Missionari "ad gentes" nella santità della vita

La tomba del Beato Giuseppe Allamano presso la Casa Madre IMC a Torino La tomba del Beato Giuseppe Allamano presso la Casa Madre IMC a Torino
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Si avvicina la festa del nostro Beato Giuseppe Allamano. Viene istintivo a tutti noi guardare alla sua figura come modello per la nostra vita missionaria e ispirarci con maggior impegno alla sua spiritualità e al suo insegnamento. Auguriamoci pertanto una buona preparazione alla festa del Beato Allamano, anche con l’aiuto della presente riflessione.

Missionari “Ad Gentes” nella santità della vita

(Dalla lettera della Direzione Generale: “La nostra Vita Consacrata”, nn. 50-56, 29/1/1995)

50. Consideriamo i voti religiosi nella loro problematicità e nel loro valore come i punti di riferimento certi della nostra vocazione nella Chiesa. È già stato detto che la vita religiosa è situata nell’ordine della santità e che la pratica dei consigli evangelici deve essere compresa nel contesto della chiamata all’imitazione di Cristo per giungere a vivere e a sentire con lui. Lo sottolinea anche la Lumen Gentium. «La Chiesa – si afferma – ripensa al monito dell’Apostolo, il quale, incitando i fedeli alla carità, li esorta ad avere in sé gli stessi sentimenti che furono in Gesù Cristo» (LG 14). Tale contestualizzazione dei consigli evangelici viene ribadita nel cap. VI dove si dice che «lo stato religioso imita più fedelmente e rappresenta continuamente nella Chiesa la forma di vita che il Figlio di Dio abbracciò venendo nel mondo per fare la volontà del Padre, e che propose ai discepoli che lo seguivano (LG 44).

È, dunque, chiaro che non ci siamo impegnati solamente a professare i tre voti religiosi, ma a imitare Cristo, vivere come lui e riprodurre in noi la gamma dei suoi sentimenti (cfr. Fil 2, 5). Questo senso vigoroso della nostra vocazione religiosa-missionaria, sgorgato dal cuore del Fondatore, è recepito ed espresso nelle Costituzioni: «Il fine che ci caratterizza nella Chiesa è l’evangelizzazione dei popoli; lo realizziamo per la gloria di Dio e nella santità della vita; nel senso inteso dal Fondatore quando ribadiva: “Prima santi, poi missionari”. Questo fine deve permeare la nostra spiritualità, guidare le scelte, qualificare la formazione e le attività apostoliche, orientare totalmente l’esistenza» (Cost. 5).

Missione: un cammino di santità

51. La santità è, dunque, per noi nucleo e segreto di una vita consacrata alla missione. È anche chiave di un rinnovato zelo per la missione universale (RMi 90-91). Questa è la sintesi della dottrina spirituale del Beato Allamano, che propone come base e garanzia per una missione vissuta nell’autenticità evangelica, la tensione alla santità che consta di un accento eminentemente ascetico, personale, ed è incentrata nel rapporto con Dio.

Padre e maestro di apostoli, l’Allamano ha la sua proposta di ascesi cristiana, scevra da ogni perfezionismo volontaristico, piena di equilibrio e buon senso, lontana da eccentricità o singolarità irritanti, armonicamente ricca di valori umani e qualità spirituali. Per il Beato Fondatore la vocazione alla missione è un dono di Dio che chiede la risposta dell’uomo. La santità non si compera con sforzi, ma si acquisisce accogliendo umilmente la chiamata di Dio alla missione e facendone l’esperienza fondante della nostra esistenza.

La tensione alla santità è indicata dal Fondatore come il fine primario dell’Istituto. Oggi non distinguiamo più tra fine primario e fine secondario, ma consideriamo santità e missione come le due dimensioni essenziali e integranti della stessa vocazione. La missione è cammino di santità. La santità è anima della missione: «Questa è la volontà di Dio: la vostra santificazione» (1Tess 4, 3). «Sbaglierebbe chi dicesse: sono venuto per farmi missionario e basta!» (VS, 111-112). «Prima dunque santi, poi missionari, un fine aiuta l’altro. Se qualcuno fosse entrato nell’Istituto senza queste idee, procuri di convincersene, altrimenti non è a posto» (VS, 112-113). La santità, la coerenza di vita, la ricerca di comunione con Dio ridonda a beneficio della missione e ne garantisce l’efficacia segreta e misteriosa.

“Fare bene il bene”

20200215Allamano252. È necessario che il missionario parli innanzi tutto con la santità della propria vita; pertanto, gli si richiede “un più” di preghiera, di mortificazione, di carità; in una parola, una maggior santità, una santità superiore all’ordinario. «Le anime si salvano con la santità (...). È ciò che sperimentano ogni giorno i nostri missionari d’Africa: certe conversioni non si ottengono che con la santità» (VS, 113).

Non c’è alcuna esagerazione o stravaganza nell’Allamano. Per lui la tensione alla santità è fonte di pace, serenità ed equilibrio interiore. È determinazione a trovare risposte e metodi per l’oggi, a vincere la mediocrità, a soffocare i desideri banali, i tentennamenti e le soluzioni di comodo; a superare il torpore che impedisce agli slanci di confluire in uno sforzo generoso e costante di realizzazione. La santità esige una sana violenza su sé stessi e un impegno totalizzante che rifugga dal batter l’aria e dai desideri effimeri che non approdano a nessun traguardo. Santità è esercizio pratico nelle piccole cose di tutti i giorni così care all’Allamano. Si tratta soprattutto di fare bene quello che dobbiamo fare, cercando la perfezione anche nelle cose scontate, conformandoci in tutto alla volontà di Colui che amiamo. «Non basta fare il bene, bisogna farlo bene (...). Ecco, o miei cari, la santità che io vorrei da voi: non miracoli, ma far tutto bene (...). Contentiamoci dunque di farci santi nella via ordinaria. (Se il Signore) ci vorrà sollevare ad altre altezze, ci penserà lui, noi non infastidiamoci (...). A me non interessa se avete dato diecimila battesimi, ma se sarete stati ottimi religiosi, ottimi missionari (...). Non cose straordinarie, ma straordinari nell’ordinario. Facciamoci santi senza strepiti. Non è fare tante cose che importa, ma farle bene» (VS, 129-30).

A chi intraprende questo cammino viene richiesto, senza esclusione, di attenervisi con generosità anche oltre le debolezze e i fallimenti. Accanto alla volontà determinata il Beato Fondatore pone l’esigenza di ben conoscere sé stessi, in ciò che siamo in verità, senza esagerare in auto esaltazioni utopiche o senza angustiarsi in autolesioni depressive. Superare i confini della fragilità e con lucidità, semplicità e realismo, camminare nella verità davanti a Dio. In lui, più intimo a noi di noi stessi, troveremo il coraggio di accettarci come siamo, e diventeremo capaci di modellare il nostro temperamento. Gli eventi, a volte, ci impongono di camminare e crescere controcorrente. «(Siete) chiamati alla santità – insegna l’Allamano – e a una santità singolare. Fate dunque che tutte le cose, anche i difetti altrui, cooperino al vostro bene» (VS, 160).

L’ideale di santità missionaria continuamente presente nell’insegnamento del Padre Fondatore è Francesco Saverio, missionario santo per eccellenza (cfr. VS, 779-788): uomo tutto di Dio, tutto del prossimo, tutto di sé stesso. Sintesi perfetta di contemplazione e azione, di valori umani e di grazia, di intimità con Dio e di itineranza missionaria. Il suo stile di vita, la sua austera povertà nell’uso dei beni di questo mondo per il Vangelo, la sua preghiera intensa non sono ostacoli alla missione, quanto piuttosto il segreto della sua efficacia e del suo inesauribile zelo apostolico.

Qualità della vita

53. Nelle nostre recenti riflessioni, specialmente dopo l’ultimo Capitolo Generale, abbiamo parlato insistentemente di “qualità”. Ebbene, espressione più alta, in senso qualitativo, della nostra vita è la santità sublimata nella vita religiosa. Così concepita, la qualità mette in discussione, non il nostro “fare”, ma il nostro “modo di fare” senza radici, senza progetto, senza dinamismo comunitario, senza profondità di vita e, in definitiva, senza Dio. Esiste tra noi una difficoltà a rompere gli argini della mediocrità ambientale, del fare come tutti, del fare quello si è sempre fatto. Ci costa guardare oltre la conservazione del nostro presente, oltre le strutture costate sudore e fatica, oltre le forme di vita e di lavoro, ma dove lo spirito non trova più posto.

Rischiamo di giungere all’assolutizzazione dei mezzi e al culto dell’efficienza. Con frequenza deridiamo progetti e desideri di radicalità e in alcuni casi rischiamo di diventare dei “franchi tiratori” della missione. L’ideale resta: aprirsi alla gioiosa condivisione della vita e della santità, alla comunione fraterna come metodo di vita e di lavoro, cogliere l’obbedienza come totale disponibilità e definitivo sacrificio.

È vero: la missione è la ragion d’essere dell’Istituto, il nostro solo titolo di gloria, ma non va confusa con il fare a qualunque prezzo, anche a costo dei valori essenziali. Non può essere idolatria di se stessi, dei mezzi di cui disponiamo e che affannosamente ricerchiamo per fare e strafare. A questo tipo di missione si oppone la missione di qualità, dotata di intensità nell’essere, nella comunione, nel servizio generoso, nell’operare laborioso, nell’impegno attento al divenire della storia. Di recente la nostra spiritualità ci ha proposto, come anima della missione, l’amore compassionevole per i poveri, la promozione della giustizia e della pace, l’inculturazione. Sono sempre stati bagaglio della nostra identità di Missionari della Consolata ed elementi costitutivi della santità IMC di sempre, a cominciare da coloro che prima di noi si sono specchiati nel volto paterno dell’Allamano.

A tutti egli indica un solo inizio, una sola meta, un solo centro: Cristo, l’inviato del Padre; la missione come complemento della sua opera nel mondo. La santità segna il cammino lungo il quale si modella il nostro stile di vivere e di realizzare la missione.

Dio ci è testimone di quanto vorremmo essere noi i primi compagni di viaggio per un servizio che qualifichi la nostra missione.

Unità di intenti

 54. Non si può parlare di vita religiosa senza parlare di vita comunitaria. Essa è parte costitutiva della vita religiosa e della stessa Chiesa. Gesù manda gli Apostoli ad annunciare la Buona Novella della salvezza e a convocare i credenti a vivere come fratelli. Gli Atti degli Apostoli ci presentano i primi cristiani, uniti tra loro nella condivisione di ciò che hanno, nella partecipazione alla preghiera comunitaria, nell’ascolto dell’insegnamento degli Apostoli (At 2, 42-47).

Talvolta si mettono in contrasto vita comunitaria e vita apostolica, sostenendo che la prima nuoce alla seconda. Se si vuole fare realmente missione – si argomenta – è meglio non essere legati da comunità, orari e regolamenti che finiscono per ostacolarla. O ancora: si afferma che la vita missionaria non offre il calore della vita comunitaria e non si sorregge sulle grucce del monastero. Questo è strutturalmente vero.

Certo, sbaglia chi riduce la vita comunitaria ad un orario, ad una regola o all’intimità di un piccolo gruppo. Non sono la regola o l’orario a formare la comunità, ma lo spirito del Vangelo, anche se regola e orario possono risultare utili in certi momenti. Si può vivere sotto lo stesso tetto, fedeli alla stessa regola e allo stesso orario, ma vagare ai margini della comunità.

La vita comunitaria vissuta da missionari è molto più esigente di quanto lo possa essere qualsiasi costituzione, regolamento o orario, perché significa essere animati, al pari dei primi cristiani, da “un cuore solo e un’anima sola” (At 4, 32). E questo non si stabilisce per legge, ma per libera scelta. Per l’Allamano la nostra vita comunitaria sta nel vivere in “unità d’intenti”: annunciare le stesse cose, amare con lo stesso cuore, lavorare con lo stesso spirito per la realizzazione di comuni progetti. Vivere così è indubbiamente più esigente che sottoporsi ad una regola, ed è anche straordinariamente più efficace ai fini della testimonianza e della credibilità del Vangelo.

È solo raggiungendo l’“unità d’intenti” che realizzeremo la nostra vocazione-missione, poiché la missione non è nostra, ma è affidata alla Chiesa di Dio che è mistero di comunione.

Contemplativi nella missione

55. Abbiamo parlato di santità, di missione nella santità della vita, di qualità nell’essere e nel fare. Il nostro ultimo Capitolo Generale parla anche di contemplazione

«Qualità ancora auspicata di trasformarci in contemplativi della missione, come ci voleva il Padre Fondatore» (p. 8).

«Crediamo che la tensione alla santità indicataci dall’Allamano resta un impegno reale che passa attraverso l’esperienza di Dio, la centralità di Cristo, lo spirito di contemplazione, l’incarnazione nell’oggi e sfocia nella missione» (p. 49).

In alcuni di noi la parola “contemplazione” suscita timore e inalbera suscettibilità, “perché – si dice – non siamo contemplativi, ma missionari”, e così continuiamo a vivere un dualismo che ci impoverisce. Sembra che la paura di oltrepassare la soglia delle resistenze personali ci domini e ci impedisca di scendere alle radici del nostro progetto di vita per giungere al nucleo della santità. Cercare il volto di Dio vuole invece dire totalizzante unificazione della nostra vita nel suo progetto di Alleanza. E per noi Alleanza è la missione con i suoi molteplici comandamenti impressi nella pietra del quotidiano: preghiera personale e comunitaria, lavoro, solitudine, incontro con la gente, annuncio e servizio della carità, comunione, contemplazione.

Unificare la vita

56. Tutti conosciamo missionari che vivono questo patto d’amore. Molte delle insoddisfazioni e dei vuoti che avvertiamo nella nostra vita religiosa-missionaria provengono da tensioni irrisolte: tensione tra l’essere e il fare, privilegiando naturalmente il fare; tensione tra preghiera e pastorale a scapito di una vera evangelizzazione; tensione tra vita comunitaria ed esigenze di apostolato, a vantaggio di uno pseudo apostolato che non nasce da autentica comunione e non crea comunione; tensione tra l’uso e l’abuso dei mezzi che non prende a modello l’incarnazione di Cristo, il quale da ricco che era si fece povero (cfr. 2Cor 8.9) per camminare a fianco della gente povera; tensione, in definitiva, tra vita religiosa e missione a scapito di entrambe.

Tutte queste tensioni, in ultima analisi, rivelano la mancanza in noi di un’autentica dimensione contemplativa e quindi l’assenza di una missione dal grande respiro spirituale che si integra e si disseta alla fonte della genuina esperienza di Dio.

Contemplazione e preghiera non si identificano, si integrano. La preghiera è il momento privilegiato nel quale, immersi nell’attività dissipante e dispersiva, giungiamo ad unificare la nostra vita in Dio.

(Dalla lettera della Direzione Generale: “La nostra Vita Consacrata”, nn. 50-56, 29/1/1995)

Last modified on Sunday, 18 February 2024 22:31

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