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III Domenica di Pasqua - Anno C. Ricominciamo in Galilea

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At 5,27-32.40-41;
Sal 29;
Ap 5,11-14;
Gv 21,1-19.

Sappiamo bene che la vita non è fatta solo di giorni di sole e di successi. Ci sono anche giorni nuvolosi e fallimenti. E poi arriva il colpo. Si è come paralizzati, incapaci di fare qualsiasi cosa. Per la maggior parte ci si ritira. È ragionevole che ci si ritiri per ruminare in pace su tutto ciò che è caduto sulla propria testa.

Anche i discepoli si ritirano. Sono successe troppe cose. Lunghi anni hanno seguito il Maestro, in giorni chiari e oscuri. Finalmente è arrivato il fallimento e la fine dell'avventura. Il loro maestro è stato sequestrato e ucciso. Gerusalemme è il luogo della costernazione. Fuggono in Galilea. Pietro offre una soluzione: "Vado a pescare", e gli altri si uniscono a lui. E pescano di nuovo nel lago di Tiberiade. È quello che sanno fare; quello che facevano i loro padri e i loro nonni. Abbiamo bisogno di sostegno. E lo cerchiamo nelle nostre attività abituali. Fare qualcosa per non far girare la testa, per non affogare nelle lacrime. I discepoli pescano di nuovo nel lago di Tiberiade e sarebbero rimasti lì, a pescare, fino alla fine della loro vita se nel frattempo non fosse successo qualcosa.

All'alba, c'è uno a terra che aspetta i discepoli frustrati.... Questa persona dice loro: "Ragazzi, avete del pesce? I discepoli confessano apertamente di non avere nulla.

Ma il discepolo amato ha una intuizione: "È il Signore" e loro sono come trasformati. Non solo le reti erano piene, 153 grandi pesci, ma anche loro stessi erano pieni. 

Sulle rive del lago di Tiberiade, dove tutto era cominciato, tutto ricomincia da capo ma con un vigore nuovo e con la certezza della Pasqua. La luce dell’alba è la stessa luce della Pasqua ma questa volta alle frontiere della missione, la Galilea dei Gentili, loro rappresentati dai 153 grossi pesci e la comunità cristiana rappresentata da quei 7 discepoli, il numero della pienezza, dal fuoco acceso e offerto da Gesù,  con i pani e i pesci, dall’annuncio “è il Signore”, dalla luce del mattino che viene alla fine della notte dominata dal disincanto e dall’oscurità.

Questa pagina del capitolo 21, l’ultimo del vangelo di Giovanni è pieno di allusioni e simboli. Il mare è il luogo delle avventure umane. La pesca è un'immagine dell'attività missionaria della Chiesa. La notte non segna solo il tempo tra il tramonto e l'alba. La notte è un simbolo dell'assenza del Signore. Senza Gesù, senza il solo sforzo umano, i discepoli non possono ottenere nulla, la Chiesa non può ottenere nulla. I discepoli devono confessare le loro mancanze. L'alba in cui agisce Gesù è il contrario della notte. Lo stesso Pietro, prima di riconoscere il Signore, era nudo (simbolo di miseria e debolezza); ma quando lo riconosce, "si riveste della tunica" (= disponibilità a servire), si getta nell'acqua (= gesto di dare la vita) e si siede a tavola per condividere il frutto della pesca (= partecipa al banchetto del Signore e dei fratelli).

Il quarto evangelista, dopo aver parlato di Gesù che conferisce la missione ai suoi discepoli (20,19-23), presenta, in chiave simbolica, un episodio paradigmatico della missione, per indicare quali sono le condizioni del frutto di questa missione, e ciò che Gesù intende in essa. Se, nel capitolo 20, Gesù risorto appare come il centro della vita interna della comunità e il punto di origine della missione, qui, nel capitolo 21, appare come presente nell'opera, nella missione stessa.

Dopo la celebrazione dell’eucaristia, fonte e fine del cammino missionario della chiesa, l’Evangelista ha una attenzione speciale per la persona di Pietro. Nell'episodio precedente Gesù non si era mai rivolto direttamente a Pietro anche se era stato il protagonista di varie iniziative. Ora lo fa per risolvere la questione che era rimasta in sospeso dopo le negazioni. Per tre volte, come i tre dinieghi, gli chiede se lo ama e gli dà l'incarico missionario. Pietro aveva sempre voluto distinguersi tra i suoi compagni ma aveva mantenuto la sua concezione messianica tradizionale di Gesù: era stato un sostenitore entusiasta di un leader per il quale era pronto a dare la vita, ma senza accettare o comprendere l'amore che Gesù gli offriva. Gesù il questo episodio lo porta successivamente a rinunciare al suo desiderio di preminenza, a impegnarsi nell'abbandono fino alla morte e ad accettare la relazione di amicizia con Lui, rinunciando all'atteggiamento di suddito.

PREGHIERA

Signore, tu sai che ti ho sempre amato, e che ti amo ancora; Tu sai che ti amo.
Nonostante il mio orgoglio e la mia arroganza, nonostante le mie paure e infedeltà, sai che ti amo.
Nonostante la stanchezza e l'abbandono di tanti giorni, nonostante la mia testa di pietra, sai che ti amo.
Anche se è difficile per me indovinarti tra la folla, nonostante la mia goffaggine nel vederti vestito da povero, sai che ti amo.
Nonostante i miei dubbi di fede, della mia speranza vacillante, e il mio amore possessivo, sai che ti amo.
Nonostante la spavalderia di alcuni giorni, e l'apatia e la svogliatezza degli altri, nonostante i miei piedi stanchi, le mie mani sporche, la mia faccia intemperante, sai che ti amo.
Nonostante il fatto che ho difficoltà ad amarmi, anche se non sempre ti capisco, nonostante i problemi che percepisco, sai che ti amo.
Ti amo, Signore, perché tu mi hai amato per primo e non mi ha rinnegato, anche se sono goffo e fragile.
Ti amo, Signore, perché hai sempre fiducia nelle possibilità che ho di essere, qui al mio posto, un servo fraterno.

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