Sep 22, 2018 Last Updated 10:01 PM, Sep 19, 2018
Spiritualità

Letture:
Sp.2,17-20;
Sal.53;
Gc,3,16,4,3;
Mc.9,30-37 Se uno vuole essere primo, sia l’ultimo, il servo di tutti = umiltà.

 Canto al Vangelo: 
Alleluia, alleluia.
Benedetto sei tu, Padre,
Signore del cielo e della terra,
perché ai piccoli hai rivelato i misteri del regno dei cieli.

S. Tommaso d'Aquino definisce così “Umiltà è la virtù che frena il desiderio innato dell'uomo di innalzarsi sopra il proprio merito”.

Il dizionario italiano dice che “umile è chi è consapevole dei propri limiti e non si inorgoglisce; che non esulta per i propri meriti ; la persona umile rispetta gli altri sottomettendosi”.

L’umiltà è quella virtù cristiana (sconosciuta prima di Cristo) che ci permette di sperimentare la gloria di Dio: “Prima della rovina, il cuore dell’uomo s’innalza superbo, ma l’umiltà sola precede la gloria” (Proverbi 18:12).

La parola umiltà viene da humus che vuol dire terra = volgersi – abbassarsi - verso terra.

È la virtù cristiana prioritaria per svolgere qualsiasi servizio a Dio e ai fratelli, indispensabile per parlare a Dio.

Nella Bibbia troviamo numerosi personaggi che per servire il Signore si sono equipaggiati di questa qualità spirituale (Genesi 32:10; Esodo 3:11; Giudici 6:15; I Cronache 29:14; Matteo 8:8; 15:27; Luca 1:43; Luca 5:8; Atti 20:19).

Abbiamo poi numerosi esempi di Santi veramente umili, simili a Gesù loro modello.

Lo descrive S. Paolo: “Abbiate in voi lo stesso sentimento di Cristo Gesù, il quale, pur essendo Dio, non considerò la sua uguaglianza a Dio qualcosa da conservare, ma spogliò Se stesso, prendendo forma di servo, divenendo simile agli uomini; umiliò Se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte, e alla morte di croce” (Fl. 2:5-8).

Ora, essendo Cristo la vita nostra, essendo noi il tempio del Suo Spirito, non possiamo che dedurre che l’umiltà sia una caratteristica di ogni vero credente, di ogni seguace di Cristo.

La vita terrena di Gesù è tutta permeata da questo insegnamento; Egli ha mostrato di possedere questa virtù fin dalla Sua nascita, nella mangiatoia in una grotta; fuggendo esule in Egitto.

Pur essendo Dio, Re dei re, Signore dei signori, non cercò mai gli onori di questa terra, ma volle farsi vicino a noi nelle debolezze, visitare coloro che erano disprezzati dalla società e fino alla fine ricevette insulti e disprezzi. Preferì una corona di spine e una canna come scettro; si lasciò inchiodare alla croce, frenando i milioni di angeli che avrebbero voluto liberarlo. Quale esempio meraviglioso abbiamo davanti!

Sforziamoci di imitare Cristo, di considerare attentamente il Suo esempio, senza il timore di poter essere schiacciati dal mondo perché “chiunque si innalzerà sarà abbassato e chiunque si abbasserà sarà innalzato” (Mt. 23,12). Difatti Cristo venne innalzato proprio per la Sua impeccabile umiltà: “Perciò Dio Lo ha innalzato e gli ha dato il Nome che è al di sopra di ogni altro nome”, continua ancora S. Paolo. Facciamo in modo che quel “perciò” sia anche per noi per avere “il nome nuovo che nessuno conosce, se non colui che lo riceve” (Ap. 2:17).

Se è vero che la persona umile nel mondo è talvolta considerata debole e irrealizzata, è pur vero che dinanzi a Dio, invece, è tenuta in grande considerazione e in questa vita e in quella futura.

Il cristiano che ha deciso di svolgere con umiltà il suo cammino di fede è uno che non ha deciso di perdere ma di vincere!

Anche quando preghiamo è necessario conservare un’attitudine di sottomissione verso Colui a cui s’innalza la preghiera; se desideriamo che la nostra preghiera sia gradita a Dio, “abbassiamoci” perché Egli ascolta il grido degli umili e permette loro di godere sempre della Sua presenza. Dice Isaia: «Io dimoro nel luogo eccelso e santo, ma sto vicino a chi è oppresso e umile di spirito per ravvivare lo spirito degli umili, per ravvivare il cuore degli oppressi»” (Is.57:15).

L’umiltà nasce e si sviluppa su questa terra mentre viviamo la vita temporale, ma trova il suo buon risultato eterno in cielo.

La Madonna, scelta ad essere la Madre di Dio, la prima fra tutte le creature, si definisce “Sono la serva del Signore”. E Gesù dirà: “Sono venuto per servire, non per essere servito”.

E i Papi, capo del Corpo mistico di Cristo, si firmano “Servus servorum Dei”.

Letture:
Is.50,5-9;
Sal.114;
Gc.2,14-18;
Mc. 8,27-35; Il figlio dell’uomo deve molto soffrire… essere ucciso … risorgere.

Canto al Vangelo:
Alleluia, alleluia.
Di null’altro mi glorio se non della croce di Cristo,
per mezzo della quale il mondo per me è stato crocifisso, e io per il mondo.

1. La prima domanda è una specie di "sondaggio": la gente cosa pensa, cosa dice di Lui? Gesù non è tanto interessato a sapere che cosa si pensa sul suo insegnamento, sulla sua attività, ma su di Lui. Al centro sta la sua persona. La gente lo colloca infatti tra i grandi personaggi della storia religiosa di Israele: un profeta. Giovanni Battista ... Altri inviati di Dio sono venuti prima di Lui, altri ne verranno. Uno dei tanti "grandi", ma non l'unico.

2. "E voi chi dite che io sia?". La risposta che dà Pietro a nome dell'intero gruppo è una stupenda confessione di fede sull'identità di Gesù: "Tu sei il Cristo (= il Messia)". Cioè l'unico, ultimo e definitivo Re e Pastore del popolo di Israele, l'inviato da Dio per dare a questo popolo e a tutta l'umanità la pienezza della vita. È una scoperta grande.

Facciamo anche noi simile scoperta su Gesù quando partecipiamo alla Messa domenicale, riceviamo la Comunione, oppure quando la nostra famiglia prega nelle nostre case…?

3. Gesù però, pur soddisfatto: "Cominciò a insegnar loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire... venire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare".  Egli ne parla "apertamente", senza esitazione e con lucida consapevolezza. Sa di avere molti nemici, che cercano di eliminarlo e che presto ci riusciranno. Gesù intravede, quindi, il fallimento umano della sua missione: "doveva molto soffrire e ... venire ucciso". Tale "necessità" non è legata però a un destino cieco e crudele; non è neppure soltanto la conseguenza "logica" del suo comportamento contro corrente. Ma il verbo "doveva" indica il disegno di Dio, misterioso, che deve compiersi nella storia. Disegno annunciato già nella S. Scrittura (I lettura). Un disegno d'amore che si attua attraverso vie e modi non conformi alla logica umana. Tale piano divino riguarda anche la sua suprema glorificazione: "doveva...dopo tre giorni risuscitare".

Accettiamo noi nella nostra vita spirituale il piano di Dio, sempre misterioso e oscuro alla nostra intelligenza?

4. Gli apostoli, sono "shoccati" dall'annuncio della passione e della morte. Riconoscendo in Gesù il Messia promesso, Pietro e i suoi compagni pensavano al Liberatore politico e militare che con la forza di Dio avrebbe vinto tutti gli oppressori del suo popolo, instaurando una pace universale. Gesù invece rivela un aspetto del Messia che li coglie impreparati e li "spiazza" radicalmente: il Salvatore inviato da Dio non sbaraglierà gli avversari con una vittoria eclatante, ma subirà la sconfitta: non il Dio che schiaccia con la sua potenza, ma un Dio debole e "perdente", che condivide la condizione dell'uomo peccatore e così lo ricupera.

L'incomprensione e il rifiuto di un Dio di amore che perdona, si manifestano nella reazione di Pietro: "lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo".

Anche noi vorremmo dire a Gesù di non soffrire, non morire… di vincere i nemici in un altro modo, non con l’amore e il perdono fino alla morte.

5. La contro-reazione di Gesù è però quanto mai forte. Se Pietro rimproverava Gesù ora Gesù "rimproverò Pietro" (il verbo è identico). Lo fa "guardando i discepoli" (che sicuramente condividono il pensiero del loro compagno): "Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio ma secondo gli uomini".

Non può darsi che anche noi ragioniamo come Pietro e gli altri discepoli? Anche noi, come loro, spesso siamo prigionieri di un'immagine di Dio che, se è potente e buono, non può permettere il dolore in tutte le sue forme e dovrebbe sopprimere quanti operano il male. Questo Dio però non è il Dio di Gesù. Il rimprovero rivolto a Pietro è quindi anche per noi. Pietro dopo questo ha capito? Non sembra: nell’orto degli ulivi sguaina la spada e poi fugge e rinnega il maestro. Lo capirà solo dopo la venuta dello Spirito S. Nelle sue lettere dirà: “Beati voi se il Signore vi dà da soffrire…”.

6. Le sue parole non riguardano soltanto i discepoli più stretti, ma anche la "folla": "Se qualcuno vuol venire dietro di me, rinneghi se stesso...". Il discepolo deve essere pronto a spostare ogni sua visione della vita, a dire di no a ogni suo progetto, che non collimino con quelli del suo Maestro. "Prenda la sua croce e mi segua". Il discepolo, che aderisce a Lui, non può non mettere in conto tale prospettiva, cioè il "martirio". Ma già ogni giorno l'amore a Cristo può richiedergli tagli, rinunce, incomprensioni, disprezzo, che gli procurano sofferenze. "Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà". Chi è attaccato alla propria vita e vuole difenderla a ogni costo, anche col tradimento del proprio Maestro, in realtà "perderà"la vita eterna. Chi invece, per rimanere fedele a Gesù e al Vangelo, arriva anche a perdere la propria vita, la ritroverà in pienezza.

Queste parole di Gesù alludono al martirio, che non è una semplice eventualità nell'esistenza del discepolo. Ma esprimono anche la legge fondamentale della vita cristiana: il donarsi, che è l'essenza dell'amore, comporta il "saper perdere" infinite cose, il dimenticarsi, il "decentrarsi", il mettersi da parte, il "non essere" perché l'altro sia. Perdere per ritrovare, perdersi per ritrovarsi. La vita può essere data anche goccia a goccia in ogni gesto quotidiano motivato dall'amore se compiuto con amore.

7. Maria SS., l’Addolorata, colei che ha visto con l’occhio della fede la redenzione operata da Gesù nel piano meraviglioso, infinitamente luminoso di Dio, aumenti la nostra fede.

Letture:
Is.35,4-7;
Sal.145; 
Gc.2,1-5; 
Mc 7,31-37; Fa udire i sordi e fa parlare i muti.

Canto al Vangelo:
Alleluia, alleluia
Ha fatto bene ogni cosa;
fa udire i sordi e fa parlare i muti.

Gesù incontra un sordomuto, una persona chiusa in sé. Come noi, quando siamo nel peccato.

- Possiamo avere accanto Dio, che ci sussurra le parole più dolci e imperiose. Non lo sentiamo.
- Possiamo aver vicino le persone più buone, che desiderano aiutarci. Non prestiamo attenzione.
- O passiamo davanti a chi ha bisogno di un conforto, di una speranza. È come se fossimo soli al mondo, chiusi nel nostro egoismo.

Il modo con cui opera il miracolo è originale.

- Anzitutto lo "porta in disparte, lontano dalla folla". Non intende compiere un atto plateale che riscuota l'applauso. Vuole mettere a proprio agio il sordomuto, lontano dalla confusione. Poi "gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua". Compiendo i gesti, Gesù desidera fargli capire che intende guarirlo. Ha bisogno che il malato non subisca passivamente la sua azione, ma si senta coinvolto. Ciò che vale più di tutto per Gesù è il rapporto personale col malato. È come se gli dicesse, con questo contatto anche fisico: Tu sei molto importante per me! La mia attenzione è tutta per te!

- Gesù "guarda verso il cielo", esprimendo la sua relazione con Dio nella preghiera. Ed "emise un sospiro": segno della sua intima partecipazione alla sofferenza. Pronuncia una parola che Marco riporta nella lingua di Gesù (aramaica) e traduce subito per i lettori greci: "Effatà, cioè: Apriti!".

- Questo imperativo non è rivolto agli organi malati (orecchi e lingua), ma alla persona del sordomuto. Non è tanto una parte del corpo che viene curata, ma sempre una persona.
La guarigione è immediata, prodotta dalla parola di Gesù.

Ma se il sacramento di Cristo ci raggiunge... per mezzo della Chiesa che con dei segni e parole (le dita di Gesù e la parola effeta): “Io ti battezzo”; “Io ti assolvo”.

- Allora avviene nuovamente il “miracolo”. Diventiamo capaci, per grazia, di udire le consolazioni e i suggerimenti e gli imperativi di Dio. Diventiamo capaci di rispondergli con la preghiera e con la vita. Diventiamo capaci di comunicazione con i fratelli. Nasce la fraternità.
- Ma per ottenere questo dobbiamo incontrare il Signore, dobbiamo lasciarci salvare dal Signore, aderendo a lui con tutte le nostre forze.

La guarigione del sordomuto è anche un forte richiamo a recuperare nella nostra vita di cristiani la dimensione dell'ascolto e dell'annuncio.

- Ascoltare Dio che ci parla, anche quando i nostri orecchi non sono nelle condizioni fisiche di sentire, perché egli parla al cuore e alla mente dell'uomo ed è lì che egli chiede la decisione dell'uomo di accogliere la sua parola per farla diventare vita.

- Parimenti all'ascolto deve corrispondere un concreto e fattivo impegno nell'annuncio. La necessità di predicare ciò che meditiamo, ciò che maturiamo dentro di noi e parlare agli altri di Dio, in ragione del nostro specifico ministero e particolare vocazione nel battesimo, è un obbligo dal quale non possiamo esimerci. Guai a me se non predicassi il Vangelo, afferma l'Apostolo Paolo, proveniente dalle fila dei persecutori dei cristiani.

Questo miracolo ci dice ancora qualcosa di importante a proposito della salvezza portata da Cristo: essa restaura l'uomo nella sua capacità di ascoltare e di parlare con Dio e i fratelli.

- Prima di tutto con Dio. Questo dialogo avviene in molti modi, ma è fondamentale quello che ci ricorda il concilio: la lettura orante della Scrittura. In essa le due cose si realizzano insieme: "affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo, la lettura della Sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera; poiché «gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo le verità divine» (S. Ambrogio). È quanto avviene anche nella Messa: ascoltiamo le letture e poi rispondiamo ad esse con la preghiera dei fedeli (che fa ancora parte della liturgia della Parola).

- Con i fratelli. Questa capacità di dialogo con Dio restaura e potenzia il dialogo con gli altri; possiamo anzi verificare l'autenticità del nostro rapporto col Signore proprio a partire dalla capacità di dialogo coi fratelli. Lo Spirito Santo fortifica la nostra capacità di comunione personale, sia con Dio che con gli altri

 “Ha fatto bene ogni cosa”. Un completo programma di vita per un cristiano seguace di Cristo.

Se guardiamo la nostra vita passata, vediamo che spesso abbiamo fatto male o poco bene le cose. E forse vi scorgiamo due ragioni fondamentali perché abbiamo fallito nelle nostre azioni:

1. La nostra naturale debolezza a capire il valore dell’azione che stavamo facendo: ci sembrava di poca importanza

2. per la innata debolezza della nostra volontà di applicarsi a ciò che è difficile e richiede sforzo. Per cui viene il rincrescimento, “avrei potuto metterci maggiore buona volontà”.

- Solo Gesù ha fatto bene tutte le cose.

Il Beato Giuseppe Allamano propone ai suoi missionari di seguire questo esempio di Gesù. D’altra parte è ciò che devono fare tutti i cristiani.

Posso forse oggi dire, “Ho partecipato bene alla Messa e ho fatto bene la Comunione”.

Letture:
Is.35,4-7;
Sal.145; 
Gc.2,1-5; 
Mc 7,31-37; Fa udire i sordi e fa parlare i muti.

Canto al Vangelo:
Alleluia, alleluia
Ha fatto bene ogni cosa;
fa udire i sordi e fa parlare i muti.

Gesù incontra un sordomuto, una persona chiusa in sé. Come noi, quando siamo nel peccato.

- Possiamo avere accanto Dio, che ci sussurra le parole più dolci e imperiose. Non lo sentiamo.

- Possiamo aver vicino le persone più buone, che desiderano aiutarci. Non prestiamo attenzione.

- O passiamo davanti a chi ha bisogno di un conforto, di una speranza. È come se fossimo soli al mondo, chiusi nel nostro egoismo.

Il modo con cui opera il miracolo è originale.

- Anzitutto lo "porta in disparte, lontano dalla folla". Non intende compiere un atto plateale che riscuota l'applauso. Vuole mettere a proprio agio il sordomuto, lontano dalla confusione. Poi "gli pose le dita negli orecchi e con la saliva gli toccò la lingua". Compiendo i gesti, Gesù desidera fargli capire che intende guarirlo. Ha bisogno che il malato non subisca passivamente la sua azione, ma si senta coinvolto. Ciò che vale più di tutto per Gesù è il rapporto personale col malato. È come se gli dicesse, con questo contatto anche fisico: Tu sei molto importante per me! La mia attenzione è tutta per te!

- Gesù "guarda verso il cielo", esprimendo la sua relazione con Dio nella preghiera. Ed "emise un sospiro": segno della sua intima partecipazione alla sofferenza. Pronuncia una parola che Marco riporta nella lingua di Gesù (aramaica) e traduce subito per i lettori greci: "Effatà, cioè: Apriti!".

- Questo imperativo non è rivolto agli organi malati (orecchi e lingua), ma alla persona del sordomuto. Non è tanto una parte del corpo che viene curata, ma sempre una persona.
La guarigione è immediata, prodotta dalla parola di Gesù.

Ma se il sacramento di Cristo ci raggiunge... per mezzo della Chiesa che con dei segni e parole (le dita di Gesù e la parola effeta): “Io ti battezzo”; “Io ti assolvo”.

- Allora avviene nuovamente il “miracolo”. Diventiamo capaci, per grazia, di udire le consolazioni e i suggerimenti e gli imperativi di Dio. Diventiamo capaci di rispondergli con la preghiera e con la vita. Diventiamo capaci di comunicazione con i fratelli. Nasce la fraternità.
- Ma per ottenere questo dobbiamo incontrare il Signore, dobbiamo lasciarci salvare dal Signore, aderendo a lui con tutte le nostre forze.

La guarigione del sordomuto è anche un forte richiamo a recuperare nella nostra vita di cristiani la dimensione dell'ascolto e dell'annuncio.

- Ascoltare Dio che ci parla, anche quando i nostri orecchi non sono nelle condizioni fisiche di sentire, perché egli parla al cuore e alla mente dell'uomo ed è lì che egli chiede la decisione dell'uomo di accogliere la sua parola per farla diventare vita.

- Parimenti all'ascolto deve corrispondere un concreto e fattivo impegno nell'annuncio. La necessità di predicare ciò che meditiamo, ciò che maturiamo dentro di noi e parlare agli altri di Dio, in ragione del nostro specifico ministero e particolare vocazione nel battesimo, è un obbligo dal quale non possiamo esimerci. Guai a me se non predicassi il Vangelo, afferma l'Apostolo Paolo, proveniente dalle fila dei persecutori dei cristiani.

Questo miracolo ci dice ancora qualcosa di importante a proposito della salvezza portata da Cristo: essa restaura l'uomo nella sua capacità di ascoltare e di parlare con Dio e i fratelli.

- Prima di tutto con Dio. Questo dialogo avviene in molti modi, ma è fondamentale quello che ci ricorda il concilio: la lettura orante della Scrittura. In essa le due cose si realizzano insieme: "affinché possa svolgersi il colloquio tra Dio e l'uomo, la lettura della Sacra Scrittura dev'essere accompagnata dalla preghiera; poiché «gli parliamo quando preghiamo e lo ascoltiamo quando leggiamo le verità divine» (S. Ambrogio). È quanto avviene anche nella Messa: ascoltiamo le letture e poi rispondiamo ad esse con la preghiera dei fedeli (che fa ancora parte della liturgia della Parola).

- Con i fratelli. Questa capacità di dialogo con Dio restaura e potenzia il dialogo con gli altri; possiamo anzi verificare l'autenticità del nostro rapporto col Signore proprio a partire dalla capacità di dialogo coi fratelli. Lo Spirito Santo fortifica la nostra capacità di comunione personale, sia con Dio che con gli altri

“Ha fatto bene ogni cosa”. Un completo programma di vita per un cristiano seguace di Cristo.

Se guardiamo la nostra vita passata, vediamo che spesso abbiamo fatto male o poco bene le cose. E forse vi scorgiamo due ragioni fondamentali perché abbiamo fallito nelle nostre azioni:

1. La nostra naturale debolezza a capire il valore dell’azione che stavamo facendo: ci sembrava di poca importanza

2. per la innata debolezza della nostra volontà di applicarsi a ciò che è difficile e richiede sforzo. Per cui viene il rincrescimento, “avrei potuto metterci maggiore buona volontà”.

- Solo Gesù ha fatto bene tutte le cose.

Il Beato Giuseppe Allamano propone ai suoi missionari di seguire questo esempio di Gesù. D’altra parte è ciò che devono fare tutti i cristiani.

Posso forse oggi dire, “Ho partecipato bene alla Messa e ho fatto bene la Comunione”.

 

Letture:
Dt.4,1-2.6-8
Sal. 14;
Gc.1,17-18,21-22.27;
Mc 7,1-8.14-15.21-23. «Questo popolo mi onora con le labbra». 

Canto al Vangelo:
Alleluia, alleluia
Mostraci, Signore, la tua via,
guidaci sul tuo cammino.

Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini.

Gesù viene tentato dagli scribi e farisei. La sua risposta non si fa attendere. E spiega la modalità innovativa di vivere la purezza. Prima cita Isaia: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me. Invano mi rendono culto, insegnando dottrine che sono precetti di uomini» (Is 29,13). L’adesione formale ai precetti delle varie leggi non è fede, ma superba millanteria. Infatti Gesù prosegue mettendo in evidenza la loro ipocrisia, fino a lanciare l'accusa pesante: «Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate la tradizione degli uomini».

Proviamo a trarre da questo episodio almeno tre considerazioni.

 

1) I comandi di Dio non si osservano per ostentazione, ma con umiltà di cuore: per farsi vedere dagli altri e neppure per acquietare la nostra coscienza con l’affermazione: “Ho osservato la legge”. Una osservanza senza umiltà e purezza di cuore non serve. Il Vangelo di oggi ci fa capire che non basta una osservanza solo esteriore della Legge divina e dei Precetti della Chiesa, ma ci vuole soprattutto una adesione interiore. Le parole di Gesù sono molto chiare: «Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me» (Mc 7,6). Queste parole sono una decisa condanna dell'ipocrisia.

L'ipocrisia era il peccato dei farisei. Essi ostentavano la perfezione davanti agli altri, ma tale perfezione era solo apparente. Gesù paragonò i farisei a dei sepolcri imbiancati, belli all'esterno, ma all'interno contengono solo putridume.

 

2) Gesù propone un nuovo modello di religiosità rispetto a quella antica: quella era fondata su una forma di sacro che separava: da una parte i buoni, coloro che osservavano letteralmente la legge; dall'altra i "cattivi" che non osservavano la legge e che quindi erano nel "peccato";  Gesù Maestro, invece, inaugura un modello nuovo; si tratta di una religiosità che unisce perché apre a feconde relazioni tra gli uomini.

Anche noi possiamo passare da una religiosità rituale, fatte di osservanze tradizionali, di abitudini, e in genere un po' triste, a una religiosità gioiosa, all'incontro con il Signore e con i fratelli, gli uomini e le donne che condividono il nostro stesso percorso di fatica. 

 

3) Gesù propone un nuovo modello di etica. Ciò che è impuro non viene dentro di noi dall'esterno, ma viene fuori dall'interno. Gesù, cioè, colloca ciò che è puro ed impuro al livello del comportamento etico. Molte persone "benpensanti", non accettano di "contaminarsi" con persone cosiddette "irregolari" che vengono emarginate non essendo ritenute "degne".

Sì, la paura della contaminazione è ancora molto forte nella Chiesa. Gesù ci insegna, tuttavia, che solo un cuore ospitale e libero può valutare ciò che è buono e degno, e ci chiede di accogliere tutti, senza paura di contaminarci. Ci insegna, in definitiva, a passare da una religione della forma a una religione della persona.

 

La Parola di Gesù è parola di salvezza. La Legge di Dio è per la salvezza del popolo. Nessun'altra nazione - dice Mosé - per quanto forte e potente, ha un Dio così vicino a noi.

Scrive Giacomo nella sua lettera (seconda lettura): "Tutto ciò che abbiamo di buono e di perfetto viene dall'alto: è un dono di Dio, e Dio non produce tenebre" (1,17). E aggiunge che "questa è la religione che Dio considera pura e genuina: prendersi cura degli orfani e delle vedove che sono nella sofferenza" (1,27). Gli orfani e le vedove sono una categoria linguistica secondo la società del tempo che oggi vuole dire di tutti quelli che sono in necessità.

Nella prima lettura leggiamo: “Ascolta, Israele, le leggi e le norme, le mettiate in pratica, viviate e entriate in possesso del paese che il Signore sta per darvi”. Ma queste leggi devono scendere nel cuore e obbligare la persona, non solo i gesti esterni visibili dell’individuo.

Allora si comprende che la prima cura va posta nel vigilare sulla "pulizia" del cuore. Il cuore è "puro" se è puntato interamente su Dio, se è attento alla sua volontà,  "amare Dio con tutto il cuore" e "il prossimo come se stesso". Allora ogni gesto tenderà a essere amore. “Omnia munda mundis” dice Fra Cristoforo al portinaio del convento, ricevendo di notte Agnese, Lucia e Renzo.

Ecco il Cuore Immacolato di Maria SS. Madre di Gesù e nostra Madre che rende il nostro cuore “mondo” tra il fango di questo mondo, come raggio di luce riflesso “mondo” dal fango.

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