Domenica XXXII del Tempo Ordinario (Anno A). Con le lampade accese

Le dieci vergini, dipinto di Peter von Cornelius. Le dieci vergini, dipinto di Peter von Cornelius.
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Sap 6,12-16;
Sal 62;
1Ts 4,13-18;
Mt 25,1-13.

Le ultime Domeniche dell’Anno liturgico richiamano la nostra attenzione sulle realtà ultime, il tempo escatologico, il compimento finale della nostra storia. Vivere la fede cristiana significa interrogarsi sulla nostra vita presente e concreta, in ogni suo aspetto, riconoscendo nell’amore l’unico fondamento per il nostro rapporto con gli altri e, quindi. con Dio. Il nostro agire non è però fine a sé stesso ma sempre aperto alla ricerca di un compimento definitivo. 

L’attesa può essere scossa dalla vicinanza a chi soffre per la morte in giovane età di una persona cara. L’attesa può essere il sereno compiersi della vita di chi avanti negli anni trasmette la sua saggezza e riconosce la presenza del Signore che si fa trovare. L’attesa può venire ingannata dalla frenesia del nostro tempo dove consumiamo le nostre esperienze con sempre maggior velocità. Questa Domenica ci invita a riflettere sull’attesa dell’incontro con il Signore della vita e, se ci lasciamo guidare, è Lui che suscita in noi questa attesa e nella preghiera ci offre l’opportunità di sentire la sua vicinanza. Non bisogna temere il giudizio ma riconoscere la necessità di vivere l’attesa nella speranza e nell’amore, certi della misericordia dello Sposo che ci viene incontro per accoglierci al suo banchetto di festa.

Che l’esistenza umana sia una ricerca sempre aperta verso oltre ciò che si è trovato e si possiede è un’esperienza da molti condivisa e pressoché universale. Quando poi tale ricerca si fa anche espressamente religiosa e comincia a riferirsi più esplicitamente a Dio, allora il rapporto con lui assume a poco a poco il tono anche della preghiera, con le sue molteplici forme di dialogo e invocazione. Ci si lasci, per esempio, guidare dall’orientamento a Dio che si riverbera dai vari accenti del Salmo 62/63, proposto oggi, con quel suo versetto responsoriale che fa da invocazione più volte ripetuta da parte della assemblea. Credere in Dio è aver sete di lui, della sua presenza e provvidenza, della vera sapienza che viene solo da lui, della speranza di una vita che soltanto in Dio si prolunga oltre il tempo.

In questa terz’ultima Domenica dell’Anno liturgico, la Parola di Dio insegna alla Chiesa, pellegrina nel tempo, cosa fare perché il suo sguardo e il suo cuore siano sempre tesi verso l’avvenimento finale, l’incontro con Cristo, suo Sposo, senza cedere alle lusinghe del mondo o a uno svilimento dell’amore, poiché non sa quando lo Sposo tornerà. Questa è la tentazione più ricorrente per ogni cristiano: tutti sappiamo che moriremo, che incontreremo il Signore, che ci introdurrà nella sua gioia se saremo preparati, ma di fatto, pur sapendolo, viviamo senza pensarci, ci agitiamo come se fossimo eterni. La morte di un amico, di un conoscente, ci richiama per pochi attimi a questa verità, ma subito ci rituffiamo nel non pensare. Gesù nella parabola odierna ci invita ad esercitare la virtù della vigilanza. Non importa sapere quando egli verrà, l’importante - dice Gesù - è vivere ricordandoci che lo Sposo verrà e, se saremo in attesa amorosa, l’incontro con lui sarà un incontro nuziale, festoso.

Nei vangeli il tema della vigilanza non è né accidentale, né secondario. Interviene praticamente sempre nei testi — parabole, discorsi — che richiamano la vicinanza del Regno. Si costata, anzi, un’insistenza su questo punto, a misura che questa vicinanza è già attualizzata nella persona di Gesù. L’avvenimento costituito dall’intervento storico di Gesù di Nazareth, manifesta talmente il Signore che viene, che occorre mobilitare, davanti a lui, tutta la propria attenzione e tutte le proprie energie. La vigilanza giunge al massimo della sua espressione poiché invita qui ad un impegno preciso: seguire Gesù, essere presenti quando passa lo Sposo, partecipare al suo corteo...

Gesù ci ha dato l’esempio. Durante tutta la sua vita terrena egli opera sotto il segno della vigilanza che richiede anche ai suoi discepoli. Gesù interroga continuamente gli avvenimenti per leggervi la volontà del Padre. In intima unione col Padre, Gesù rivela il disegno di Dio e il suo vero volto e, inoltre, l’atteggiamento e la risposta dell’uomo. La Chiesa primitiva ha insistito: bisogna tenersi sempre pronti per il ritorno del Signore. In questo clima di attesa di una imminente venuta del Signore vanno letti i temi delle ultime pagine del Vangelo secondo Matteo. Si tratta dei temi della preparazione alla parusia (dieci vergini), dell’essere fedeli a Dio anche nelle minime responsabilità (talenti), della vigilanza attiva, intesa soprattutto come un venire incontro alle necessità dei fratelli (giudizio). Questi brani si comprendono con maggiore profondità se si tiene presente la situazione particolare delle prime comunità, che attendevano la parusia come imminente (Seconda Lettura).

Mentre nel passato dominava una concezione statica della storia, oggi siamo entrati in un’epoca di fermento continuo, di movimento e di evoluzione. La storia va continuamente “accelerando”. La sua legge sembra essere il nuovo, il diverso, l’inedito... L’ideale per l’uomo moderno non è la conservazione dello “status quo”, e neppure l’evoluzione graduale ed omogenea, ma il salto qualitativo, la rivoluzione. Questa situazione impone un continuo rinnovamento, l’abbandono di abitudini, una vigilanza nuova, per fare le giuste scelte nei diversi settori della vita e dell’attività umana. L’atteggiamento con il quale l’uomo moderno deve guardare la realtà è quello della provvisorietà, dell’incertezza, del continuo superamento. E’ un atteggiamento abbastanza simile a quello del cristiano, il quale, pure impegnandosi nel mondo e nella costruzione della città terrena, sa che ogni costruzione umana è provvisoria ed incerta e, comunque, destinata ad essere superata, non solo da altri tentativi e progetti, ma da una situazione definitiva e certa in cui tutto verrà trasformato nei cieli nuovi e nei mondi nuovi verso i quali siamo incamminati. In un mondo così, l’atteggiamento del cristiano non può essere che quello della vigilanza. Si tratta, però, di una attesa attiva, operosa, che non sta con le mani in mano, ma prepara l’incontro. Vigilanza significa lottare contro il torpore e la negligenza per giungere alla mèta ed essere pronto ad accogliere Gesù quando viene (Vangelo). Ma la vigilanza non è solo attesa della venuta ultima dei Signore: è anche lotta contro il male e la tentazione. Il cristiano, essendosi convertito a Dio, è “figlio della luce”, rimane sveglio e resiste alle tenebre, simbolo del male. Un altro tipo di vigilanza è quello di saper discernere le “visite” del Signore, che hanno per la nostra vita una attualità permanente. Dio viene continuamente, bussa ad ogni istante alla porta di ciascuno. Essere vigilanti significa scoprire e discernere queste venute, saper leggere i segni dei tempi, andare incontro al Signore che viene, che ci passa accanto nelle persone, negli avvenimenti, nei fatti della storia. Essere vigilanti significa, infine, accorgersi della sfida che il mondo pone continuamente alla Chiesa e ai singoli cristiani ed accettarla. Il cristiano mette continuamente in crisi i giudizi, i modi di pensare e di fare del mondo, le sue realizzazioni, i suoi progetti. Lo obbliga a rivedere continuamente le sue posizioni. I cristiani devono essere un po’ come i giovani, che sono la febbre del mondo: non devono permettere alla società di sedersi e di riposarsi sulle posizioni conquistate.

L’assemblea eucaristica è segno della Chiesa che vigila nella fede e nella preghiera, in attesa dello Sposo. Nella Comunione già partecipiamo, in forma sacramentale, al banchetto delle nozze eterne fra Cristo-Sposo e la Chiesa-Sposa. L’Eucaristia realizza, in modo figurato, le nozze di Cristo con l’umanità e alimenta la speranza durante l’attesa del suo ritorno. Quanto viviamo nella fede si realizzerà ben presto nella gloria. Allora la stessa fede scomparirà, perché noi saremo in possesso della realtà di Dio; nell’attesa, teniamo le lampade accese.

«Vegliate, dunque, perché non sapete né il giorno né l’ora». Siamo tutti interpellati personalmente e ognuno è rinviato alla propria responsabilità. Il Regno dei cieli non è destinato a chi è privo di consistenza, incapace di riflettere seriamente sulla realtà e di prendere le decisioni opportune. Il Regno dei cieli non è neppure per i distratti, per quelli che si lasciano attirare da particolari di poca importanza e mancano ciò che è essenziale. È questo il momento della salvezza! Accogliamolo senza ritardare ulteriormente la nostra risposta, la nostra conversione.

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