XXXIV Domenica TO - Cristo Re

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Ez 34,11- 12.15-17

Sal 22
1 Cor 15,20- 26a.28
Mt 25,31- 46


Il brano del Vangelo di Matteo proposto per questa domenica è spesso nominato “il giudizio finale” perché sin dai primi versetti appare chiaro che Gesù sta “tirando le somme”: vv32 “saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri”. Il verbo separare mette sicuramente un po’ d’inquietudine nel lettore perché il primo pensiero è:” Io come sarò visto da Gesù?” Mi metterà alla sua destra benedicendomi o alla sua sinistra come i capri maledetti ai quali è destinato il supplizio eterno?”

L’altro pensiero immediato che passa per la testa è anche quello di scorgere tra queste righe un’immagine di Gesù, di Dio che stona con tutto quello che nei Vangeli viene predicato: un Dio misericordioso, un Dio pronto a perdonare, che accoglie tutti, etc….

Questo sentimento di timore (vedi anche il commento della domenica precedente) non lo riteniamo di per se negativo.

Cercando infatti di capire un po’ più a fondo il messaggio di questo testo si comincia ad accostare queste parole a quelle che l’Evangelista Matteo scrive nei versetti che precedono il brano. Con la parabola dei talenti l’evangelista vuol far riflettere sull’importanza del vigilare.

“Ma che significa in concreto vigilare? Il servo vigile e fedele – ci dice Matteo – è colui che, superando il timore servile e la concezione farisaica del dovere religioso, traduce il messaggio in atti concreti, generosi e coraggiosi. Dio al suo ritorno non vuole quanto ci ha dato, ma molto di più.

A coloro che si muovono nell’amore e si assumono il rischio delle decisioni, si aprono prospettive sempre nuove. Chi invece resta inerte e pauroso, diventa sterile, e gli sarà tolto anche quello che ha.” (don Antonio Schena)

L’invito chiaro è rivolto all’agire che rappresenta la chiave di lettura con cui verremo giudicati e dalla quale sono svincolate le origini dell’individuo, la sua appartenenza ad un gruppo piuttosto che ad un altro. Il Vangelo è per tutti….saranno riunite tutte le genti (tutti gli uomini di tutti i tempi come Matteo scrive anche (vv28,19) a conclusione del suo Vangelo “ammaestrate tutte le nazioni”).

Ma - e questo è il succo del discorso escatologico di Matteo - la vita eterna è solo per coloro che agiranno in un certo modo. E in questo brano ci pare che Gesù sia chiaro nell’indicare in cosa consiste questo agire che porta al godimento della gioia eterna, al compimento del Regno di Dio.

Vengono per ben quattro volte posti in evidenza e con molta chiarezza i destinatari - nei quali Gesù si identifica - delle attenzioni che portano alla salvezza: coloro che hanno fame e sete, chi è forestiero, nudo, malato, carcerato. Quattro volte e sempre nello stesso ordine. Perché questa ripetizione? E volendoli riconoscere in una categoria di persone quale rappresentano? I poveri (che non possiedono neanche il necessario per sopravvivere: cibo, acqua, abiti), gli emarginati (perché “estranei” cioè fuori dal contesto sociale conosciuto e quindi diversi) i carcerati (perché etichettati per le colpe commesse). Ma perché il Signore si identifica proprio in loro? A pensarci bene anche Gesù ha vissuto l’esperienza del perseguitato (sin dalla nascita volevano ucciderlo), del rifiutato, per finire poi ingiustamente condannato e crocifisso.

Dobbiamo amare i piccoli, gli altri, il prossimo perché siamo membra gli uni degli altri. E’ un “dover fare” ma ponendo l’accento sull’amore: l’atteggiamento di fondo non deve essere quello del “cartellino da timbrare” o della “paura, perché altrimenti vado all’inferno”, ma dell’amore: “ama il prossimo tuo come te stesso”. E’ questa appartenenza gli uni agli altri in Cristo che ci porta ad amare e a farlo bene. San Paolo nella seconda lettura scrive “quando tutto gli sarà sottomesso, anche lui, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti.

Gesù nella sua vita terrena ci ha insegnato come si fa’ e l’Evangelista Matteo ce lo ricorda in questo brano della “resa dei conti”. Anche oggi, nel 2008, non occorre stare troppo a pensare chi sono i fratelli piccoli citati nel Vangelo: a distanza di 2000 anni, con tutto il “progresso” che ha “elevato” la nostre vite, tantissime altre sono rimaste schiacciate. Ancora tanta gente muore di fame, di sete, di freddo…gente costretta a migrare in cerca di un futuro migliore e più giusto per se e per i propri figli (quanti sono i bambini che arrivano, se arrivano, in Italia dalle coste del nord Africa sui barconi…), o ancora gente che per uno sbaglio è etichettata per tutta la vita…

Sarà il Figlio dell’uomo a giudicare, non tocca a noi. Anche questo Matteo lo spiega molto bene nei versetti 31 e 32; non ci sono equivoci! Questo in fondo ci rende sereni: chi più di Colui che ci ha creati, voluti, amati, salvati con la sua morte e resurrezione potrà anche meglio giudicare il nostro operato. E’ bello collegare questo aspetto con le parole del profeta Ezechiele che nella prima lettura parlando di Dio, scrive: “io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura…io giudicherò fra pecora e pecora, fra montoni e capre”.

Noi la leggiamo così: egli ci conosce personalmente, ha a cuore ognuno di noi e di ognuno di noi si prende cura. Dove sta allora l’ingiustizia presente nel mondo, quale la sua origine? La mancanza di amore, l’egoismo, il dimenticare che siamo fratelli, che siamo membra gli uni degli altri e che l’imperativo di Gesù è AMA.

Facendo parte di una comunità cristiana, la nostra parrocchia, ci viene in mente anche questa provocazione: quante volte questo agire più che viverlo con amore, lo identifichiamo in opere da costruire, in impegni da prendere, in riunioni per programmare calendari di incontri, di conferenze alle quali nulla vogliamo togliere quanto ad importanza ma che spesso non sono accompagnate da un agire comune in cui si valuta l’effettivo bisogno della comunità. La stessa visione della comunità spesso è sempre più ristretta alla persone che “sono dentro” i gruppi parrocchiali. L’incontro, la relazione, il fermarsi a scambiare due chiacchiere… forse è proprio questo il grosso bisogno che sentiamo, ma che non vediamo: avere la possibilità di stare insieme, di fare davvero comunione (prima ancora dei nostri beni) del nostro essere uomini e donne con i nostri problemi e le nostre gioie.
Ultima modifica il Giovedì, 05 Febbraio 2015 20:12
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