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Il 14 aprile 2014, 5 anni fa, 276 ragazze del liceo di Chibok in Nigeria sono state rapite dai miliziani di Boko Haram. Erano tutte giovani di età compresa tra 12 e 17 anni, prese dopo l’assalto alla loro scuola. Negli anni Boko Haram ne ha silasciate 107, ma 112 sono ancora prigioniere della milizia jihadista legata allo Stato islamico.

Ma quelle che sono state rilasciate come vivono? Molte di esse hanno avuto difficoltà a reintegrarsi e a tornare alla vita di tutti i giorni. Fonti mediche parlano di sindromi di Stoccolma, le ragazze hanno cioè sviluppato un forte attaccamento ai loro rapitori. Altre hanno manifestato disturbi traumatici. Ci sono persino ragazze che hanno rifiutato di essere rilasciate. Alcune, in seguito alle violenze sessali subite, sono diventate madri durante la prigionia o poco dopo il rilascio.

Secondo Un membro dell’Unicef che ha incontrato alcune ragazze rilasciate, molte di esse si sono però reinserite in famiglia e sono tornata a studiare. Alcune hanno progetti ambiziosi per il loro futuro. Per 21 di loro, nel 2016, il miliardario americano Robert Smith pagò la retta alla prestigiosa American University of Nigeria, con sede a Yola, nello Stato di Adamawa.

Molte famiglie però attendono ancora il ritorno delle figlie e puntano il dito contro le trattative che lo Stato nigeriano ha sviluppato con i jihadisti. Secondo Yakubu Nkeki, presidente del Chibok Family Collective, si è registrata una mancanza di trasparenza delle autorità. «Dopo 5 anni, molte famiglie vivono ancora nell’incertezza – ha detto -. Chiediamo al governo di raddoppiare gli sforzi per trovarle o, almeno, dirci se sono vive o meno. Ci aiuterebbe. È molto difficile vivere in questa incertezza. Non abbiamo dettagli, nessuna informazione affidabile su dove sono detenute le ragazze. È triste. Il trauma è tale che molti genitori sono morti. Dobbiamo sapere. Abbiamo bisogno di informazioni credibili. Vogliamo sapere di più sullo stato dei negoziati».

Il caso di Chibok non è però isolato. Dall’inizio delle violenze jihadiste, 1.400 scuole sono state distrutte. Solo nel 2018 si sono registrati 180 nuovi rapimenti di ragazzi e ragazze. Ma dietro le statistiche ci sono storie di persone e di famiglie. Secondo Pernille Ironside, dirigente dell’Agenzia per l’infanzia delle Nazioni Unite in Nigeria, «nelle regioni del Nord-Est, più di 2,8 milioni di bambini hanno urgente bisogno di accedere all’istruzione di base. La maggior parte di loro non va a scuola da anni. Molti hanno subito un grande trauma dopo essere stati sfollati o fuggiti dai combattimenti».

 

Almeno 2.295 insegnanti sono stati uccisi dall’inizio delle violenza. In totale, circa 1,7 milioni di persone sono state sfollate e nei campi la situazione è molto complicata. «Ci sono insegnanti tra gli sfollati che si offrono volontari – continua Pernille Ironside -, ci sono persino soldati che si offrono volontari per insegnare, ma non ci sono abbastanza risorse umane e risorse economiche per garantire che il sistema educativo funzioni».