LA PASQUA COME MEMORIALE RIFLESSIONI BIBLICHE, TEOLOGICHE E LITURGICHE

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P. Edoardo Scognamiglio, Ofm Conv.

 

Se quest’oggi ci soffermiamo a rileggere il mistero della Pasqua come memoriale, significa che è passato quel tempo di “atrofia della risurrezione” di cui lamentava il grande teologo Karl Rahner agli inizi degli anni ’70 del secolo scorso. Sì, perché non ci potrebbe essere alcun memoriale senza la risurrezione di Gesù Cristo1. Mentre per il passato il messaggio della Pasqua riguardava principalmente la passione e la morte di Gesù – e il mistero della risurrezione era studiato come il trionfo personale di Cristo sui suoi nemici, dall’inizio del secolo scorso c’è stato un rinnovato interesse per la risurrezione di Gesù come evento salvifico e portante della nostra stessa fede. Si contano, a tal proposito, più di 1.800 titoli, tra libri e articoli, inerenti alla risurrezione di Gesù. Ciò significa che abbiamo preso consapevolezza delle parole dell’apostolo Paolo: «Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede» (1Cor 15,17).

Dobbiamo, poi, prendere coscienza che noi richiamiamo il memoriale della passione, morte, risurrezione e manifestazione gloriosa del Signore Gesù quando acclamiamo:

«Annunziamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta»; «Ogni volta che mangiamo di questo pane e beviamo a questo calice, annunziamo la tua morte, Signore, nell’attesa della tua venuta»; «Tu ci hai redenti con la tua croce e la tua risurrezione: salvaci, o Salvatore del mondo».

L’acclamazione del popolo santo di Dio, preceduta dall’espressione mysterium fidei, dopo il ricordo delle parole del Signore nella cena con i discepoli – Accipite et manducate... Accipite et bibite... Hoc facite in meam commemorationem [toûto poieìte eis tèn emhen] –, ci permette di ricordare che vi è piena identità tra il sacrificio della croce e la sua rinnovazione sacramentale nella Messa, che Cristo Signore ha istituito nell’ultima cena e ha ordinato ai discepoli di celebrare in memoria di lui; e, per conseguenza, l’Eucaristia è insieme sacrificio di lode, d’azione di grazie, di propiziazione e di espiazione e anche e soprattutto il memoriale della Pasqua.

Croce (passione e morte), risurrezione e parusìa sono il cuore del nostro memoriale, ovvero, la Pasqua del Signore. Questo cuore, questo memoriale, è pure la regula fidei, ovvero la lex orandi che diviene lex credendi e lex vivendi. Se è vero che l’esperienza del Mistero passa attraverso il rito, allora nella celebrazione eucaristica noi ci nutriamo di quella morte infame e maledetta – della passione inattesa e donata – del Figlio di Dio. E, altresì, se è vero che il pane e vino, le primizie del creato, sono trasfigurati e portati nella gloria del Regno per diventare l’oblazione santa del Corpo e del Sangue del Signore, con essi anche noi siamo trasferiti nel memoriale della sua Pasqua. È il realismo dell’Eucaristia e della stessa della Pasqua. L’Eucaristia, come d’altronde il memoriale della Pasqua, è la gioia del Cielo sulla terra, è Cristo vittorioso che apre le porte dell’Ade e ci trasferisce nel suo regno di luce infinita.

Rileggere la Pasqua di Gesù come memoriale, significa dare una svolta ecumenica alla stessa celebrazione sacramentale dell’Eucaristia. È bene sapere che uno degli autori cristiani che nel Novecento si è interessato al significato biblico, liturgico, teologico ed ecumenico del memoriale è stato il fratello di Taizé Max Thurian. Egli considerò l’Eucaristia come una tappa fondamentale del dialogo ecumenico2. Questo fratello di Taizé, rilesse il significato del memoriale in chiave completamente biblica per poi accostarlo a quello del sacrificio in ordine all’Eucaristia, mettendo in evidenza lo stretto legame tra Liturgia della Parola e Liturgia eucaristica. Egli fu ben consapevole, come qualche altro autore cattolico, che la teologia ha troppo insistito sulla propiziazione per il peccato nella messa, e tutto ciò poteva creare confusione con il sacrificio della croce, e un timore legittimo da parte dei protestanti desiderosi di rimanere ligi al messaggio dell’Epistola agli Ebrei3.

Per la sollecitudine alla Chiesa, in ultimo, ma non meno importante, è bene riscoprire il carattere escatologico dell’Eucaristia e della stessa Pasqua in quanto memoriale: “nell’attesa della sua venuta”.

2. Fate questo in memoria di me: una vera cena [continuità e novità]

Il senso profondo della santa cena non può essere compreso fuori dal quadro della tradizione liturgica del Primo Testamento, altrimenti si corre il rischio di cadere nei peggiori controsensi interpretando il banchetto eucaristico come un atto di Cristo assolutamente nuovo e indipendente. Non ha senso intendere il memoriale come un puro ricordo, cioè attraverso un simbolismo esterno e sterile. Il legame con la tradizione ebraica, invece, permette di recuperare il significato nuovo e profondo del memoriale. La cena di Gesù è stata una cena pasquale, anche se non si riesce, dal punto di vista esegetico, a far coincidere tutti gli elementi tipici di una celebrazione pasquale ebraica. Le difficoltà cronologiche non impediscono di pensare che Gesù abbia celebrato la santa cena durante il banchetto pasquale, tanto più che il contesto pasquale dell’istituzione dell’Eucaristia è confermato dai simboli liturgici della cena che Gesù ha mutuato dal rituale tradizionale.

2.1. La tradizione: Fate questo in memoria di me

Fate questo in memoria di me è un’espressione molto diffusa nella lingua liturgica giudaica ed era utilizzata specialmente nella celebrazione della Pasqua. Si trova soltanto in 1 Cor 11,23-26 e in Lc 22,19 (solo dopo la frazione del pane):

«Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo, che è per voi; fate questo in memoria di me”. Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: “Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo, ogni volta che ne bevete, in memoria di me”. Ogni volta infatti che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga»; «Poi, preso un pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: “Questo è il mio corpo che è dato per voi; fate questo in memoria di me”».

Anche se questa formula non si trova nel Vangelo di Marco e di Matteo non vuol dire che Gesù non l’abbia pronunciata. Anticamente, nelle comunità cristiane c’erano formule liturgiche differenti. Fate questo in memoria di me di per sé non fa parte del testo liturgico: è solo un ordine di celebrazione, cioè una rubrica che può essere omessa da altre tradizioni. L’apostolo Paolo, invece, ha riportato tutta la tradizione venuta dal Signore fino ai minimi dettagli (cf. 1 Cor 11,23) e riferisce due volte l’ordine di celebrazione della santa cena: «Fate questo in memoria di me» (1 Cor 11,24-25). Paolo, inoltre, per essere del tutto esplicito, aggiunge alle parole del Signore (formula e rubrica) un’interpretazione del gesto eucaristico: «Ogni volta che voi mangiate questo pane e bevete il calice, celebrate la morte del Signore, finché egli venga» (1 Cor 11,26). Nel testo si possono individuare tre livelli: il testo liturgico derivato dalle parole del Signore, l’ordine e il senso della celebrazione (la rubrica) dati da Cristo e la spiegazione dell’apostolo. Se dal punto di vista liturgico la rubrica e la spiegazione hanno una minima importanza, da un punto di vista dogmatico, invece, l’ordine di rinnovazione ha un significato importantissimo.

In memoria (eis anàmnhesin) è la chiave di lettura della celebrazione eucaristica. Tuttavia, ci chiediamo: in che modo si può parlare di continuità nella novità con la Pasqua ebraica? Tale continuità nella novità è manifestata dal fatto che:

– Cristo stesso ha desiderato mangiare questa Pasqua con i suoi (cf. Lc 22,15-16), quindi non ha trascurato l’antica liturgia, bensì ha manifestato il vivo desiderio di celebrarla proprio all’interno del contesto liturgico pasquale giudaico perché luogo privilegiato dove trovare già presenti i simboli e i termini per la comprensione del nuovo memoriale e per comunicare il suo corpo e il suo sangue.

– La Pasqua ebraica si compirà nel regno di Dio. Quindi, se durante l’ultima cena il rito ha subito delle trasformazioni esteriori e la realtà significata è giunta a esplicitazione nel rito cristiano, questo non significa che Cristo ha soppresso l’antica li­turgia o ha fatto qualcosa di completamente diverso.

– Gesù stesso, nell’ultima cena, ha utilizzato il vocabolario liturgico ebraico4.

Da questo, poi, possiamo dedurre alcune conseguenze ecclesiologiche:

a) La chiesa può comprendere la propria azione liturgica a partire dall’eredità biblica e liturgica del Primo Testamento.

b) Tale eredità esprime una continuità tra il popolo di Israele e la chiesa. La continuità è manifestata dal comune vocabolario liturgico e dalle dinamiche in esso sottese. La celebrazione del memoriale eucaristico pone la chiesa nella continuità di un’unica storia di salvezza e, nello stesso tempo, proclama l’eterno disegno di Dio che si attua nel “frattempo” della storia. In tal modo, il memoriale manifesta la chiesa sia nella sua dimensione di mistero, sia nella sua dimensione di unico popolo di Dio accanto a Israele: la chiesa primitiva si radica nella sinagoga, essa è lo stesso popolo eletto che si dilata verso le dimensioni del­l’universo.

c) La chiesa comprende altresì anche la sua diversità da Israele per quella novità sottesa nelle parole e nei gesti di Cristo pur all’interno dell’unica cena pasquale. Infatti, l’eucaristia, pur annunciando l’unità tra i due Testamenti, celebra il memoriale della Nuova Alleanza nel quale prende volto la chiesa come il nuovo popolo di Dio, il popolo della Nuova Alleanza, dove “nuovo” non significa altro o distinto da Israele, bensì esprime quella diversità nella continuità tra Israele e la chiesa delle genti presente anche nel culto. C’è, infatti, una fondamentale differenza tra le due cene: la prima invoca una liberazione definitiva e futura, la seconda parte dalla liberazione definitiva nascosta in Cristo, per proclamare e implorare la manifestazione gloriosa di questa stessa e unica liberazione5.

Max Thurian immagina tra la Pasqua ebraica e il banchetto escatologico una linea di continuità che passa attraverso l’eucaristia in maniera analogica e unitaria6. Il fatto che gli apostoli non siano preoccupati di descrivere la cena ebraica e ci tramandino solo le novità rispetto al rituale liturgico tradiziona-le giudaico indica, da una parte, l’ ordinarietà di quella liturgia e, dall’altra, la scrupolosa attenzione a trasmetterci l’essenziale delle parole di Gesù, quando celebrò l’ultima cena nel contesto del convito pasquale.

2.2. Il significato biblico di zikkaron

Il termine fate questo in memoria di me corrisponde al vocabolo liturgico ebraico zikkaron tradotto dai LXX con mnemòsunon (cf. Es 12,14; 13,9). Nel Levitico si trova un altro termine liturgico ebraico: azkarah (“memoriale sacrificale”) tradotto a sua volta sia con mnemòsunon (cf. Lev 2,2) sia con anmnesis (Lev 24,7). Questo ci viene a dire che nella traduzione dei LXX tra i due termini c’è “equivalenza” e ambedue sono tradotti da noi con la parola memoriale. I LXX, poi, traducendo zikkaron e azkarah con mnemòsunon manifestano la stretta parentela tra le due parole.

Questi termini sono riportati nel Nuovo Testamento, sia nei testi eucaristici di Lc 22,19 e 1Cor 11,24-25 sia in Eb 10,3 (anamnesis), in Mc 14, 9 e in Mt 26,13 (mnemòsunon), in At 10,3.

I due termini zikkaron e zakarah hanno in comune la radice zkr. È bene comprendere le sfumature di senso del verbo zakar e, di conseguenza, di ciò che la chiesa fa mentre compie l’azione del memoriale. Occorre considerare almeno cinque significati:

1) “pensare a qualcuno di già conosciuto e trascorso” (cf. Num 11,5; 2Sam 19,20; Sal 77,12-13);

2) “ricordo di un dovere” (cf. Es 13,3, Gs 1,13; Os 8,13; Gen 9,15-16; Sal 25,7; 98,3; 2Sam 14,11);

3) con il prefisso “le”: “ricordarsi di qualcosa in favore di qualcuno” (cf. Ne 5,19; 13; o “contro qualcuno” 22; Sal 137,7; Ez 18,22; 33,16);

4) “ricordare qualcosa a qualcuno” nei due sensi: Dio si ricorda e si può ricordare qualcosa a Dio (Is 43,25-26); Thurian mette in evidenza, in questo senso, la funzione degli angeli intercessori (cf. Is 62,6-7: essi intercedono e richiamano a Dio i bisogni di Gerusalemme);

5) sull’altare “si ricorda il nome” di Dio (cf. Es 20,24); e da qui si passa al significato di “menzionare un nome” come confessione di fede, ringraziamento e intercessione (cf. Sal 45,18; Is 12,4-26,13). Da quest’idea d’invocazione, di memoriale del nome di Dio, si passa al significato sacrificale (cf. Is 66,3: qui vi è un’allusione al memoriale dell’incenso).

In breve, possiamo così riassumere i significati del verbo zakar: pensare a qualcosa conosciuta e passata, cosa materiale, peccato, benedizioni di Dio; ricordarsi di un dovere”; a) da parte di Dio: ricordarsi del peccato degli uomini, dell’alleanza, l’amore e la fedeltà; b) da parte dell’uomo: ricordarsi di Dio e invocarlo; ricordarsi di qualcosa in favore di qualcuno o contro di lui, ricordare qualcosa a qualcuno (per esempio, i bisogni del popolo a Dio), e, infine, ri­chiamarsi a Dio per mezzo di un sacrificio, in particolare col memoriale di incenso.

Ebbene considerare questa ricchezza semantica del memoriale all’interno dei contesti del Primo Testamento, dove si trova l’uso di questo termine; se ne evidenziano quattro.

1) Il memoriale pasquale: nella Festa della Pasqua (Es 12,14: «Questo giorno sarà per voi un memoriale [le-zikkaron, mnemòsunon], lo celebrerete come festa del [per il] Signore [hag l-Âdônãj]: di generazione in generazione, lo celebrerete come un rito perenne»); nella festa degli Azzimi (Es 13,6-7: «Per sette giorni mangerai azzimi: Nel settimo vi sarà una festa in onore del Signore: Nei sette giorni si mangeranno azzimi e... »).

2) Il memoriale e l’oblazione: nelle diverse forme degli antichi sacrifici (Lev 2,2: «Il sacerdote prenderà da essa una manciata di fior di farina e d’olio, con tutto l’incenso, e lo brucerà sull’altare, come memoriale [azkaratah, letteral­mente, significa la parte – di un tutto – che è memoria- le]»).

3) Il memoriale liturgico: negli arredi e negli strumenti liturgici (Es 28,12: «Fisserai le due pietre sulle spalline dell’efod, come pietre che ricordino presso di me gli Israeliti; così Aronne porterà i loro nomi sulle sue spalle davanti al Signore, come un memoriale [le-zikkaron, mnhmovsunon]»); (Num 10,10: «suonerete le trombe quando offrirete olocausti e sacrifici di comunione; esse vi ricorderanno davanti al vostro Dio»).

4) Il memoriale della preghiera: nella preghiera dei Salmi (6,6; 30,5; 97,12; 145,7; 111,4-5: «Ha stabilito un ricordo delle sue meraviglie: misericordioso e clemente è il Signore. Ha dato del cibo a coloro che lo temono, ricorda nel secoli la sua Alleanza»).

 

Osserviamo come tutti e quattro questi piani appartengono a una realtà di culto o di azione liturgica.

2.4. L’ambivalenza del memoriale

Max Thurian, nel domandarsi quale relazione colleghi la realtà del memoriale all’interno di questi quattro piani, arriva a scoprire una comune profonda connessione, l’ “ambivalenza” del memoriale:

Dimensione anamnetica: ricordo fatto a Dio della sua alleanza perché rinnovi e attualizzi con efficacia i benefici che aveva concesso a favore del suo popolo.

Dimensione di lode, di ringraziamento e d’intercessione: ricordo fatto agli uomini della grazia di Dio che suscita e la preghiera di lode e di ringraziamento e la supplica; il popolo ricordando le meraviglie di Dio invoca da Dio nell’oggi la loro realizzazione.

Il ricordo dell’opera meravigliosa di Dio suscita, dunque, come risposta da parte dell’uomo, il sacrificio di lode: ricordandone la grazia, nello stesso tempo si benedice Dio. Questi due sensi presenti contemporaneamente nel memoriale sono strettamente uniti: nella liturgia si rivive il memoriale delle meraviglie di Dio e si compie un’azione di grazie a Dio.

Il memoriale così dinamicamente unito alla preghiera di lode e di ringraziamento non può essere, quindi, ridotto a un solo ricordo psicologico o didattico o edificante nei confronti del popolo, né a un ricordo soggettivo. L’ambivalenza del memoriale rivela altresì i due soggetti del memoriale: Dio da una parte e l’uomo (la chiesa) dall’altra, i quali non si eludono né si oppongono, ma interagiscono tra di loro rendendo visibile e agente la loro mutua alleanza. Il memoriale eucaristico è, quindi, un ricordo a noi, un ricordo attraverso di noi

fatto a Dio, un ricordo del Figlio al Padre in nostro favore 7; cosicché il memo­riale eucaristico è una proclamazione alla chiesa, un’azione di grazie e un’intercessione della chiesa da un lato, e di Cristo dall’altro a favore della chiesa.

Questa reciprocità sottesa nel memoriale liturgico, evidenziata da Max Thurian, contribuisce a spiegare il rapporto dinamico tra chiesa ed eucaristia: se sottolineiamo il soggetto chiesa, la chiesa fa l’eucaristia, ma se sottolineiamo il soggetto Dio, è l’eucaristia che fa la chiesa. Questi due movimenti sono reciproci e strettamente interdipendenti. Inoltre, quest’ “ambivalenza” del memoriale fa trasparire anche il carattere sponsale della chiesa, nella linea dinamica di quel rapporto interpersonale che narra la chiesa come mistero di comunione all’interno di una storia di salvezza.

L’eucaristia da “cosa” diventa un “incontro” vivace, dove il soggetto – singolo uomo e donna, comunità locale, chiesa universale – si presenta davanti a Dio con tutta la pregnanza della propria esistenza. Il memoriale viene così a esprimersi nei termini di relazionalità e permette lo sviluppo dell’interpersonale. Da una parte, Dio guarda all’uomo e si ricorda della sua alleanza e della sua promessa attualizzandone i frutti; dall’altra, l’uomo, ricordandosi delle meraviglie di Dio operate nei suoi confronti, mentre lo ringrazia, ne invoca i benefici su di sé e su ogni uomo e, nello stesso tempo, si sente coinvolto in Dio a essere un segno e uno strumento di Dio nel confronti di tutta l’umanità e della creazione stessa.

La celebrazione del memoriale eucaristico bene esprime, quindi, la categoria di “alleanza”. Di conseguenza, il memoriale eucaristico esige sia la presenza personale di Cristo nel sacramento, sia la presenza della chiesa, come comunità di fede e come soggetto celebrante un’azione liturgica.

2.5. La triplice anamnesi

Max Thurian evidenzia nel banchetto pasquale una triplice anamnesi:

del passato, relativa alla liberazione dalla schiavitù egiziana;

del presente, per la liberazione in atto nel pasto sacramentale;

del futuro, in relazione al giorno del Messia che verrà, espresso dalla preghiera che, nel banchetto pasquale, supplica Dio di «ricordarsi del Messia».

Thurian descrive il memoriale come una specie di sovrapposizione di due tempi della storia, il presente e l’uscita dall’Egitto: l’avvenimento diventava presente, o meglio ognuno diventava contemporaneo all’avvenimento. Nel ringraziare Dio di ciò che ha operato nel passato e reso attuale nel “sacramento”, lo si supplica di realizzare la salvezza definitiva.

Thurian applica questa dinamica del memoriale, che ritroviamo presente nella liturgia del pasto pasquale giudaico, all’eucaristia. Noi possiamo descriverla come il movimento che dalla fede in una liberazione già avvenuta e ora resa attuale nel “sacramento” suscita il ringraziamento e la supplica a Dio. Così facendo, la chiesa chiede a Dio che quella salvezza «si compia per ogni uomo con la venuta di Cristo in lui, e che presto il Messia ritorni a completare gloriosamente per l’universo, nel regno, ciò che ha compiuto in sé, in maniera nascosta, nell’abbassamento dell’incarnazione»8.

Il memoriale viene così a collocarsi nel “frattempo” della chiesa, «tra la redenzione oggettiva operata dalla passione e dalla risurrezione di Cristo e il suo ritorno glorioso». Il memoriale esprime così, in modo singolare, quella dimensione storico-soteriologica che intercorre tra l’eucaristia e la chiesa.

1. Il passato. La chiesa nel memoriale eucaristico fa

«l’anamnesi (dimensione anamnetica) di tutta l’opera riconciliatrice di Dio che ha la sua origine in Dio, nell’intenzione eterna del Padre e trova la sua realizza­zione in Cristo, con quanto egli ha compiuto per noi e per tutta la creazione: nella sua incarnazione, nel suo servizio, nel suo ministero, nel suo insegnamento, nella sua sofferenza, nel suo sacrificio, nella sua risurrezione, nella sua ascensione e nella Pentecoste».

Per frère Thurian, tutti questi avvenimenti sono unici e non possono essere ripetuti né prolungati. Tuttavia, nel memoriale dell’eucaristia tutto ciò che Cristo ha compiuto per la nostra salvezza, pur non uscendo dal suo essere stato storica­mente posto una volta per tutte, è reso presente o “ri-presentato”. Il passato non rimane, perciò, imprigionato in un ricordo morto, nostalgico, ma è rivitalizzato riacquistando tutta la sua portata per l’oggi, e questo grazie al memoriale, poiché la chiesa è messa nelle condizioni di poter ricevere o applicare per l’oggi i frutti di quell’unico e perfetto e sufficiente sacrificio offerto sulla croce e presente davanti al Padre per l’eternità nel suo Figlio glorioso.

La possibilità di quest’attualizzazione del passato dipende dall’intervento di Dio: è lo Spirito Santo che opera quest’attualizzazione e, attraverso la fede, il credente viene reso partecipe dell’opera di redenzione di Cristo e unito a lui nella lode e nell’intercessione. Si può notare che l’attualizzazione del passato non è qualcosa di statico, non è per nulla una semplice “commemorazione”, non è un portare alla memoria una presenza semplicemente effettuale, ma una presenza efficace, vitale, personale, dinamica. Per questo, Max Thurian aggiunge accanto al termine “sacramento” la spiegazione: della presenza e dell’azione di Cristo. Quest’azione di Cristo coinvolge totalmente, qui e ora, chi compie il memoriale di Cristo in virtù dello Spirito. La chiesa stessa e il frutto di quest’azione nel tempo, è l’unica e identica chiesa fondata da Cristo che cresce nella storia fedele al suo passato, vivente nel suo oggi.

2. Il presente. Se il memoriale non è solo il ricordo di un particolare avvenimento del passato e del suo significato ma è la proclamazione, tramite la chiesa, della grande opera di Dio, ciò significa che il mistero di Cristo è riattualizzato e ripresentato in tutta la sua pienezza e in tutta la sua efficacia. La chiesa, perciò, non solo rivive gli avvenimenti della redenzione, ma diventa contemporanea alla croce: «Per mezzo dell’eucaristia, il sacrificio per il peccato offerto sulla Croce e l’intercessione del Figlio nel cielo sono resi presenti alla chiesa»9. Quindi, l’eucaristia, in quanto «attualità del sacrificio di Cristo, entra in contatto vivo con la nostra vita concreta nel mondo» 10.

Il memoriale esige, per l’efficacia della sua attualizzazione, la presenza e la realtà del «sacramento» 11 e cioè la presenza reale di Cristo sotto i segni del pane e del vino. La chiesa rivive, attualmente, tutto ciò che Cristo ha fatto per la salvezza del mondo grazie alla presenza reale di Cristo nel sacramento del suo Corpo e del suo Sangue e rendendo grazie (dimensione di lode- ringraziamento e di intercessione) invoca il rinnovamento dei benefici della salvezza per se stessa e per tutti gli uomini: la presenza reale nel memoriale eucaristico è intesa in riferimento non solamente alla persona Cristo, ma anche a tutti i fatti della sua azione salvifica. Riguardo alla presenza, l’accento non è posto sulla realtà ontologica di Cristo, ma sul Cristo glorioso che nella sua auto-oblazioneriassume in sé tutta la storia di salvezza, tutto ciò che ha fatto per noi.

Il comando di Gesù: «Fate questo in memoriale di me» fa sì che ogni comunità locale nel celebrare il memoriale di Cristo possa continuare hic et nunc a edificarsi come chiesa, corpo di Cristo. Il memoriale dell’eucaristia è quell’evento che in modo unico e speciale costituisce chiesa ogni assemblea locale. La chiesa, a partire dall’eucaristia, si autocomprende prima di tutto come sacramento di salvezza per tutto il genere umano, segno e strumento di Cristo, totalmente dipendente da lui. Questa contemporaneità dell’unico e definitivo evento della croce nel presente, rende l’oggi concreto toccato e coinvolto in quell’evento sì da suscitare nella chiesa universale, nella comunità locale e nel singolo una risposta sempre nuova e mai ripetuta. Il memoriale esprime, quindi, la dimensione della quotidianità della chiesa la quale, pur rimanendo sempre identica a se stessa perché basata sull’unica ed eterna parola di Dio, si scopre vivere e proclamare questo basamento in modo sempre nuovo, ringiovanendosi.

La chiesa che celebra l’eucaristia è sia il corpo feriale, crocifisso e crocifiggente, corpo donato per le moltitudini, sia il corpo festivo del Signore, impegnato nella prassi della giustizia e nell’evangelizzazione e insieme colmo di gioia nonostante le contraddizioni del presente. Il memoriale, per la sua ambivalenza, comporta anche un’azione da parte del cristiano che vive il suo “essere nel mondo”; quest’azione è la sua risposta attuale al mistero della croce di Cristo che si è reso presente in lui per coinvolgerlo nella sua creatività dentro le domande reali che sorgono dal mondo stesso e che lo interpellano a dare ragione della sua fede e della sua speranza attraverso la carità. Questo coinvolgimento si esprime liturgicamente nella celebrazione del memoriale attraverso l’intercessione e l’offerta che la chiesa fa di se stessa.

Le anafore ben esprimono questo movimento storico del memoriale sia nella linea della creazione, sia in quella della redenzione. Viene così a crearsi una specie di ponte tra il cielo e la terra, tra l’eternità e il tempo, tra l’invisibile e il visibile, all’interno di un incontro vivace e vivente che esprime “unione” e “scambio” tra Cristo e la sua chiesa pellegrina nella storia.

Con la nozione di “memoriale”, si può sfatare l’erronea idea di “ripetizione” o di un secondo intervento di salvezza da parte di Dio: la santa cena parte dalla liberazione definitiva nascosta in Cristo per proclamare e implorare la manifestazione gloriosa di questa stessa e unica liberazione. Questa manifestazione è una realtà presente, eppure nascosta nel mistero della chiesa che vive nel frattempo, tempo privilegiato in cui Dio si ricorda della sua alleanza. Pertanto, attualizza, dispensa, distribuisce a ciascuno personalmente l’unica sal­vezza compiuta una volta per tutte, come un fatto storico permanente.

Il carattere compiuto del sacrificio di Cristo non esclude un’operazione progressiva nell’applicazione agli uomini dei frutti di quel sacrificio unico e perfetto: questa applicazione condotta dalla chiesa attraverso la predicazione, i sacramenti, la preghiera, è sostenuta e condotta al cospetto di Dio dal nostro sommo sacerdote Gesù Cristo. Il suo sacrificio è la sorgente, il senso e l’unità di tutti gli atti della chiesa, di tutti i battesimi, di tutte le eucaristie, di tutte le predicazioni, di tutte le preghiere. È in questa luce che dobbiamo vedere l’eucaristia come sacrificio: essa è l’attualizzazione por noi, oggi, della liberazione dal peccato, della santificazione e della comunione con Dio ottenuta da Cristo una volta per sempre sulla croce.

L’eucaristia non è sacrificio indipendente, efficace di per se stesso, né ripetizione del sacrificium crucis. Il pane spezzato è sacrificio in quanto presenza di Cristo crocifisso, glorioso e intercessore che attualmente presenta per noi il suo unico sacrificio al cospetto del Padre. C’è dunque una sola oblazione del corpo di Gesù Cristo, ma sotto un triplice aspetto: il sacrificio unico e perfetto di Cristo sulla croce, atto storico, fondamento della salvezza; il sacrificio celeste e perpetuo di Cristo nell’intercessione, atto eterno; il sacrificio memoriale di Cristo nell’eucaristia della chiesa, sacramento della salvezza. Ugualmente, tutti i sacramenti non sono nient’altro che applicazioni della passione di Cristo a coloro che li ricevono. Una cosa è, infatti, ripetere la passione di Cristo, un’altra il ripetere il memoriale e l’applicazione della passione di Cristo12.

3. Il futuro. Il memoriale non è solo “rappresentazione” e “attualizzazione”, ma anche anticipazione del ritorno glorioso di Cristo e del regno finale. Attraverso questa dimensione escatologica la chiesa si manifesta al mondo come segno profetico e di speranza mentre, nel presente, si adopera alla realizzazione del regno di Dio partecipando all’opera di Cristo e dello Spirito. Il memoriale viene, così, ad esprimere il suo duplice senso che trova esplicitazione in due atteggiamenti della chiesa: da una parte un’attesa fervida e sicura e dall’altra una supplica, un’implorazione ricca di speranza nel ritorno del Signore: «fino a che ritorni, la chiesa, con insistenza, celebrando l’eucaristia, supplica il Signore di instaurare visibilmente il suo regno eterno e glorioso» 13 (Marana tha, Signore, vieni! – Maranatha, il Signore viene!: 1 Cor 16, 22; cf. Ap 22,20).

Diversamente da quello giudaico (culto terrestre), per Thurian il memoriale dei cristiani è «il culto del cielo, unico e perfetto che davvero glorifica il Signore» (Eb 9,24)14. L’eucaristia ci permette di seguire Cristo nella sua ascensione; infatti, la presentazione del memoriale del suo sacrificio ci unisce a lui nella sua intercessione nel santuario del cielo. La liturgia eucaristica invita la chiesa a quest’ «uscita al di fuori del campo di questo mondo, fuori dalla porta» (Eb 13,13): «Sursum corda [ ... ] Habemus ad Dominum, innalziamo i nostri cuori [ ... ] sono rivolti al Signore». Max Thurian, attraverso quest’“uscire” della chiesa verso Cristo, «fuori dal campo di questo mondo», descrive la chiesa come un popolo in cammino, in continuo esodo, in uno stato di rinnovata liberazione, in costruzione di una pienezza donata, che vi-ve sotto il segno del nascondimento e non del trionfo o della gloria15 e che anela alla risurrezione della quale già pregusta anticipatamente nel memoriale celebrato sulla terra, per la reale parteci­pazione alla liturgia del cielo, la joie du ciel sur la terre.

L’attesa e la speranza trovano la loro manifestazione interiore e visibile nella gioia e nella fiducia che si rendono presenti nella chiesa quando celebra l’eucaristia16. La chiesa, perciò, presentando la croce come memoriale davanti al Padre mantiene desto a Dio il ricordo della promessa di compiere la Pasqua eter­na nel suo regno e, davanti agli uomini, suscita in loro la gioia e la fiducia certa di una supplica che sale ai cieli.

Il memoriale dell’eucaristia è il mezzo per eccellenza che Cristo ha lasciato alla chiesa che vive nel frattempo per incontrarlo e fare esperienza del regno che viene. Infatti, mentre celebra il memoriale della Pasqua, la chiesa riceve realmente il Cristo e si avvicina al regno che viene. Quindi, non solo partecipa alla preghiera del Cristo davanti al Padre che fa accelerare il giorno di Dio, ma essa nella stessa eucaristia già raggiunge, per il mistero dei segni, il suo Signore e il regno.

3. Il memoriale e la missionarietà della chiesa

La chiesa, mentre compie il memoriale eucaristico, proclama il mistero pasquale in tutta la sua efficacia attuale, e non fa altro che sprigionare e “irradiare” nel mondo tutta la sua forza escatologica nel far accadere, al più presto, il regno di Dio a partire dall’oggi. Lo stesso Documento di Lima descrive il memoriale come «proclamazione efficace dei potenti atti di Dio e delle sue promesse, tramite la chiesa»17, in quanto rappresentazione e anticipazione. Quindi, la proclamazione della parola di Dio non avviene solo attraverso la predicazione, ma anche e in modo speciale nel culto: « l’ anamnesis di Cristo è il contenuto vero e proprio della Parola predicata come lo è del pasto eucaristico, la prima dà forza al secondo, e viceversa»18.

Il memoriale eucaristico possiede, dunque, una potente eloquenza missionaria: la chiesa, mentre celebra l’eucaristia, innalza davanti agli uomini un segno dalla grande forza evocatrice, quello di Cristo crocifisso e intercessore davanti al Padre, un segno che annuncia e realizza, un segno che fa della chiesa, strettamente unita al suo Salvatore, una memoria vivente della sua presenza tra gli uomini. L’atto liturgico, perciò, non si ferma soltanto a un ricordo individuale, a una pratica misticheggiante, ma spinge l’uomo a conversare del suo Dio con gli altri conducendolo alla testimonianza.

Max Thurian approfondisce quest’aspetto missionario del memoriale analizzando la festa degli Azzimi: «Questo rito ti sia come un segno sopra la tua mano e come un memoriale fra i tuoi occhi [le-zikkaron bein eineikà], perché la legge del Signore sia nella tua bocca; poiché con mano forte il Signore ti trasse dall’Egitto» (Es 13,9)19. Vi è uno stretto rapporto tra l’idea di segno (“in vista di un segno, come un segno”) e l’idea di memoriale (“come un memoriale di me”) paragonandola a una sorta di «tatuaggio-memoriale che ricorda la Parola di Dio, la sua promessa di salvezza» 20. E aggiunge: sarebbe vana la nostra predicazione «senza la croce sulla quale Cristo ha testimoniato a nostro favore e senza i segni della sua passione che perpetuano la testimonianza nei cieli»21.

Come la festa degli Azzimi e della Pasqua per Israele, così la santa cena per Cristo e per noi, uniti nello scambio del mistero sacramentale, sono un segno e un memoriale. Thurian lo descrive come un segno di mutua appartenenza, di protezione di Dio e di testimonianza a Dio, un memoriale che rende efficace l’eterna intercessione di Cristo davanti al Padre in nostro favore22.

Anche qui troviamo la stessa ambivalenza del memoriale, esiste una doppia funzione del segno all’interno dello scambio tra Dio e il suo servitore.

a)  Da parte di Dio: indica il marchio con cui Dio segna la persona come suo servo (marchio di appartenenza al proprio padrone), nonostante il suo essere caduto in peccato o disgrazia o maledizione; inoltre, tale segno ricorda a Dio (“segno del Signore”), lo obbliga al ricordo (marchio di protezione), perché protegga e salvi il suo consacrato. Quindi, esso è un segno e un memoriale sia per l’uomo sia per Dio. Il memoriale dell’eucaristia manifesta quella feconda reciprocità tra il Cristo celeste che porta su di sé i segni della croce eloquenti nell’intercessione davanti al Padre e i cristiani i quali, segnati nel battesimo del marchio di Dio per appartenergli indefettibilmente, rendono testi­monianza di essere membri del suo corpo, sono servitori di Dio nel mondo e testimoni dei suoi benefici.

b)  Da parte degli uomini: è un segno per gli uomini e fra di loro, poiché questo segno è anche un ricordo materiale per colui che lo porta per nulla confinato dentro un ricordo individuale, bensì è un segno che compromette agli occhi degli uomini e responsabilizza a un’operativa solidarietà verso il mondo, che impegna alla testimonianza e cioè a parlare del Signore con gli altri.

Questo segno è Cristo crocifisso e intercessore nel cielo. Senza questo segno, senza la croce, tutto sarebbe inefficace. È nei sacramenti che noi siamo segnati con il marchio della croce. Se nel battesimo apparteniamo a Cristo, nell’eucaristia siamo profondamente segnati con la croce; è per la croce che noi gli apparteniamo indefettibilmente; è grazie a questo segno impresso su di noi che diventiamo servi di Dio, servi di quell’amore che sulla croce si è manifestato, testimoni dei suoi benefici; è per i segni della sua passione nei cieli che la nostra preghiera acquista tutta la sua efficacia e la nostra predicazione non è vana. Ogni volta che la chiesa celebra il memoriale della cena è segnata vitalmente e profondamente dal segno di Cristo crocifisso, poiché la santa cena è la proclamazione in atto, efficace, della potenza della croce per la salvezza del mondo.

A partire da queste affermazioni di Max Thurian, possiamo dire, allora, che senza la celebrazione del memoriale della cena, la stessa predicazione della Parola sarebbe vuota. Thurian cerca di allargare i confini ristretti della sola Scriptura per cogliere l’equilibrio e l’unità profonda e indissolubile tra Parola e sacramento, poiché Cristo non ci ha lasciato solo la Parola, ma anche i segni della sua presenza e della sua azione. L’eucaristia, dunque, è la sorgente della missione della chiesa, poiché ripresenta la persona e l’opera di Cristo inviato dal Padre e rende partecipe la chiesa dell’opera dello Spirito. Cosi, la chiesa, mentre celebra l’eucaristia, riscopre – attraverso il memoriale – il modello della sua origine e, partecipando al dinamismo di Cristo e dello Spirito, la via e lo stile della sua missione attuale.

 

*** Note ***

1 Karl Rahner afferma che la risurrezione di Gesù è la manifestazione storica ed escatologicamente irreversibile dell’auto-promessa divina al mondo. Cf. K. RAHNER, La risurrezione di Gesù, in ID., Teologia dell’esperienza dello Spirito. Nuovi saggi, VI, Edizioni Paoline, Roma 1978, 421-432. Per Rahner, occorre recuperare il significato pasquale della spiritualità cristiana coniugando in modo più efficace e intimo la morte di croce con la risurrezione. Si tratta dell’unico evento della nostra redenzione. Cf. K. RAHNER, A proposito della spiritualità della fede pasquale, in ID., Teologia dell’esperienza dello Spirito. Nuovi saggi, VI, 409-420. Cf. altresì ID., Corso fondamentale sulla fede. Introduzione al concetto di cristianesimo, Edizioni Paoline, Roma 1990, 352-356.

2 Cf. almeno M. THURIAN, L’eucharistie. Mémorial du Seigneur. Sacrifice d’action de grâce et d’intercession, Delachaux et Niestlé, Neuchâtel 1963 [L’Eucaristia. Memoriale del Signore, sacrificio di azione di grazia e d’intercessione], Editrice Ave, Roma 1967. Max Thurian (Ginevra, 16 agosto 1921 – Ginevra, 15 agosto 1996) è stato un monaco svizzero, cofondatore e vice priore della comunità di Taizé. Di origine protestante, fu, assieme a frère Roger, relatore, in quanto teologo dell’ecumenismo, al Concilio ecumenico Vaticano II. Auspicava che la Comunità di Taizé, di natura prevalentemente protestante, aderisse alla Chiesa cattolica. Aderì alla Chiesa cattolica, pur senza abiurare il protestantesimo, e il 3 maggio 1987 fu ordinato presbitero dal cardinale Corrado Ursi, arcivescovo emerito di Napoli. Il 30 settembre 1992 fu nominato da Giovanni Paolo II membro della Commissione Teologica Internazionale. La sua vita fu dedicata ai temi ecumenici, condivisa con i fratelli della comunità di Taizé che al momento del suo abbandono chiesero e ottennero che tornasse ogni tanto alla comunità e che alla sua morte si facesse seppellire nel piccolo cimitero della chiesa romanica di Taizé. Oggi riposa a pochi passi dalla tomba del confratello Roger. Per uno studio approfondito sulla sua opera, cf. G. FALANGA, Chiesa, liturgia ed eucaristia nel pensiero di Max Thurian, ECS, Napoli 2006.

3 Cf. L. BOUYER, Eucharistie, théologie et spiritualità de la prière eucharistique, Desclée,

Tournai 1966. Sul tema del memoriale, cf. anche X. LEON-DUFOUR, «Faites ceci en mémoire de

moi, in Christus 24/94 (1977) 200-208; F.-X. DURRWELL, L’eucaristia sacramento del mistero

pasquale, Edizioni Paoline, Roma 1983.

4 Cf. M. THURIAN, L’Eucaristia 31-42.

5 Ivi 41.

6 Egli vede «dapprima l’Agnello, segno efficace della liberazione, poi il pane e il vino, segni efficaci della presenza reale del corpo e del sangue di Cristo redentore, crocifisso, resuscitato e glorificato, e infine la visione stessa del Figlio di Dio, Agnello come immolato dell’Apocalisse»: (ivi 31).

7 Cf. M. THURIAN, Il pane unico: semplice riflessione sull’eucaristia e il ministero, Ave, Roma 1969, 26. Si consideri pure A. HAMMAN, Prières eucharistiques des premiers siècles, Desclée, Paris 1957; T. SCHNEIDER, Zeichen der Nähe Gottes. Grundriss der Sakramententheologie, Verlag, Manz 1979 [Segni della vicinanza di Dio. Compendio di teologia dei sacramenti, Queriniana, Brescia 1983]; D.N. POWER, The Eucharistic Mystery. Revitalizing the Tradition, The Crossroad Publishing Company, New York 1993 [Il mistero eucaristico. Infondere nuova vita alla tradizione, Queriniana, Brescia 1997]; F. COURTH, Die Sakramente. Ein Lehrbuch für Studium und Praxis der Theologie, Verlag Herder, Freiburg im Breisgau 1995 [I sacramenti. Un trattato per lo studio e per la prassi, Queriniana, Brescia 1999, 196-303].

8 THURIAN, L’Eucaristia, 41.

9 Ivi 225.

10 M. THURIAN, La chiesa una: contributi ecclesiologici, M. D’Auria Editore, Napoli 1983, 26.

11 Lo Spirito Santo, chiesto al Padre, e la Parola di Cristo, pronunciata dalla chiesa nel corso del memoriale compiuto nella grande preghiera eucaristica, fanno del pane e del vino il corpo e il sangue di Cristo.

 

12 Per approfondimenti, cf. almeno D. CHENU, La messe et sa catéchèse, J. Vrin, Paris 1947; J. DE WATTEVILLE, Le sacrifice dans les textes eucharistiques des premiers siécles, Delachaux et Niestlé, Neuchâtel 1966; C. Rocchetta, I sacramenti della fede. Saggio di teologia biblica dei sacramenti come “eventi di salvezza” nel tempo della chiesa. II. Sacramentaria biblica speciale, EDB, Bologna 89-150.

 

 13 THURIAN, L’Eucaristia, 333.

 

 14 Cf. ivi 221.

 

 15 Cf. ivi 222.

 

 16 Cf. ivi 240.

 

 17 Commissione Fede e Costituzione del Consiglio ecumenico delle Chiese, Battesimo, eucaristia, ministero [Lima 1982, sigla BEM] E 7: EO 1,3078. 

 

18 BEM, E 12: EO 1,3084.

 

19 Cf. THURIAN, L’Eucaristia, 46.

 

20 Ivi.

 

21 Ivi 50.

 

22 Cf. ivi 48.

 

 

 

 

 

 

 


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