Il Beato Giuseppe Allamano tra i santi

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L'icona di "Giuseppe Allamano tra i santi", regalata dagli Amici Missioni Consolata di Torino a conclusione delle celebrazioni per il centenario della Fondazione dell'Istituto, il 7 ottobre 2001, è esposta nella cappella della comunità della Casa Madre (Torino). Scritta dall'iconografo Silvano Radaelli di Lissone (MI), Maria Grazia Mussi Radaelli ne fa una lettura che guida alla contemplazione e alla preghiera.

L'Allamano amava ricorrere ai santi, imitarli, chiederne l'intercessione. L'icona mostra una schiera di santi che lo hanno ispirato e accompagnato in una maniera particolare, e sono stati da lui proposti ai Missionari non solamente come protettori, ma come veri modelli di vita missionaria.

IL BEATO GIUSEPPE ALLAMANO TRA I SANTI

Maria Musi

Lettura dell’Icona
 Struttura dell’icona

La struttura ricorda l’icona della Pentecoste. Dall’alto scendono i raggi dello Spirito Santo che illuminano il Fondatore ed i Santi, rendendoli partecipi della Sapienza divina, si propagano poi sull’universo illuminando e trasfigurando tutta la realtà. Come avvenne per gli apostoli, lo Spirito della Pentecoste discende per rivestirli di forza; da questo momento essi incominciano ad annunciare la Parola.

20240117allamanoLa ricca vegetazione raffigura la forza rigeneratrice dello Spirito Santo che attraverso i missionari porta la vita anche in luoghi aridi, scioglie i legami della schiavitù, infonde vigore e forza, anima l’amore creativo. Gli alberi accompagnano il movimento dei santi che sembrano inneggiare, dando lode e onore al Cristo e a Sua Madre. È rappresentata infatti la Consolata.

I Santi poggiano i piedi su un prato verde, colore che sta a sottolineare la fertilità e l’azione vivificante dello Spirito Santo. Essi sembrano ergersi dal terreno, reso fertile dalla potenza dello Spirito, come colonne portanti sulle quali viene costruita la Chiesa rappresentata dai due edifici luminosi, trasparenti che si stagliano sullo sfondo.

In alto, a sinistra, il santuario della Consolata di Torino e alla destra la chiesetta di Tuthu in Kenya, prima Missione fondata dai Missionari della Consolata, primo santuario a lei dedicato in terra d’Africa, simbolo ora del carisma missionario dell’Istituto.

L’icona è immersa nell’oro, che è splendore, riflesso puro della luce, simbolo della luce divina, della trascendenza di Dio. È pervasa dalla luce che dall’alto si irraggia tutt’intorno.

 La Consolata

Per il Beato Allamano la Madonna era la Consolata, visse sempre all’ombra del suo santuario, si tenne sempre unito a Lei, come madre e modello di uniformità a Cristo. A lei attribuisce l’ispirazione e la fondazione dell’Istituto per donare consolazione e vita a quanti si accostano al suo Figlio. A coloro che entravano nell’Istituto, specialmente i più piccoli, spesso con forte nostalgia della madre, dava una immagine della Consolata dicendo: «da oggi avete una nuova mamma, la Consolata. Essa vi ha chiamati e vi riceve in questa casa. Mettetevi dunque sotto la sua protezione». E poi sempre, il riferimento alla Consolata è costante, in tutte le circostanze e con tutti, grandi e piccoli, in patria e in missione.

Attesta un missionario: «Per lui la Madonna ci è mamma, e su questa devozione non si stancava mai di parlarci onde eccitarci ad amare sempre più Maria. Ed approfittava di ogni occasione, anche fortuita, per richiamare alla nostra mente ed al nostro cuore questo costante suo incitamento… Nei suoi scritti, per quanto brevi, non tralasciava mai di ricordarci la sua Madonna. Alle volte si trattava unicamente di un pensiero, una frase, un incoraggiamento, una sola parola, come quando sul retro di una immagine scriveva: "Coraggio, la Consolata ti aiuterà...", "non temere, la Consolata ti benedice". Ci voleva "figli della Consolata". Quando lo si andava a visitare nel suo studio al santuario non mancava mai di domandarci se già fossimo passati a venerare la Madonna. Alla nostra risposta, il più delle volte affermativa, ci diceva: "Ora, prima di ritornare all'Istituto passate ancora a salutarla"… Per lui la Consolata era vita, amore, lavoro, sacrificio, era la sua donazione. E per la Consolata visse e consumò la sua vita».

Il Beato Allamano

Centrale è la sua figura dalla quale traspare energia e gioia serena, ha la mano destra benedicente, con la sinistra tiene il libro della Scrittura.

Il volto è la parte fondamentale dell’icona, è il centro dell’icona stessa, lì si pone lo sguardo del fedele nel momento della preghiera e dal volto viene la luce che “illumina” il credente. Il volto è luminoso. In lui possono riconoscersi tutti i suoi figli missionari, a qualunque popolo appartengano. Il Beato Allamano ha il dono del sorriso, che gli viene dal cuore. «Ci guidava con un perenne sorriso», attesta un o dei suoi primi missionari. Nei suoi occhi si trova il sorriso più grande; occhi che si illuminano quando conversa con Dio o la “sua” Consolata, quando incontra le persone e le guarda. Occhi che ispirano confidenza e incitano al bene.

È rivestito di un manto rosso simbolo dell’amore più forte della morte, dell’amore maturo che porta anche al martirio. Porta la stola ornata dalle croci che sottolinea il suo essere pastore. Il bianco con le croci nere richiama la gloria e la passione del Signore.

Ha il capo circonfuso dal nimbo dorato, simbolo dei “somigliantissimi”, di coloro che nella vita tendono alla santità e diventano in tutto simili a Cristo. Egli ha vissuto la sua vita nella fedeltà a Dio.

I personaggi

L’evangelizzazione prende il via dal loro “stare insieme”. Parte dalla comunione per portare alla comunione. L’Allamano ne era fortemente convinto e ha impresso al suo Istituto la caratteristica dello “spirito di famiglia”, e del lavoro missionario fatto «in unità di intenti». Nell’icona contempliamo Santi missionari, con storie e doni diversi, chiusi in un cerchio, simbolo della comunione e dell’unità di quanti credono in Cristo, sempre tesi alle “cose” del Padre che indicano con le mani e gli sguardi assorti.

I tre personaggi, a sinistra, sopra il Beato Allamano sono:

  • San Pietro Claver, che reca tra le mani le catene, egli si è fatto schiavo degli schiavi. L’Allamano dice: «In lui noi ammiriamo la carità e la pazienza eroica esercitata per più di 40 anni con gli schiavi. Per riuscire santi missionari colla necessaria carità e pazienza bisogna formarsi da giovani e ben fondarsi in queste virtù». Indossa l’abito da sacerdote grigio scuro, è derivazione del nero e assume lo stesso significato: il nero è utilizzato per le vesti dei monaci che arrivano ad un alto grado di ascesi e che sono morti a questo mondo.
  • Card. Massaia, riconoscibile dal manto ornato di croci proprio dei Vescovi e dal bastone rosso riservato ai grandi maestri, a coloro che hanno autorità e insegnano nella chiesa. Fin dagli anni giovanili fu attraverso i suoi scritti che Allamano coltivò l’amore alle missioni. Gli fece visita a Frascati, probabilmente per consultarsi sull’intenzione di fondare un Istituto per inviare missionari a continuare la sua attività apostolica in Etiopia.
  • San Giuseppe sposo della Beata Vergine Maria. Veste una tunica blu che richiama il cielo, la divinità. Indica la sua tensione alle cose del Padre, la sua esistenza vissuta nella fedeltà alla Parola e nella testimonianza a Cristo stesso. Ha un mantello giallo che sta ad indicare colui che è preposto all’annuncio della Parola. Ha tra le mani un rotolo segno della Parola di Dio, a cui sempre e prontamente ubbidì, e una colomba, la semplice offerta che ha portato in dono nella Presentazione di Gesù al tempio. L’Allamano suggerisce di imitare le virtù di San Giuseppe: lo spirito di raccoglimento, di fede, di amor di Dio, l’umiltà e la laboriosità.

Il gruppo a destra sopra il Beato Allamano è rappresentato da:

  • San Francesco Saverio, Patrono delle Missioni e insigne modello di missionario costantemente citato e proposto nell’insegnamento del Fondatore ai suoi missionari. «Eppure, io son d’opinione – diceva - che voi tutti potreste diventare come lui ed operare anche miracoli…. Dunque, non rimane che essere santi e zelanti come S. Francesco. Ma d’una santità speciale anche eroica». Ricorda soprattutto il suo ardente zelo, l’ansia di evangelizzare tutto il mondo. Reca tra le mani un crocefisso rosso segno della carità di Cristo che lo spingeva ad esercitare la carità, prima negli ospedali, poi nei catechismi e in tante predicazioni, e nell’annuncio del vangelo nell’estremo oriente, sostenendo patimenti d’ogni genere per la salvezza dei fratelli.
  • Suor Irene Stefani, Missionaria della Consolata, una delle prime Missionarie della Consolata. Morta giovanissima ha dimostrato un grande zelo per soccorrere, evangelizzare, alleviare le sofferenze di tutti coloro che poteva avvicinare. Eroica carità esercitò durante la Prima guerra mondiale nei campi militari in Africa per i soldati malati. «È morta, perché si è offerta vittima… L’amore di Dio e delle anime l’ha bruciata… Avremmo potuto chiamarla suor Carità…». La sua esistenza si compendia nel suo proposito: «Tutto da Gesù e per Gesù, niente da me e per me». Di qui la sua donazione totale, senza riserve, senza pensare a sé. Gli africani la considerano la “loro” suora, tanto si era fatta una di loro, «uccisa non dal male, ma dall’amore».
  • Martire missionario. In lui sono rappresentati tutti coloro che hanno dato la vita per i fratelli nella Missione. Ha in mano la palma del martirio ed indossa un abito bianco. Il bianco richiama più simbologie: nascita, morte, resurrezione e trasfigurazione. Nel missionario martire, il bianco vuole simboleggiare la sua trasfigurazione che avviene nel momento del suo martirio. Il bianco è anche il colore di quelli che sono penetrati dalla luce di Dio.

Le due persone rappresentate alla destra di Allamano sono:

  • San Giuseppe Cafasso rappresentato con gli abiti e la stola del sacerdote, ha in mano il rotolo della predicazione della Parola di Dio, egli fu predicatore infaticabile della misericordia di Dio tra i carcerati ed i condannati a morte. Il nipote Allamano ne fece conoscere la figura sacerdotale e lo stile di santità, proponendolo come modello ai sacerdoti ed ai missionari. A questi in particolare propose il modello di santità del Cafasso “straordinario nell’ordinario”, proteso soprattutto al “bene fatto bene”.
  • Santa Teresa di Lisieux, patrona delle Missioni. Si è fatta santa nelle piccole cose, con una volontà di ferro. Fare tutto per piacere al Signore, fare la volontà di Dio era il suo metodo. «Nel cuore della chiesa, io sarò l’amore» scrive. Sono proprio le fiamme dell’amore che sono state poste sul libro della Parola di Dio che tiene in mano. Santa Teresa in monastero e Suor Irene sempre in cammino con i suoi “scarponi della gloria”, ambedue innamorate di Gesù e della missione, ricordano che è missionario chi vive il mistero di Cristo inviato e ama la chiesa e le persone come Gesù le ha amate.

L’ultimo gruppo di personaggi alla sinistra del Fondatore raffigura:

  • San Paolo, rappresentato con la barba, mezzo canuto; veste una tunica blu come San Giuseppe e un manto rosso che simboleggia il martirio. Paolo, infatti, fu martirizzato sotto Nerone e morì decapitato. Paolo è per l’Allamano il grande innamorato di Gesù e del suo vangelo, di cui si è fatto annunciatore instancabile tra i pagani. Ai suoi missionari propone di fare proprio l’impegno di Paolo: «Tutto faccio per il vangelo»; «Guai a me se non evangelizzassi».
  • San Fedele da Sigmaringa, proposto dall’Allamano come particolare patrono dell’Istituto perché è il primo martire di Propaganda. Abbracciata la vita religiosa nell’Ordine dei Cappuccini, divenne sacerdote e si dedicò totalmente al servizio della predicazione. Accompagnava la parola con la testimonianza di una vita austera e di intensa preghiera. Indossa un saio marrone. Il colore bruno è segno della povertà e della rinuncia alle gioie della vita terrestre. Nella sua festa liturgica, 24 aprile 1900, da Rivoli, l’Allamano convalescente da grave malattia, superata per intervento miracoloso della Consolata, scrisse la lettera al Cardinale arcivescovo di Torino per la fondazione dell’Istituto e, prima di spedirla, la pose sull’altare su cui celebrò la messa in onore del santo. Per lui, questa è la data della “fondazione morale” dell’Istituto. Nel nome del santo vede un programma di vita per i suoi missionari: la fedeltà, sempre, fino a dare la vita.

Tutte le persone raffigurate sono smaterializzate, appartengono già al mondo del divino. I volti sono di colore “terra impastata di luce”; sono volti che non hanno nulla di materiale, sono aerei, trasfigurati poiché vivono in una dimensione celeste, sono già in comunione col Padre.

I personaggi rappresentati portano iscritto il loro nome sulle vesti

Ultima modifica il Mercoledì, 17 Gennaio 2024 22:18
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