IV Domenica del tempo ordinario - B

Pubblicato in Domenica Missionaria

«Fa che ascoltiamo, Signore, la tua voce»

Israele ha sempre avuto in grande considerazione il carisma profetico. La prima lettura di oggi lo attesta. Dio promette di non far mancare la sua voce: susciterà un profeta in mezzo ai fratelli e gli porrà in bocca le sue parole ed «egli dirà quanto io gli comanderò». Questo è il profeta: il portavoce di Dio; proclama la sua parola, richiama alla coerenza di vita con essa. Israele è sempre stato orgogliosi di avere un Dio “diverso” da quello di altri popoli, perché ha un Dio che parla, si fa conoscere, comunica la sua volontà. La sua parola è lampada che illumina il cammino della vita. Si comprende allora come abbia sentito come un abbandono, quasi una punizione, il silenzio di Dio in occasioni nelle quali con dolore si lamenta: «Non abbiamo più profeta». Per un popolo che fonda tutto su Dio che parla, il suo silenzio diventa traumatico, sconvolgente. E’ l’esperienza che Gesù stesso ha avuto sulla croce. D’altra parte, la storia dimostra, e Gesù stesso lo ricorda, che non sempre vi è la disponibilità ad ascoltare la parola e i profeti vengono osteggiati, offesi e anche uccisi. E questo viene riservato anche a Gesù, che se ne lamenta amaramente: «Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi coloro che sono mandati a te, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figli come una gallina la sua covata sotto le ali e voi non avete voluto!» (Lc 13, 34). Eppure egli è il Profeta per eccellenza, la Parola di Dio fatta carne, la rivelazione del Padre. In lui Dio «ha detto e dato tutto»; in lui vi è il compimento della rivelazione, il vertice di tutto il parlare di Dio attraverso parole ed eventi intimamente connessi. La sua prima presentazione pubblica avviene con questa caratteristica. Nella sinagoga di Nazareth, commentando il brano di Isaia che preannuncia: «Lo spirito del singole è su di me; mi ha mandato ad annunziare ai poveri un lieto messaggio di salvezza», proclama che questo si realizza in lui.

La sua parola suscita ammirazione e stupore nelle folle, come nella scena presentata dal vangelo di oggi, che sottolinea a più riprese che nella sinagoga di Cafarnao: «si mise a insegnare», suscitando stupore per il suo “insegnamento”, perché «insegnava come uno che ha autorità, e non come gli scribi». Forse, l’attenzione prevalente è spontaneamente rivolta al suo intervento sull’indemoniato che viene liberato dal male. Ma la sottolineatura sul suo insegnamento e la sua ingiunzione: “Taci!”, sono come un richiamo a rivolgersi piuttosto a ciò che è più importante: la sua parola. Come altra volta, quando una donna con tipico linguaggio femminile grida il suo stupore acclamando “beata” sua madre che ha generato un tale figlio, egli svia quasi il discorso ribadendo che sua madre è ancora più grande perché “ascolta e mette in pratica” la parola di Dio. La proclama così vera rappresentante del popolo di Israele, per il quale massimo impegno è di “custodire” gelosamente ogni parola di Dio. La venerazione con la quale sono custoditi, mostrati e letti, i rotoli della Scrittura ne è una viva testimonianza.

Dio continua a parlare attraverso quanto è stato tramandato: «Ciò che era fin da principio, ciò che noi abbiamo udito…, ossia il Verbo della vita… lo annunziamo anche a voi» (1Gv 1, 1-4). E i vescovi italiani, proponendo un forte impegno di “comunicazione” del vangelo all’inizio di questo millennio, scrivono: «La fede nasce dall’ascolto della parola di Dio contenuta nelle sante Scritture e nella Tradizione, trasmessa soprattutto nella liturgia della Chiesa mediante la predicazione, operante nei segni sacramentali come principio di vita nuova. Non ci stancheremo ai di ribadire questa fonte da cui tutto scaturisce nelle nostre vite: “la parola di Dio viva e eterna”» (Comunicare il vangelo in un mondo che cambia, 3). Sull’ascolto della Parola la vita è plasmata, trasformata e resa desiderosa di comunicare a altri la propria esperienza di incontro con la Parola. Come Maria, anche la Chiesa, mandata a portare a tutti la parola di salvezza, deve essa stessa essere evangelizzata. Il mondo, ribadiva Paolo VI, «reclama evangelizzatori che gli parlino di un Dio, che essi conoscono e sia loro famigliare, come vedessero l’invisibile» (EN 76). Per questo occorre mettersi in ascolto e chiedere : «apri le nostre menti all’ascolto e alla comprensione della tua parola e donaci un cuore docile a quanto oggi ci dirà il tuo Spirito» (Messale Italiano, collette alternative, n. 12).


Dt 18-15-20
Sal 94
1Cor 7, 32-25
Mc 1, 21-28


Ultima modifica il Giovedì, 05 Febbraio 2015 20:12
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