“Quanti tesori di grazia ed operosità”

Una nota foto dell'Allamano scattata in occasione del suo 50 anniversario di ordinazione Una nota foto dell'Allamano scattata in occasione del suo 50 anniversario di ordinazione Foto Archivio Storico
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Durante la festa fatta in Casa madre nel pomeriggio del 20 settembre 1923, durante i festeggiamenti per il 50° di sacerdozio dell'Allamano, p. Tommaso Gays pronunciò un famoso discorso, stampato in seguito come opuscolo e distribuito a tutti i missionari e missionarie. Questo discorso può essere considerato come la “prima commemorazione ufficiale” del nostro Fondatore; molto lungo nell’originale, lo riportiamo abbreviato, ma senza ritoccarne lo stile proprio dell'oratore, piuttosto solenne e aulico.

Oggi, sul declinare della mia vita missionaria e in quest'aula satura di tanta letizia, assisto a ben altra festa; a festa più solenne e più rara, per la ricorrenza cinquantenaria di Ordinazione di un illustre ed intemerato Sacerdote, del Prelato più venerando della Chiesa Torinese; più intima, festeggiando chi, per avermi procurato la fortuna di partire missionario, mi è amatissimo e veneratissimo Padre; più significativa, perché oggi, innanzi al proprio Fondatore, si prostra riverente e grato lo stesso Istituto, promettente e vigoroso.

E questa festa, che non segna una tappa nello sviluppo, ma rivela l'opera riuscita e ormai adulta, vorrebb'essere un inno di riconoscenza, di esultanza, di speranza e di conforto.

Dirò della grandezza del Padre incomparabile rivelata da quella dell'opera-sua.

Tra voi, o carissimi virgulti dell'amato Istituto, s'è formata un'idea inesatta, un concetto erroneo, che oggi almeno dev'essere chiarito e corretto, ed è che il nostro Veneratissimo Superiore Generale sia grande perché ci è fondatore e Padre. Non nego che sia anche così: ma unicamente così, no, non è secondo verità. Egli era grande prima che l'Istituto sorgesse.

Già in Seminario, tra i compagni di corso è additato con singolare rispetto e generale ammirazione; non appena è Sacerdote gli si affida la cura degli alunni di cinque corsi teologici, nella carica di Direttore Spirituale del Seminario Metropolitano. A Lui, giovane, viene poi affidato il Santuario della Consolata e da S. Francesco il Convitto Ecclesiastico è traslocato alla Consolata, ed ecco Egli esserne, il Rettore e a 25 anni. La Facoltà Teologica Pontificia l'accoglie tra i suoi Dottori; il Collegio degli Esaminatori Sinodali lo novera tra i suoi membri; il Senato Arcivescovile lo elegge Canonico effettivo; e nell' Archidiocesi ogni commissione di studio o d'azione, ogni Comitato d'onore lo novera sempre fra i suoi.

Ma queste non sono che cariche accollategli; date uno sguardo al suo lavoro personale. Sarebbe sufficiente quello compiuto durante il suo rettorato alla Consolata per rilevare la sua grandezza.

Carissimi, quanti tesori di grazie... e quindi quanti tesori di operosità non avrà versato la SS. Consolata nell'animo del nostro amatissimo Padre, nei 43 anni di Rettorato nel suo Santuario? Ma qui non è opportuno scrutare ciò che la SS. Vergine diede a Lui; vorrei piuttosto farvi osservare ciò che Egli diede alla grande Patrona di Torino.

Rifece il suo Tempio quasi dalle fondamenta, rivestendolo di ori e di marmi da renderlo una reggia; e regalmente ricostruendo il Santuario, coll'inappuntabile funzionamento, colla copia di Sacerdoti, di Confessori, di frequenti Messe..., coll'esattezza d'orario, coll'ordine e'colla nettezza mirabile ne ridesta la devozione e vi attira Torino ed il Piemonte; e riaccendendo la devozione alla Consolata nei Piemontesi, colla mensile pubblicazione del Periodico, la diffonde in molte altre parti d'Italia, e particolarmente nell'America Meridionale.

Questo, tuttavia, s'impicciolisce se noi l'avviciniamo al suo lavoro quale Rettore del Convitto, vale a dire considerandolo come educatore del Clero.  Per la sua singolare pietà, dottrina, prudenza, largamente conosciuto, innumeri furono le anime da Lui dirette nella via del bene...; molti furono quelli che versarono nelle di Lui mani validi e copiosi mezzi di opere buone; molti furono gli uomini noti ed insigni che aggiustarono con Lui le partite dell'anima propria dopo una vita areligiosa e liberale. E già tanta era allora la potenza della sua grandezza, da poter nel 1895, sul semplice suo nome far iniziare la causa di Beatificazione del Venerabile suo zio materno, Don Giuseppe Cafasso.

E tutto questo, fratelli, non ha a che fare col nostro carissimo Istituto..., tutto è antecedente alla sua Fondazione.

Ma, dunque, mi direte, non gli aggiunge nulla la nostra fondazione? Nulla? Tutto! Essa forma la sua vera grandezza. 

La nostra fondazione non è un'opera, direi, transeunte, come tutte le altre innumeri da Lui compiute. Nel suo Istituto, nell'opera sua per eccellenza, nelle successive generazioni di noi, incalzantesi, Egli sarà sempre, e non solamente vivo, ma in un continuo crescendo di grandezza, di operosità e di fama. Per questo suo monumento Egli vivrà grandeggiando nella Chiesa di Dio, come vivono e grandeggiano i Cottolengo e i Don Bosco.

Genitore fecondissimo, in Cristo e nella Consolata, di una legione di Figlie e di Figli affezionati e devoti... gli sia lecito, a nome dei Figliuolini che gli affidasti, ed in rappresentanza ancora degli altri numerosi e lontani del Kenya, del Kaffa e dell'Iringa, gli sia lecito esprimerti la loro comune gioia per la tua grandezza e per quella dell'opera tua, di attestarti il loro immensurabile santo orgoglio di essere-tuoi figli e di formulare un augurio, quello che il Padrone della Messe, per intercessione della Consolata, a nostro conforto, a gloria sua e della sua Madre Santissima... «Ti conceda gli anni di Sant’Alfonso» [morto a più di 90 anni; n.d.R.].

Sì, noi vogliamo che Tu viva ancora e viva a lungo. Noi vogliamo la tua vecchiaia singolare e rara, piena di giocondità e di pace; che qualora avesse da essere provata da infermità od incomodi, non ti sia d'impedimento a compiere la tua alta Missione, e sempre si accompagni con una perenne giovinezza di mente e di cuore. Per molti anni ancora noi vogliamo contemplare la tua testa aureolata dai candidi capelli... il tuo aspetto nobile e venerando che in certi momenti assume una maestosa fierezza di signorilità e di comando.

Noi vogliamo per molti anni ancora godere l'effluvio della. tua vita immacolata e santa, udire la tua parola incoraggiante e paterna, attingere ai tuoi insegnamenti. Sì, per molti anni ancora sì, per molti anni ancora, noi vogliamo poterti avvicinare baciarti la mano benedicente, e chiamarti: «Padre!».

E a formulare questo voto del cuore sono con noi le migliaia di anime inviate al Cielo dai tuoi Missionari e dalle tue Missionarie col Battesimo; le centinaia di bambini strappati all'ingordigia della iena e di schiavi liberati dalle catene; le migliaia di fervorosi ed esemplari Cristiani delle tue tre fiorenti Missioni; le anime candide dei Seminaristi neri e delle aspiranti indigene; i quindicimila abbonati al Periodico “La Consolata” e tutti, tutti... tutti i presenti!

Padre incomparabile, accetta i nostri auguri... unisciti a noi a renderli efficaci colla preghiera e benedici noi tutti oggi, con una particolare benedizione.
Sì, benedici noi, perché ce lo meritiamo.
Sì, benedici noi, perché siamo la parte viva e palpitante dell'opera tua.
Sì, benedici noi, perché siamo trecento. Trecento! o Padre fortunato.

Come gli Spartani alle Termopili... e per Te... tutti eroi!

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