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Io sono la vite vera, voi i tralci, dimorate nel mio amore

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“Gesù, tu sei la Vigna di Dio, tu sei la Vite di cui siamo i tralci! Ci hai voluti innestati in te per riempirci della tua vita divina e partecipare alla tua missione evangelica. È bello essere con te tralci fecondi che producono il vino della gioia e comunicano la carità di Dio a ogni creatura. Il tuo amore è la verità che vogliamo dire; la tua vita è la forza che vogliamo donare; la tua gioia è il sostegno che vogliamo offrire nelle nostre famiglie e a quanti incontriamo. Tu, sorgente d’acqua viva e datore dello Spirito, continua a riempirci del tuo Spirito di fecondità, perché portiamo molto frutto, a gloria del Padre e a gioia dei fratelli”.

Essere adulti

In un articolo dal titolo Dove sono finiti gli adulti?, apparso su Repubblica  il  19 febbraio 2012, Massimo Recalcati sosteneva che “Gli adulti sembrano essersi persi nello stesso mare dove si perdono i loro figli, senza più alcuna distinzione generazionale”. E questo perché si sono omologati all’interno di una generazione che ha fatto della giovinezza il suo bene supremo, lasciando la gioventù in balia a se stessa.  Diventare adulti nella fede è oggi una necessità e un dovere. Scrivendo agli Efesini e presentando la Chiesa come corpo di Cristo, Paolo li incoraggiava a camminare in modo degno della loro vocazione e diventare adulti nella fede, per arrivare “all'unità della fede e della conoscenza del Figlio di Dio, allo stato di uomo perfetto, nella misura che conviene alla piena maturità di Cristo” (Ef 4,13).

Ora ci domandiamo: esiste un identikit del cristiano adulto nella fede? Le risposte a questa domanda sono varie, articolate e complesse, a seconda delle sensibilità. Erri De Luca è categorico: “Nel trapasso dal secondo al terzo millennio, nella mia bisaccia di pellegrino metterei soltanto otto parole, quelle delle Beatitudini”. Ma altri itinerari sono possibili.

Uno ce lo propone la riflessione di Benedetto XVI ispirandosi al capitolo 15 del vangelo di Giovanni: “nel giorno del nostro Battesimo la Chiesa ci innesta come tralci nel Mistero Pasquale di Gesù, nella sua Persona stessa. Da questa radice riceviamo la preziosa linfa per partecipare alla vita divina. È indispensabile rimanere sempre uniti a Gesù, dipendere da Lui, perché senza di Lui non possiamo far nulla (cfr Gv 15,5). E come Cristo rimane nell’amore di Dio Padre, così i discepoli, sapientemente potati dalla parola del Maestro (cfr Gv 15,2-4), se sono uniti in modo profondo a Lui, diventano tralci fecondi, che producono abbondante raccolto. Ognuno di noi è come un tralcio, che vive solo se fa crescere ogni giorno nella preghiera, nella partecipazione ai Sacramenti, nella carità, la sua unione con il Signore. E chi ama Gesù, vera vite, produce frutti di fede per un abbondante raccolto spirituale” (Benedetto XVI, 6 maggio 2012). 

La vite e i tralci (Gv 15,1-11)
Io sono la vera vite e il Padre mio è il vignaiolo. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo toglie e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete gia mondi, per la parola che vi ho annunziato. Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane nella vite, così anche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano. Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quel che volete e vi sarà dato. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. Come il Padre ha amato me, così anch'io ho amato voi. Rimanete nel mio amore.  Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.

Gesù la vite

Un primo aspetto da considerare è l’uso dell’immagine della vigna come simbolo e personificazione di Israele. I profeti (Is 2; Os 10,1; 14,8; Gr 6,9; Ez 15,1-6; 17,5-10; 19,10-14) e i salmi (Sl 80,9ss.; cf. anche Sir 24,17). 
Eppure nel testo giovanneo è rilevante costatare come la vite/vigna non indichi più il popolo di Israele, bensì Gesù stesso. Egli è la vera e intera vite e i tralci sono parte della sua stessa persona. Nell’Antico Testamento la vite/vigna rappresentava il popolo eletto, nel quarto Vangelo la vite in quanto simbolo di Gesù e dei credenti indica il nuovo popolo di Dio, che possiede come nuova legge la legge dell’amore vicendevole. 
L’immagine della vite assume un significato cristologico e si colora di valore assoluto ed esclusivo. Gesù si presenta come la vite per eccellenza, e ogni uomo, per quanto grande possa essere, sarà sempre e solo tralcio. Egli è l'attuazione del disegno del Padre, che è quello di "ricapitolare in Cristo tutte le cose, quelle del cielo come quelle della terra" (Ef 1,10).
Se Gesù é la vite, allora i discepoli sono i tralci. Il verbo “rimanere” designa quell’attività interiore che rende il discepolo in tutto simile al Maestro, lo fa rinascere dall’acqua e dallo Spirito (Giovanni 3,3), lo fa passare dalla condizione di servo a quella di amico del Maestro (Giovanni 15,26), gli fa preferire alle tenebre la luce della Parola del Maestro (Gv 3,19), lo fa stringere come tralcio alla vite/Gesù per “portare frutto” (Gv 15,16). 
In una famosa pagina del profeta Ezechiele (cap. 15), il profeta descrive il legno della vite. Che pregi ha? Nessuno. Il legno della vite è l’unico legno tra gli alberi della campagna con il quale non si può fare nulla; non ci si può fare un oggetto, un attrezzo utile. Il legno della vite è capace soltanto per far passare la linfa vitale ai tralci e produrre frutta. Quindi il legno della vite è il legno inservibile, se non per portare frutto. 

I discepoli, i tralci

Che cosa significa allora rimanere in Cristo, come il tralcio nella vite? Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore (Gv 15,10). Si rimane se si “osserva” la Parola, nel senso della custodia attiva, dinamica. Qui il verbo greco utilizzato è “tereo” (lo stesso “tereo” di Maria che conservava mettendo insieme tutte le cose nel suo cuore, cfr. Luca 2,19). Non è semplicemente un custodire nel senso di osservare e conservare; è piuttosto una custodia viva dei comandamenti, una custodia che implica discernimento e prassi, azione. La “custodia” espressa dal verbo “tereo” è una custodia dinamica, cioè il custodire per far crescere: osservare il comandamento significa allora prima di tutto, oltre che conoscerlo, farlo crescere, applicarlo alla situazione in cui vivi.
Il discepolo che custodisce i comandamenti é colui che produce frutti abbondanti di santità.  Portare frutto significa dunque, per Giovanni, essere discepolo, ossia aderire a Gesù nella fede e nell’amore, in un atteggiamento di conversione permanente. La comunione di vita, infatti, è la condizione per produrre frutti, per piacere a Dio (v. 8). “Portare frutto” equivale ad “amare”. Nel momento in cui Gesù ama fino alla fine, invita i suoi discepoli ad innestarsi sullo stesso amore.
Gesù conclude: «In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli» (v. 8): l’unione dei discepoli con Gesù non è altro che il prolungamento dell’amore che unisce il Padre e il Figlio: da esso derivano quei frutti che «glorificano» il Padre perché testimoniano la sua opera efficace e continua per la salvezza di tutta l’umanità. La relazione Gesù-discepolo è dunque essenziale per la vita. Separandosi da Gesù il discepolo perde la possibilità stessa di produrre i frutti dell’amore e si dissecca come un ramo staccato dal tronco. 

Il Padre, l’agricoltore

Colui che lavora la vigna è il Padre, definito come agricoltore, potandola e purificandola. La vite infatti dà frutti solo se viene potata. La potatura non è da intendersi come un'amputazione, una punizione, ma come un mezzo per far crescere la vita. È dunque necessaria ed interessa non solo i tralci che non portano frutto, ma anche quelli che portano frutto, affinché ne portino di più. 
La potatura è un'operazione dolorosa, che non viene risparmiata a nessuno, poiché il Padre ha a cuore che il tralcio fruttifichi in abbondanza. Il discepolo avrà come unica preoccupazione di vivere come Cristo, portando frutto. Sarà il Padre ad eliminare tutti gli impedimenti all’amore, intervenendo quando lui vuole, come lui vuole e dove lui vuole.
I modi per potarci e purificarci sono tanti e di vario genere: l’insuccesso, la malattia, la diffamazione, l'incomprensione, il rifiuto, un’ubbidienza che ci risulta particolarmente difficile, il non sentirci adeguati ad un determinato incarico, la fatica a vivere la vita di comunità.

Per un cammino di felicità

“Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11). Questo è il fine dell’allegoria della vite e dei tralci, un fine di felicità. Questa gioia promessa è la sua gioia, la gioia di Cristo, che è la gioia di realizzare la volontà del Padre, prima ancora la gioia di essere Figlio. 
Ma cos’è la gioia? Gesù ci dice che deve esistere una gioia non conseguente ad una relazione o al possesso di un bene. Deve esistere una gioia in grado di rimanere anche quando tutto intorno crolla, quando un amore non viene corrisposto, quando un atto di bene non conosce gratitudine. La vera gioia, la ‘perfetta letizia’ per dirla con Francesco, è sempre questione di cuore, di ‘partecipazione’ ad un principio fondante, un abbeverarsi ad una fonte di luce. 
Gesù ci ricorda che se partecipiamo della vita stessa di Dio, se facciamo esperienza dell’Amore che ci abita, se ci illuminiamo della luce che ci portiamo dentro, diventeremo luminosi, ‘diverremo gioiosi’, e nessuna situazione, nessuna persona, nessun evento potrà mai toglierci quella gioia che è divenuta cifra della nostra stessa vita: «nessuno vi potrà togliere la vostra gioia» ripete Gesù ai suoi (Gv 16, 23). La gioia perfetta deriva dalla partecipazione ad un amore così intenso che non solo sopporta, ma ama e abbraccia serenamente la stessa negatività. La gioia perfetta, risiede nell’accogliere con gioia le avversità, e ogni tipo di violenza capace di distruggere le proprie convinzioni, le proprie idee, la propria presunzione. 

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