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IO ALLIEVO DI GIROTTI

Categoria: I Nostri Dicono
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Testimonianza di P. Athos Antoniani

su P. Giuseppe Girotti, domenicano,

 che sarà beatificato il 26 aprile 2014 ad Alba.

 

Felice TAGLIENTE

Direttore del Museo Carcere «Le Nuove»

Testo tratto da «La Voce del Popolo» del 6 aprile 2014 

 

A tavola si scoprono le storie personali, perché si mangia insieme e si comunica meglio. Quando il superiore della Casa Madre dei Missionari della Consolata di Torino domanda ai confratelli se qualcuno abbia per caso conosciuto il domenicano padre Giuseppe Girotti - morto nel lager di Dachau, proclamato Beato il prossimo 26 aprile - risponde padre Athos Antoniani: «Fu mio docente quando iniziavo gli studi Teologia».

 

Padre Antoniani ha accettato di riferirne al direttore del Museo del carcere «Le Nuove». Un anziano missionario, 94 anni, ricorda Girotti con venerazione.

 

Come studiavano gli aspiranti missionari della Consolata?

Eravamo in piena guerra. Noi del primo anno di Teologia eravamo nella Casa Madre. Qualche volta sentivamo gli allarmi e i bombardamenti. Mentre si faceva scuola, succedeva che dovevamo rifugiarci in cantina. Capitava di essere svegliati di notte dalle sirene che allarmavano la popolazione per difendersi dagli attacchi aerei. Erano momenti terribili.

 

In che anno conobbe padre Girotti?

L’anno scolastico 1940-41, pochi mesi dopo lo scoppio della guerra. Per me fu entusiasmante aver intrapreso gli studi di teologia con lui. Avevo 20 anni.

 

Chi era Padre Girotti per voi studenti?

Era un amico, perché tra lui e noi passavano appena 15 anni. Eravamo tutti giovani, lui era già famoso. Spesso andavamo a trovarlo a gruppi nel suo convento di San Domenico. Si discuteva con lui apertamente e di tanti problemi. Nella sua cella vi erano libri dappertutto, anche sotto il letto. Lui diceva che quando aveva un’intuizione gli serviva avere i libri a portata di mano per poterli consultare. Era povero, umile, semplice; a me pareva più un francescano che un domenicano.

 

Chi era il professore Girotti?

Una mente eccelsa. Affrontava con argomentazioni chiare e motivate i vari temi biblici. Ci faceva capire che la Sacra Scrittura non è solo Parola di Dio ma anche parola dell’uomo, cioè dell’agiografo che è figlio del suo tempo.

 

Può portare qualche esempio?

Parlando della creazione di Dio, ci spiegava l’evoluzionismo di Darwin e, considerando la Sacra Scrittura come parola dell’uomo, ci faceva capire che l’agiografo riflette il sapere scientifico del suo tempo. La visione del cosmo riportata nella Bibbia è cultura umana e può essere corretta, non è verità assoluta come la Parola di Dio.

 

Quale materia insegnava Girotti?

Aveva scritto nel 1938 il commento ai «Libri Sapienziali», pubblicato qualche mese dopo le leggi razziali. A noi insegnava «Introduzione alla Sacra Scrittura», ci faceva amare la Bibbia manifestando apertamente il suo pensiero teologico.

 

 

 

Che cosa significa «apertamente»?

Era un uomo libero. Ci diceva che bisognava credere solo nella Bibbia come Parola di Dio, essendo tutta ispirata. Ci spiegava che Dio parla agli uomini nella storia come un Padre con il proprio figlio, adattandosi alle sue capacità di comprensione. Si rifaceva all’insegnamento di padre Maria Giuseppe Lagrange, suo professore all’Ecole Biblique di Gerusalemme, dove aveva conseguito il titolo di «Prolita di Sacra Scrittura». Di lui padre Girotti diceva: «un maestro immortale nel mondo biblico e orientalistico, martoriato dal Santo Uffizio di Roma per la sua grande speculazione teologica e la sua laboriosa ricerca positiva».

 

Come si svolgevano le lezioni di padre Girotti?

Al mattino si faceva la preghiera prima di iniziare le lezioni. Lui pregava ogni qualvolta entrava in aula. Mi colpiva il suo modo di pregare: salutava, si copriva la testa con il cappuccio (mi sembrava Savonarola), si metteva in ginocchio e pregava assorto. Poi incominciava a insegnare, dialogava con noi rispondendo a tutte le nostre domande.

 

Questa libertà di pensiero gli procurò problemi?

Sì. Venne ad insegnare all’Istituto Missionario della Consolata perché era stato rimosso dall’insegnamento presso il convento domenicano Santa Maria delle Rose di Torino. Lui era coerente, amava e rispettava la verità, non aveva paura di esprimerla, non scendeva a compromessi e svolgeva il suo insegnamento come una missione. Si soffermava su concetti essenziali e utili alla nostra formazione missionaria, per meglio operare un domani tra la gente.

 

Può precisare l’atteggiamento di padre Girotti di fronte alla Chiesa?

In quel periodo si riteneva l’inerranza assoluta della Sacra Scrittura sia in argomento religioso sia in argomento profano (la chimica, la fisica…). Si affermava che bisogna credere solo alla Bibbia. La maggior parte dei cattolici non leggeva la Bibbia, per evitare dubbi che avrebbero potuto indebolire la fede. Diceva Paul Claudel: «I cattolici hanno una stima immensa della Bibbia e ne stanno il più lontano che possono». Padre Girotti seppe anticipare i tempi. Il Concilio Vaticano II gli avrebbe dato ragione con il documento «Dei Verbum» che riprende il suo pensiero dopo più di 20 anni.

Ne ebbi una prova nel 1945, quando andai a Roma per perfezionarmi in Teologia presso il Pontificio Ateneo Angelicum. Padre Luigi Ciappi, professore di teologia e teologo personale di papa Giovanni Paolo II, mi disse che padre Girotti e padre Ceslao Pera, ambedue domenicani, sarebbero stati professori eccezionali.

 

L’8 dicembre 1942, il vostro Istituto venne distrutto dal bombardamento. Cosa successe dopo di allora a Girotti?

Non insegnò più da noi. Nel 1941 aveva pubblicato con successo il commento al libro del profeta Isaia. Gli offrirono l’insegnamento ma non accettò per dedicarsi totalmente alle opere di carità. Amò la Parola di Dio, la studiò, la comunicò con amore e la visse. Seppi poi che anche nel lager di Dachau la studiava, continuando il commento al libro del profeta Geremia, la viveva e se ne nutriva; nella Bibbia trovava la forza di affrontare la sua terribile situazione.

Anche mio padre fu deportato e morì a Dachau dopo un rastrellamento tedesco a Baiso (Mo). Pure io, novello sacerdote, fui coinvolto. Ero lì per celebrare la mia prima Messa. Mi salvai per miracolo perché i tedeschi avevano cannocchiali per vedere lontano e non videro me che ero a due passi da loro, immobile per terra in mezzo a un campo di granoturco. Nostra madre riuscì a crescere noi figli grazie ai suoi parenti.

 

Quale messaggio alle future generazioni?

Vorrei concludere dicendo: «Caro padre Girotti, martire della carità, martire nell’inferno di Dachau e ora beato in Paradiso, che mi aiuti a parlare di te e a vivere la fede come l’hai vissuta tu, sono orgoglioso di averti conosciuto e stupito di aver testimoniato su di te dopo 74 anni. Sono un vecchio tuo scolaro tra pochi superstiti di quegli anni terribili della guerra. Grazie».

 

 

 


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