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L'esperienza di essere consolati. "Consolate, consolate il mio popolo". 

Pubblicato in Preghiere Missionarie
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“Il nome che portate deve spingervi a divenire ciò che dovete essere” (Beato Giuseppe Allamano, 23 Giugno 1921)

"Consolate, consolate il mio popolo, dice il vostro Dio. Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che la sua tribolazione è compiuta, la sua colpa è scontata, perché ha ricevuto dalla mano del Signore il doppio per tutti i suoi peccati". 
Una voce grida: "Nel deserto preparate la via al Signore, spianate nella steppa la strada per il nostro Dio. Ogni valle sia innalzata, ogni monte e ogni colle siano abbassati; il terreno accidentato si trasformi in piano e quello scosceso in vallata. Allora si rivelerà la gloria del Signore e tutti gli uomini insieme la vedranno, perché la bocca del Signore ha parlato". 
Una voce dice: "Grida", e io rispondo: "Che cosa dovrò gridare?". Ogni uomo è come l'erba e tutta la sua grazia è come un fiore del campo. Secca l'erba, il fiore appassisce quando soffia su di essi il vento del Signore. Veramente il popolo è come l'erba. Secca l'erba, appassisce il fiore, ma la parola del nostro Dio dura per sempre. Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! 
Alza la tua voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: "Ecco il vostro Dio! Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri". (Is 40,1-11)

L’esempio di vengono da Maria e da Paolo che scrive nella seconda lettera ai Corinzi: "Sia benedetto Dio, Padre del Signore nostro Gesù Cristo, Padre misericordioso e Dio di ogni consolazione, il quale ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio" (2 Cor 1,3-4).

Il consolare è  un atteggiamento umano presente in tutte le culture e presso tutti i popoli. Già nell’antica Grecia e nell’antica Roma esisteva la consuetudine di consolare, Il genere letterario consolatorio, nato in Grecia nei sec. IV-III aC, spesso si esprimeva con un testo scritto, una poesia, o un epitaffio. Era un modo per esprimere simpatia, vicinanza, compassione, condivisione intima, con lo scopo di alleviare il dolore di chi soffriva.

Nella prospettiva cristiana, la vera consolazione è sempre quella che viene da Dio, per mezzo degli uomini, o direttamente da Lui; tanto è vero che Gesù, nel racconto giovanneo dell’Ultima cena (14,16), promette ai suoi discepoli la venuta del Paraclito, il Consolatore, che è lo Spirito Santo e nel Nuovo Testamento il verbo greco della consolazione (parakalein) è usato nel senso di incoraggiare, esortare, sostenere, confortare i sofferenti. Nella lingua ebraica dell’Antico Testamento, il radicale usato per esprimere l’azione di consolare è NHM. Esso significa far respirare, portare sollievo, far tirare il fiato in una situazione di dolore, di paura (cfr Gen 50,21). 

Il capitolo 40 del libro di Isaia costituisce il prologo al «libro della consolazione» (cap. 40-55), attribuito al Secondo Isaia, profeta operante al tempo dell’esilio in Babilonia (550-539 aC). Il secondo Isaia sente e vede un popolo scoraggiato, indebolito, che ha bisogno di essere consolato e spronato, di credere ancora che Adonai non lo ha abbandonato ed è ancora al suo fianco. La sua profezia è consolazione. Non si tratta semplicemente di pronunciare parole di conforto, ma di operare affinché il destinatario della consolazione venga sollevato e liberato dalla situazione difficile in cui versa. Il contenuto di questo messaggio-azione consiste nel convincere Gerusalemme che la sua tribolazione è finita e la strada del ritorno è aperta. L’azione concreta per realizzare la consolazione è «Preparate la via».  Il tempo della schiavitù è finito, è finita la punizione ed è arrivata l’ora del ritorno. Israele ha superato ogni sofferenza e tribolazione e questa sofferenza ha come ricompensa la consolazione

Inizia il nuovo esodo e il riferimento al «deserto», oltre che una precisa indicazione delle steppe siriane che avrebbero dovuto attraversare i deportati in Babilonia, vuol essere soprattutto un rimando all’esperienza del primo Esodo, con tutti i prodigi che lo avevano accompagnato. 

Dio stesso consolerà Sion:”Io, io sono il tuo consolatore “ (Is 51,12). "Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecore madri" (Is 40,11). È il grande «Avvento» del Dio che «salva» nella sua terra: è una «venuta» di riconciliazione e di amore! Con il popolo che ritorna dall’esilio anche Gerusalemme rifiorisce. È la grade esperienza della consolazione che non si può mai dimenticare.

Un roveto che arde d'amore per gli ultimi

Spirito di Dio, fa’ della tua Chiesa un roveto
che arde di amore per gli ultimi.
Alimentane il fuoco col tuo olio, perché l’olio brucia anche.
Da’ alla tua Chiesa tenerezza e coraggio. Lacrime e sorrisi.
Rendila spiaggia dolcissima per chi è solo e triste e povero.
Fa’ un rogo delle sue cupidigie.
E quando, delusa dei suoi amanti,
tornerà stanca e pentita a Te,
coperta di fango e di polvere dopo tanto camminare,
credile se ti chiede perdono. Non la rimproverare.
Ma ungi teneramente le membra
di questa sposa di Cristo con le fragranze
del tuo profumo e con l’olio di letizia.
E poi introducila, divenuta bellissima
senza macchie e senza rughe,
all’incontro con Lui
perché possa guardarlo negli occhi senza arrossire,
e possa dirgli finalmente: “Sposo mio” (Don Tonino Bello)

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