersi delle orrende e criminose tragedie renderà più assuefatte e meno reattive le coscienze”

Scrive Roberto Saviano su “la Repubblica” (20 aprile 2015): “ Il Mediterraneo trasformato in una fossa comune. Oltre novecento morti. Morti senza storia, morti di nessuno. Scomparsi nel nostro mare e presto cancellati dalle nostre coscienze. È successo ieri, un barcone che si rovescia, i migranti — cioè persone, uomini, donne, bambini — che vengono inghiottiti e diventano fantasmi. Ma sappiamo già che succederà anche domani. E tra una settimana. E tra un mese. Spostando la nostra emozione fino all’indifferenza. Ripeti una notizia tutti i giorni, con le stesse parole, gli stessi toni, anche accorati e dolenti, e avrai ottenuto lo scopo di non farla ascoltare più. Quella storia non avrà attenzione, sembrerà sempre la stessa. Sarà sempre la stessa. “Morti sui barconi”. Qualcosa che conta per gli addetti ai lavori, storia per le associazioni, disperazione invisibile. Adesso, proprio adesso, ne stiamo parlando solo perché i morti sono 900 o forse più: cifra smisurata, disumana. Se ha ancora senso questa parola.

Continuiamo a non sapere nulla di loro, ma siamo obbligati a fare i conti con la tragedia. Fare i conti: perché sempre e solo di numeri parliamo. Fossero mancati due zeri al bollettino di morte non l’avremmo neppure “sentita”. Perché ormai è solo una questione di numeri (o dettagli drammatici come “migranti cristiani spinti in mare da musulmani”) che fa la differenza. Non per i singoli individui, non per le sensibilità private, ma per la comunità che dovremmo rappresentare, che dovrebbe rappresentarci”.

Scrive Ilvo Diamanti su “la Repubblica” ( 20 aprile 2015):”Dobbiamo avere pietà di noi. Oltre novecento persone morte in un barcone, in viaggio dalla Libia verso la Sicilia. Sparite in fondo al mare. Insieme ad altre migliaia, vittime di molti altri naufragi. Accomunate e travolte dalla stessa disperazione. Che spinge ad affrontare il mare “nemico” per sfuggire alla fame, alla miseria, alla violenza. Oggi: alla guerra. Più che di “migrazione”, si tratta di “fuga”. Anche se noi percepiamo la “misura” della tragedia solo quando i numeri sono “smisurati”. Salvo assuefarci anche ad essi. Ed è questo, come ho già scritto, che mi fa più paura. L’abitudine. La distanza da una tragedia che, invece, è a due passi da noi. La tentazione di “piegarla” e di “spiegarla” in chiave politica. Per guadagnare voti. Eppure le migrazioni sono un fenomeno ricorrente. Tanto più e soprattutto in fasi di cambiamento e di trasformazione violenta (in ogni senso), come questa.... l’unico modo per fermare i disperati che, a migliaia, si dirigono verso le nostre coste — e, a migliaia, muoiono nel viaggio. Ostaggi di mercanti di morte. L’unico modo possibile per respingerli, per tenerli lontani da noi: è chiudere gli occhi. Fingere che non esistano. Rinunciare alla compassione verso gli altri. Non avere pietà di noi stessi.”

Ancora Ferruccio Sansa su “il Fatto Quotidiano” del 20 aprile 2015: “Poveri bambini, povere donne, poveri uomini. Povera gente: salpa, muore per raggiungere un’Europa. E scopre che non c’è. Com’è irraggiungibile la salvezza, non soltanto perché il mare allontana la riva e la fa sfumare in miraggio. È anche l’Europa - di aspirazioni, ideali, cultura - che sfuma all’orizzonte. Si ritira. I parametri da rispettare, i diktat della Germania, l’arroganza della troika: no, non è questo che ci allontanerà definitivamente dall’Europa. Ma questo, alla fine, davvero la porterà ad affondare come i barconi degli immigrati. Un paese, un’unione di popoli e uomini, non può reggersi soltanto su parametri economici. Non sono i punti di pil che scaldano il cuore degli uomini, li fanno agire. È la solidarietà, la sensazione di condividere un destino comune. La consapevolezza che nessuno sarà lasciato solo. Sono anni, troppi, che l’Europa, l’Europa del Nord, ha voltato la faccia dall’altra parte di fronte alla tragedia degli uomini (per una volta, per favore, non distinguiamoli tra profughi e clandestini) che a migliaia cercano di raggiungere le nostre coste. Basterebbe un decimale del pil per salvarli. Sarebbe sufficiente qualche sacrificio in più per un intervento serio. Strutturale. Invece niente. Adesso arriverà il tempo del dolore, della commozione, magari sinceri. Poi trascoloreranno in disagio, senso di colpa. Alla fine tutto tornerà come prima, non basterà il triste primato della tragedia: 700 morti. Ce ne dimenticheremo noi cittadini... Davvero la sorte dei settecento migranti - così tanti che ormai non riesci più nemmeno a immaginare un volto, degli occhi, una vita per ognuno - coinciderà con quella dell’Europa. Se qualcosa dovesse nascere, non sarebbero morti in vano. Per i tanti che spingono ancora sull’altra sponda del Mediterraneo. Ma ugualmente per noi europei. Se invece, ancora una volta, nulla dovesse seguire alla commozione, l’Europa diventerebbe un miraggio davvero irraggiungibile. Si allontanerebbe definitivamente, per gli uomini dei barconi. Ma soprattutto per noi: non è questa l’Unione di cui vogliamo fare parte”

Non posso non riportare la bellissima preghiera laica di Erri de Luca:
Mare nostro che non sei nei cieli
e abbracci i confini dell'isola e del mondo sia benedetto il tuo sale
e sia benedetto il tuo fondale
accogli le gremite imbarcazioni
senza una strada sopra le tue onde pescatori usciti nella notte
le loro reti tra le tue creature
che tornano al mattino
con la pesca dei naufraghi salvati
Mare nostro che non sei nei cieli all'alba sei colore del frumento
al tramonto dell'uva di vendemmia, Che abbiamo seminato di annegati più di qualunque età delle tempeste tu sei più giusto della terra ferma
pure quando sollevi onde a muraglia poi le riabbassi a tappeto
custodisci le vite, le visite cadute come foglie sul viale
fai da autunno per loro
da carezza, da abbraccio, da bacio in fronte di padre e di madre prima di partire

Infine il grido di dolore di Papa Francesco di domenica 19 alla fine dell’Angelus “Stanno giungendo in queste ore notizie relative ad una nuova tragedia nelle acque del Mediterraneo. ... Esprimo il mio più sentito dolore di fronte a una tale tragedia .. Rivolgo un accorato appello affinché la comunità internazionale agisca con decisione e prontezza, onde evitare che simili tragedie abbiano a ripetersi. Sono uomini e donne come noi, fratelli nostri che cercano una vita migliore, affamati, perseguitati, feriti, sfruttati, vittime di guerre; cercano una vita migliore. Cercavano la felicità... Vi invito a pregare in silenzio, prima, e poi tutti insieme per questi fratelli e sorelle. “

Concludo con una mia riflessione insistente e inquietante, come credente, sul brano Matteo 25, 31 – 46: Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria, .. davanti a lui verranno radunati tutti i popoli. Egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dalle capre, e porrà le pecore alla sua destra e le capre alla sinistra. Allora il re dirà a

quelli che saranno alla sua destra: «Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla creazione del mondo, perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero in carcere e siete venuti a trovarmi». Allora i giusti gli risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, o assetato e ti abbiamo dato da bere? Quando mai ti abbiamo visto straniero e ti abbiamo accolto, o nudo e ti abbiamo vestito? Quando mai ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a visitarti?». E il re risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me». Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: «Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli, perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato». Anch'essi allora risponderanno: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere, e non ti abbiamo servito?». Allora egli risponderà loro: «In verità io vi dico: tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me». E se ne andranno: questi al supplizio eterno, i giusti invece alla vita eterna».

Davide Turoldo ne fa una trasposizione poetica:

Quando il figlio dell’uomo verrà.

Chiunque tu sia, o giusto, non piangere, e quanti avete diviso il pane,

l’acqua, la sorte con tutti i poveri.. Per voi saranno le dolci parole:

“Voi, benedetti del Padre, venite...” Oh, quanti certo neppure sapevano D’essere dentro il Regno, già salvi!

Oh quanti invece pensavano di sentirsi dentro, gente che per lui avevano suonato il flauto, gente che diceva di sapere tutto di lui,

quanti si troveranno ad essere fuori!..

O Re severo che non sia così di noi!

Non sia così con noi! Questo grido deve interrogarci! Noi in quale sponda ci troviamo; a destra con i giusti o su quella dei “maledetti”? Ci sentiamo solidali con i poveri, i miseri, con le vittime dell’oppressione e dell’ineguaglianza, consapevolmente o inconsapevolmente, prodotta da noi che ci “sentiamo dentro? Siamo disposti a restituire la giustizia a chi l’abbiamo tolta? Siamo disponibili all’ascolto del loro grido, sappiamo unirci alla loro preghiera, farci partecipi della loro legittima domanda di giustizia?

Papa Francesco ci ricorda che la preghiera è un grido, un grido che dà fastidio, fastidio perché disturba la nostra quiete. I poveri sono fastidiosi , quando ci chiedono un pezzo di pane e un po’ di pasta. Ricordiamoci del Vangelo che la preghiera è un accorato ricorso al cuore di Dio verso di noi «E così Gesù ci insegna a pregare, è la preghiera dei bisognosi». I bisognosi, quelli veri, sono nel cuore di Dio. Chi li soccorre fa opera di misericordia . La vera preghiera cristiana è fondata sulla promessa , la promessa della salvezza, che Dio assicura ai giusti “ Sui poveri e sui giusti si fonda la speranza del mondo, essi sono operatori di pace e di giustizia, perché la loro preghiera è “bisognosa ed è sicura perché sincera e umile”, perché, per essi. il Signore può fare quello che loro chiedono. Questa è la Speranza dei giusti .

Fonte: http://www.meicmarche.it/

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