Mons. Giovanni Battista Ressia (1850-1933), originario da una famiglia di contadini di Vigone (TO), fece i primi studi fino alla filosofia tra i Tommasini del Cottolengo. Entrato nel seminario diocesano di Torino nel 1868, divenne compagno di classe dell’Allamano, al quale fu legato da sincera amicizia. Ordinato sacerdote nel 1873, dopo il biennio di perfezionamento nel Convitto Ecclesiastico, fu viceparroco a Bra e poi segretario del Vescovo di Pinerolo. Nel 1880 conseguì la laurea in teologia, divenendo professore in seminario. In seguito, fu nominato parroco di Bricherasio (TO) e nel 1897 venne ordinato vescovo per la diocesi di Mondovì.

Il Ressia sostenne l’Allamano in tutte le sue iniziative, specialmente per la fondazione dei due Istituti Missionari. La commemorazione dell’Allamano fu tenuta da Mons. Ressia, il 23 marzo 1926, durante il solenne funerale di “trigesima” nel santuario della Consolata. È sempre commovente rileggere questo discorso commemorativo, anche perché fu pronunciato in quel santuario da dove pareva che l’Allamano non si fosse mai allontanato. Lo pubblichiamo integro, certi che da esso appare da quanto affetto e da quale ammirazione fosse circondato l’Allamano da vivo e da morto.

LA COMMEMORAZIONE DELL’ALLAMANO 1926

di Mons. Giovanni Battista Ressia

«È Gesù, che lontano da Betania e nascosto nelle solitudini di Gerico, annunziava agli Apostoli la morte di Lazzaro con queste tre parole: Amicus noster dormit – l’amico nostro dorme. Parole che solo furono intese bene, quand’Egli, giunto al sepolcro del morto da quattro giorni, lo richiamava a vita con la stessa facilità con cui avrebbe svegliato un dormiente. Per Lui la morte non è che un sonno, onde l’Amicus noster dormit. Parole che poi tanto consolarono le sorelle Marta e Maria e il popolo piangente con esse; parole che traversarono i secoli gettando luce divina sopra i sepolcri cristiani e consolarono quanti piangono un loro caro defunto. Il morto vive; chi dorme si sveglierà.

L’ho ricordato a me stesso quell’Amicus noster dormit, quando il 16 febbraio, vigilia del Pulvis es (Mercoledì delle Ceneri) mi giunse un telegramma ad annunciarmi la morte tua, o carissimo Canonico Giuseppe Allamano, mio compagno di Seminario e di Sacerdozio, modello a tutti di virtù e di opere sante. E Voi, devoti della Consolata, che l’aveste per tanti anni a Rettore ed angelo buono; Voi sacerdoti, amici e cooperatori, che lo avvicinaste ogni giorno partecipando ai suoi pensieri e al suo amore; Voi specialmente Figli e Figlie del cuor suo, generati da Lui alle Missioni d’Africa, da chi voi potreste aspettare un conforto se non dal Consolatore divino, da Gesù?

Venga egli perciò anche a noi, qui, in questa vera Betania dove tanti lo amano e stanno pregando attorno a questo monumento di morte, e ci ripeta la sua parola consolatrice: Amicus noster dormit. Sì, il Can. Allamano fu un vero amico di Gesù, un amico nostro, un amico che si è addormentato nel Signore. Perché non consolarci?

L’amico di Gesù

Sappiamo che l’amicizia importa una certa eguaglianza e rassomiglianza, con una reciproca comunicazione di beni. Ma quis ut Deus? Egli l’infinito e noi un atomo, un nulla piano di miserie e di peccati. Però l’amore vince tutto; e Dio superando ogni distanza si abbassa fino al nostro nulla per imprimere in noi nella creazione la sua immagine e rassomiglianza, ed apparire nella redenzione come uno di noi in similitutinem carnis peccati (Rom VIII,3): tutto per comunicarci i suoi doni, e per ricevere corrispondenza di amore. È la grazia, l’amicizia tra Dio e noi; onde la parola di Gesù: Voi sarete i miei amici se farete quanto vi comando; e quell’altra detta in piena confidenza nell’ultima Cena agli Apostoli: Jam non dicam voi servos, sed amicos meos... perché quanto seppi ed ebbi dal Padre mio tutto a voi ho confidato (Giov. XV,15). - Un santo Sacerdote, ecco un vero amico di Gesù.

Nessun dubbio che tale sia stato il Can. Allamano prima e dopo l’ordinazione sacerdotale; lo direi anzi un Beniamino di Gesù, un sacerdote suo prediletto. Aveva da pochi giorni vestito l’abito chiericale, e per sette anni divisi con Lui e con gli altri compagni di corso la vita nella scuola, nello studio, nelle ricreazioni e passeggi, nelle opere di pietà. Egli era il nostro modello per il fervore nella preghiera, per le comunioni frequenti, per l’attenzione ai professori, per l’applicazione allo studio, per la pazienza e amabilità con noi, per l’obbedienza, per lo splendore dell’angelica virtù. Non lo vidi mai turbato o irrequieto, sempre in pace, amato da tutti. - Perciò nessuno di noi fece le meraviglie al vederlo ben presto dai Superiori addetto al servizio della sacristia e dell’altare, né quando, l’ultimo anno teologico, ci fu dato a Prefetto di Cappella, cioè il primo di tutti i chierici del Seminario. Si sapeva da tutti che il più vicino al cuore di Gesù, il più amico suo era l’Allamano, cui nessuno avrebbe osato paragonarsi.

Non so tuttavia se altri godesse come me delle sue confidenze. Pareva preferirmi perché di carattere a Lui più contrario, e più bisognoso della sua carità. Ed ho potuto così scoprire anche meglio le industrie sante con le quali restituiva a Gesù le grazie ricevute; nel che sta appunto il segno dell’amicizia: la reciproca comunicazione dei beni. Mi diceva adunque un giorno: Che fortuna per noi! Possiamo farci molti meriti col fare tutto e sempre alla presenza del Signore e per amor suo; il piccolo diventa grande ... Era la dottrina di S. Paolo: Sive manducatis, sive bibitis, ect... [ ... ] e mi spiego ora perché il mio compagno fosse sempre così raccolto, silenzioso, puntuale, scrupoloso nelle cerimonie di chiesa, fervoroso in tutte le opere di quella pietà che ad omnia utilis est, promissionem habens vitae quae nunc est et futurae (1 Thim. IV,8). - Oh, avessi saputo approfittare de’ suoi consigli, non sarei tanto povero davanti a Dio! Ma voi, giovani, fatene tesoro, e beati voi se saprete restare sotto lo sguardo di Dio, operare per amor suo e vivere cos’ nella sua grazia. Egli non si lascia mai vincere in generosità con le anime che sanno darsi senza riserva.

Venne intanto il giorno della nostra ordinazione sacerdotale (6 giugno 1873). Il Diacono Allamano per mancanza di età dovette attendere a settembre, e toccò a me celebrare la prima Messa in Seminario, e distribuire la prima comunione. Sicché il primo cui diedi Gesù venuto allora nelle mie mani, fosti tu, Diacono Allamano! E ricordo la commozione reciproca quando poco dopo ti avanzasti coi chierici di camerata a baciarmi le mani. - Tre mesi dopo anch’egli era inginocchiato ai piedi dell’Arcivescovo Mons. Lorenzo Gastaldi, che gli ripeteva in nome di Gesù: Non dicam vos servos, sed amicos meos: e si alzava Sacerdote con nella mano destra l’ostia e il calice, nell’altra le chiavi del cielo, sulle labbra la parola di Gesù, e nel cuore l’amore di lui e delle anime.

Lo rividi cinquant’anni dopo, qui, a quell’altare (della Consolata), circondato dai compagni superstiti, da beneficati, da amici, da popolo devoto, pel suo giubileo sacerdotale. Aveva la fronte coronata di bianchi capelli, ma in tutto era ancora lui, raccolto, devoto, maestoso, preciso nelle cerimonie, e ripeteva a ragione: Entrerò all’altare di quel Dio che rallegra la mia giovinezza.

L’amico nostro

Col salire al Sacerdozio l’amico di Gesù era diventato anche Amicus noster (amico nostro) ... delle anime per le quali consumerà la vita. Sognava come ognuno de’ suoi compagni di passare dal Convitto Ecclesiastico ad una Vicecura in qualche paesello, sotto esperta guida per iniziare la sua carriera. Ne fece breve prova edificando e attirandosi tutti i cuori; ma l’obbedienza lo richiamava presso il Seminario a continuare l’opera dell’indimenticabile Canonico Soldati, nell’ufficio delicatissimo di Direttore dei Chierici; ufficio che aveva del Censore di disciplina, ma più del Padre spirituale. Agli insegnanti il coltivare le intelligenze, al direttore di plasmare i cuori e preparare le anime al Sacerdozio. Se qui si trovasse chi allora gli era stato suddito, dica qual Angelo buono incontrò nel Teol. Allamano, qual padre amoroso a provvederlo in tutte le necessità, qual tenera madre a compatirlo e consolarlo! Trovò quasi un altro Gesù che preparava i Discepoli all’Apostolato. E il Direttore era felice nella carica assegnatagli dall’obbedienza.

Altri disegni aveva su di lui la Provvidenza Divina. Si facevano sentir vivi in quei giorni nuovi bisogni in Torino e nella vasta Archidiocesi. La città andava febbrilmente dilatandosi e migliorandosi nelle sue condizioni, mentre il Santuario della Consolata, cuore dell’antico Piemonte e sì caro ai Principi ed al popolo, deperiva quasi abbandonato, ed era per di più senza il suo Rettore. L’Archidiocesi poi lamentava da qualche anno che il giovane clero non trovasse più all’ombra del Santuario quella direzione pratica che, iniziata dal Guala con il Convitto Ecclesiastico, proseguita dal Servo di Dio il Cafasso e poi dal Bertagna, aveva per tanti anni portato a singolare altezza il clero Piemontese. Un ultimo soffio di rigorismo aveva disertato quel nido e dissipati come nel Getsemani i nuovi Apostoli. Il duplice caso pesava sul cuore di tutti, ma più del Teol. Allamano, che di Mons. Bertagna era conterraneo e che del Cafasso era per di più nipote da parte di madre e ne portava il nome di Giuseppe. Il Don Cafasso pregava certamente dal cielo; ed ecco cessare, quasi improvvisamente, ogni vento contrario. «Va, disse un giorno una voce misteriosa a Francesco d’Assisi, va e ripara la mia chiesa». Andò, ristorò prima la chiesa di S. Damiano; poi la chiesa delle anime con la istituzione di tre Ordini religiosi.

“Va alla Consolata e ripara” disse la obbedienza all’Allamano. Ed eccolo in giovane età già Rettore qui, dove una pena gli stringe il cuore, un pensiero lo assilla del continuo. “Ripara, ripara”. La decisione è presa. Non ostante gravissime difficoltà finanziarie e tecniche ... e dopo pochi anni ecco ristorato e ampliato il Santuario, ricco di ori e marmi, servito da santo e numeroso clero, frequentato dalla città al Piemonte, tornato alla sua vita di prima Basilica e trono degno della Regina e Madre, Consolatrice degli afflitti. Mancavano tuttavia i Paggi d’onore, i messi da spedire attorno, onde riparare il tempio morale delle anime comprate a prezzo di sangue divino. Ed ecco l’altro miracolo: il Convitto Ecclesiastico presto si riapre, i giovani sacerdoti di nuovo attorno alla Sede della Sapienza, e il Rettore ne sarà per anni anche Maestro di Conferenza pratica e modello di virtù. Egli avrà un personale scelto che lo aiuta; e il popolo cristiano canterà presto il suo ringraziamento alla Consolata per il regalo di giovani sacerdoti esperti e zelanti nel condurre le anime al cielo.

Dopo tali conquiste poteva il Can. Allamano l’Amicus noster dire a sé stesso: “Basta”. Ma il fuoco non dice basta mai; o si dilata o si spegne. - Quando l’Apostolo prediletto terminò la missione speciale di assistere la Madre di Gesù assunta in cielo, diventò Missionario ed Apostolo dell’Asia Minore, Evangelista del mondo. L’Allamano, custode del Santuario di Maria e della sua Corte, sente anch’egli il bisogno dell’Apostolato. Fin da chierico aveva sognato le Missioni e chiesto di recarsi a Genova nel Collegio Brignole Sale. Impedito allora dai Superiori, provvisto ora alle più gravi necessità, ecco il tormento della sua giovinezza. Ne soffre ed ammalato, ma invierà falange di giovani missionari e missionarie sotto lo stendardo della Consolata a illuminare e consolare i negri dell’Africa, loro porterà la luce e la civiltà cristiana, aprirà un campo vastissimo a quanti desiderano glorificar Dio e salvare le anime dei più infelici fra i nostri fratelli. - Già è pronta la Casa delle missioni col suo Statuto; sono aperte le porte ai generosi che primi salpano i mari e s’inoltrano fra terre bruciate dal sole e fra anime abbrutite dal vizio. Dal Cottolengo, così devoto alla Consolata e beneficato dal ven. Cafasso, ottiene le prime suore che, vere madri di carità, col sacrifizio anche della vita preparano i cuori e attirano le benedizioni di Dio. Pochi anni dopo ecco i Missionari e le Missionarie della consolata occupare nel continente nero ben quattro vastissime regioni illustrando insieme al mondo la Chiesa Cattolica e la patria italiana.

Ed ora non basta forse, o Amico? Sì, ma desiderava ancora di dare un Protettore celeste alle sue Opere. Chi dal cielo aveva ispirate queste opere e sostenute le sue forze fisiche e morali nel compierle? Per lui nessun dubbio che fosse il proprio zio materno, il Giuseppe Cafasso che tutti dicevano santo, che stabilì il Convitto su forti basi, e il Santuario della Consolata frequentò con amore. Non mancavano le prove dei miracoli o verranno. Perché dunque non collocarlo sugli altari? Lo volle con fiducia e vi riuscì. Or fa un anno Torino, Castelnuovo e il Piemonte erano in S. Pietro a Roma, per l’apoteosi di quel santo Sacerdote, gemma del Clero italiano e gloria delle nostre popolazioni. Era presente il nipote Can. Giuseppe Allamano, che al canto del Te Deum, come rapito, fissò a lungo gli sguardi nella figura gloriosa del Neo Beato; ma quando li abbassò, i suoi occhi erano pieni di lacrime, il suo volto pallido e sfinito, mentre egli mormorava forse come Gesù: Pater, opus consummavi quod dedisti mihi ut faciam (Joan. XVII,4). Preparò ancora le feste solenni dello scorso luglio, lo rividi una seconda volta in ottobre alle Conferenze dell’Episcopato Piemontese, e mi salutava accennando alla nostra vecchia carcassa tenuta su per miracolo ... e più non ci siamo incontrati quaggiù. Era l’ultimo addio. L’Amico di Gesù e l’Amico nostro stava per addormentarsi nel bacio del Signore.

L’amico dorme

Oh pregate, Voi tutti, conoscenti, amici, figli suoi! Fermatela quella mano che che si avanza per chiudere i suoi occhi col sonno della morte! Che pena per Torino e per il Piemonte all’annuncio della sua grave malattia! Quante suppliche e lacrime in questo Santuario perché il Rettore venisse ancora conservato! Che giorni di angoscia, che notti lunghe!... Ma per parte dell’infermo quanta rassegnazione alla divina volontà! Quali parole di esortazione e di conforto ai piangenti! E quanti sguardi e baci al suo Crocifisso! - Alle ore quattro del 16 febbraio, mentre il mondo preparava le sue ultime pazzie carnevalesche, alla vigilia delle Sacre Ceneri, Egli, il Can. Giuseppe Allamano, dopo aver per 52 anni offerto sugli altari il divino Sacrificio della Croce, sulla croce di un misero lettuccio, in povera cella di questo Convento consumava il sacrifizio di sua vita, e anch’egli Obdormibit in Domino.

Chi nel visitare la salma in quella stanzuccia o nella camera ardente fra pochi lumi e sotto lo sguardo del Beato Cafasso; ... nell’osservare l’aureola dei bianchi capelli, i lineamenti del volto immutati, le bianche mani stringenti una corona e il Crocifisso, tutto in un’atmosfera di santità e di pace, che non ha ripetuto a sé stesso: Amicus noster dormit? – Suora, questo morto non fa paura; e sono tutti così i morti? R. Sì, quando la loro anima è già in paradiso. Mamma, perché tanti fan toccare le medaglie e corone al Canonico? R. Perch’egli è un santo (Cronaca del giorno). E il popolo di Torino non ha detto anche la sua parola, come quello di Roma alla morte di S. Cirillo, venuto dalla Slavonia a dar conto al Papa della sua Missione? Vi morì, ma il trasporto suo, più che il funerale di un morto, parve il trionfo di un Santo. E vox populi, vox Dei.

Quanta fiducia che l’anima grande del nostro amico addormentandosi quaggiù abbia aperto gli occhi alla luce del cielo! Che le tante sue virtù e opere buone, le croci che incontrò sempre per via rassegnato fino all’ultima della morte, gli abbiamo presto aperto le porte del paradiso! - Egli però insegnava essere quasi impossibile ad un’anima camminare per il turbinio polveroso del mondo ed andarsene esente, mentre l’occhio di Dio trova macchie anche nella luce del sole. - Raccomandava fino all’ultimo di non dimenticarlo, ma di pregare per lui, mentre egli avrebbe pregato poi sempre per i suoi amici e figli. Perciò anche questo sacrificio di trigesima per il suo riposo, e le preghiere e le lacrime vostre, o ammiratori, amici e figli del Can. Allamano. E Voi, Eccellenza, raccogliete queste lacrime e preghiere, presentatele alla divina Misericordia per lui; instate, battete alle porte del cielo, importunate Gesù, perché l’anima dell’amico suo e nostro, arrivata a quelle porte ed affamata di lui, sia presto concesso il pane dell’eterna vita (Luc. XI). Che se già quest’anima fosse in cielo, vadano i nostri suffragi a quelle dei due compagni di Seminario che da pochi giorni lo seguirono; o vadano all’anima del grande Card. Cagliero, suo concittadino e gloria della Chiesa. Ma tu, o Canonico Allamano, non dimenticare poi quanti rimasero quaggiù desolati a piangere; e prega anche per chi depose, soffrendo, un sì misero fiore sulla tua tomba; e tieni lontano da lui la minaccia evangelica: Erano due che lavoravano nello stesso campo: Unus assumetur et alter relinquetur (Matth. XXIV,40)».

La novena del Beato Giuseppe Allamano inizia il 7 febbraio e si conclude il 15 febbraio, giorno precedente a quello in cui lui nacque al cielo. Giuseppe Allamano ha fondato i Missionari (1901) e le Missionarie (1910) della Consolata per l’annuncio del Vangelo ai non cristiani. Facendo questa novena, impariamo dagli esempi della sua vita e chiediamo la sua intercessione.

1° Giorno - Il Signore mi chiama oggi

La mia più grande consolazione è di aver sempre fatto il possibile per seguire la vocazione che il Signore mi aveva data. Da giovane avevo due fratelli: uno studiava medicina e l'altro legge; volevano che studiassi anch'io come loro. Ma io ho risposto: No, io voglio essere sacerdote! Volevano almeno che prendessi la licenza liceale e Mons. Gastaldi non era contrario. Ho guardato un poco i loro libri, e poi mi sono stufato e ho detto: Adesso il Signore mi vuole, chi mi assicura che da qui a tre anni il Signore mi chiamerà di nuovo? E ho fatto gli studi in seminario e sono contento. Dovrei stare in ginocchio tutta la vita con la testa china, per ringraziare il Signore della vocazione. (Allamano) 

Riflessione e proponimento

  • · Signore, che cosa vuoi da me oggi? Allarga il mio cuore affinché sia sempre pronto a fare ogni giorno la tua volontà.
  • · Dammi, Signore, una determinazione simile a quella del Beato Allamano nella realizzazione della vocazione che mi hai dato, segno del tuo amore per me.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria.

Beato Giuseppe Allamano, prega me.

2° Giorno - Nel tuo nome getterò le reti

Dieci anni fa avevo incorso una gravissima malattia che mi portò fino alle porte del paradiso, donde fui ricacciato qui in terra, perché non ne ero ancora degno; il nostro Card. Arcivescovo veniva a trovarmi quasi tutte le sere, e siccome avevamo già parlato di questa istituzione, gli dissi: - Sicché ormai all'Istituto penserà un altro. E lo dicevo contento, forse per pigrizia di non sobbarcarmi ad un tale peso. Egli però mi rispose: No, guarirai, e lo farai tu. E sono guarito. Andai poi a Rivoli, e là, il giorno di S. Fedele da Sigmaringa (di cui sono sempre devoto in modo speciale dal Seminario) posi sull'altare una lunga lettera in cui si decideva la fondazione: celebrai la Messa in onore del Santo, indi andai a impostare la lettera che inviavo al Cardinale Arcivescovo. (Allamano) 

Riflessione e proponimento

  • · Chiediamo al Signore che accresca la nostra fede e fiducia in Lui che è nostro Padre provvidente. Ho fiducia nel Signore nei momenti difficili della mia vita?
  • · Donami, Signore, di imitare la grande fede del Beato Allamano in ogni situazione della vita.

Padre nostro, Ave Maria, Gloria.

Beato Giuseppe Allamano, prega me.

3° Giorno - Per più di un mese la “Consolatina” rimase chiusa e vuota

Partiti i primi missionari per l’Africa, partirono anche subito per le loro case i pochi rimasti, così la piccola casa madre (Consolatina) rimase vuota; dopo alcuni giorni ho chiuso la porta, mi sono messo le chiavi in tasca, le presentai alla Consolata e, pregando ogni giorno ai suoi piedi, le dissi che l’opera era sua, le chiavi erano sue, le missioni erano state da lei volute, che pensasse lei ad ispirare vocazioni missionarie, a riaprire la casa. Così nella preghiera io passavo tranquillamente i miei giorni aspettando divedere ciò che la SS. Consolata avrebbe fatto per le sue missioni. Però avendo anche un po’ di trepidazione per i cari missionari partiti, temevo di non potere poi presto aiutarli con altro personale. Ed ecco che subito dopo otto nuovi missionari sono entrati in questo Istituto. (Allamano)

Riflessione

  • Sono convinto che l’adesione alla volontà di Dio mi dia la forza per superare i momenti difficili che sembrano non avere una via d’uscita. Ripenso ad alcune istanze in cui  mi sono forse trovato nella situazione del Beato Allamano…
  • Come affronto, nella preghiera, le situazioni difficili della mia vita?

Padre nostro, Ave Maria, Gloria.

Beato Giuseppe Allamano, prega per me.

4° Giorno - Voglio roba scelta

Ricordo la visita che ci fece il Cardinal Cagliero, da poco giunto dalle missioni d’America. Egli si intrattenne con la comunità in salone e fra l’altro ci spronava a fare un po’ di propaganda presso le nostre amiche e conoscenze affinché si decidessero ad entrare nell’Istituto perché le missioni avevano bisogno di apostole; e così dicendo ci insegnava anche il modo e il discorsetto da fare. Noi eravamo tutte raggianti e piene di entusiasmo a tali incitamenti; ma presto il nostro entusiasmo si calmò perché il Padre, un po’ scostato dietro il cardinale ci faceva un segno negativo con il dito e col capo e le sue labbra sussurravano un ‘no, no, no’. In conferenza poi ci disse “Ogni spirito… ma questo non è il nostro spirito”. (Una Missionaria)

In seguito l’Allamano commentò: avete sentito cosa ha detto il Cardinale della propaganda? Secondo lui bisogna far venire tutti! Adagio… Tutti i giorni ci sono delle domande; io ne accetto poche. Mi dicono che non le voglio; non è vero; io le provo. Voglio roba scelta!

Riflessione

  • Riesco a vivere nella mia vita lo “stile” dell’Allamano: roba scelta, pochi ma di prima qualità, non il numero ma la qualità? Come posso esprimere questo suo “stile”?
  • Quale segno del dito farebbe il Beato Allamano oggi, guardando al mio agire quotidiano?

Padre nostro, Ave Maria, Gloria.

Beato Giuseppe Allamano, prega per me.

5° Giorno - La messa era il centro della sua giornata sacerdotale

Il Canonico Allamano era sacerdote di grandi virtù sacerdotali. Era ammirabile nella pietà, che rifulgeva in modo speciale nella celebrazione della S. Messa. Nessuna cosa od occupazione lo dispensava da una buona preparazione e da un fervoroso ed accurato ringraziamento, che spesso prolungava fino all'ammirazione di quanti lo avvicinavano.

Per conto mio attesto che mi sono formato allo spirito ecclesiastico anche solo nel mirarlo a celebrare la S. Messa, nel vedere la sua compostezza e fervore mentre pregava.

La Messa celebrata da lui era veramente un mistero d'amore. All'elevazione era mia abitudine guardarlo, perché gli veniva sempre un sorriso sincero come se sorridesse a qualcuno. Ho notato che nella celebrazione sembrava un angelo. (Testimoni) 

Riflessione

  • · Com’è la mia Messa? La considero il centro, fonte e culmine della mia vita?
  • · Signore, dammi un cuore eucaristico, traboccante d'amore per te e per i miei fratelli e sorelle!

Padre nostro, Ave Maria, Gloria.

Beato Giuseppe Allamano, prega me.

6° Giorno – Sentirci figli e figlie della Madonna

La pietà mariana non è solo garanzia di predestinazione, ma anche di santificazione. Chi vuole giungere alla santità senza la Madonna, vuol volare senza ali. Più ricorriamo a Lei per avere grazie e santità, e più facciamo piacere a nostro Signore. Tutti i santi furono devoti della Madonna. La più bella omelia di S. Girolamo è quella sulla Madonna. Non avrei mai creduto che questo santo piuttosto rustico fosse tutto tenerezza nel parlare di Lei. S. Bernardo dice che la Madonna è fonte e canale. È fonte di grazia, basta andare a prenderla; ed è canale, perché tutte le grazie passano da Lei. Ciò che Dio può per onnipotenza, la Madonna può con la preghiera. La Madonna è onnipotente per grazia. In Dio e con Dio può tutto. È tesoriera e dispensatrice di tutte le grazie. Al dire dei santi, Ella è l’onnipotenza supplichevole. (Dagli insegnamenti dell’Allamano)

Riflessione

  • Quale posto ha la Madonna nella mia vita? Nutro per lei una fiducia simile a quella dell’Allamano?
  • Quali espressioni di devozione mariana prediligo e perché? Come posso migliorare il mio rapporto con la Madre di Gesù?

Padre nostro, Ave Maria, Gloria.

Beato Giuseppe Allamano, prega per me.

7° Giorno - Quel coretto sia la nostra gioia

L’Allamano faceva frequenti e lunghe visite a Gesù Sacramentato dai coretti del Santuario e, durante le medesime, si intratteneva in fervida preghiera. Anche alla sera, prima del riposo, di quando in quando si recava dai coretti a fare la visita. Così che quando io lo cercavo e non lo trovavo in camera o nel suo confessionale, ero certo di trovarlo in preghiera nei coretti del santuario, che gli offrivano, data la loro ubicazione, situati a pochi passi dalla sua camera, l’occasione propizia di espandere il suo cuore dinnanzi a Gesù Sacramentato, e trattenersi con Lui in fervido colloquio. (C. Scovero)

“Va sul coretto che dà nel santuario e fa compagnia alla SS. Consolata e a Gesù Sacramentato. Quando sono libero ti faccio chiamare” (G. Cravero)

Riflessione

  • Il Fondatore si è creato i suoi luoghi di preghiera. Quali sono i miei? Quanto li frequento? Sono convinto che senza preghiera non ci può essere vera vita cristiana?
  • Esiste anche nella mia vita una speciale predilezione per l’Eucaristia e la Madonna Consolata?

Padre nostro, Ave Maria, Gloria.

Beato Giuseppe Allamano, prega per me.

8° Giorno – Un sospiro di soddisfazione…

Avendo noi detto al Papa che il nostro apostolato non consiste soltanto nei catechismi, ma che, come introduzione e in parallelo ad esso, ci occupavamo pure della salute e del progresso materiale degli africani, sia con le cure degli ammalati, sia con l’abituarli al nostro tipo di lavoro, Sua Santità diede un sospiro di soddisfazione: “Ma bene, ma bene, fateli laboriosi e saranno anche dei buoni cristiani”.

In seguito l’Allamano commentava: “Noi non abbiamo fatto altro che mettere in pratica il consiglio datoci da S. S. Papa Pio X nelle udienze concesseci. Fu lui l’ispiratore, fu lui che insistette che i missionari non si accontentassero di evangelizzare, battezzare, ma prima di tutto lavorassero la terra insegnando l’agricoltura agli indigeni” (F. Gaberutti).

Riflessione

  • Il metodo apostolico dei primi missionari della Consolata si riflette oggi il metodo della “nuova evangelizzazione”: annuncio dell’amore di Dio che salva e dono di sé al prossimo, particolarmente ai più poveri.
  • Come posso applicare il metodo voluto dall’Allamano alla mia vita di ogni giorno?

Padre nostro, Ave Maria, Gloria.

Beato Giuseppe Allamano, prega per me.

9° Giorno – Santità di vita

«È certo che io ebbi fin da principio l'impressione di aver veduto e parlato con un santo, parlando e vedendo e trattando col can. Allamano. […]. Ho veduto in lui non la santità delle cose straordinarie, che è piuttosto la santità “ad extra”, ma la “vera santità”, cioè quella interna, personale, che si manifestava all'esterno nella decorosa nobiltà del portamento, congiunta con modestia e umiltà; gravità nell'incedere senza fasto o rudezza o rigidità; graziosità sobria nel parlare, temperanza nei gesti, riverenza nel trattare con tutti, temperanza nel ridere, nel discorrere e tutto con la più grande naturalezza, e non solo qualche volta, ma continuamente, in ogni circostanza, con qualunque persona, in ogni luogo. […].

Sembrava che avesse davvero l'aureola della santità attorno a sé, ché difatti da tutta la sua persona traspariva come un fluido spirituale, e all'esterno veniva rispecchiata la grandezza, la bellezza, lo splendore della sua anima. Ma come fare a descriverlo? Bisogna averlo veduto! Chi l'ha veduto ha visto un uomo tutto di Dio […]. Sapeva di essere nipote di un santo [Giuseppe Cafasso] e voleva ad ogni costo essere santo anche lui, diceva, e ci riuscì» (G. Cravero)

Riflessione

  • Giuseppe Allamano credeva che la santità fosse la prima e vera vocazione di ogni cristiano. Come vivo io la chiamata alla santità? Uso tutti i mezzi per raggiungerla?
  • “Essere straordinari nelle cose ordinarie”: questo fu il suo segreto. Qual è il mio?

Padre nostro, Ave Maria, Gloria.

Beato Giuseppe Allamano, prega per me.

Preghiera per chiedere la canonizzazione del Beato G. Allamano

Dio nostro Padre,
ti ringraziamo per aver annoverato
Giuseppe Allamano tra i Beati della Chiesa.

Egli ha fatto risplendere tra di noi
la tenerezza della tua paternità;
ha onorato Maria Consolata
come madre piena d’amore
e ispiratrice della Missione tra i popoli.

Ti chiediamo ora di donare alla Chiesa
la gioia di venerarlo tra i santi
come testimone esemplare
dell’annuncio di Gesù e del suo vangelo.

Umilmente ti supplichiamo
di esaudire per sua intercessione
quanto il nostro cuore, con fiducia, ti chiede.
Per Cristo nostro Signore.

Amen.

In occasione dell'anniversario della fondazione dei due Istituti, il 29 gennaio, a Torino, i Missionari e le Missionarie della Consolata si sono riuniti per una Messa di ringraziamento.

“Sono 123  e 114 anni di storia divina e umana, che ha segnato la vita della Chiesa grazie al sì iniziale a Dio del Beato Allamano e di migliaia di missionari e missionarie che hanno testimoniato, con la loro vita consacrata e il sacerdozio come si ama, si lavora e ci si sacrifica per la Chiesa e per l’annuncio del Vangelo”. Ecco quanto ha ricordato il Padre Pietro Luigi Moretti, parroco della parrocchia Maria Regina delle Missioni, durante la celebrazione eucaristica presieduta da lui nella cappella della Casa Madre delle Missionarie della Consolata, nel giorno in cui festeggiava il suo Giubileo d’oro sacerdotale: 50 anni di ordinazione.

20240202Torino2Contemporaneamente, Suor Ana Ortiz (foto), missionaria della Consolata brasiliana, che lavora nella infermeria della Casa Madre IMC a Torino, ha festeggiato il suo Giubileo di vita consacrata.

“Devo solo dire grazie per i miei 50 anni di vita religiosa. Non pensavo di arrivare, ma con la grazia di Dio ce l'ho fatta”, disse Suor Ana, aggiungendo: “Sono felice di aver camminato con Lui e per Lui cercando sempre di testimoniare il suo amore per noi nelle missioni in Portogallo, Tanzania e ora in Italia. Non mi sono mai pentita di aver seguito la chiamata missionaria. Dio è sempre stato con me. Dal profondo del cuore, ringrazio Gesù per la sua chiamata. Sono grata anche al Fondatore e alla Consolata che mi danno forza e coraggio. Grazie mille”.

Nella sua omelia, il Padre Pietro Moretti ricordò che “l’anniversario della fondazione dei nostri Istituti diventa occasione per una celebrazione che, richiamandosi al passato, rafforza la speranza nel nostro futuro. Ma ancora di più, diventa per noi un dono e un invito del Signore a fermarci un momento per valutare la nostra vita e la nostra missione”.

Guardando alla storia possiamo vedere la “fecondità dell’eredità allamaniana che, dopo la morte del Fondatore, è diventata annuncio globale del Vangelo, che dall’Africa  si è esteso su quattro continenti, in un processo di continuo rinnovamento e adeguamento alle varie realtà del mondo che cambia e nella fedeltà al carisma ricevuto da lui. Uno sguardo attento al nostro presente ci invita, poi, ad avere il coraggio di ripartire dalle nostre debolezze, lasciando a Dio l’iniziativa e il primato”.

In questo senso, Padre Moretti ha quindi sottolineato che il beato Giuseppe Allamano ci invita “ad avere coraggio per il presente e soprattutto per il futuro. E lo diceva in riferimento alla Consolata: ‘Noi siamo un miracolo vivente delle grazie della Consolata’. E con Padre Ferrero commentava: ‘Guarda Ferrero, l’Istituto andrà giù, giù; ma non si perderà, perché è della Consolata’.

Giubileo sacerdotale e di vita religiosa

Commentando il suo giubileo sacerdotale e il giubileo di vita consacrata di suor Ana Ortiz, il Padre Moretti ha ricuperato le parole del beato Allamano: “‘A ciascuno di voi il Signore ha rivolto la stessa chiamata dei dodici… Considerate pure tutte le vocazioni, non ne troverete una più grande di questa… Per voi il Signore ha esaurito tutto il suo infinito amore in fatto di vocazione perché vi ha dato la sua stessa missione… Voi siete costituiti a pieni poteri salvatori di anime, altrettanti Gesù Cristo sulla terra.’

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 Padre Pietro Luigi Moretti, presiede la Messa di ringraziamento per il suo Giubileo d’oro sacerdotale.

Dopo aver ricordato questi pensieri del Fondatore, il nostro missionario che celebrava il giubileo ha messo in evidenza alcuni motivi di ringraziamento:

“- Mai come oggi, sentiamo di lodare la Trinità, di ringraziare il nostro Fondatore e coloro che ci hanno preceduto con l’oblazione di questa storia secolare.

- Mai come oggi, sentiamo di assumere l’impegno di essere fedeli al Vangelo, alla nostra vocazione e alla Chiesa. ‘Voi dovete essere missionari nella testa, nella bocca, nel cuore, e cioè nei pensieri, nelle parole e nelle opere’, ci ha detto il Fondatore.

- Mai come oggi, comprendiamo il valore del nostro «essere famiglia», rinnovando tra noi l’impegno di vivere da fratelli e da sorelle nelle nostre comunità.

- Mai come oggi, avvertiamo “il bisogno di Vangelo” da parte del mondo e, così, la necessità della missione per far conoscere Gesù e il suo amore (...).

E finalizzò con un invito: “Sia, dunque, quella di oggi, una festa piena di gioia fraterna e carica di speranza nella convinzione che il cammino che facciamo, anche quando si presenta segnato da fragilità e insuccesso, non è su strade senza ritorno, ma ci conduce verso una maggiore comunione con Dio e gli altri (…)”.

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Missionari e Missionarie della Consolata durante un festoso momento conviviale.

“Il Beato Allamano di cui abbiamo iniziato il triennio in preparazione per la celebrazione del centenario della sua nascita al cielo nel 2026, ci incoraggia dicendo: ‘Ecco, miei cari, la strada che dobbiamo percorrere, ecco il fine che tutti dobbiamo sforzarci di ottenere. Dio non manca da parte sua, tocca a noi seguire l’invito di Gesù: siate perfetti com’è perfetto il Padre vostro’. Buona Festa a tutti.”

Un momento conviviale

La celebrazione che ha visto uniti i Missionari e le Missionarie della Consolata è poi continuata in un festoso momento conviviale, ben organizzato dalle Missionarie che ci hanno ospitato, dove è stato possibile condividere un pranzo ma soprattutto passare dei momenti insieme arricchiti da tanti ricordi di missione passata… e anche progetti di missione futura che alla fine era la sostanza di questa celebrazione.

Padre Pietro Moretti, IMC, parrocchia Maria Regina delle Missioni a Torino.

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Padre Pietro Moretti e Suor Ana Ortiz

Elenco di frasi, tradotte alla lettera dal latino, scritte dal Beato Allamano sul taccuino (cm 10,5 x 15,5) nel quale raccoglieva i pensieri degli esercizi spirituali. Se ne serviva per l’adorazione eucaristica. Possono servire oggi anche per noi suoi figli e figlie.

1.° Ego sum Jesus [Sono io Gesù].

2.° Accedite ad me et illuminamini [Venite a me e sarete illuminati].

3.° Venite ad me omnes qui laborati et … [Venite a me tutti voi che siete affaticati, ecc.].

4.° Fili, prebe mihi cor tuum [Figlio, dammi il tuo cuore].

5.° Ego sto ad ostium et pulso: aperi mihi [Sto alla porta e busso: aprimi].

6°. Gustate et videte quam ego suavis sum [Gustate e vedete quanto io sono soave].

7.° Discite a me quia mitis sum et humilis corde [Imparate da me che sono mite e umile di cuore]..

8.° Si indiges sapientia, postula a me et tibi dabo affluenter [Se hai bisogno di sapienza, chiedila a me e te la darà in abbondanza]..

9.° Quam exaltatus fuero, omnia traham ad me ipsum [Quando sarò innalzato, attirerò tutto a me].

10.° Deliciae meae esse cum filiis hominum [Le mie delizie sono stare con i figli degli uomini]..

11.° Quid ultra debui facere et non feci? [Che cosa avrei dovuto fare ancora che non abbia fatto?]..

12.° Multi cupierunt videre quae vos videtis et non viderunt [Molti desiderarono vedere ciò che voi vedete e non lo videro]..

13.° Tanto tempore vobiscum sum et non cognovistis me [È da tanto tempo che sono con voi e non mi avete conosciuto?].

14.° Ego sum panis vivus, qui de coelis discendi [Io sono il pane vivo, disceso dal cielo].

15.° Vulpes habent ubi... Ego autem non habeo ubi caput reclinem [Le volpi hanno dove... Ma io non ho dove posare il capo].

16.° Medius vestri stetit, quem vos nescitis [In mezzo a voi ci sta uno che non conoscete].

17.° Ecce ego vobiscum sum omnibus diebus usque ... [Ecco io sono con voi tutti i giorni fino ...].

18.° Ecco quel cuore che ha tanto amato gli uomini…

19.° Sitientes venite ad fontes [Assetati venite alle fonti].

20.° Qui manducat me, ipse vivet propter me [Chi mangia me, vivrà per me]..

21.° Veni fili, audi me, timorem Domini docebo te [Vieni figlio, ascoltami, ti insegnerò il timore del Signore].

22.° Aspice in me et miserere mei [Guardami e abbi compassione di me].

23.° Ego ipse qui loquetur ecce adsum [Sono io che ti parlo].

24.° Filium educavi, ipse autem sprevit me [Il figlio che ho educato mi ha disprezzato].

25.° Ego respicio per cancellos [Guardo attraverso i cancelli].

“Ciò che è ammirato nell'Allamano è l'equilibrio, la forza unita alla dolcezza, la proposta esigente con la comprensione dell'individuo. Fermo nei principi, era umanissimo nell'applicarli. Rigoroso nell'osservanza delle regole, viste come via tracciata da Dio per la propria santificazione e formazione, pronto a sospenderne l'applicazione quando la situazione lo richiedeva”. Scrive il P. Gottardo Pasqualetti sul Beato Allamano. Leggi l'articolo completo.

“CUORE DI PADRE”

Padre Gottardo Pasqualetti

I caratteri forti e attivi suscitano ammirazione. Possono anche creare difficoltà, se non vi è in essi una accentuata componente di umanità, che fa loro comprendere le inevitabili debolezze, le diversità di carattere, le stanchezze e i condizionamenti della vita. Il dinamismo può esprimersi in comportamenti duri e intransigenti nei riguardi degli altri.

Ciò che è ammirato nell'Allamano è l'equilibrio, la forza unita alla dolcezza, la proposta esigente con la comprensione dell'individuo. Fermo nei principi, era umanissimo nell'applicarli. Rigoroso nell'osservanza delle regole, viste come via tracciata da Dio per la propria santificazione e formazione, pronto a sospenderne l'applicazione quando la situazione lo richiedeva. Duro quando parlava dell'attaccamento ai parenti, era il primo ad interessarsi delle condizioni dei familiari dei missionari, a soccorrerli nelle loro necessità, a inviare a trovarli quando ne avevano bisogno. Il suo metodo era «rigorosamente paterno, nel senso che pur esigendo l'esatta osservanza delle regole, aveva un governo paterno... Data la sua oculatezza e la sua posizione, sapeva pesare le persone; scopriva ed avvisava anche dei difetti, ma senza mai venir meno ai principi della carità. Anche quando aveva motivo di trovare a ridire di qualche persona, terminava il suo discorso con un sorriso, dimostrando che non aveva malanimo con nessuno, in modo che la sua conversazione lasciava il cuore perfettamente tranquillo» (E. Bosia). Così, quando doveva richiamare al dovere «sembrava un po’ rigido, ma congedava sempre con tratto gentile e caritatevole, così che lasciava sempre una impressione buona» (L. Coccolo).

Perciò, chi ne rievoca la figura ne mette soprattutto in risalto la paternità: «cuore amoroso, pieno di santa premura per i suoi figli»; «vero padre, tutto cuore pei suoi figli, che solo si dice felice quando li vede al sicuro»; «padre benevolo, cui si sentiva portati ad aprire completamente l'anima in piena e devota confidenza»; «era il padre. Ufficio che nessun altro, forse, con altrettanta bontà ha esercitato» 1. Fin dai primi anni di sacerdozio, quando fu Direttore spirituale in seminario, i giovani trovarono in lui «la buona mamma dei chierici», «l’angelo consolatore», colui «che teneva nelle sue mani i cuori, che son sempre la parte più delicata e arcana degli animi giovanili», Più che Superiore si dimostrava padre e tutto riusciva ad ottenere con la persuasione, con l'affabilità e la dolcezza. Secondo il sistema piuttosto rigido dei seminari del tempo, non lasciava passare nessuna trasgressione. Ma i giovani di allora dicevano di trattenersi anche dal commettere «quelle innocenti sciocchezze proprie della gioventù per non recargli dispiacere. Tanto era il rispetto e l'amore che avevano per il loro educatore. E pure alcuni che furono dimessi dal seminario, ebbero a dire: «ci ha licenziati in modo tale che ne siamo commossi e l'abbiamo ringraziato»2.

Così sempre. «A tempo opportuno sapeva fare anche la correzione severa, ma la terminava sempre con la parola benevola, tutta sua, che consolava» (G. Nepote).

A P. Borda Bossana racconta: «Il Teologo Comba, sacerdote pio e buono, ma assai eccentrico, venne rimproverato dal Servo di Dio per non so quale motivo. Nel riferire a me, che gli ero amico, la riprensione di cui era stato oggetto, non solo dimostrò di non esserne offeso, ma mi disse accennando al Servo di Dio: credo che abbiamo in mezzo a noi un vero santo! Quale delicatezza e quanta carità nelle sue riprensioni».

Ma oltre al comportamento, il forte senso di paternità dell'Allamano ha un altro segreto: l'interessamento di cui ognuno si sentiva oggetto. Di lui si ricordano spesso le grandi imprese, le iniziative, ma si dovrebbe soprattutto dire che la sua prima preoccupazione furono le persone. Le opere sbocciarono quasi come riflesso del suo interessamento per il bene delle persone. Entrato giovanissimo al santuario della Consolata, trovò muri cadenti, disordine e disorganizzazione. Ma il problema più spinoso proveniva dall'ambiente umano. Oltre a quattro anziani religiosi che officiavano come potevano il santuario, vi abitavano forzatamente dei preti anziani che non avevano altri mezzi di sussistenza. Erano alberi vecchi e stanchi —disse l'Allamano — che non potevano più essere raddrizzati, e che bisognava accontentarsi di tenerli come erano, con tutte le loro stranezze. Inoltre, vi aveva trovato posto un pensionato per chierici e giovani preti universitari, appartenenti a diverse Congregazioni religiose. Tutte queste persone facevano vita in comune. È comprensibile che vi regnasse un «sordo malumore». Il predecessore dell'Allamano dovette dare le dimissioni. Infatti, «posto a capo di un grande santuario e di un ospizio, tra un manipolo di più anziani e più destri di lui e un'accolta di preti che l'età e i malanni rendevano al governo malagevoli, si trovava veramente male; non era contento e non accontentava» (C. De Maria).

L'Allamano si curò anzitutto di questa situazione. «Cominciò a migliorare il vitto, che era assai scadente; circondò di ogni attenzione tanto i religiosi addetti al santuario quanto i sacerdoti vecchi che erano all'ospizio» (N. Baravalle). Riguardo a questi, confidava a L. Sales di non aver messo alcuna regola, anzi di aver tolto quelle che c'erano, limitandole a due: puntualità ai pasti e riunione serale per un po' di lettura spirituale. E quando quegli anziani non si facevano vedere, andava a trovarli in camera, portava loro il cibo, riordinava la stanza, «facendo da infermiere e un po' tutto». Trovò una sistemazione decorosa per i religiosi addetti al santuario, anch'essi anziani e malaticci, facendo attribuire loro una pensione mensile vita natural durante. Pensò quindi alla riapertura del Convitto per giovani sacerdoti. Anche questo era causa di tensioni e malumori. Il provvedimento dell'Arcivescovo aveva suscitato divisioni e polemiche. I convittori avevano dovuto ritornare in seminario e andavano a scuola dall'Arcivescovo. E scalpitavano. Per sanare questa situazione e immettere una ventata di aria fresca nel servizio del santuario della Consolata, l'Allamano si assunse il compito di far rivivere il Convitto secondo lo spirito del Cafasso. Non si limitò a risuscitare l'istituzione e a renderla rispondente alle nuove esigenze della formazione sacerdotale, convinto che nulla si dovesse omettere di quanto può rendere più efficace il ministero. Si preoccupò soprattutto dei singoli individui. «Conosceva tutti i convittori, li studiava attentamente nel carattere e nelle attitudini. Li correggeva con carità e con dolcezza, tenendo sempre fermo per il dovere... Per chi era ammalato, e per chi si trovava in condizioni disagiate, egli era veramente una tenera madre ed un padre provvidente» (N. Baravalle).

«Trattava i convittori come un buon padre, interessandosi delle loro condizioni economiche, e riducendo la già tenue retta di pensione, e anche concedendone, a parecchi una totale dispensa. In casi pietosi sovveniva anche le stesse famiglie dei convittori» (F. Perlo). «Si interessava anche delle minime richieste; ascoltava tutte le difficoltà; era tutto per l'individuo con cui trattava; non dimostrava noia alcuna, non dimostrava preoccupazione di aver altro da fare, né paura di perder tempo, sembrava non avesse altro pensiero. Quando il visitatore gli aveva esposto il motivo della visita, egli rispondeva, dava il consiglio, la direzione, ma con un fare così paterno e persuasivo che si usciva dal colloquio con, la persuasione di essere stati compresi, e che la via tracciata era proprio quella da seguire, perché voluta da Dio, che aveva parlato per bocca del suo ministro» (G. Cappella).

I convittori, inseriti nel ministero sacerdotale, ritornavano ancora da lui, specialmente nei momenti di difficoltà. Ed egli continuava a seguirli, perché li aveva avuti con sé, e perché ebbe cuore di padre per i sacerdoti, che trattava con grande rispetto e carità. Aiutava materialmente quelli bisognosi, perché potessero vivere in modo dignitoso, li mandava dal suo sarto, pagava loro la retta, perché potessero partecipare agli esercizi, spirituali: «questi sono i primi poveri», diceva, ed erano da lui preferiti nella carità spirituale e materiale, perché più vicini al Signore. Aiutava gli scrupolosi, prendeva le difese di quelli ingiustamente calunniati. Sosteneva negli abbattimenti. Aveva cura dei malati, senza badare a spese. Attesta il Cappella: «Nel 1917 dovetti pormi a letto colpito da infermità, che il Dott. Ariotti diagnosticò polmonite. Disse che occorreva riscaldare la camera, e assicurare una assistenza continua. Tale relazione venne portata al Rettore dall'economo, il quale si permise di osservare che una polmonite poteva esigere un mese, ed anche più di degenza, con una spesa non indifferente per il riscaldamento e l'assistenza; aggiunse, come suggerimento: "perché non potrebbe essere mandato al Cottolengo? Là sarebbe assistito e curato". "No, no", rispose il Servo di Dio non dissimulando il suo stupore per tale proposta. "L'ammalato, da venti e più anni lavora al Santuario senza mai misurare i giorni e le ore. E lei avrebbe il coraggio di fargli domandare la carità al Cottolengo, per risparmiare qualche migliaio di lire? No, no, si provveda quanto occorre; si riscaldi la stanza, si chiami un infermiere di giorno ed una suora di notte per l'assistenza, e se anche il dottore chiedesse un consulto con qualche professore, lo si faccia venire subito; procurate che nulla manchi di quanto possa contribuire a superare questa malattia, onde questo sacerdote possa ritornare a riprendere presto il suo ufficio nel santuario". Tutti i giorni, e anche più volte al giorno, il Servo di Dio veniva a confortarmi durante la mia degenza a letto, che durò oltre un mese, finché, guarito, potei tornare alle mie consuete occupazioni».

Non trascurò neppure i Superiori, spesso i più soli nelle loro infermità. Attesta L. Sales: «Mi raccontava che Mons. Gastaldi, negli ultimi anni, per il male di cuore di cui soffriva, andava soggetto a crisi di malinconia, ed egli ciò sapendo, con una scusa o con un'altra si portava da lui per tenergli compagnia e confortarlo».

Uguale attenzione ebbe per il can. Soldati, Rettore del Seminario, quando fu esonerato dalla sua carica a causa di malelingue. Ne fu umiliato da morirne di crepacuore. Non trovava altra consolazione che andare «sovente alla Consolata per lenire in sante conversazioni il suo dolore e ricevere una buona parola» (E. Bosia). L'Allamano lo assistette con grande carità anche nell'infermità e ne raccolse l'ultimo respiro. Così fece per il Robilant e per altri.

Una cura particolare aveva per i sacerdoti in difficoltà vocazionali: erano da lui cercati o a lui mandati dai loro vescovi, per richiamarli al bene, ravvivando la fiammella fumigante che rischiava di spegnersi. «Durante la sua permanenza a Rivoli era continuamente visitato dai sacerdoti, i quali ricorrevano a lui per direzione, per consiglio e per conforto. Alcuni si trattenevano a lungo con lui, altri ne vidi uscire in lacrime. Egli stesso diceva che ne aveva sistemati e salvati parecchi, interessandosi ai loro casi, e rimettendoli sulla buona strada» (Sr. Emerenziana).

Così, durante gli esercizi a Sant'Ignazio, «nella sua stanza c'era sempre qualcuno, sì da dover attendere per potergli parlare. Ed è lì, nel segreto di quella camera, a tu per tu con le anime bisognose, che il Servo di Dio operò il maggior bene, noto solo a Dio» (L. Sales). Tra gli esercitandi attiravano le sue speciali e più premurose cure «i sacerdoti inviati dai propri Superiori a fare il ritiro obbligatorio. Sapeva comprenderli e confortarli; li assisteva paternamente e faceva sì che ritornassero dal ritiro del tutto migliorati nello spirito e nei propositi» (G. Cappella).

Non dimenticava coloro che avevano abbandonato il ministero, perché, diceva, «bisogna distinguere il carattere sacerdotale dalle miserie umane», e «cercava di far giungere loro una buona parola. E se venivano a lui, li riceveva con cuore di padre» (L. Sales).

La stessa fondazione dell'Istituto missionario ha le sue premesse nel desiderio di provvedere al bene delle persone. Lo si ricava dai numerosi documenti che dovette redigere in proposito. La spinta a quest'impresa egli afferma di averla avuta dalla constatazione che molte vocazioni alle missioni non si realizzavano per la mancanza di una istituzione idonea. Ve n'erano certamente. Ma i giovani non le trovavano rispondenti ai loro sentimenti, o troppo estranee alla loro origine. Oppure, come egli stesso aveva riscontrato in diversi casi, il bene spirituale delle persone veniva seriamente compromesso «per mancanza di una mano paterna che li dirigesse», o non si garantiva l'assistenza in caso di malattia, anzianità, impossibilità di continuare il lavoro missionario. Perciò, l'Allamano pensa a una schiera di missionari che operino soltanto per amore delle anime, «tutti uniti in un determinato territorio, in dipendenza di superiori propri, ed avere così quel vicendevole incoraggiamento ed aiuto, che mancano a persone disperse in diversi luoghi e sotto estranei superiori».

Quando potrà varare il suo progetto, una delle sue caratteristiche e insieme la maggiore preoccupazione del Fondatore sarà che risponda allo stile di una famiglia. È necessario che chi dà addio alla propria casa e alla propria patria trovi una nuova famiglia, in cui tutti si amano, si accolgono e si aiutano come fratelli. Una famiglia in cui tutto deve diventare comune, in cui, soprattutto, ci sia l'attenzione all'altro, alle sue gioie e sofferenze, come alle sue necessità e fatiche. Infatti, questa famiglia ha un padre, che «si preoccupava delle minime necessità, tanto materiali come spirituali di ognuno. Si interessava poi grandemente dei parenti dei membri dell'Istituto, specialmente delle loro mamme. E quando avvertiva qualche necessità, senza esserne pregato, sovveniva con larga generosità» (G. Barlassina). Quando la famiglia divenne più grande, seppe ugualmente seguire ognuno personalmente, per mezzo della corrispondenza epistolare.

Si interessava dei singoli missionari anche quando avevano raggiunto il luogo del loro lavoro. Si informava dei loro successi, delle necessità, delle stanchezze. Li seguiva attraverso i loro diari, si preoccupava che nulla mancasse loro di quanto era possibile provvedere. Era sempre lui a lenire la piaga quando nella famiglia del missionario succedeva qualche disgrazia.

Nelle direttive date alla giovane superiora, Sr. Margherita De Maria, è riflesso il suo spirito di padre: «abbi grande pazienza, incoraggiando, consolando, sempre correggendo maternamente... Far coraggio a tutte... Raccomanda sempre grande carità, longanimità... Sostenere, animare, correggere, portarle all'altezza della loro missione». Saper pazientare, compatire, richiamare con dolcezza, curare il contatto personale, proporre ideali per essere all'altezza della propria missione: è il segreto della sua paternità.

Ognuno poteva rendersi conto del suo amore di padre nella trepidazione per i figli lontani, nel dolore per il distacco da loro, nella preoccupazione per i pericoli cui andavano incontro. Confessava di non aver mai perso il sonno per problemi di ordine materiale, pure gravi, ma per il pensiero delle persone, sì. La sua prima visita all'Istituto era per gli ammalati, che chiamava gli «incensieri della comunità». Si intratteneva con essi, li confortava, li raccomandava alle cure dell'infermiere. La partenza dei suoi missionari, cosa normale per un Istituto che ha per scopo le missioni estere, non era mai qualcosa di normale e scontato. Finché poté, li accompagnava alla stazione, li benediceva, e si allontanava silenziosamente, non nascondendo l'intima commozione. «Il cuore del padre non è acqua», diceva, perciò «si stacca una parte di me stesso», è uno «schianto», «è sangue» 4. Lo sosteneva soltanto il pensiero di seguire la volontà di Dio. Così, il periodo della guerra fu certamente il più doloroso per lui, a causa delle ristrettezze materiali, dell'arresto nel lavoro missionario, della requisizione dei locali della Casa Madre. Ma più di tutto, sentì «sanguinare il cuore» per la chiamata alle armi di studenti e missionari. Ne parla continuamente, scrive loro, invia aiuti, si dà da fare per anticiparne l'esonero. Ancora più delicata, fu l'opera di reinserimento dei reduci dalla guerra, stanchi, delusi e frustrati. In molti seminari, coloro che avevano affrontato intemerati le prove della guerra, non riuscirono a superare quelle dell'inserimento nel ritmo di vita seminaristica. Nell'Istituto, quasi tutti ce la fecero. L'Allamano ebbe pazienza, usò tolleranza per il loro comportamento a volte scanzonato a cui li aveva abituati la trincea, li incoraggiò a riprendere gli studi, diede loro incarichi di fiducia. Un testimone di quel periodo attesta: «Fu certamente l'amore del cuore paterno e materno allo stesso tempo del Padre, che rese più facile l'assorbimento alla vita di comunità di tutti quei giovani o quasi adulti, che tornavano da un ambiente così diverso da quello in cui erano cresciuti prima della guerra» (G. Bartorelli).

L'Allamano poteva dire, senza temere di essere smentito: «Il Signore poteva servirsi di un altro certamente, e che avrebbe fatto meglio di me. Avrebbe avuto più tempo di occuparsi di voi; ma un'altra persona che vi voglia più bene di me, non lo credo» Ecco perché a lui si ricorreva «come a un padre, mettendolo a parte delle pene, dubbi, timori». Ecco perché fu padre ascoltato: «ammaestrava, lavorava le anime in profondità, riscuotendo sempre ogni volta: ammirazione, confidenza e affetto maggiore» (T. Gays). Le sue conferenze erano attese con ansia, partecipate come «un incanto». Ma «la gioia di udire la sua voce, così paterna e suasiva», si trasformava nella «volontà di mettere in pratica i suoi insegnamenti» (B. Falda). Bastava anche una sola parola scritta su un'immaginetta, a ridare coraggio, a spronare a perseverare nella vocazione. È la forza della paternità.

È un carisma personale. Però, l'Allamano vuole che qualcosa di esso permanga tra i suoi missionari: nel comportamento dei Superiori, nello spirito di famiglia, e anche nell'apostolato. A proposito dei catechisti, egli raccomandava ai missionari: «deve essere impegno di tutti cooperare alla loro formazione, preparandoli con studio e cura speciale alla stazione (missione) prima di inviarli al Collegio, e riavutili, amarli, facendo fare loro come vita di famiglia; istruirli con un po’ di conferenza giornaliera; entusiasmarli al loro ufficio, abituarli al resoconto serale, acciocché si tengano al corrente di quanto succede nel paese, sui malati, i bambini, ecc.» 6. La spiritualità del missionario è spiritualità di presenza, di rapporti personali, di attenzione all'altro, con amore. È lo spirito dell'Allamano. Il senso di presenzialità che ebbe nei riguardi di Dio e delle cose di Dio, lo visse nei rapporti con gli altri, con la stessa attenzione e carica di amore. Per questo si poté dire di lui che «fu eminentemente padre» (E. F. Vacha).

1 Testimonianze di M. Mauro, B. Falda, G. Cappella, A. 'Cantono.

2 Testimonianze di C. De Maria, Mollar, P. Marchino, B. Stobbia, G. Bonada e altri.

3 Cf. Lettere del 6 aprile 1891 a C. Mancini e del 6 aprile 1900 al Card. A. Richelmy.

4 Cf. Conferenze, I, 500, 610.

5 Cf. ivi, I, 492.

6 Lettera circolare ai missionari del Kenya, 25 dicembre 1912. l VS, 315; Conferenze, I, 129

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