V Domenica di Pasqua / B -“Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto…”

“Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto” “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto”
Pubblicato in Domenica Missionaria
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At 9,26-31
Sal 21
I Gv 3,18-24
Gv 15,1-8

Nell'itinerario pasquale che abbiamo intrapreso, la liturgia di questa quinta domenica ci invita a riflettere su come Gesù è la fonte di vita autentica. L’immagine del Buon Pastore (cfr. Gv. 10,11-18, vangelo di domenica scorsa) ci ha ricordato che i discepoli di Gesù, sono chiamati a testimoniare in gesti concreti l’amore, come un pastore si prende cura delle sue pecore, al punto di dare la vita per loro.

Nella prima lettura (At 9,26-31), con il pretesto di raccontarci l'inserimento dell’apostolo Paolo nella comunità cristiana di Gerusalemme, Luca sottolinea che la fede cristiana nasce, cresce e si sviluppa nel dialogo e nella condivisione con i fratelli nella comunità, in questo modo diventerà, nel mondo, una “casa dalle porte aperte”, accogliente e inclusiva dove tutti possono fare un'esperienza di incontro con Gesù risorto.

La Chiesa è certamente una comunità fatta di uomini e donne e, pertanto, segnata da debolezze e fragilità; ma è, anzitutto, una comunità che, nella storia, è assistita, animata e guidata dallo Spirito Santo che è “il Paraclito” il “Consolatore”, cioè Colui che soccorre nei momenti di difficoltà e di smarrimento. Confidiamo nell'azione dello Spirito? Crediamo che la Chiesa, nonostante la fragilità dei suoi membri, sarà sempre un “sacramento universale di salvezza”, poiché guidata dallo Spirito di Dio?

Abbiamo già visto, nelle domeniche precedenti, che la prima Lettera di Giovanni è indirizzata alle Chiese giovannee dell'Asia Minore, con lo scopo di dirimere le controversie sollevate dagli eretici prognostici in contrato con alcuni punti fondamentali della teologia cristiana. Per questo motivo, l'autore della Lettera cerca di offrire ai cristiani, soprattutto quelli disorientati dalle credenze eretiche, una sintesi dei principi fondamentali di un’autentica vita cristiana.

Nella seconda lettura di questa domenica (1 Gv 3,18-24), viene ribadito che l'amore verso i fratelli non è qualcosa che si manifesta in solenni dichiarazioni, oppure in buone intenzioni, ma in gesti concreti di condivisione, solidarietà e di servizio. Ed è proprio con degli atteggiamenti concreti a favore dei fratelli e sorelle bisognosi che si rivela l'autenticità dell'esperienza cristiana e si rende testimonianza del progetto salvifico di Dio (v. 18).

Quando lasciamo effettivamente che l’amore guidi la nostra vita, possiamo essere sicuri di essere sulla via della verità; quando i nostri cuori sono aperti all’amore, al servizio e alla condivisione, allora siamo in pace perché in comunione con Dio. La nostra coscienza, infatti, può rimproverarci di errori passati e disapprovare alcune nostre scelte, ma se amiamo, sappiamo che siamo vicini a Dio, perché Dio è amore (v.19). L'amore autentico ci libera da ogni insicurezza e preoccupazione, poiché ci dà la certezza che siamo sulla strada giusta che conduce al Signore; e se Dio «è più grande del nostro cuore e conosce ogni cosa» (v.20), non abbiamo nulla da temere. Vivere nell'amore significa vivere nel cuore di Dio e abbandonarsi alla sua bontà e misericordia.

Il Vangelo di questa domenica (Gv 15,1-8), attraverso l'allegoria della vite e dei tralci, ci assicura che nella nostra ricerca di una vita piena di senso, è a Cristo che dobbiamo guardare. Siamo consapevoli che è in Cristo che possiamo trovare un'autentica proposta di Vita? È per noi il vero “albero della Vita”, o preferiamo seguire percorsi di individualismo, autosufficienza e riporre la nostra fiducia e speranza in altri “alberi”, in altre proposte, in altri credi?

Cosa può spezzare la nostra intimità con il Signore e renderci simili a rami secchi e sterili? Tutto ciò che ci impedisce di rispondere con radicalità e zelo alla sequela esigente di Gesù, ci condanna alla sterilità e ci distoglie dalla vera Vita, per esempio: egoismo, autosufficienza, orgoglio, vanità, arroganza, pigrizia, autoindulgenza, avarizia, bramosia della ricchezza, o ricerca degli applausi... Che cosa, nel mio modo di essere, pensare o nel mio stile di vita, costituisce per me un ostacolo a restare unito a Gesù?

Ricordiamo che l'ascolto della Parola di Dio gioca un ruolo decisivo nel processo di conversione volto ad eliminare tutto ciò che impedisce la nostra unione con Cristo. Si, abbiamo bisogno di ascoltare la Parola di Gesù, di meditarla, di confrontare la nostra vita con l’esempio del Signore, di accogliere le provocazioni che ci aiutano nella conversione. Quanto spazio ha la Parola di Dio nella mia vita? Quando tempo dedico alla meditazione e alla Lectio Divina? È per me un criterio per rivedere le mie scelte?

Ognuno di noi è e rimarrà sempre un “ramo vivo e fecondo” della vera Vite, a condizione che è unito saldamente al Signore e cresce ogni giorno nell’intimità con Lui, nella preghiera, nell’ascolto della sua Parola, nella partecipazione ai Sacramenti e nel servizio della carità. Chi ama Gesù, la vera vite, produce frutti di fede per un abbondante raccolto spirituale e gesti di carità per il bene dei fratelli e delle sorelle. Preghiamo perché possiamo rimanere saldamente innestati in Gesù e perché tutte le nostre azioni abbiano da Lui inizio e in Lui il compimento.

* Padre Geoffrey Boriga, IMC, studia Bibbia nel Pontificio Istituto Biblico a Roma.

Ultima modifica il Domenica, 28 Aprile 2024 23:13

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