Ecuador: "Non uccidere", punto e basta

La Piazza dell'Indipendenza, conosciuta anche come Plaza Grande è il cuore del centro storico di Quito, la capitale dell'Ecuador. La Piazza dell'Indipendenza, conosciuta anche come Plaza Grande è il cuore del centro storico di Quito, la capitale dell'Ecuador. Foto: Jaime C. Patias
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Il comandamento primo di tutte le religioni e civiltà è quello di proteggere la vita, senza alcuna restrizione, perché la vita non ci appartiene. Questo principio universale non ammette eccezioni: "Non uccidere" né con le pallottole, né con la fame, né con la calunnia, né con il disprezzo.

Nella situazione attuale dell'Ecuador, come quella del nostro continente e del nostro pianeta, la vita è una realtà che conta molto poco. Lo vediamo in particolare nel nostro Paese con la dichiarazione di "guerra interna" da parte del governo: una dozzina di presunti "terroristi" assassinati, più di 10.000 giovani imprigionati senza un valido procedimento penale, di questi solo circa 300 sono passati attraverso un processo di giustizia. E ancora quanti scomparsi, quanti torturati, quanti cadaveri abbandonati nelle strade? I media tradizionali tacciono su tutto questo, dimenticando quando fa loro comodo la legge suprema: "Non uccidere".

Tutti noi diventiamo complici di tutto questo quando non ci indigniamo, quando restiamo indifferenti, quando restiamo in silenzio, quando non agiamo per fermare o anche solo ridurre questi oltraggi. Con queste omissioni collaboriamo all'escalation e al circolo infernale della violenza. Non vogliamo riconoscere che la violenza non si reprime con l'uso delle armi o con lo spauracchio della pena di morte. Al contrario, esse incoraggiano ancora più violenza e morte.

Si tratta di trovare le cause della violenza e di combatterle con altri mezzi.

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Una giovane donna chiede la fine della violenza durante una manifestazione a Quito nel novembre 2023. Foto: vozdeamerica.com

In Ecuador, le due principali cause di violenza sono la disoccupazione e la corruzione, favorite dal sistema neoliberista. La maggioranza degli ecuadoriani con il "sì" all'insidiosa consultazione di Lenin Morena, con l'elezione di Guillermo Lasso e ora con quella di Daniel Noboa ha votato per la continuità e il consolidamento di questo sistema di morte che dura da 7 anni. Finché continueremo ad eleggere presunti salvatori membri della classe sociale che ci sfrutta, continueremo a stare dalla parte della violenza e dell'espropriazione della vita. Non ci rendiamo conto che i nostri governanti fanno il contrario di quello che ci promettono in campagna elettorale?

Questa classe sociale composta da traditori, banchieri e grandi imprenditori vive sul nostro sfruttamento e impoverimento. Crediamo alle loro bugie: "Niente più tasse! Niente più disoccupazione! Niente più persecuzione politica! Niente più salari da miseria! Niente più ospedali senza medicine! Niente più abbandoni scolastici!". La realtà ci mostra la falsità di queste promesse, oppure preferiamo essere ingannati e sfruttati? Quando potremo gridare: "Basta con la violenza!". I giovani del nostro Paese stanno pagando con le loro vite uccise o distrutte il prezzo dei nostri ripetuti errori e della nostra colpevole ignoranza.

Ora il presidente Noboa propone anche un referendum per confermare le bugie della sua campagna presidenziale e rafforzare il sistema neoliberale che ci sta uccidendo lentamente e violentemente. Come se non bastasse, per nostra grande sfortuna, i sondaggi ci dicono che il "sì" trionferà.

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Il candidato presidenziale ecuadoriano assassinato, Fernando Villavicencio, parla durante un comizio elettorale a Quito, il 9 agosto 2023.

Noi stessi stiamo tracciando la strada verso una più grande situazione di miseria. Quando apriremo gli occhi e decideremo di vivere una vita retta e dignitosa? Quando affronteremo il sistema neoliberista che ci governa e ci rende miserabili?

Solo invertendo le cause che provocano la violenza riusciremo ad eliminarla. Se queste cause sono responsabilità di ognuno di noi, come l'indifferenza e la complicità, sono queste le due realtà che devono essere superate. Per questo le religioni e la Bibbia in particolare ci indicano una via, invitandoci ad amare: "Amerai il prossimo tuo come te stesso". Se la corruzione è un'altra causa di violenza, una causa collettiva di violenza, dobbiamo bandire ciò che la provoca e avviare una convivenza fraterna.

Gesù di Nazareth ci apre una strada collettiva: unirci per realizzare la fraternità e fare dell'amore l'asse delle nostre relazioni. Gesù ha lasciato in eredità a noi che abbiamo promesso di seguirlo il suo unico comandamento: "Vi amerete gli uni gli altri come io vi ho amato". La vita sociale non è solo un impegno individuale, è soprattutto un impegno collettivo: organizzarsi per rendere possibili relazioni di rispetto, di giustizia e fraternità. Non raggiungeremo mai queste tre realtà se non ci uniamo in modo organizzato: Questo si chiama impegno collettivo per la "civiltà dell'amore".

L'attuale sistema neoliberale nega questa civiltà dell'amore come modalità individuale e collettiva perché vive dello sfruttamento dei lavoratori e della morte dei disoccupati. Sono queste le cause che provocano l'attuale stato di violenza e l’errore dei giovani nel sostenere il narcotraffico. Questa situazione non cambierà se non cambieremo noi stessi come singoli, come collettività e soprattutto come organizzazione.  Questo sistema perverso deve essere rovesciato e sostituito.

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Mitad del Mundo: il punto in cui la linea equatoriale passa attraverso Ecuador. Foto: Jaime C. Patias

Attualmente i popoli indigeni, le donne e i giovani sono i gruppi più organizzati che possono rendere possibili nuovi modi di fronteggiare e cambiare l'attuale sistema. Papa Francesco lo conferma nei suoi incontri con i movimenti popolari. Essi sono impegnati in una lotta non violenta, attiva e collettiva, agiscono democraticamente con la partecipazione di tutti, sono creativi nel presentare sia le loro denunce che le loro proposte alternative, sono intelligenti e festosi nelle loro azioni e procedure, credono fermamente che una "civiltà della Vita Buona sia possibile". Molti cristiani sono già coinvolti in queste forme di lotta con le loro proposte innovative per invertire la violenza dei prepotenti.

San Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador assassinato il 24 marzo 1980, chiese ai soldati salvadoregni: "Nessun soldato è obbligato a obbedire a un ordine contrario alla Legge di Dio. Una legge immorale non deve essere rispettata da nessuno".

* Padre Pedro Pierre Riouffrait, sacerdote diocesano nato in Francia nel 1942, missionario in Ecuador dal 1976.

Ultima modifica il Martedì, 26 Marzo 2024 16:40

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