“Santi Sociali” Della Chiesa Torinese: Testimoni Della Misericordia

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Il Giubileo della Misericordia che da poco abbiamo iniziato è un tempo speciale per fare esperienza della misericordia del Signore e allo stesso tempo per rinnovare il nostro impegno per essere testimoni di misericordia con i fratelli.

Nella Bolla di indizione del Giubileo (“Misericordiae Vultus”) Papa Francesco ha scritto:

“Vogliamo vivere questo Anno Giubilare nella luce della parola del Signore: Misericordiosi come il Padre… L’evangelista riporta l’insegnamento di Gesù che dice: “Siate misericordiosi come il Padre vostro è misericordioso” (Lc.6,36). È un programma di vita tanto impegnativo quanto ricco di gioia e di pace (MV: 13).

Misericordiosi come il Padre, dunque, è il “motto” dell’anno Santo. Giorno dopo giorno, toccati dalla sua compassione, possiamo anche noi diventare compassionevoli verso tutti (MV:14).

In questo Anno Santo, potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi! Quante ferite sono impresse nella carne di tanti che non hanno più voce, perché il loro grido si è affievolito e spento a causa della indifferenza dei popoli ricchi.

In questo Giubileo la Chiesa ancora di più sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, a fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta. Non cadiamo nell’indifferenza che umilia, nell’abitudinarietà che anestetizza l’animo e impedisce di scoprire la novità, e nel cinismo che distrugge. Apriamo i nostri occhi per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto. Le nostre mani stringano le loro mani, e tiriamoli a noi perché sentano il calore della nostra presenza, dell’amicizia e della fraternita. Che il loro grido diventi il nostro e insieme possiamo spezzare la barriera dell’indifferenza che spesso regna sovrana per nascondere l’ipocrisia e l’egoismo.

È mio vivo desiderio che il popolo cristiano rifletta durante il Giubileo sulle opere di misericordia corporale e spirituale. Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina. La predicazione di Gesù ci presenta queste opere di misericordia perché possiamo capire se viviamo o no come discepoli. Riscopriamo le opere di misericordia corporale: dare da mangiare agli affamati, dare da bere agli assetati, vestire gli ignudi, accogliere i forestieri, assistere gli ammalati, visitare i carcerati, seppellire i morti. E non dimentichiamo le opere di misericordia spirituale: consigliare I dubbiosi, insegnare agli ignoranti, ammonire i peccatori, consolare gli afflitti, perdonare le offese, sopportare pazientemente le persone moleste, pregare Dio per i vivi e per i morti. Non possiamo sfuggire alle parole del Signore e in base ad esse saremo giudicati: se avremo dato da mangiare a chi ha fame e da bere a chi ha sete. Se avremo accolto il forestiero e vestito chi è nudo. Se avremo avuto tempo pe stare con chi è malato e prigioniero (cfr. Mt. 25, 31-45).

Ugualmente, ci sarà chiesto se avremo aiutato ad uscire dal dubbio che fa cadere nella paura e che spesso è fonte di solitudine; se saremo stati capaci di vincere l’ignoranza in cui vivono milioni di persone, soprattutto i bambini privati dell’aiuto necessario per essere riscattati dalla povertà; se saremo stati vicini a chi è solo e afflitto; se avremo perdonato chi ci offende e respinto ogni forma di rancore e di odio che porta alla violenza; se avremo avuto pazienza sull’esempio di Dio che è tanto paziente con noi; se, infine, avremo affidato al Signore nella preghiera i nostri fratelli e sorelle. In ognuno di questi “più piccoli” è presente Cristo stesso. La sua carne diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura. Non dimentichiamo de parole di San Giovanni della Croce: ”Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore” (Parole di luce e di amore, 57) (MV: 15).

Tre santi

Alla luce di queste parole del Papa durante questo anno giubilare, di mese in mese, guarderemo il volto di qualche testimone delle opere di misericordia per imparare anche noi ad essere misericordiosi.

In questo mese di gennaio contempliamo il volto di tre santi della Chiesa Torinese: s. Giuseppe Benedetto Cottolengo, s. Giuseppe Cafasso e san Giovanni Bosco, tre dei cosiddetti “Santi sociali” della Chiesa di Torino.

Questi tre anti sono vissuti nel secolo XIX: un secolo nel quale la Chiesa visse un forte conflitto con la società civile e con il pensiero moderno, specialmente nei Paesi europei. Da parte della Chiesa si condannavano molte espressioni del pensiero moderno e da parte della società civile si attaccava la Chiesa accusandola di oscurantismo. La Chiesa si sentiva assediata e messa al margine, e per questo reagiva con aggressività. Anche dentro la Chiesa si viveva una forte contraddizione fra i “tradizionalisti” che assumevano una attitudine di condanna verso tutte le proposte del pensiero moderno, e i “modernisti”, che ritenevano necessario aprirsi a un dialogo con la modernità.

In questo contesto nella Chiesa di Torino appare una lunga lista di persone che saranno chiamati i “santi sociali”: non entrano nella guerra ideologica con la società e il pensiero moderno, e neppure nella contraddizione interna della Chiesa, ma aprono gli occhi e il cuore ai problemi sociali della società e propongono con la loro vita e la loro opera un camino nuovo che si identifica con la “santità della vita” e il “servizio ai poveri”. Questi santi entrano nella società non per giudicare o condannare e neppure per difendere posizioni di potere e di privilegio, ma per assumere la causa degli ultimi, degli “scarti” della società. San Giuseppe Benedetto Cottolengo assume la causa degli ammalati fisici e mentali; san Giuseppe Cafasso la causa dei carcerati e dei condannati alla forca; san Giovanni Bosco la causa dei giovani senza studio e senza lavoro.

Con la loro vita e con la loro azione questi tre santi propongono una spiritualità samaritana:

  • Entrano nella realtà e la vedono con gli occhi e il cuore di Dio (contemplazione, discernimento)
  • Assumono la causa degli ultimi, degli “scarti” con compassione e misericordia
  • Fanno azioni che promuovono la vita per la maggior gloria di Dio

Si tratta di una spiritualità che anima ad “essere straordinari nell’ordinarietà”, a “fare bene il bene e senza rumore”, a “vivere una santità pratica-concreta”, ad “essere contemplativi nell’azione”, ad essere compagni di camino, servitori e consolatori”.

È in questo contesto storico-culturale e alla luce di questa spiritualità che appare il Beato Giuseppe Allamano e nascono i missionari e le missionarie della Consolata

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