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III Domenica Avvento Anno B

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07 DM Corona Avvento

Isaia 61, 1-2. 10-11
1 Ts 5, 16-24
Gv 1, 6-8. 19-28

CHIAMATI AD ESSERE VOCE PER ANNUNCIARE LA SALVEZZA

Nel sottolineare l’identità, la vocazione e la missione di un profeta, come in Isaia, nella prima Lettura, oppure come in Giovanni il Battista, nel Vangelo, i testi biblici di questa terza domenica dell’Avvento, chiamata “Gaudete”, sono traboccanti di parole di gioia, letizia ed esultanza: ci invitano a gioire. Tale gioia è motivata dall’intervento salvifico di Dio, il quale viene a salvare il suo popolo. Egli chiama gli uomini affinché essi diventino strumenti della sua salvezza; li chiama, li consacra e li manda ad una missione. Così fu Isaia, così per Giovanni il Battista che fu la voce della Parola, della Verità… che fu il vero ed autentico testimone.

“La mia missione è annunziare la salvezza”

Il brano odierno di Isaia fa parte del cosiddetto Terzo-Isaia (Is 56-66) che operò in Palestina nel primo periodo del rientro del popolo ebraico dall’esilio. I rimpatriati si trovano ormai a Gerusalemme e devono riorganizzare la loro vita in città, ricostruire una comunità attorno ai dettami della religione dei Padri e affrontare diversi problemi quali: la freddezza, mancanza d’accoglienza e l’ostilità dai pochi abitanti di Gerusalemme che erano rimasti in città; l’ingiustizia dei potenti sui poveri; la violenza e l’emarginazione dei deboli e degli stranieri.

È in questo contesto che viene l’annuncio di salvezza e di gioia fatto dal messaggero unto dal Signore. Il Profeta sente il bisogno di dimostrare l'autenticità della sua missione e lo afferma con molta sicurezza dicendo: “lo spirito del Signore Dio è su di me … perché il Signore mi ha consacrato”.  Isaia è senz’altro un inviato del Signore, è stato reso tale dallo Spirito di Dio; egli afferma che è stato consacrato, unto, ma egli non solo fu consacrato ma fu anche investito dal Signore: “mi ha rivestito delle vesti della salvezza, mi ha avvolto con il mantello della giustizia”. Le “vesti di salvezza” ed il “manto di giustizia” simboleggiano la festività della dignità sacerdotale e rimandano al rito solenne di investitura: Isaia è consacrato e attraverso di lui, si rinnova l’Alleanza, e il nuovo popolo d’Israele arrivato dall’esilio, riscopre la propria condizione di “sposa per il Signore”.  Dopo i tremendi anni del tradimento e dell'abbandono, Israele è assunta come sposa. “Mi ha avvolto con il mantello della giustizia, come uno sposo si mette il diadema e come una sposa si adorna di gioielli”, così dice Isaia. Il Signore non abbandonerà la sua sposa, non la lascerà nella sofferenza, pertanto manderà il Profeta con una missione concreta. 

Infatti, l’unzione ha cambiato la vita di Isaia, aprendolo a un progetto nuovo che egli non aveva, un progetto di Dio: essere inviato per una missione concreta e cioè annunziare la buona notizia, l’intervento salvifico di Dio, l’opera del Signore che cura, libera, consola e rallegra.

Dopo avere affermato con convinzione l’autenticità della sua vocazione, l’attenzione del Profeta è incentrata sulla sua missione. Tale missione viene descritta con sette verbi all’infinitivo. Come ben sappiamo, nella Bibbia il 7 è il numero della perfezione; è il simbolo di Dio attraverso il quale si proclama la Sua perfezione e completezza. Indicando le sette azioni, della missione del profeta, Isaia afferma che con la sua missione vuole completare e perfezionare la relazione di Dio con il suo popolo trasformando la realtà negativa in positiva. Questa è la salvezza di Dio: portare una buona notizia ai poveri, fasciare i contriti di cuore, proclamare la libertà ai detenuti ...  proclamare l'anno gradito al Signore, ... a consolare tutti gli afflitti, a rallegrare gli afflitti di Sion, dare loro corona invece di cenere, olio di letizia invece di lutto, abito di lode invece di spirito abbattuto.

Al centro della missione del profeta ci sono i miseri, che vivono esperienze dolorose, hanno un cuore spezzato, persone prive di potere politico, di prestigio sociale, di risorse materiali e che hanno come unico sostegno il Signore, sono gli anawin, quelli che si abbandonano fiduciosamente al Signore.

“La mia missione è essere voce che grida nel deserto”  

La pagina evangelica presenta la figura e la missione di Giovanni Battista. Come il profeta Isaia, Giovanni è, prima di tutto, un uomo mandato da Dio per dare testimonianza; egli fu incaricato di proclamare agli uomini la presenza della luce del Logos, affinché essi la riconoscessero. Infatti, l’Evangelista dice che egli fu mandato da Dio “perché tutti credessero per mezzo di lui”.  Giovanni Battista, come il Profeta Isaia, è un uomo inviato ed autorizzato da Dio. Sono entrambi strumenti di Dio. Infatti, il nostro autore dice tutti devono credere “per mezzo di” di lui.

Essendo strumento di Dio, la sua missione è testimoniare la luce del Logos, della Parola. Deve testimoniare quel Logo, quella Parola che era in principio della creazione e che era con Dio, come dice il prologo (Gv 1,1-5).

Giovanni dà la sua prima testimonianza all’interno dell’interrogatorio davanti ai sacerdoti e ai Leviti, personaggi di spicco che sono stati inviati delle autorità di Gerusalemme. Per ben tre volte essi chiedono: Chi sei?” “Chi sei dunque? Sei Elia”, Chi sei? Perché possiamo dare una risposta a coloro che ci hanno mandato. Che cosa dici di te stesso?”. Un durissimo inquisitorio giudiziale in cui Giovanni non deve dare una risposta, ma deve “testimoniare” e “confessare”.  Egli rende testimonianza (ho martyrôn) alla verità, alla Luce, al Logos, che difende con le parole o e con gli atti, perciò è chiamato “testimone” (mártys).

 Nelle sue risposte, Giovanni inizia definendosi per ciò che non è: non è né messia, né profeta. Praticamente egli porta direttamente l'attenzione sull'identità del Messia e orienta indirettamente verso Colui che viene e che egli attende cioè il Cristo. Dicendo che non è Elia quindi nemmeno un profeta, Giovanni non si attribuisce una funzione messianica. Giovanni è totalmente decentrato da sé; “egli mette al centro Cristo e la sua parola, è tutto annuncio di Colui che viene: nessun auto-centramento, nessun “io” debordante e invadente che opacizza Colui che l’ha inviato e Colui a cui egli apre la strada, e solo così egli non opacizza il messaggio per i suoi destinatari, cioè Israele. Il testimone è anche il vero annunciatore, il vero evangelizzatore”.

Giovanni dice semplicemente e umilmente: “Io sono la voce di uno   che grida nel deserto: preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri “. Egli è uno strumento della Parola, del Verbo che si è fatto carne. È uno strumento che si inserisce nel disegno di Dio e che fa che in modo che Cristo sia al centro. La sua attenzione è rivolta a Cristo, che è la Parola e la Luce. È Cristo che deve essere conosciuto, indicato, seguito, amato, esaltato. Giovanni non ha il culto della personalità e l’atteggiamento auto-celebrativo.

Giovanni Battista è una voce e quindi uno strumento di Dio. È una “voce” attraverso la quale Dio trasmette un messaggio agli uomini. La sua è la stessa “voce” di Isaia, che gridava nel deserto per preparare le vie al Signore. La Parola è il Figlio di Dio, la Parola del Padre; prima della parola esce la voce. Attraverso la vita di Giovanni, la Parola di Dio si fa udire agli uomini.

Notiamo anche che il suo essere “voce” intreccia due rapporti: quello divino, con Dio, e quello umano.  Questa voce è relazionale, non ha volto, è anonima e passa inosservata perché l'importante è il contenuto del messaggio, non la voce.

È tuttavia una voce che permette all'umanità di ascoltare la Parola. Giovanni sa che gli uomini, per essere salvati, devono prestare molta attenzione al messaggio, alla Parola, e non alla voce. Questo è quello che Giovanni è: la voce. Oggi, anche noi dobbiamo essere voce per far udire ai nostri contemporanei, la Parola del Padre.

Un vero discepolo missionario: è colui che ascolta religiosamente la parola di Gesù e la proclama con coraggio; colui che deve affievolire la propria luce perché a risplendere sia la luce di Cristo, che deve avere come modello Giovanni, per essere sempre al servizio della Parola: la indica, fino al martirio (pensieri di Papa Francesco dall’omelia del 24/06/2013).

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