Ancorare la santità alla vita di Gesù

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“Tutto posso in Colui che mi dà forza!” (Fil. 4,13)
“Noi missionari siamo il primo bene dell’Istituto e siamo chiamati a diventare veri discepoli di Gesù Cristo per testimoniarlo e annunciare il suo Regno” (13 Capitolo Generale 10). 

La persona al centro

Ogni processo di rivitalizzazione che interessi la nostra vita spirituale e missionaria passa necessariamente attraverso la persona. La conversione, infatti, e il rinnovamento profondo sono realtà che si realizzano solo nel cuore umano.
Chi vuole intraprendere un cammino serio nella vita spirituale è invitato a prendersi in mano per ricercare e trovare la volontà di Dio e la realizzazione piena di sé. Non si agisce più, come in passato, lasciandoci fare e condurre da altri: l’aiuto resta sempre necessario e utile, ma il decidere sui singoli passi da compiere e i doveri da espletare, sono compito del singolo individuo che solo conosce quello che Dio vuole da lui.
Questa metodologia ampiamente usata oggi nel campo spirituale, è stata formulata nel magistero del Concilio Ecumenico Vaticano II e degli ultimi papi. Essa trae ispirazione dai progressi che le scienze umane conobbero attorno agli anni Quaranta, mettendo al centro dell’interesse la persona umana considerata nella sua totalità.
Papa Francesco mette in luce l’importanza della persona: “In ogni attività politica, in ogni programma, in ogni azione pastorale dobbiamo sempre mettere al centro la persona, nelle sue molteplici dimensioni, compresa quella spirituale. E questo vale per tutte le persone, alle quali va riconosciuta la fondamentale uguaglianza” (Francesco,105 giornata mondiale del migrante e del rifugiato 2019).
Trovare le vie da percorrere per migliorare la propria vita umana, spirituale e missionaria, compete a ognuno di noi. “Per me, essere santo è essere me stesso” (Thomas Merton).

Il modello é Gesù maestro

I discepoli e le folle chiamano Gesù con il nome di «maestro» non perché imparano da lui le cose che insegnano gli altri maestri ebrei dell'epoca, ma perché «imparano» Gesù stesso. Gesù è un maestro autorevole: "li ammaestrava come uno che ha autorità, e non come gli scribi" (Mc 1,22). La parola di Gesú maestro é una parola efficace, imperativa, estrema. Una parola decisiva nei confronti del male; una parola che sfida i tempi; una parola eterna. Ed è in questo senso che dobbiamo intendere il motto: «Io sono la via, la verità e la vita».
Applicato a Gesù, il nome ebraico rabbì è reso nei Vangeli con diversi termini greci: didàskalos, «colui che insegna» annunciando il Regno di Dio, epistàtes, «colui che ha un’autorità superiore » nei confronti dei maestri del suo tempo, cioè gli scribi e i farisei, katheghetès, «colui che guida» sulla via della Verità di Dio, a differenza delle «guide cieche», quali sono i dottori della Legge. Gesù è «maestro» perché è il rivelatore del Padre: «La mia dottrina [= il mio insegnamento] non è mia, ma di colui che mi ha mandato» (Gv 7,16).
L'amore del Cristo ha condotto Paolo a un progressivo esproprio di sé. Nulla gli interessa più, se non Cristo. "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada...?". E risponde con toni lirici: niente e nessuno, "né morte, né vita... né cose presenti, né cose future, né potenze, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potranno separarci dall'amore di Dio che è in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rm 8,35-39).
Spetta ad ognuno di noi il compito di accogliere Gesù nella propria vita, per passare da un cristianesimo di facciata a un cristianesimo che vive nel quotidiano e che dà la testimonianza del Vangelo, perché anche noi siamo stati conquistati da Gesù Cristo (cfr Fil 3,12).

Lo strumento del discernimento

Lo strumento indispensabile e imprescindibile per rileggere la vita alla luce di Cristo è il discernimento, pratica spirituale ben collaudata nel tempo, che aiuta a capire e a interpretare ciò che Dio cerca di dirci. Il discernimento è un dono dello Spirito santo fatto al credente, senza dimenticare che il dono per eccellenza è lo Spirito Santo stesso. Il suo fine è ben espresso in Rom 12,1-2: "Non conformatevi alla mentalità di questo secolo, ma trasformatevi rinnovando la vostra mente, per poter discernere la volontà di Dio, ciò che è buono, a lui gradito e perfetto".
Discernere significa “vedere chiaro tra”, osservare con molta attenzione, scegliere separando. E’ un processo di conoscenza, che si attua attraverso un’osservazione vigilante e attenta, al fine di orientarci nella nostra vita, e compete ad ogni persona che voglia essere responsabile di sé. Nell'esperienza di fede, però, l'atto del discernere non coinvolge unicamente la sfera intellettuale, ma chiama in causa la totalità della persona, in particolare i suoi pensieri e sentimenti.
Possiamo definire il discernimento come quel processo che ogni essere umano deve compiere nel duro mestiere di vivere, nelle diverse situazioni con cui si trova a confrontarsi, per fare una scelta, prendere una decisione, ed esprimere un giudizio con consapevolezza.
Il discernimento diventa il mezzo per individuare la direzione di vita e imparare a scegliere, e lo strumento per conoscere la volontà di Dio sulla propria vita. Si manifesta come sinergia tra il proprio spirito e lo Spirito santo é un esercizio di attenzione e di ascolto dello Spirito Santo che entra ed agisce nella mia storia e quindi anche nella mia personalità. E' ascolto di una Parola di Dio "non scritta", "mai pronunciata fin'ora" che non si trova in nessun altro, se non in me, ed è rivolta a me personalmente.

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Nel pensiero di Giuseppe Allamano

Il Fondatore è stato fedele a proporre l’ideale della santità dal principio alla fine del suo servizio. Per essere esatti, dovremmo dire che l’ideale della santità lo ha proposto a tutti e sempre, senza interruzione, anche al di fuori dell’ambito degli Istituti, in particolare ai sacerdoti convittori.
Modello di santità, per lui, era Gesù che "ha fatto bene tutte le cose". Ai giovani missionari, nella conferenza del 6 gennaio 1917, diceva: «Non solo dovete avere lo spirito di nostro Signore; ma dovete avere i pensieri, le parole, le azioni del Signore» (Conf. IMC, III, 16).
Di qualsiasi virtù parlasse, l’Allamano trovava sempre nel vangelo come Gesù l’avesse vissuta e proposta. È chiaro che gli veniva spontaneo ricorrere all’esemplarità del Signore, perché diceva: «Egli è modello di tutte le virtù». Era profondamente convinto che Gesù venne su questa terra non solo per redimerci, ma anche per essere nostro modello.
Dal complesso degli insegnamenti del Fondatore risulta chiaro che egli prima di insegnare un “metodo operativo missionario”, ha insegnato uno “stile di vita missionaria” e aveva una convinzione fondamentale: solo chi è santo può essere vero missionario. Univa i due termini “santità” e “missione” quasi fossero un binomio. Il motivo è evidente: sulla base della propria esperienza, era convinto che la santità è una premessa necessaria, anzi, indispensabile, per un fruttuoso apostolato.
“Tu fatti sempre coraggio con il desiderio del perfetto, compatendo però e tollerando le miserie umane, operando sempre per diminuirle. Del resto, non scoraggiarti dei tuoi difetti; il Signore ti sosterrà, ti illuminerà per il buon esito, e supplirà: coraggio!” (Giuseppe Allamano. Lettera a Sr. Margherita Demaria il 5 giugno 1919).

Preghiera di Paolo VI

O Cristo, nostro unico Mediatore, Tu ci sei necessario per venire in comunione con Dio Padre, per diventare con Te, che sei suo Figlio unico e Signore nostro, suoi figli adottivi, per essere rigenerati nello Spirito Santo.
Tu ci sei necessario, o solo vero Maestro delle verità recondite e indispensabili della vita, per conoscere il nostro essere e il nostro destino, la via per conseguirlo.
Tu ci sei, necessario, o Redentore nostro, per scoprire la nostra miseria morale e per guarirla; per avere il concetto del bene e del male e la speranza della santità; per deplorare i nostri peccati e per averne il perdono.
Tu ci sei necessario, o Fratello primogenito del genere umano, per ritrovare le ragioni vere della fraternità fra gli uomini, i fondamenti della giustizia, i tesori della carità, il bene sommo della pace.
Tu ci sei necessario, o grande Paziente dei nostri dolori, per conoscere il senso della sofferenza e per dare ad essa un valore d’espiazione e di redenzione.
Tu ci sei necessario, o Vincitore della morte, per liberarci dalla disperazione e dalla negazione e per avere certezza che non tradisce in eterno.
Tu ci sei necessario, o Cristo, o Signore, o Dio con noi, per imparare l’amore vero e per camminare nella gioia e nella forza della Tua carità la nostra via faticosa, fino all’incontro finale con Te amato, con Te atteso, con Te benedetto nei secoli.
(G. Battista Montini, Omnia nobis est Christus, Lettera Pastorale all’Arcidiocesi di Milano, Quaresima 1955)

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