Feb 16, 2020 Last Updated 2:21 PM, Feb 16, 2020

Messaggio del Superiore Generale per la Festa del Fondatore 2015

Categoria: Notizie
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Chiamati a Servire il Mondo! 

Vi esorto a comportarvi in maniera degna della vocazione che avete ricevuto, con ogni umiltà, mansuetudine,e pazienza, sopportandovi a vicenda con amore, cercando di conservare l'unità dello spirito per mezzo del vincolo della pace.” (Ef. 4,1)

“L'Istituto è una famiglia di consacrati per la missione «ad gentes » per tutta la vita, nella comunione fraterna, nella professione dei consigli evangelici, e avendo Maria come modello e guida.

È nostro dovere approfondire i valori missionari delta consacrazione religiosa e cogliere il dinamismo che la missione imprime alla vita religiosa.

I missionari apprezzino la loro appartenenza all'Istituto, dalla quale ricevono aiuto e incoraggiamento vicendevole e viene assicurata maggiore stabilità all'opera missionaria. 

Il fine che ci caratterizza nella Chiesa è - l'evangelizzazione dei popoli; lo realizziamo per la gloria di Dio e nella santità della vita, nel senso inteso dal Fondatore, quando ribadiva: « Prima santi, e poi missionari ». Questo fine deve permeare la nostra spiritualità, guidare le scelte, qualificare la formazione e le attività apostoliche, orientare totalmente l’esistenza.” (Costituzioni n. 4-5)

«CONSACRATI per LA MISSIONE», queste parole riassumono il senso della nostra vita e in quest'anno dedicato alla vita consacrata acquistano un significato speciale. Il nostro Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, fondando un Istituto missionario ad gentes, ha voluto per i suoi figli e figlie anche la consacrazione religiosa. Questi due verbi, «consacrare» ed «evangelizzare», sono profondamente legati l'uno all'altro. Danno una giusta e magnifica definizione della nostra situazione spirituale di discepoli e della nostra vocazione di servitori in questo mondo.

Nel cuore di questo anno, in cui la vita consacrata è nostra compagna di strada e celebriamo il ricordo del nostro Fondatore Giuseppe Allamano, vorrei riascoltare il  messaggio con voi di San Paolo, girando i nostri sguardi verso la via e il ministero del discepolo servo e missionario. La consacrazione, San Paolo la esprime attraverso il verbo «conquistare»: evoca l'evento del cammino di Damasco, il cui racconto ci viene dato tre volte nel libro degli Atti degli apostoli. La sua conversione è la fonte del suo slancio spirituale; è per questo che è stato «conquistato», che tutta la sua vita è ormai consacrata e che avanza. Ed è innanzitutto rivolto verso il Cristo: «Non però che io abbia già conquistato il premio o sia ormai arrivato alla perfezione; solo mi sforzo di correre per conquistarlo, perché anch'io sono stato conquistato da Gesù Cristo» (Fil 3, 12). È perché brucia interiormente che sarà un messaggero di fuoco, deciso a trasmettere ciò che ha lui stesso ricevuto; è il suo fine, la sua passione e il suo dramma. Come Gesù, che i suoi ascoltatori vogliono gettare dall'alto di una rupe rocciosa, perché ha «annunciato un anno di benefici accordati dal Signore», Paolo sarà esposto alle contraddizioni. Appena arrivato in Europa, si trova gettato in prigione a Filippi, con Sila, e battezzerà il suo carceriere con tutta la sua famiglia. Sappiamo che queste difficoltà e ostacoli esteriori sono accompagnati da una grande lotta interiore e abbiamo memoria delle parole sorprendenti che utilizza per confessare il suo smarrimento, pur dando la testimonianza di una speranza indistruttibile e della ferma assicurazione della sua fede.

Ricordiamo il noto passaggio della seconda lettera ai Corinzi: «Però noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi. Siamo infatti tribolati da ogni parte, ma non schiacciati; siamo sconvolti, ma non disperati; perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi». (2 Cor 4,7-10). Più avanti, san Paolo condivide la sua preghiera che è un vero grido : per tre volte, dice, ho pregato il Signore di liberarmi da questa «spina nella carne», di allontanare da me l'inviato di satana incaricato di schiaffeggiarmi» (2 Cor 12,7). E la risposta gli viene dal Signore stesso: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza». (2 Cor 12,9).

Anche noi ci sentiamo sovrastati dalla missione che ci viene confidata. E vediamo, come lo afferma Paolo, che questa potenza straordinaria non viene da noi, ma da Dio. È uno smarrimento che conosciamo anche noi. Il mondo si  sta rendendo conto, con costernazione che il Vangelo dice il vero, quando ci mette in guardia sul fatto che i soldi rendono poveri. Eccoci dunque entrati, in un periodo di grandi prove. Un grave disequilibrio, la cui causa è finanziaria, ma le cui conseguenze sono ancora lontane dall'essere conosciute e misurate, genera un'angoscia diffusa rispetto al futuro e già molte sofferenze nel presente. Molte nostre comunità, lo possono testimoniare. È importante che questo sia compreso e che tutti quanti ce ne facciamo carico in modo solidale. Che ciascuno di noi si domandi: per chi ho pregato e per chi non ho voluto o non sono riuscito a pregare? Senza dubbio abbiamo gridato, anche noi, interiormente, con la stessa forza di Paolo. E cosa abbiamo chiesto a Dio? Nei molti scambi che abbiamo avuto in noi stessi e con altri, le nostre parole hanno aggravato le ferite o sono state quelle di «artigiani di pace»?

Ciò che ci si aspetta da noi è la manifestazione del nostro attaccamento a Cristo e della nostra decisione di vivere e seminare la gioia del suo Vangelo.

Il mondo vuole vedere se siamo davvero fratelli, membri solidali di questa grande famiglia della Chiesa, in cui noi riceviamo la Vita e che ha la missione di amare e servire l'umanità, specialmente quella che soffre. Sant'Agostino scrive: «Abbiamo lo Spirito Santo se amiamo la Chiesa».

Andiamo avanti, dunque, e agiamo al seguito di Gesù, il Servitore, che è andato sino all'estremo dell'amore perché il mondo intenda e comprenda che è salvato. «È la verità che ci rende liberi» (Gv 8,32) e anche la testimonianza della nostra libertà è attesa. Siamo liberi come Gesù davanti ai suoi detrattori o davanti a Pilato ed Erode, o come Paolo che parla senza paura davanti ai farisei e ai sadducei, o davanti ai grandi di questo mondo: il governatore Festo, il re Agrippa e la regina Berenice? Sono colpito nel vedere come san Paolo afferma che non troveremo la soluzione in noi. Certo, non risparmia consigli, e ci suggerisce dei punti di attenzione molto concreti per vegliare all'unità delle nostre comunità, un bene molto fragile. «Abbiate lo stesso amore, un'anima sola, un solo sentimento, non fate concessioni alla vanagloria. Ciascuno stimi gli altri superiori a sé. Non cercate il vostro tornaconto, ma ognuno pensi piuttosto a quello degli altri». (Fil 2,3-4)

Ci raccomanda soprattutto di contemplare il Cristo. È il modo migliore di seguirlo e di servirlo: «Siate di fatto animati dagli stessi sentimenti di Cristo Gesù» (Fil 2,5).

Un vecchio adagio cristiano dice: Contemplata aliis tradere, donare agli altri il frutto della contemplazione. Questo spiega bene il cammino spirituale del missionario del Vangelo. Il vero apostolo è innanzitutto un contemplativo. Quello che vede fa bruciare il suo cuore ed è dall'abbondanza del suo cuore che le sue labbra e tutto il suo essere si metteranno a testimoniare.

Missionari carissimi, non perdiamo di vista il Cristo come ha fatto e ci ha insegnato il nostro caro Fondatore, il Beato Giuseppe Allamano, cerchiamo di seguirlo passo passo, fino al luogo ultimo e supremo del suo amore. Allora, noi potremo, lungo tutta la nostra vita, essere veramente testimoni, apostoli di cui il nostro mondo ha bisogno. Buon cammino, buona riflessione e buona celebrazione!

Per l'approfondimento personale e comunitario

“La misura dell'amore è amare senza misura”. Sant'Agostino

“Anche tu per evangelizzare il mondo.
Non ti si chiede nulla di straordinario ,
solo di essere appassionato di Gesù, della Chiesa
e dell'uomo,
di avere il cuore grande quanto il mondo,
di lasciarti scavare l'anima
dalle lacrime dei poveri,
di impegnarti a vivere
la vita come un dono,
e di deciderti a camminare
sulle strade del vangelo,
missionario di giustizia
e di pace”.

«Ci sono fratelli a cui è chiesto di testimoniare con il dono della loro vita e altri ai quali viene domandato di testimoniare attraverso le loro vite». Sono le parole della badessa di un monastero rivolte a frère Jean-Pierre Schumacher, uno dei due monaci trappisti sopravvissuti al rapimento e alla strage di sette confratelli, nel monastero di Tibhirine, in Algeria, nella primavera del 1996.

 Suggerisco di focalizzare in particolare tre aspetti, collegati dalla categoria della “gioia”, che il Papa considera prioritaria nel suo magistero sulla vita consacrata.

a) La gioia di una vita radicalmente evangelica. La bellezza della consacrazione genera la gioia di appartenere a Cristo e di vivere con Lui e come Lui. È il dono e impegno di assumere lo stile di vita di Gesù, di condividere i suoi sentimenti, per vivere in totale obbedienza al Padre il servizio gratuito a tutti. La sequela fedele di Cristo porta ad uscire dall’autoreferenzialità. «Chi mette al centro della propria vita Cristo si decentra e si unisce a Gesù e Lui diventa il centro della tua vita, più Lui ti fa uscire da te stesso, ti decentra e ti apre agli altri» (Papa Francesco, 27 settembre 2013).

b) La gioia della vita fraterna. La sequela Christi si attua nell’ambito della fraternità. Nelle quotidiane relazioni fraterne della comunità si vive la gioia e la fatica del rapporto con Cristo attraverso il fratello/sorella, amico gradito e allo stesso tempo esigente perché non sempre “amabile”. La verità del rapporto con il Signore e la fecondità della missione passano obbligatoriamente per la fraternità.

c) La gioia della missione. Più cresce la sequela Christi nella fraternità e più cresce la missionarietà, come appare chiaramente nei primi discepoli: sequela, comunione e testimonianza vanno insieme.

Grazie ed auguri, a tutti e ad ognuno che la nostra consacrazione sia un servizio di amore!

Fraternamente, coraggio e avanti in Domino!

padre Stefano Camerlengo

padre Generale 

Roma, 16 febbraio 2015

 

 


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