IV Domenica di Pasqua - B

Pubblicato in Domenica Missionaria
“Io sono il buon Pastore” (Gv 10, 11)

L’immagine di Cristo “buon Pastore” ha sempre catturato la mente e il cuore dei cristiani di tutti i tempi. Le più antiche rappresentazioni di Gesù che troviamo nelle catacombe di Roma, lo ritraggono come il pastore che porta sulle spalle una pecorella.

L’origine di questa immagine si può rintracciare nella storia stessa d’Israele, un popolo nomade, la cui sopravvivenza in luoghi aridi era strettamente legata ai loro greggi. Il pastore – come si può facilmente immaginare – conosceva le pecore ad una ad una, le difendeva, le conduceva ai pascoli.

La vita del pastore e la sopravvivenza delle pecore erano pertanto tra loro indissolubilmente intrecciate. Questo motivo spiega come Dio abbia usato questa immagine per esprimere il suo legame con l’umanità e il suo amore verso di essa. Basta leggere il salmo 23:

«Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla;
su pascoli erbosi mi fa riposare
ad acque tranquille mi conduce.
Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino,
per amore del suo nome.
Se dovessi camminare in una valle oscura,
non temerei alcun male, perché tu sei con me.
Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza…».

“Pecora-pastore”: un’immagine che necessita però di una spiegazione

L’immagine della pecora che segue il pastore non sembra ispirare, nella società odierna, grandi ideali. A differenza dell’animale che segue passivamente il padrone, noi preferiamo vedere l’uomo come creatura libera, capace di scegliere ciò che crede essere la cosa migliore, aperta al nuovo e protesa verso progressi maggiori.

Purtroppo l’immagine negativa del rapporto pecora-pastore corrisponde sovente e in molti casi al modello di cultura che la nostra società, tanto legata dai mezzi di comunicazione sociale, ci offre. Da una parte uno sogna di essere persona umana libera, attratta solo da autentici valori e dai grandi ideali, dall’altra invece tende quasi inesorabilmente a fare quello che tutti gli altri fanno, o quello che i “personaggi” propongono. I modelli culturali, incarnati in persone concrete di dubbio valore, sia nel campo dello spettacolo come nella politica, lasciano poco spazio alla nostra libertà. Essi sono i nostri “pastori”, i capi che noi seguiamo in maniera acritica.

Ma non è di questo tipo di immagine, di “uomo-pecora”, che il Vangelo parla nella liturgia di oggi.

Gesù pastore

Gesù si presenta come il Figlio che conosce l’amore del Padre suo, che coltiva i suoi stessi sentimenti e desideri, quelli cioè di dare la vita e la libertà a tutti. Per questo motivo egli si presenta e si propone come Pastore “buono”, in opposizione a quello “cattivo”, il mercenario, che invece di servire, opprime gli altri. Egli è pastore in quanto agnello immolato che guida alle fonti dell’acqua viva.

Seguire lui significa diventare quello che dobbiamo essere: figli del Padre e fratelli fra di noi. Vuol dire scoprire e acquistare la luce della verità e la libertà e dare vita alla cultura della fraternità, della solidarietà e dell’amore. Significa ancora abbeverarsi alle sorgenti della vita. Così facendo impariamo qual è la vita dell’apostolo e del missionario: è quella spesa per coloro che sono affidati alle nostre cure.

Accanto all’immagine del buon Pastore fa la sua comparsa quella del mercenario, che con molta efficacia il profeta Ezechiele (34, 1ss) descrive come colui che pasce se stesso invece delle pecore, che si nutre del loro latte, si veste della loro lana, non si cura della loro vita. L’esemplarità del Pastore buono ci aiuta a liberarci dal “brigantaggio”, proprio del mercenario, che sovente può infiltrarsi anche nei nostri rapporti, nel nostro apostolato.

Un solo gregge, un solo pastore

Di fronte allo spettacolo delle tante pecore che non fanno parte del suo ovile, che sono preda dalla violenza e della morte, Gesù eleva al Padre un’accorata supplica: “Che tutte diventino un solo gregge e che ci sia un solo pastore a pascerle”. Gesù non è venuto a costruire un nuovo ovile, un altro recinto, in cui chiudere le pecore. Con la sua morte in croce, Gesù ha spezzato tutte le catene che tengono imprigionata l’umanità. Vuole che tutti vivano secondo la legge della libertà, che poi si esprime nell’amore e nel servizio reciproco.

Questa domenica può prestarsi anche a richiamare l’urgenza di un rinnovato impegno ecumenico. L’unione tra le chiese cristiane non implica l’impegno a rinnovare o ingrandire l’ovile, affinché tutti vi possano entrare. E nemmeno consiste nel mettere insieme “diversi ovili” e formare così un grande agglomerato. La Chiesa, più che mai, deve sentire la sua missione di diventare non un “ovile” ma un “gregge”, dietro l’unico Pastore che è Cristo Gesù. Faranno parte di questo gregge tutti coloro che hanno trovato in Gesù la loro verità di figli e che vivono da fratelli fra di loro. È un gregge aperto a tutti e pertanto è “cattolico”. Accetta e rispetta le differenze come luogo di crescita.

Notiamo ancora che Giovanni non dice: “un solo gregge e un solo Pastore”, ma “un solo gregge, un solo pastore”. Tra gregge e pastore c’è identificazione. Chi segue il Cristo, diventa come lui: a chi segue la “Parola” è dato il potere di diventare figlio di Dio (Gv 1,12).

Ogni pecora è chiamata, a sua volta, a diventare pastore

Molte comunità cristiane dedicano questa domenica ad approfondire il tema della vocazione, soprattutto delle vocazioni di speciale consacrazione. Numerose Chiese, particolarmente quelle di antica data, mancano oggigiorno dei necessari “pastori”. Anche il mondo missionario implora un aumento di “evangelizzatori”. Il mezzo per avere “pastori” e “operai”, ce lo suggerisce ancora Gesù stesso: “Pregate il Padrone…”.
At 4, 8-12
1 Gv 3, 1-2
Gv 10, 11-18

P.T.
Ultima modifica il Giovedì, 05 Febbraio 2015 20:12

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