Nov 29, 2020 Last Updated 8:54 PM, Nov 28, 2020

XXXIII Domenica - T. O. - Anno A

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Letture:
Pr.31,10-13.19-20.30-31;
Sal.127;
1Ts.5,1-6;
Mt 25,14-30; “Moltiplicare i talenti che Dio ha dotato gli uomini”.

Ingresso:
Dice il Signore: “Io ho progetti di pace, non di sventura;
voi mi
invocherete e io vi esaudirò,
e vi farò tornare da tutti i luoghi dove vi ho dispersi”.

La donna saggia attiva i propri talenti e li lavora per la famiglia senza dimenticarsi degli altri e dei poveri. Le circostanze sociali e culturali sono opportunità che il Signore, Padre buono, dà a tutti per fare fruttare i talenti, anche quando l’intelligenza umana non arriva a capire l’opportunità di certe circostanze.

Il giorno del Signore non è una data, ma la visione di un mondo completamente differente, che si vive già come attesa piena di impegni e compiti animati dalla fede, speranza e carità.

Nel contesto del Vangelo, i talenti rappresentano soprattutto la grazia che i battezzati hanno ricevuto nel sacramento che li ha fatti figli adottivi di Dio. I misteri del Regno rimangono come missione da praticare nella fede, che così diventa attiva e operosa. 

Il Signore è venuto ad incontrarsi con noi per ridarci la grazia dello stare assieme che avevamo perso e ci sentivamo lontani e in colpa. Sentiamo che il Signore è ritornato con noi nel Battesimo, per cui possiamo cominciare una vita nuova in Gesù. Domenica scorsa abbiamo meditato che la Eucaristia è un momento privilegiato di intensa grazia. Troviamo doni completi di vita, di salvezza, di sapienza. Certamente manca sempre qualcosa alla perfezione che dobbiamo raggiungere e i nostri limiti indicano la misura scarsa che possiamo offrire.

Ogni Eucaristia diventa modo e possibilità di aumentare il numero dei talenti che riceviamo. La buona volontà nostra è di farli fruttificare nella vita di ogni giorno nei territori della nostra attività specifica.

Così il Signore lasciandoci questo spazio, rivela la grande fiducia che ha nell’uomo. Non possiamo dimenticare che i talenti ricevuti non chiudono ma aprono il nostro agire. Perché se i primi due servi della parabola hanno saputo svolgere la propria creatività, fare fruttificare i propri talenti, il terzo è inciampato non a causa di Dio o del destino o degli altri, ma della propria paura e mancanza di volontà. Questa paura alimenta la sfiducia, gela ogni iniziativa, si circonda di scuse e può anche nascondersi sotto diversi altri motivi: ragionevoli come la prudenza; spirituali come la falsa umiltà che sotterra i talenti sotto il pretesto di non mettersi in mostra.

Allora tocca a noi imparare a discernere i talenti che abbiamo ricevuto, per stupirci che Dio abbia voluto darci fiducia, accettando di arrischiare, e assicurandoci di accompagnarci nei nostri percorsi con una presenza che è sempre riconoscibile alla soda fede. Ecco allora che ci provoca ad andare avanti perché la gioia di Dio è alla fine del cammino. La paura e il ripiego timoroso non vanno d’accordo con la fede. Dio ci vuole audaci e creativi. Non teniamo per noi i talenti che abbiamo ricevuto. Proteggerli è come seppellirli con egoismo. Sono fatti per essere offerti, perché producano il germoglio, la pianta, i fiori e i frutti. 

Possiamo parlare di tanti talenti che Dio diede ad alcuni santi e dei pochi talenti dati ad altri santi: tutti li hanno fatto fruttare al cento per cento; per cui la santità non è in relazione ai talenti ricevuti, alla loro diversificazione gli uni dagli altri, ma al fatto che ogni talento, per quanto piccolo, abbia prodotto il cento per cento.

Certamente la Madonna ha ricevuto molti, moltissimi, talenti, e li ha fatti fruttare tutti al cento per cento, tanto che Dante così dice: “Donna sei tanto grande e tanto vali, che qual vuol grazia e a te non ricorre, sua desianza vuol volare senz’ali” (Paradiso 33).

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