Jul 04, 2020 Last Updated 10:37 PM, Jun 29, 2020

I TRECENTO DI NABI SAMUEL

Categoria: Notizie
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Dieci case, 300 abitanti, un’associazione femminista e la tomba del profeta Samuele. Nabi Samuel è un piccolissimo villaggio a nord di Gerusalemme. O meglio, piccolo lo è diventato negli ultimi 47 anni. A partire dall’occupazione militare israeliana del 1967 dei territori di Cisgiordania, Gaza e Gerusalemme Est, la comunità è stata forzatamente trasformata da demolizioni di case, confisca di terre e, infine, dalla costruzione del muro di separazione all’inizio di questo secolo.

Situato a nord est della Città Santa, Nabi Samuel da un decennio è finito schiacciato nella cosiddetta Seam Zone, area tra il «confine» ufficiale della Linea Verde tra Israele e Cisgiordania e il muro, che sorge oltre la Linea nei Territori Palestinesi. Insieme alle terre, sono rimasti intrappolati dalla barriera anche i 300 abitanti rimasti nel villaggio, da cui è possibile uscire ed entrare solo attraversando un checkpoint militare israeliano, e muniti del necessario permesso.

Una condizione che ha provocato nel tempo la sistematica riduzione dei residenti. Nabi Samuel vive in un limbo: l’Autorità Nazionale Palestinese non ha accesso al villaggio e non può amministrarlo, il governo israeliano non ritiene questo centro urbano di sua competenza. Agli abitanti Israele ha consegnato la carta d’identità della Cisgiordania, per cui nessuno di loro può accedere a Gerusalemme e ai territori israeliani. Allo stesso tempo, però, l’accesso al villaggio non è permesso al resto dei residenti in Cisgiordania perché Nabi Samuel si trova sul versante israeliano del muro.

«Prima del 1967, gli abitanti di Nabi Samuel erano duemila – ci spiega Nawal Barakat, direttrice dell’associazione femminista del villaggio –. Con l’occupazione, a causa degli scontri tra esercito israeliano ed esercito giordano, moltissimi fuggirono in Giordania. All’epoca restarono solo cento persone a vivere nelle case intorno alla moschea, costruita sulla tomba del profeta Samuele. Nel 1971, le autorità israeliane definirono le strutture instabili e insicure, ma non era vero. Fu però la giustificazione alla demolizione delle case del villaggio. I 100 abitanti rimasti si rifugiarono nelle case di chi era fuggito nel 1967, poco fuori il perimetro della moschea».

Una signora, che era una bimba nel 1967, racconta del giorno dell’attacco: «La gente si svegliò alle 4.30 del mattino per andare al lavoro. Videro arrivare l’esercito israeliano, il villaggio era circondato. I soldati distrussero tutte le case con i bulldozer e le ruspe. Dissero alle famiglie di lasciare le proprie abitazioni in pochi minuti. Mio padre si era barricato dentro, non voleva uscire. Lo abbiamo preso in spalla. La casa è stata distrutta e abbiamo perso tutto. Quel giorno, dopo le demolizioni, ci proposero 100 dinari giordani per andarcene per sempre. Nessuno accettò e siamo ancora qui».

L’occupazione delle case dei profughi riparati all’estero è un problema che ancora oggi preoccupa chi è rimasto a vivere a Nabi Samuel: non essendo in possesso dei documenti di proprietà, le famiglie temono di perdere l’unico rifugio rimasto. Un problema a cui nel decennio scorso si è aggiunto il muro di separazione.

«Con la costruzione del muro, non siamo più autorizzati a raggiungere Gerusalemme e i residenti in Cisgiordania non possono entrare. Per uscire dobbiamo attraversare un checkpoint militare israeliano e mostrare la nostra carta d’identità e il permesso di residenza a Nabi Samuel. In Cisgiordania dobbiamo andare per lavorare, fare la spesa, frequentare la scuola. Nel villaggio non ci sono supermercati e l’unica scuola è quella elementare. Ciò significa che ogni giorno siamo costretti a passare i controlli dell’esercito israeliano: quando andiamo a fare spesa, dobbiamo comunicare prima quello che acquisteremo e al ritorno i soldati verificano che sia tutto in regola. Non siamo autorizzati ad avere mezzi di trasporto se non un taxi e un furgoncino che usano i ragazzi per andare a scuola o per fare la spesa per tutto il villaggio».

«Ci è vietato costruire qualsiasi tipo di struttura o allargare gli edifici preesistenti, pena la demolizione – continua Nawal –. La mia casa è stata distrutta tre volte. Ogni casa costruita dal 1967, è stata demolita dai bulldozer israeliani. Solo una è ancora in piedi perché ad occuparla è una famiglia di coloni israeliani. Non abbiamo più spazio da sfruttare: le famiglie allargate vivono tutte nella stessa abitazione; ogni nucleo familiare ha una stanza, divisa dalle altre da una tenda o una porta. Non possiamo pavimentare o asfaltare le strade. In passato una ong ci aveva donato una clinica mobile, ma l’esercito l’ha confiscata».

Condizioni di vita difficili da sopportare: la mancanza di lavoro e opportunità di educazione (il 90 per cento dei giovani è disoccupato) e l’assenza di infrastrutture e servizi hanno spinto molte famiglie ad abbandonare il villaggio. Solo nell’ultimo anno cinque nuclei familiari si sono trasferiti in Cisgiordania. Per le giovani coppie, il problema è l’impossibilità di portare a vivere a Nabi Samuel i coniugi perché non residenti nel villaggio. E in caso di emergenza, nemmeno l’ambulanza da Ramallah è autorizzata ad entrare: o meglio, può entrare ma dopo controlli estenuanti che durano anche 3 o 4 ore. I residenti si sono attrezzati: nel caso di emergenza medica, portano il malato al checkpoint.

La ragione dietro tanto interessamento per questo piccolo fazzoletto di terra da parte del governo di Israele è la presenza della tomba del profeta Samuele, figura di riferimento per gli ebrei prima ancora che per i musulmani. L’edificio è stato costruito nell’Undicesimo secolo dai crociati, per fungere da chiesa. Il secolo dopo fu trasformato in moschea e dopo il 1967 ospita anche una sinagoga. Per questa ragione nel 1995 – pochi mesi dopo la firma degli Accordi di Oslo – le autorità israeliane hanno dichiarato l’area del villaggio intorno all’edificio parco nazionale e archeologico, confiscando 3.500 dunam di terre (un dunamè pari a mille metri quadrati) e vietando contemporaneamente ai residenti di viverci e di costruire qualsiasi tipo di struttura. Per l’allargamento del parco, quest’anno sono stati confiscati altri 187dunam.

Il marito di Nawal, Eid Barakat, ci mette di fronte le decine di ordini di demolizione contro case o strutture del villaggio, già messi in atto o ancora pendenti. Un gruppo di residenti si è rivolto alla Corte Suprema israeliana per fermare le demolizioni. Il caso è ancora all’esame dei giudici, ma per ora la mancata decisione è stata attribuita a una giustificazione assurda: secondo il difensore dello Stato israeliano, a Nabi Samuel non esistono residenti, per cui confische e demolizioni sono legittime.

Eppure questa manciata di persone, poco meno di 300, tenta di resistere e non lasciare le proprie terre. Zoccolo duro del comitato cittadino sono le donne, tutte impegnate in attività di difesa. «Per sostenere i residenti rimasti a Nabi Samuel noi donne abbiamo creato un’associazione femminista – prosegue Nawal –. L’obiettivo è dare loro lavori da svolgere. Ci focalizziamo sull’agricoltura: abbiamo creato piccoli orti nelle case delle famiglie, arnie per le api, pollai. Quello che produciamo lo consumiamo all’interno del villaggio, ma in alcuni casi riusciamo anche a vendere miele e uova in Cisgiordania e possiamo così comprare altri prodotti. Organizziamo anche workshop di fotografia e media per dare alle donne i mezzi per documentare quanto avviene nel villaggio, gli attacchi dei coloni e le vessazioni dell’esercito».

 

 

 


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