Mons. Luis Augusto Castro Quiroga, IMC (1942-2022), originario di Santa Fe di Bogotà -Colombia, compiuti i regolari gli studi nel suo paese e alla Pont. Università Urbaniana di Roma, fu ordinato sacerdote nel 1967. Dopo un periodo impiegato nell’educazione e nell’insegnamento dei seminaristi, venne nominato superiore della Regione Colombia del  nostro Istituto. Nel 1981 fu eletto consigliere generale e, verso il termine di questo servizio, la Santa Sede lo nominò Vicario Apostolico di Florencia (1986). Nel 1998 fu trasferito nell’archidiocesi di Tunja. Morto il 2-8-2022 a Bogotà.

È stato una figura nota in tutta la Colombia per il suo impegno sociale e la sua ferma leadership a favore della pace nel Paese. Con la sua narrazione ha fatto della missione, intesa in molti modi, un modo gentile e coinvolgente di essere in contatto con il mondo intero. Qui riportiamo la commemorazione tenuta a Roma il 12 ottobre 1986, per il 60° anniversario della morte dell’Allamano.

(Padre Piero Trabucco, IMC, Casa Natale dell'Allamano)

 

La Quaresima è un periodo liturgico di quaranta giorni –che inizia il Mercoledì delle Ceneri e termina il Giovedì Santo prima della celebrazione della Cena del Signore– che si concentra su tre pilastri spirituali: preghiera, digiuno e carità. Diversi teologi, pastoralisti e santi hanno fatto innumerevoli riflessioni sull'importanza della Quaresima nella sequela di Gesù Cristo. Anche il Beato Giuseppe Allamano ha riflettuto profondamente sul tempo liturgico della Quaresima. Per lui, la Quaresima ha a che fare con quanto segue:

Un tempo favorevole

Egli definisce la Quaresima un tempo favorevole e lo è perché giova, spinge e incoraggia qualcosa o qualcuno; "In essa il Signore accetta volentieri ciò che facciamo, ascolta le nostre suppliche, più che negli altri tempi. Quindi bisogna scuoterci, non lasciarla passare invano” (CVV 67). Dobbiamo valorizzare questo tempo quaresimale per essere più uniti a Dio e pensare a Gesù e sfruttare questa occasione per "non essere nel numero di quelli che vanno avanti così, così…" (CVV 67).

Un tempo speciale di penitenza e di preghiera

20240304AllamanoPenitenza significa conversione del peccatore e designa l'insieme di atti interiori ed esteriori volti a riparare il peccato commesso. “Noi –diceva il Beato Giuseppe Allamano– non siamo ancora come quei santi che si nutrivano di pane e acqua. Ad ogni modo lo spirito di penitenza ci vuole: abituarsi alle esigenze della vita. Il Signore vuole il sacrificio minuto, perenne, piccolo. Ci sono tanti modi di fare penitenza e di digiunare. Chi non digiuna in un modo, bisogna che digiuni in un altro. Oltre il digiuno del cibo c’è pure quello degli occhi, dell’immaginazione e dello spirito” (CVV 67). Quindi, la Quaresima è un momento opportuno per frenare, con l'aiuto dello Spirito Santo, le passioni disordinate nella nostra vita.

Allo stesso modo, durante la Quaresima abbiamo l'opportunità di crescere nella preghiera, nella nostra capacità di parlare con Dio e con Gesù. Egli stesso ci ha insegnato che non si tratta di parlare per il gusto di parlare, ma di stabilire un rapporto di amici che si conoscono bene e si amano. Per il Beato Giuseppe Allamano “Pregare è necessario per vivere bene. Bisogna vivere di vita interiore. Ogni nostra azione, spirituale o materiale, incominci da Dio e termini in Dio. Questo è lo spirito che deve accompagnarci ogni giorno e tutti i giorni, così la nostra vita sarà veramente tutta del Signore. (CVV 175).

In relazione alla Quaresima, José Allamano raccomanda la recita e la meditazione del Salmo 50 (miserere): “è opportuno essendo un salmo penitenziale, composto da Davide dopo il suo peccato. Esso ci insegna il timore, la speranza e i buoni propositi. Esaminiamolo ed applichiamolo a noi” (CVV 68).

Tempo per la crescita spirituale

La crescita spirituale è il processo di diventare sempre più simili a Gesù Cristo; quando poniamo la nostra fede in Gesù, lo Spirito Santo inizia il processo di renderci più simili a lui, conformandoci alla sua immagine. Lo spiega bene la seconda lettera di Pietro, dove ci viene detto che i doni di Dio "se li avete in abbondanza, non vi lascino oziosi o infruttuosi per la conoscenza del Signore nostro Gesù Cristo" (2 Pt 1,8).

Giuseppe Allamano ancora riflettendo sul salmo 50 invita ad applicare nella vita quotidiana ciò che ispirava “ognuno, a proprio profitto spirituale, vi faccia le applicazioni che Dio gli ispira. Imparate a capire questo, così in missione sarete aiutati (CVV 68).

* Padre Lorenzo Ssimbwa , IMC, lavora con la popolazione afro della diocesi di Buenaventura in Colombia.

Mons. Giovanni Battista Ressia (1850-1933), originario da una famiglia di contadini di Vigone (TO), fece i primi studi fino alla filosofia tra i Tommasini del Cottolengo. Entrato nel seminario diocesano di Torino nel 1868, divenne compagno di classe dell’Allamano, al quale fu legato da sincera amicizia. Ordinato sacerdote nel 1873, dopo il biennio di perfezionamento nel Convitto Ecclesiastico, fu viceparroco a Bra e poi segretario del Vescovo di Pinerolo. Nel 1880 conseguì la laurea in teologia, divenendo professore in seminario. In seguito, fu nominato parroco di Bricherasio (TO) e nel 1897 venne ordinato vescovo per la diocesi di Mondovì.

Il Ressia sostenne l’Allamano in tutte le sue iniziative, specialmente per la fondazione dei due Istituti Missionari. La commemorazione dell’Allamano fu tenuta da Mons. Ressia, il 23 marzo 1926, durante il solenne funerale di “trigesima” nel santuario della Consolata. È sempre commovente rileggere questo discorso commemorativo, anche perché fu pronunciato in quel santuario da dove pareva che l’Allamano non si fosse mai allontanato. Lo pubblichiamo integro, certi che da esso appare da quanto affetto e da quale ammirazione fosse circondato l’Allamano da vivo e da morto.

LA COMMEMORAZIONE DELL’ALLAMANO 1926

di Mons. Giovanni Battista Ressia

«È Gesù, che lontano da Betania e nascosto nelle solitudini di Gerico, annunziava agli Apostoli la morte di Lazzaro con queste tre parole: Amicus noster dormit – l’amico nostro dorme. Parole che solo furono intese bene, quand’Egli, giunto al sepolcro del morto da quattro giorni, lo richiamava a vita con la stessa facilità con cui avrebbe svegliato un dormiente. Per Lui la morte non è che un sonno, onde l’Amicus noster dormit. Parole che poi tanto consolarono le sorelle Marta e Maria e il popolo piangente con esse; parole che traversarono i secoli gettando luce divina sopra i sepolcri cristiani e consolarono quanti piangono un loro caro defunto. Il morto vive; chi dorme si sveglierà.

L’ho ricordato a me stesso quell’Amicus noster dormit, quando il 16 febbraio, vigilia del Pulvis es (Mercoledì delle Ceneri) mi giunse un telegramma ad annunciarmi la morte tua, o carissimo Canonico Giuseppe Allamano, mio compagno di Seminario e di Sacerdozio, modello a tutti di virtù e di opere sante. E Voi, devoti della Consolata, che l’aveste per tanti anni a Rettore ed angelo buono; Voi sacerdoti, amici e cooperatori, che lo avvicinaste ogni giorno partecipando ai suoi pensieri e al suo amore; Voi specialmente Figli e Figlie del cuor suo, generati da Lui alle Missioni d’Africa, da chi voi potreste aspettare un conforto se non dal Consolatore divino, da Gesù?

Venga egli perciò anche a noi, qui, in questa vera Betania dove tanti lo amano e stanno pregando attorno a questo monumento di morte, e ci ripeta la sua parola consolatrice: Amicus noster dormit. Sì, il Can. Allamano fu un vero amico di Gesù, un amico nostro, un amico che si è addormentato nel Signore. Perché non consolarci?

L’amico di Gesù

Sappiamo che l’amicizia importa una certa eguaglianza e rassomiglianza, con una reciproca comunicazione di beni. Ma quis ut Deus? Egli l’infinito e noi un atomo, un nulla piano di miserie e di peccati. Però l’amore vince tutto; e Dio superando ogni distanza si abbassa fino al nostro nulla per imprimere in noi nella creazione la sua immagine e rassomiglianza, ed apparire nella redenzione come uno di noi in similitutinem carnis peccati (Rom VIII,3): tutto per comunicarci i suoi doni, e per ricevere corrispondenza di amore. È la grazia, l’amicizia tra Dio e noi; onde la parola di Gesù: Voi sarete i miei amici se farete quanto vi comando; e quell’altra detta in piena confidenza nell’ultima Cena agli Apostoli: Jam non dicam voi servos, sed amicos meos... perché quanto seppi ed ebbi dal Padre mio tutto a voi ho confidato (Giov. XV,15). - Un santo Sacerdote, ecco un vero amico di Gesù.

Nessun dubbio che tale sia stato il Can. Allamano prima e dopo l’ordinazione sacerdotale; lo direi anzi un Beniamino di Gesù, un sacerdote suo prediletto. Aveva da pochi giorni vestito l’abito chiericale, e per sette anni divisi con Lui e con gli altri compagni di corso la vita nella scuola, nello studio, nelle ricreazioni e passeggi, nelle opere di pietà. Egli era il nostro modello per il fervore nella preghiera, per le comunioni frequenti, per l’attenzione ai professori, per l’applicazione allo studio, per la pazienza e amabilità con noi, per l’obbedienza, per lo splendore dell’angelica virtù. Non lo vidi mai turbato o irrequieto, sempre in pace, amato da tutti. - Perciò nessuno di noi fece le meraviglie al vederlo ben presto dai Superiori addetto al servizio della sacristia e dell’altare, né quando, l’ultimo anno teologico, ci fu dato a Prefetto di Cappella, cioè il primo di tutti i chierici del Seminario. Si sapeva da tutti che il più vicino al cuore di Gesù, il più amico suo era l’Allamano, cui nessuno avrebbe osato paragonarsi.

Non so tuttavia se altri godesse come me delle sue confidenze. Pareva preferirmi perché di carattere a Lui più contrario, e più bisognoso della sua carità. Ed ho potuto così scoprire anche meglio le industrie sante con le quali restituiva a Gesù le grazie ricevute; nel che sta appunto il segno dell’amicizia: la reciproca comunicazione dei beni. Mi diceva adunque un giorno: Che fortuna per noi! Possiamo farci molti meriti col fare tutto e sempre alla presenza del Signore e per amor suo; il piccolo diventa grande ... Era la dottrina di S. Paolo: Sive manducatis, sive bibitis, ect... [ ... ] e mi spiego ora perché il mio compagno fosse sempre così raccolto, silenzioso, puntuale, scrupoloso nelle cerimonie di chiesa, fervoroso in tutte le opere di quella pietà che ad omnia utilis est, promissionem habens vitae quae nunc est et futurae (1 Thim. IV,8). - Oh, avessi saputo approfittare de’ suoi consigli, non sarei tanto povero davanti a Dio! Ma voi, giovani, fatene tesoro, e beati voi se saprete restare sotto lo sguardo di Dio, operare per amor suo e vivere cos’ nella sua grazia. Egli non si lascia mai vincere in generosità con le anime che sanno darsi senza riserva.

Venne intanto il giorno della nostra ordinazione sacerdotale (6 giugno 1873). Il Diacono Allamano per mancanza di età dovette attendere a settembre, e toccò a me celebrare la prima Messa in Seminario, e distribuire la prima comunione. Sicché il primo cui diedi Gesù venuto allora nelle mie mani, fosti tu, Diacono Allamano! E ricordo la commozione reciproca quando poco dopo ti avanzasti coi chierici di camerata a baciarmi le mani. - Tre mesi dopo anch’egli era inginocchiato ai piedi dell’Arcivescovo Mons. Lorenzo Gastaldi, che gli ripeteva in nome di Gesù: Non dicam vos servos, sed amicos meos: e si alzava Sacerdote con nella mano destra l’ostia e il calice, nell’altra le chiavi del cielo, sulle labbra la parola di Gesù, e nel cuore l’amore di lui e delle anime.

Lo rividi cinquant’anni dopo, qui, a quell’altare (della Consolata), circondato dai compagni superstiti, da beneficati, da amici, da popolo devoto, pel suo giubileo sacerdotale. Aveva la fronte coronata di bianchi capelli, ma in tutto era ancora lui, raccolto, devoto, maestoso, preciso nelle cerimonie, e ripeteva a ragione: Entrerò all’altare di quel Dio che rallegra la mia giovinezza.

L’amico nostro

Col salire al Sacerdozio l’amico di Gesù era diventato anche Amicus noster (amico nostro) ... delle anime per le quali consumerà la vita. Sognava come ognuno de’ suoi compagni di passare dal Convitto Ecclesiastico ad una Vicecura in qualche paesello, sotto esperta guida per iniziare la sua carriera. Ne fece breve prova edificando e attirandosi tutti i cuori; ma l’obbedienza lo richiamava presso il Seminario a continuare l’opera dell’indimenticabile Canonico Soldati, nell’ufficio delicatissimo di Direttore dei Chierici; ufficio che aveva del Censore di disciplina, ma più del Padre spirituale. Agli insegnanti il coltivare le intelligenze, al direttore di plasmare i cuori e preparare le anime al Sacerdozio. Se qui si trovasse chi allora gli era stato suddito, dica qual Angelo buono incontrò nel Teol. Allamano, qual padre amoroso a provvederlo in tutte le necessità, qual tenera madre a compatirlo e consolarlo! Trovò quasi un altro Gesù che preparava i Discepoli all’Apostolato. E il Direttore era felice nella carica assegnatagli dall’obbedienza.

Altri disegni aveva su di lui la Provvidenza Divina. Si facevano sentir vivi in quei giorni nuovi bisogni in Torino e nella vasta Archidiocesi. La città andava febbrilmente dilatandosi e migliorandosi nelle sue condizioni, mentre il Santuario della Consolata, cuore dell’antico Piemonte e sì caro ai Principi ed al popolo, deperiva quasi abbandonato, ed era per di più senza il suo Rettore. L’Archidiocesi poi lamentava da qualche anno che il giovane clero non trovasse più all’ombra del Santuario quella direzione pratica che, iniziata dal Guala con il Convitto Ecclesiastico, proseguita dal Servo di Dio il Cafasso e poi dal Bertagna, aveva per tanti anni portato a singolare altezza il clero Piemontese. Un ultimo soffio di rigorismo aveva disertato quel nido e dissipati come nel Getsemani i nuovi Apostoli. Il duplice caso pesava sul cuore di tutti, ma più del Teol. Allamano, che di Mons. Bertagna era conterraneo e che del Cafasso era per di più nipote da parte di madre e ne portava il nome di Giuseppe. Il Don Cafasso pregava certamente dal cielo; ed ecco cessare, quasi improvvisamente, ogni vento contrario. «Va, disse un giorno una voce misteriosa a Francesco d’Assisi, va e ripara la mia chiesa». Andò, ristorò prima la chiesa di S. Damiano; poi la chiesa delle anime con la istituzione di tre Ordini religiosi.

“Va alla Consolata e ripara” disse la obbedienza all’Allamano. Ed eccolo in giovane età già Rettore qui, dove una pena gli stringe il cuore, un pensiero lo assilla del continuo. “Ripara, ripara”. La decisione è presa. Non ostante gravissime difficoltà finanziarie e tecniche ... e dopo pochi anni ecco ristorato e ampliato il Santuario, ricco di ori e marmi, servito da santo e numeroso clero, frequentato dalla città al Piemonte, tornato alla sua vita di prima Basilica e trono degno della Regina e Madre, Consolatrice degli afflitti. Mancavano tuttavia i Paggi d’onore, i messi da spedire attorno, onde riparare il tempio morale delle anime comprate a prezzo di sangue divino. Ed ecco l’altro miracolo: il Convitto Ecclesiastico presto si riapre, i giovani sacerdoti di nuovo attorno alla Sede della Sapienza, e il Rettore ne sarà per anni anche Maestro di Conferenza pratica e modello di virtù. Egli avrà un personale scelto che lo aiuta; e il popolo cristiano canterà presto il suo ringraziamento alla Consolata per il regalo di giovani sacerdoti esperti e zelanti nel condurre le anime al cielo.

Dopo tali conquiste poteva il Can. Allamano l’Amicus noster dire a sé stesso: “Basta”. Ma il fuoco non dice basta mai; o si dilata o si spegne. - Quando l’Apostolo prediletto terminò la missione speciale di assistere la Madre di Gesù assunta in cielo, diventò Missionario ed Apostolo dell’Asia Minore, Evangelista del mondo. L’Allamano, custode del Santuario di Maria e della sua Corte, sente anch’egli il bisogno dell’Apostolato. Fin da chierico aveva sognato le Missioni e chiesto di recarsi a Genova nel Collegio Brignole Sale. Impedito allora dai Superiori, provvisto ora alle più gravi necessità, ecco il tormento della sua giovinezza. Ne soffre ed ammalato, ma invierà falange di giovani missionari e missionarie sotto lo stendardo della Consolata a illuminare e consolare i negri dell’Africa, loro porterà la luce e la civiltà cristiana, aprirà un campo vastissimo a quanti desiderano glorificar Dio e salvare le anime dei più infelici fra i nostri fratelli. - Già è pronta la Casa delle missioni col suo Statuto; sono aperte le porte ai generosi che primi salpano i mari e s’inoltrano fra terre bruciate dal sole e fra anime abbrutite dal vizio. Dal Cottolengo, così devoto alla Consolata e beneficato dal ven. Cafasso, ottiene le prime suore che, vere madri di carità, col sacrifizio anche della vita preparano i cuori e attirano le benedizioni di Dio. Pochi anni dopo ecco i Missionari e le Missionarie della consolata occupare nel continente nero ben quattro vastissime regioni illustrando insieme al mondo la Chiesa Cattolica e la patria italiana.

Ed ora non basta forse, o Amico? Sì, ma desiderava ancora di dare un Protettore celeste alle sue Opere. Chi dal cielo aveva ispirate queste opere e sostenute le sue forze fisiche e morali nel compierle? Per lui nessun dubbio che fosse il proprio zio materno, il Giuseppe Cafasso che tutti dicevano santo, che stabilì il Convitto su forti basi, e il Santuario della Consolata frequentò con amore. Non mancavano le prove dei miracoli o verranno. Perché dunque non collocarlo sugli altari? Lo volle con fiducia e vi riuscì. Or fa un anno Torino, Castelnuovo e il Piemonte erano in S. Pietro a Roma, per l’apoteosi di quel santo Sacerdote, gemma del Clero italiano e gloria delle nostre popolazioni. Era presente il nipote Can. Giuseppe Allamano, che al canto del Te Deum, come rapito, fissò a lungo gli sguardi nella figura gloriosa del Neo Beato; ma quando li abbassò, i suoi occhi erano pieni di lacrime, il suo volto pallido e sfinito, mentre egli mormorava forse come Gesù: Pater, opus consummavi quod dedisti mihi ut faciam (Joan. XVII,4). Preparò ancora le feste solenni dello scorso luglio, lo rividi una seconda volta in ottobre alle Conferenze dell’Episcopato Piemontese, e mi salutava accennando alla nostra vecchia carcassa tenuta su per miracolo ... e più non ci siamo incontrati quaggiù. Era l’ultimo addio. L’Amico di Gesù e l’Amico nostro stava per addormentarsi nel bacio del Signore.

L’amico dorme

Oh pregate, Voi tutti, conoscenti, amici, figli suoi! Fermatela quella mano che che si avanza per chiudere i suoi occhi col sonno della morte! Che pena per Torino e per il Piemonte all’annuncio della sua grave malattia! Quante suppliche e lacrime in questo Santuario perché il Rettore venisse ancora conservato! Che giorni di angoscia, che notti lunghe!... Ma per parte dell’infermo quanta rassegnazione alla divina volontà! Quali parole di esortazione e di conforto ai piangenti! E quanti sguardi e baci al suo Crocifisso! - Alle ore quattro del 16 febbraio, mentre il mondo preparava le sue ultime pazzie carnevalesche, alla vigilia delle Sacre Ceneri, Egli, il Can. Giuseppe Allamano, dopo aver per 52 anni offerto sugli altari il divino Sacrificio della Croce, sulla croce di un misero lettuccio, in povera cella di questo Convento consumava il sacrifizio di sua vita, e anch’egli Obdormibit in Domino.

Chi nel visitare la salma in quella stanzuccia o nella camera ardente fra pochi lumi e sotto lo sguardo del Beato Cafasso; ... nell’osservare l’aureola dei bianchi capelli, i lineamenti del volto immutati, le bianche mani stringenti una corona e il Crocifisso, tutto in un’atmosfera di santità e di pace, che non ha ripetuto a sé stesso: Amicus noster dormit? – Suora, questo morto non fa paura; e sono tutti così i morti? R. Sì, quando la loro anima è già in paradiso. Mamma, perché tanti fan toccare le medaglie e corone al Canonico? R. Perch’egli è un santo (Cronaca del giorno). E il popolo di Torino non ha detto anche la sua parola, come quello di Roma alla morte di S. Cirillo, venuto dalla Slavonia a dar conto al Papa della sua Missione? Vi morì, ma il trasporto suo, più che il funerale di un morto, parve il trionfo di un Santo. E vox populi, vox Dei.

Quanta fiducia che l’anima grande del nostro amico addormentandosi quaggiù abbia aperto gli occhi alla luce del cielo! Che le tante sue virtù e opere buone, le croci che incontrò sempre per via rassegnato fino all’ultima della morte, gli abbiamo presto aperto le porte del paradiso! - Egli però insegnava essere quasi impossibile ad un’anima camminare per il turbinio polveroso del mondo ed andarsene esente, mentre l’occhio di Dio trova macchie anche nella luce del sole. - Raccomandava fino all’ultimo di non dimenticarlo, ma di pregare per lui, mentre egli avrebbe pregato poi sempre per i suoi amici e figli. Perciò anche questo sacrificio di trigesima per il suo riposo, e le preghiere e le lacrime vostre, o ammiratori, amici e figli del Can. Allamano. E Voi, Eccellenza, raccogliete queste lacrime e preghiere, presentatele alla divina Misericordia per lui; instate, battete alle porte del cielo, importunate Gesù, perché l’anima dell’amico suo e nostro, arrivata a quelle porte ed affamata di lui, sia presto concesso il pane dell’eterna vita (Luc. XI). Che se già quest’anima fosse in cielo, vadano i nostri suffragi a quelle dei due compagni di Seminario che da pochi giorni lo seguirono; o vadano all’anima del grande Card. Cagliero, suo concittadino e gloria della Chiesa. Ma tu, o Canonico Allamano, non dimenticare poi quanti rimasero quaggiù desolati a piangere; e prega anche per chi depose, soffrendo, un sì misero fiore sulla tua tomba; e tieni lontano da lui la minaccia evangelica: Erano due che lavoravano nello stesso campo: Unus assumetur et alter relinquetur (Matth. XXIV,40)».

A colloquio con il postulatore della causa di canonizzazione

Il Beato Giuseppe Allamano, nato a Castelnuovo d’Asti (oggi Castelnuovo Don Bosco) il 12 gennaio 1851, morì a Torino il 16 febbraio 1926.

Della figura e del carisma del fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, sorti rispettivamente nel 1901 e nel 1910, ci ha parlato padre Giacomo Mazzotti (Istituto Missioni Consolata), postulatore generale della causa di canonizzazione.

A che punto è la causa di canonizzazione del vostro fondatore?

Siamo ormai alle ultime battute di un percorso iniziato a Torino nel 1944 e proseguito con la beatificazione di Giuseppe Allamano celebrata in Piazza San Pietro il 7 ottobre 1990 da Giovanni Paolo II. Il secondo miracolo, che porta al processo in corso, fu un evento “strano” capitato pochi anni dopo nella foresta amazzonica brasiliana.

Di cosa si trattò esattamente?
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P. Giacomo Mazzotti, IMC, Postulatore Generale

La mattina del 7 febbraio 1996 un indigeno dell’etnia Yanomami, di nome Sorino, mentre si recava a caccia, fu aggredito da un giaguaro che gli perforò il cranio, riducendolo in fin di vita.

Soccorso dalle suore missionarie presenti in un piccolo dispensario nei pressi del villaggio, venne trasportato d’urgenza in città e immediatamente operato, pur essendo flebili le speranze di salvarlo. Superati i primi giorni tra la vita e la morte, sostenuto dall’invocazione accorata e fiduciosa al fondatore, Sorino non solo scampò alla morte ma ritornò alla sua vita consueta di “abitante della foresta”, senza alcuna conseguenza dell’incidente. L’inchiesta diocesana si svolse nel 2021 nello stato brasiliano di Roraima, in piena pandemia.

Gli atti del processo giunsero a Roma e lo scoglio più difficile venne superato quando i membri della commissione medica diedero il loro riscontro positivo circa la guarigione di Sorino, dichiarandola «scientificamente inspiegabile». Ora aspettiamo il giudizio dei consultori teologi e quello dei cardinali e dei vescovi del Dicastero delle cause dei santi. Dovranno riconoscere la guarigione dell’indigeno come un vero miracolo attribuito all’intercessione del nostro Beato.

Quali sono le caratteristiche fondanti che Allamano ha voluto permeassero la sua congregazione?

Queste caratteristiche si possono leggere in un volume che le missionarie della Consolata hanno di recente pubblicato: Il tesoro del nostro carisma. Il titolo rimanda alle parabole di Gesù, dove si parla proprio di tesori e perle. La “perla preziosa” per cui Giuseppe Allamano si appassionò e cercò finché non riuscì a trovarla, cesellarla e custodirla, affidandola ai suoi figli e figlie, è la missione, anzi la missione ad gentes, cioè rivolta a tutti, in particolare a coloro che non sono ancora stati raggiunti dalla Buona Notizia. Altro aspetto a lui caro sta nel desiderio che i missionari realizzino la loro vocazione con uno “squarcio di azzurro” nel cuore, ossia con la Vergine Consolata, del cui santuario torinese Allamano fu per quarantasei anni il rettore e che lui chiamava “la Fondatrice”.

Infine sognava dei missionari di qualità, che avessero cioè come ideale la santità, realizzata e vissuta secondo il suo spirito: con un ardore missionario nel cuore e che non si spaventassero delle fragilità riscontrate in sé e negli altri, non si demoralizzassero per gli insuccessi e non guardassero al futuro con perplessità o paura. Insomma, diciamo noi: gente come lui.

Dove e come operano ora i missionari della Consolata in una Chiesa guidata dall’impronta evangelica di Papa Francesco?

Siamo presenti in circa una trentina di nazioni sparse in Africa, Europa, America e Asia. Dall’Angola al Kenya, all’Uganda, per esempio, dall’Argentina alla Colombia, al Venezuela, dalla Gran Bretagna alla Spagna, alla Polonia, dalla Corea del Sud a Taiwan, alla Mongolia. Credo che la presenza discreta, paziente e lungimirante del Papa e il suo magistero non abbiano lasciato “indenni” i due istituti. L’esortazione apostolica Evangelii gaudium e l’enciclica Fratelli tutti hanno spinto gli ultimi capitoli generali a ripensare la missione nello stile nuovo con cui realizzarla.

Partendo dal “tesoro” carismatico di Giuseppe Allamano non possiamo non rispecchiarci nel volto nuovo di una Chiesa “in uscita, sinodale e che abbraccia tutti”. Sulla traccia del fondatore continuiamo ad annunciare il Vangelo nel servizio compassionevole di consolazione verso i popoli bisognosi (profughi, rifugiati, migranti, indigeni) tramite processi capaci di generare accoglienza, cura pastorale e promozione della dignità umana.

*  Nicola Di Mauro è goirnalista dell'Osservatore Romano. Pubblicato nell’Osservatore Romano, del 19 febbraio 2024, pagina 9.

Si avvicina la festa del nostro Beato Giuseppe Allamano. Viene istintivo a tutti noi guardare alla sua figura come modello per la nostra vita missionaria e ispirarci con maggior impegno alla sua spiritualità e al suo insegnamento. Auguriamoci pertanto una buona preparazione alla festa del Beato Allamano, anche con l’aiuto della presente riflessione.

Missionari “Ad Gentes” nella santità della vita

(Dalla lettera della Direzione Generale: “La nostra Vita Consacrata”, nn. 50-56, 29/1/1995)

50. Consideriamo i voti religiosi nella loro problematicità e nel loro valore come i punti di riferimento certi della nostra vocazione nella Chiesa. È già stato detto che la vita religiosa è situata nell’ordine della santità e che la pratica dei consigli evangelici deve essere compresa nel contesto della chiamata all’imitazione di Cristo per giungere a vivere e a sentire con lui. Lo sottolinea anche la Lumen Gentium. «La Chiesa – si afferma – ripensa al monito dell’Apostolo, il quale, incitando i fedeli alla carità, li esorta ad avere in sé gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo» (LG 14). Tale contestualizzazione dei consigli evangelici viene ribadita nel cap. VI dove si dice che «lo stato religioso imita più fedelmente e rappresenta continuamente nella Chiesa la forma di vita che il Figlio di Dio abbracciò venendo nel mondo per fare la volontà del Padre, e che propose ai discepoli che lo seguivano (LG 44).

È, dunque, chiaro che non ci siamo impegnati solamente a professare i tre voti religiosi, ma a imitare Cristo, vivere come lui e riprodurre in noi la gamma dei suoi sentimenti (cfr. Fil 2, 5). Questo senso vigoroso della nostra vocazione religiosa-missionaria, sgorgato dal cuore del Fondatore, è recepito ed espresso nelle Costituzioni: «Il fine che ci caratterizza nella Chiesa è l’evangelizzazione dei popoli; lo realizziamo per la gloria di Dio e nella santità della vita; nel senso inteso dal Fondatore quando ribadiva: “Prima santi, poi missionari”. Questo fine deve permeare la nostra spiritualità, guidare le scelte, qualificare la formazione e le attività apostoliche, orientare totalmente l’esistenza» (Cost. 5).

Missione: un cammino di santità

51. La santità è, dunque, per noi nucleo e segreto di una vita consacrata alla missione. È anche chiave di un rinnovato zelo per la missione universale (RMi 90-91). Questa è la sintesi della dottrina spirituale del Beato Allamano, che propone come base e garanzia per una missione vissuta nell’autenticità evangelica, la tensione alla santità che consta di un accento eminentemente ascetico, personale, ed è incentrata nel rapporto con Dio.

Padre e maestro di apostoli, l’Allamano ha la sua proposta di ascesi cristiana, scevra da ogni perfezionismo volontaristico, piena di equilibrio e buon senso, lontana da eccentricità o singolarità irritanti, armonicamente ricca di valori umani e qualità spirituali. Per il Beato Fondatore la vocazione alla missione è un dono di Dio che chiede la risposta dell’uomo. La santità non si compera con sforzi, ma si acquisisce accogliendo umilmente la chiamata di Dio alla missione e facendone l’esperienza fondante della nostra esistenza.

La tensione alla santità è indicata dal Fondatore come il fine primario dell’Istituto. Oggi non distinguiamo più tra fine primario e fine secondario, ma consideriamo santità e missione come le due dimensioni essenziali e integranti della stessa vocazione. La missione è cammino di santità. La santità è anima della missione: «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1Tess 4, 3). «Sbaglierebbe chi dicesse: sono venuto per farmi missionario e basta!» (VS, 111-112). «Prima dunque santi, poi missionari, un fine aiuta l’altro. Se qualcuno fosse entrato nell’Istituto senza queste idee, procuri di convincersene, altrimenti non è a posto» (VS, 112-113). La santità, la coerenza di vita, la ricerca di comunione con Dio ridonda a beneficio della missione e ne garantisce l’efficacia segreta e misteriosa.

“Fare bene il bene”

20200215Allamano252. È necessario che il missionario parli innanzi tutto con la santità della propria vita; pertanto, gli si richiede “un più” di preghiera, di mortificazione, di carità; in una parola, una maggior santità, una santità superiore all’ordinario. «Le anime si salvano con la santità (...). È ciò che sperimentano ogni giorno i nostri missionari d’Africa: certe conversioni non si ottengono che con la santità» (VS, 113).

Non c’è alcuna esagerazione o stravaganza nell’Allamano. Per lui la tensione alla santità è fonte di pace, serenità ed equilibrio interiore. È determinazione a trovare risposte e metodi per l’oggi, a vincere la mediocrità, a soffocare i desideri banali, i tentennamenti e le soluzioni di comodo; a superare il torpore che impedisce agli slanci di confluire in uno sforzo generoso e costante di realizzazione. La santità esige una sana violenza su sé stessi e un impegno totalizzante che rifugga dal batter l’aria e dai desideri effimeri che non approdano a nessun traguardo. Santità è esercizio pratico nelle piccole cose di tutti i giorni così care all’Allamano. Si tratta soprattutto di fare bene quello che dobbiamo fare, cercando la perfezione anche nelle cose scontate, conformandoci in tutto alla volontà di Colui che amiamo. «Non basta fare il bene, bisogna farlo bene (...). Ecco, o miei cari, la santità che io vorrei da voi: non miracoli, ma far tutto bene (...). Contentiamoci dunque di farci santi nella via ordinaria. (Se il Signore) ci vorrà sollevare ad altre altezze, ci penserà lui, noi non infastidiamoci (...). A me non interessa se avete dato diecimila battesimi, ma se sarete stati ottimi religiosi, ottimi missionari (...). Non cose straordinarie, ma straordinari nell’ordinario. Facciamoci santi senza strepiti. Non è fare tante cose che importa, ma farle bene» (VS, 129-30).

A chi intraprende questo cammino viene richiesto, senza esclusione, di attenervisi con generosità anche oltre le debolezze e i fallimenti. Accanto alla volontà determinata il Beato Fondatore pone l’esigenza di ben conoscere sé stessi, in ciò che siamo in verità, senza esagerare in auto esaltazioni utopiche o senza angustiarsi in autolesioni depressive. Superare i confini della fragilità e con lucidità, semplicità e realismo, camminare nella verità davanti a Dio. In lui, più intimo a noi di noi stessi, troveremo il coraggio di accettarci come siamo, e diventeremo capaci di modellare il nostro temperamento. Gli eventi, a volte, ci impongono di camminare e crescere controcorrente. «(Siete) chiamati alla santità – insegna l’Allamano – e a una santità singolare. Fate dunque che tutte le cose, anche i difetti altrui, cooperino al vostro bene» (VS, 160).

L’ideale di santità missionaria continuamente presente nell’insegnamento del Padre Fondatore è Francesco Saverio, missionario santo per eccellenza (cfr. VS, 779-788): uomo tutto di Dio, tutto del prossimo, tutto di sé stesso. Sintesi perfetta di contemplazione e azione, di valori umani e di grazia, di intimità con Dio e di itineranza missionaria. Il suo stile di vita, la sua austera povertà nell’uso dei beni di questo mondo per il Vangelo, la sua preghiera intensa non sono ostacoli alla missione, quanto piuttosto il segreto della sua efficacia e del suo inesauribile zelo apostolico.

Qualità della vita

53. Nelle nostre recenti riflessioni, specialmente dopo l’ultimo Capitolo Generale, abbiamo parlato insistentemente di “qualità”. Ebbene, espressione più alta, in senso qualitativo, della nostra vita è la santità sublimata nella vita religiosa. Così concepita, la qualità mette in discussione, non il nostro “fare”, ma il nostro “modo di fare” senza radici, senza progetto, senza dinamismo comunitario, senza profondità di vita e, in definitiva, senza Dio. Esiste tra noi una difficoltà a rompere gli argini della mediocrità ambientale, del fare come tutti, del fare quello si è sempre fatto. Ci costa guardare oltre la conservazione del nostro presente, oltre le strutture costate sudore e fatica, oltre le forme di vita e di lavoro, ma dove lo spirito non trova più posto.

Rischiamo di giungere all’assolutizzazione dei mezzi e al culto dell’efficienza. Con frequenza deridiamo progetti e desideri di radicalità e in alcuni casi rischiamo di diventare dei “franchi tiratori” della missione. L’ideale resta: aprirsi alla gioiosa condivisione della vita e della santità, alla comunione fraterna come metodo di vita e di lavoro, cogliere l’obbedienza come totale disponibilità e definitivo sacrificio.

È vero: la missione è la ragion d’essere dell’Istituto, il nostro solo titolo di gloria, ma non va confusa con il fare a qualunque prezzo, anche a costo dei valori essenziali. Non può essere idolatria di se stessi, dei mezzi di cui disponiamo e che affannosamente ricerchiamo per fare e strafare. A questo tipo di missione si oppone la missione di qualità, dotata di intensità nell’essere, nella comunione, nel servizio generoso, nell’operare laborioso, nell’impegno attento al divenire della storia. Di recente la nostra spiritualità ci ha proposto, come anima della missione, l’amore compassionevole per i poveri, la promozione della giustizia e della pace, l’inculturazione. Sono sempre stati bagaglio della nostra identità di Missionari della Consolata ed elementi costitutivi della santità IMC di sempre, a cominciare da coloro che prima di noi si sono specchiati nel volto paterno dell’Allamano.

A tutti egli indica un solo inizio, una sola meta, un solo centro: Cristo, l’inviato del Padre; la missione come complemento della sua opera nel mondo. La santità segna il cammino lungo il quale si modella il nostro stile di vivere e di realizzare la missione.

Dio ci è testimone di quanto vorremmo essere noi i primi compagni di viaggio per un servizio che qualifichi la nostra missione.

Unità di intenti

 54. Non si può parlare di vita religiosa senza parlare di vita comunitaria. Essa è parte costitutiva della vita religiosa e della stessa Chiesa. Gesù manda gli Apostoli ad annunciare la Buona Novella della salvezza e a convocare i credenti a vivere come fratelli. Gli Atti degli Apostoli ci presentano i primi cristiani, uniti tra loro nella condivisione di ciò che hanno, nella partecipazione alla preghiera comunitaria, nell’ascolto dell’insegnamento degli Apostoli (At 2, 42-47).

Talvolta si mettono in contrasto vita comunitaria e vita apostolica, sostenendo che la prima nuoce alla seconda. Se si vuole fare realmente missione – si argomenta – è meglio non essere legati da comunità, orari e regolamenti che finiscono per ostacolarla. O ancora: si afferma che la vita missionaria non offre il calore della vita comunitaria e non si sorregge sulle grucce del monastero. Questo è strutturalmente vero.

Certo, sbaglia chi riduce la vita comunitaria ad un orario, ad una regola o all’intimità di un piccolo gruppo. Non sono la regola o l’orario a formare la comunità, ma lo spirito del Vangelo, anche se regola e orario possono risultare utili in certi momenti. Si può vivere sotto lo stesso tetto, fedeli alla stessa regola e allo stesso orario, ma vagare ai margini della comunità.

La vita comunitaria vissuta da missionari è molto più esigente di quanto lo possa essere qualsiasi costituzione, regolamento o orario, perché significa essere animati, al pari dei primi cristiani, da “un cuore solo e un’anima sola” (At 4, 32). E questo non si stabilisce per legge, ma per libera scelta. Per l’Allamano la nostra vita comunitaria sta nel vivere in “unità d’intenti”: annunciare le stesse cose, amare con lo stesso cuore, lavorare con lo stesso spirito per la realizzazione di comuni progetti. Vivere così è indubbiamente più esigente che sottoporsi ad una regola, ed è anche straordinariamente più efficace ai fini della testimonianza e della credibilità del Vangelo.

È solo raggiungendo l’“unità d’intenti” che realizzeremo la nostra vocazione-missione, poiché la missione non è nostra, ma è affidata alla Chiesa di Dio che è mistero di comunione.

Contemplativi nella missione

55. Abbiamo parlato di santità, di missione nella santità della vita, di qualità nell’essere e nel fare. Il nostro ultimo Capitolo Generale parla anche di contemplazione

«Qualità ancora auspicata di trasformarci in contemplativi della missione, come ci voleva il Padre Fondatore» (p. 8).

«Crediamo che la tensione alla santità indicataci dall’Allamano resta un impegno reale che passa attraverso l’esperienza di Dio, la centralità di Cristo, lo spirito di contemplazione, l’incarnazione nell’oggi e sfocia nella missione» (p. 49).

In alcuni di noi la parola “contemplazione” suscita timore e inalbera suscettibilità, “perché – si dice – non siamo contemplativi, ma missionari”, e così continuiamo a vivere un dualismo che ci impoverisce. Sembra che la paura di oltrepassare la soglia delle resistenze personali ci domini e ci impedisca di scendere alle radici del nostro progetto di vita per giungere al nucleo della santità. Cercare il volto di Dio vuole invece dire totalizzante unificazione della nostra vita nel suo progetto di Alleanza. E per noi Alleanza è la missione con i suoi molteplici comandamenti impressi nella pietra del quotidiano: preghiera personale e comunitaria, lavoro, solitudine, incontro con la gente, annuncio e servizio della carità, comunione, contemplazione.

Unificare la vita

56. Tutti conosciamo missionari che vivono questo patto d’amore. Molte delle insoddisfazioni e dei vuoti che avvertiamo nella nostra vita religiosa-missionaria provengono da tensioni irrisolte: tensione tra l’essere e il fare, privilegiando naturalmente il fare; tensione tra preghiera e pastorale a scapito di una vera evangelizzazione; tensione tra vita comunitaria ed esigenze di apostolato, a vantaggio di uno pseudo apostolato che non nasce da autentica comunione e non crea comunione; tensione tra l’uso e l’abuso dei mezzi che non prende a modello l’incarnazione di Cristo, il quale da ricco che era si fece povero (cfr. 2Cor 8.9) per camminare a fianco della gente povera; tensione, in definitiva, tra vita religiosa e missione a scapito di entrambe.

Tutte queste tensioni, in ultima analisi, rivelano la mancanza in noi di un’autentica dimensione contemplativa e quindi l’assenza di una missione dal grande respiro spirituale che si integra e si disseta alla fonte della genuina esperienza di Dio.

Contemplazione e preghiera non si identificano, si integrano. La preghiera è il momento privilegiato nel quale, immersi nell’attività dissipante e dispersiva, giungiamo ad unificare la nostra vita in Dio.

(Dalla lettera della Direzione Generale: “La nostra Vita Consacrata”, nn. 50-56, 29/1/1995)

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