Verso la canonizzazione di Giuseppe Allamano

Beato Giuseppe Allamano Beato Giuseppe Allamano Foto: Archivio IMC

La Consolata «ad gentes»

Il fondatore dei Missionari e delle Missionarie della Consolata, il beato Giuseppe Allamano (Castelnuovo Don Bosco, 21 gennaio 1851 - Torino, 16 febbraio 1926), sarà canonizzato.

Lo ha deciso, il 23 maggio scorso, Papa Francesco nell’udienza al cardinale Marcello Semeraro, prefetto del Dicastero delle cause dei santi, autorizzando a promulgare il decreto relativo al miracolo riconosciuto e a lui attribuito per la guarigione dell’indigeno Sorino Yanomami, avvenuto in Amazzonia.

A padre Ugo Pozzoli, missionario della Consolata, vicario episcopale per la vita consacrata dell’arcidiocesi di Torino, abbiamo chiesto di parlarci del fondatore del suo istituto e di come si vive oggi la missione.

La Chiesa torinese vive un momento di festa per la notizia della canonizzazione del vostro fondatore. Allamano vedeva la Chiesa da una prospettiva che varcava i confini del mondo ma nello stesso tempo è stato un sacerdote profondamente radicato nell’attività della sua diocesi. Come viveva questa doppia dimensione?

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Non credo che si debba parlare di una doppia dimensione. Giuseppe Allamano è stato un prete della diocesi di Torino, con uno stile ispirato in modo particolare dalla vita e dall’opera dello zio materno, san Giuseppe Cafasso. La sua caratteristica consisteva nel saper guardare oltre. L’incontro avuto in età giovanile con il cardinale Guglielmo Massaia, frate cappuccino missionario in Etiopia, creò in lui il desiderio profondo di partire, cosa che non poté avverarsi per ragioni di salute. Da rettore del Santuario della Consolata, incarico portato avanti ininterrottamente per ben quarantasei anni, continuò però a sognare che, anche se non direttamente attraverso lui, la consolazione del Cristo risorto, cercata dai torinesi nel santuario attraverso l’intercessione di Maria, potesse essere offerta anche ai lontani.

Com’era il suo rapporto con i missionari?

Manteneva con loro un dialogo epistolare sempre aperto. Li invitava a scrivere lettere e soprattutto a compilare diari, che gli venivano recapitati ed erano da lui letti avidamente. Attraverso di essi lui si nutriva della missione, imparando dai suoi missionari. È facile immaginare che questo bagaglio di esperienze lo abbia a sua volta influenzato nel vivere il ministero sacerdotale a Torino.

Come si identifica oggi un missionario della Consolata: quali caratteristiche rimarcano la vocazione missionaria in ognuno di voi?

Un missionario della Consolata comprende, nella sua interezza, svariati elementi: l’ispirazione originaria del fondatore, l’evoluzione del carisma attraverso le scelte operate nel corso della nostra storia missionaria e, infine, il contesto attuale, storico, geografico, culturale.

Detto questo, ci sono dei punti chiari e ben tracciati nelle nostre Costituzioni, senza il rispetto dei quali sarebbe difficile identificarsi in modo fedele con il nostro carisma: il vincolarsi con passione all’opera di evangelizzazione della Chiesa con un’attenzione speciale al primo annuncio, lo spirito mariano, la dimensione eucaristica, la laboriosità; il tutto vissuto in comunità, cercando di costruire fraternità basate, come diceva lui stesso, sullo spirito di famiglia e l’unità di intenti.

I missionari della Consolata sono presenti in trenta nazioni nel mondo. Ma oggi, forse, Allamano guarderebbe soprattutto all’Occidente come nuova terra di missione.

Ci stiamo convertendo in modo sempre più deciso a un ad gentes globale, che ci faccia sentire a tutti gli effetti “in missione” ovunque ci si trovi, compresa la nostra Europa, un tempo considerata luogo da cui partire ma non luogo su cui investire risorse e personale. Mi sembra che Allamano, senza ricorrere a inutili forzature, ci dia una chiave di lettura interessante aiutandoci a discernere la nostra missione oggi in Europa.

In che modo?

È curioso vedere come egli, pur limitando gran parte della sua azione al perimetro del Santuario della Consolata, si sia dedicato all’ambiente sociale ed ecclesiale della sua città, cosa che gli venne riconosciuta. Intervenne, infatti, nella realtà sociale del suo tempo in vari modi: con il giornalismo (fu pioniere della stampa cattolica e credeva come pochi nell’efficacia di una buona comunicazione); le associazioni dei lavoratori, con un’attenzione particolare al mondo operaio di quel tempo; la preparazione del clero giovane nel convitto ecclesiastico, attraverso una formazione implicante lezioni, che oggi potremmo definire di sociologia e sulla dottrina sociale della Chiesa.

Senza dimenticare il lavoro capillare svolto nel dialogo personale con tantissimi uomini e donne che venivano al santuario per avere da lui una parola di conforto e consiglio. Così noi oggi portiamo avanti, anche in Europa, il sogno missionario del nostro padre fondatore nell’accoglienza dei migranti, nel lavoro pastorale in periferia, nell’offerta formativa e spirituale sui temi della missione, nell’impegno per la pace e, soprattutto, nella testimonianza che è possibile vivere una fraternità interculturale.

* Nicola Di Mauro, Pubblicato  originalmente in L’Osservatore Romano, 05 giugno 2024 (www.osservatoreromano.va)

Ultima modifica il Giovedì, 06 Giugno 2024 23:01

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