Messico. Dio in tseltal

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Era una domenica mattina, il sole riscaldava le migliaia di persone presenti nella grande spianata non distante dalla cattedrale di San Cristóbal de Las Casas, nello Stato del Chiapas. Una donna anziana vestita con abiti tradizionali portava all’altare, sotto un grande tendone, la Bibbia in tseltal. Aveva in mano qualcosa di suo che gli apparteneva, che capiva. A riceverla il vescovo di San Cristóbal de Las Casas, Felipe Arizmendi Esquivel. Che solennemente alza la Bibbia perché tutti possano vederla. Uomini producono suoni con grandi conchiglie. I tamburi si fanno sentire più forte. Movimenti di danza si incrociano in gesti di mani che spingono in alto. C’è grande emozione. I canti tseltal creano un’atmosfera di festa.
Vicino all’altare il gruppo dei traduttori: i padri Felipe J. Ali Modad, Eugenio Maurer, Mardonio Elizalde, Morales Elizalde e poi i laici Gilberto Moreno Jiménez, Abelino Guzmán Jiménez, Francisca Silvano, Maria Saragos e Manuel Silvano Gómez. Emozioni, sorrisi e senso di gratitudine. Accadeva nel 2005. La Bibbia tseltal veniva ufficialmente consegnata al popolo tseltal.
“Sono passati già dieci anni eppure pensando a quel momento ancora mi commuovo”, dice padre Eugenio Manrer, sacerdote gesuita e antropologo che insieme ad altri ha curato la traduzione della Bibbia. Tra poche settimane uscirà una seconda edizione della Bibbia in tseltal.
Continua il padre gesuita: “Dare il nome di Dio in tseltal è stata una cosa meravigliosa. Non dire Yahvé, non dire Elohim, non dirlo in ebreo o in spagnolo ma dire il nome di Dio in tseltal: te Macch’s ay nananx ah. Che esperienza di fede!”.
Il tseltal è una delle 50 lingue che si parlano in Messico. La popolazione di lingua tseltal si aggira intorno al mezzo milione e si trova nello Stato di Chiapas, dove è concentrato il gruppo maggiore; ci sono però gruppi di migranti che parlano questa lingua a Città del Messico, a Quintana Roo (nella Riviera Maya), negli Stati di Jalisco e a Sonora. “Ma se consideriamo anche comunità, municipi e gruppi sparsi per tutto il Messico possiamo dire che la lingua tseltal è parlata per lo meno da due milioni di persone” sottolinea padre Manrer.
Non è stato un cammino facile. Ci sono voluti quasi 35 anni di lavoro paziente e l’impegno di tante persone. “I missionari gesuiti arrivarono nella regione di Bachaj?n, nello Stato del Chiapas nel 1958 – dice padre Manrer. – Era una zona che aveva avuto già una presenza missionaria grazie ai domenicani che arrivarono nella zona nel XVI secolo. I missionari gesuiti inizialmente avevano traduttori ma poi decisero di impegnarsi ad imparare la lingua tseltal per comunicare più direttamente con i nativi. All’inizio si facevano solo delle piccole traduzioni in tseltal come quelle del catechismo e alcune parti del Nuovo testamento. Circolava già una tradizione in tseltal del Nuovo testamento realizzato da un gruppo di protestanti ma era una traduzione che metteva in cattiva luce i fondamenti della fede cattolica. Nel 1969, i padri Mardonio e Ignacio Morales cominciarono l’avventura della traduzione completa della Bibbia anche grazie all’appoggio e all’impulso del vescovo di allora della diocesi di San Crist?bal de Las Casas, monsignor Samuel Ruiz o ‘j Tatic Samuel’, come lo chiamavano gli indigeni tseltales”.
“Fin dall’inizio – continua padre Maner – fu sottolineata l’importanza che fossero gli stessi ‘tseltales’ a tradurre la Bibbia. Noi ci dovevamo limitare ad accompagnarli”.
Abelino Guzman Jiménez, indigeno tseltal e traduttore della seconda versione del Nuovo Testamento e dei Salmi dice: “Non pensavo di arrivare a tradurre la Parola di Dio, però quando cominciammo sentivo di essere un ponte tra me e i miei fratelli e le mie sorelle tseltal”.
Gilberto Moreno, traduttore in tseltal dell’Antico Testamento commenta: “Mi sono sentito come un intermediario tra Dio e il mio popolo. Vedere la mia gente capire la Parola di Dio con semplicità di cuore e sentire le parole e capirle nella mia lingua. È stato un momento di tanta allegria”.

Il metodo della traduzione dinamica

La straordinarietà del lavoro risiede nella capacità di ‘inculturare’ le Scritture nella tradizione india. Parlando del metodo padre Maurer dice: “Abbiamo cercato di fare non solo una traduzione letteraria ma anche una traduzione culturale. Noi l’abbiamo chiamata ‘traduzione dinamica’. Quindi, non ci siamo limitati a trasferire i termini da una lingua all’altra. Lo sforzo è stato rendere l’autentico significato di una parola nella prospettiva linguistica e culturale tseltal. Un esempio: l’espressione di Gesù ‘pane di vita’ significa poco per un indigeno. L’abbiamo dunque ‘inculturato’ con: ‘Pane che dà la vita’. O ancora, un tseltal non direbbe mai che Dio ‘è ricco di misericordia’, poiché la parola ‘ricco’ si riferisce solo al denaro. Nel tradurlo abbiamo scelto, dunque, ‘Dio è l’Essere la cui misericordia non ha misura’. Un altro esempio. ‘In principio era il Verbo’. E fin qui il significato era condiviso: è stato sufficiente ‘passare’ i termini da una lingua all’altra. I problemi sono arrivati poco più avanti, quando Giovanni, sempre nel prologo del quarto Vangelo, dice: ‘E la Parola si fece carne’. Per un indigeno tseltal una traduzione letterale avrebbe rischiato di essere intesa come una ‘trasformazione’ di Dio in uomo. Ci abbiamo lavorato per anni. E alla fine abbiamo trovato un’espressione molto bella per descrivere l’Incarnazione: ‘E la Parola prese in prestito dall’uomo e dalla donna la loro natura e figura’. Un altro esempio è ‘piena di grazia’ non può essere tradotta nojelar ‘è piena’ perché questo si riferisce a una bottiglia piena. La parola grazia l’abbiamo tradotta ‘un regalo che non si paga”. Così nella traduzione dinamica dell’Ave Maria diciamo: ‘Sono innumerevoli i doni gratuiti che hai ricevuto’”.
Questo lavoro pubblicato esattamente dieci anni fa e che quest’anno vedrà la seconda edizione, ha fatto da apripista. Dando il via a un’esigenza sempre più forte di diffondere le Scritture tra le varie comunità native. L’attuale vescovo di San Crist?bal de Las Casas, Felipe Arizmendi Esquivel, ha appena annunciato la prossima pubblicazione di una versione in un'altra lingua indigena, lo tzoltil, di Vangeli, Atti e Lettere. Una traduzione – sempre in tzoltil – dell’Antico Testamento, inoltre, è ormai in dirittura d’arrivo.
Padre Maurer, missionario di 87 anni, di cui 42 trascorsi tra Città del Messico e le montagne chapaneche di Bachajón conclude: “Quest’esperienza mi ha fatto comprendere il significato della sfida missionaria. Evangelizzare vuol dire seminare la Parola in un popolo che vive in un habitat naturale e sociale. Noi missionari dobbiamo custodire quel seme perché cresca e faccia frutti, il cui gusto, però, sarà in armonia con quell’ambiente e quella cultura”.

 

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