Categoria: I Nostri Dicono
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Dopo il genocidio del Ruanda del 1994 e i processi di riconciliazione, si potrebbe dire che il Ruanda è pacificato. La pace è possibile;  e si dovrebbe cercare di educare le persone alla pace. Il Ruanda dopo aver sofferto la frantumazione del suo tessuto sociale, ha cercato con grande sforzo di costituirla e di credere con fermezza che è possibile vivere nell’unità e contemporaneamente nella distinzione. Con l’impegno di tutti il Ruanda è riuscito a riprendere la sua composizione sociale. Oggi , il Ruanda è un paese riconciliato dove è possibile respirare la pace. Le divergenze etniche che una volta avevano segnato il paese, oggi non esistono più e questo vuole dire che è possibile educare alla pace. Ciò è stato un lavoro delle  tre etnie, hutu, Tutsi e Twa, e della comunità internazionale.  L’ideologia genocida non esiste più. Diversi passi per la riconciliazione sono stati fatti per pacificare il Ruanda, a livello nazionale e a livello internazionale attraverso l’autonomia dei propri ruandesi, come il caso del tribunale gacaca [1]. Il caso di Ruanda ci mostra che la pace non è un’ utopia ma che è una realtà possibile.  Il Ruanda è riconciliato e questo è un  chiaro esempio che educando le persone alla pace è possibile averla.

Il Ruanda è uno dei casi, ma ne possiamo citare tanti altri ,come quello della riconciliazione nel Sud Africa post-apartheid. Nel 1994 nessuno avrebbe creduto che il Ruanda si sarebbe riconciliato come si vede oggi. Ma tramite un lavoro di sensibilizzazione e di formazione alla pace, ha fatto si che il Ruanda potesse arrivare alla pace. Ma la pace è un processo che va continuato, che va cercato. Come firma il filosofo Vittorio Possenti,  parlando del compito della pace nel pensiero di Giorgio La Pira, quando afferma che “essa è veramente un bene futuro molto arduo, ma non del tutto impossibile da raggiungere”[2]. Si può dire che la pace non è un’ utopia ma  è una realtà, bisogna sempre lavorare affinché questa ci sia sempre.  I ruandesi sono arrivati a concludere che è possibile vivere insieme anche con le diversità etniche. Io penso che siano riusciti a creare una nuova cultura dove l’IO e Tu, cercano di dare vita ad una nuova cultura. Non è una sintesi delle culture  ma è la trascendenza della nostra cultura per creare una nuova cultura. Con la trans-culturalità, si crea una nuova cultura, che è la terza cultura che nasce dall’unità nella distinzione tra “Io e Tu”. “Io e Tu”, trascendiamo le nostre culture, andiamo oltre le nostre culture, senza rifiutare le nostre culture, e creiamo una terza cultura.  Nel mondo in cui viviamo l’etnocentrismo è molto forte, l’idea della interculturalità è  indebolita, non è facile vivere in armonia, e i conflitti interetnici, politici, interreligiosi ed economici accadono con facilità, perché la semplice coesistenza pacifica non basta: dobbiamo educare alla trans-culturalità.  Il Ruanda è in pace ma per mantenere questa pace bisogna continuare ad educare non solo alla riconciliazione ma soprattutto alla trans-culturalità.

1-CONTESTO GEOGRAFICO E SOCIO-POLITICO DEL RUANDA PRIMA DEL GENOCIDIO E RIFLESSIONE SUL L’ETNOCENTRISMO

 Il Ruanda si trova in Africa, nella regione dei grandi laghi. Il clima favorevole per l’ abitazione ha fatto che il Ruanda fosse sempre un paese attraente per l’insediamento umano. C’è una grande  presenza di montagne che ha permesso per lungo tempo di essere rimasto isolato dal resto del continente e che ha posto un freno all’arrivo dei europei. Prima del genocidio, il Ruanda aveva una grande densità abitativa e una prosperità economica, e si erano creati i poteri centralizzati e del controllo sociale. L’ossessione del controllo e la densità demografica che legato al problema della mancanza delle terre di coltivazione, secondo Valentina Codeluppi, saranno due ragioni per il genocidio[3] .

 La popolazione del Ruanda parla un’unica lingua Kinyarwanda,ed  è divisa in tre gruppi etnici: hutu, Tutsi e Twa. Tutti questi gruppi praticano la stessa religione tradizionale africana in cui si adora il Dio Imana. Queste tre etnie hanno caratteristiche somatiche diverse. Gli hutu sono di origine bantu e sono legati all’agricoltura; i tutsi sono alti e slanciati, sono allevatori; mentre  i twa sono di ordine pigmea, cacciatori, raccoglitori e artigiani. L’unità tra questi tre etnie è data da una monarchia forte e religiosamente giustificata. Si sono creati leggende e i miti che affermano la superiorità dei tutsi sugli hutu. C’era la gerarchizzazione delle funzione e la ripartizione dei ruoli nei vari gruppi. Si notava quello che gli antropologi chiamano l’etnocentrismo, cioè, il vedere e giudicare la realtà dal punto di vista della propria cultura. Questo è un problema non solo in Ruanda, ma che si nota quasi dovunque, con diverse sfaccettature: il vedere l’Io come l’interpretazione di tutta la realtà è un problema che minaccia la pace sulla terra.

    Oggi, è urgente educare alla trans-culturalità per la pace nel futuro. L’altro non è il mio nemico ma è colui che devo amare e insieme possiamo creare una nuova cultura dell’ amore. Per questo educare alla pace sarebbe anche educare alla alterità, alla fratellanza, valorizzando il concento dell’umanesimo africano che “io sono perché siamo” cioè il vivere assieme. Il caso di Ruanda  è stato una grande formazione per arrivare alla riconciliazione, che l’altro non è una minaccia, è il mio fratello, ma questa logica non è solo valida per il Ruanda ma anche per tutta l’Africa così come per tutto il mondo.

L’incontro con l’altro deve partire dalla categoria dell’alterità.  Alcuni pensatori dei secoli XX e XXI avevano già detto che la categoria del pensiero sarebbe stata l’alterità, come Martin Buber, Huns Jonas e Lituano Emmanuel Lévinas[4].

Questi parlano che il volto dell’altro ci chiama. ci reclama, ci domanda l’amore.  Per questo non bisogna dimenticare l’altro,  bisogna andare  verso ultimi, bisogna andare alle periferie esistenziale, direbbe il Papa Francesco.  Il pensare all’altro legato alla trans-culturalità sarebbe la categoria per educare alla pace. Il Lituano Emmanuel Lévinas, nel suo libro “Tra noi saggi sul pensare all’altro” afferma:

“La morte dell’altro uomo mi chiama in causa, mi mette in questione come se di questa morte, invisibile all’altro che vi è esposto, io divenissi , per la mia eventuale indifferenza, il complice; come se, e prima ancora di essere votato  io stesso, dovessi rispondere di questa  morte dell’altro e non lasciare, altri solo alla sua solitudine mortale”[5] .

  Lévinas con questa affermazione richiama al non avere l’indifferenza verso l’altro, richiama alla responsabilità per l’altro, a non abbandonare l’altro, non bisogna lasciarlo morire[6]. Max Weber arriverà, dentro della stessa tematica della responsabilità, ad affermare che l’altro mi definisce. Io direi che l’altro mi indica il livello di umanità che possiedo. Infatti la catastrofe che è accaduta nel 1994 in Ruanda ci definisce come pensiamo sul nostro rapporto con l’altro, ci mostra come noi siamo davanti agli altri. Il cambiamento dei paradigmi dal teocentrismo ad antropocentrismo, dal geocentrismo all’eliocentrismo già dal XV-XVI secolo fino ai nostri giorni mostrano che il vero sviluppo dell’umanità è misurato nel rispetto che si ha con  l’altro, nella libertà come ci dice Amartya Sen[7]. L’indifferenza è il peggio che possiamo fare come uomini, bisogna agire nella alterità tramite azioni concrete. Allo stesso tempo possiamo dire che il cammino percorso in Ruanda per arrivare ad una pacificazione, ci mostra che la pace non è un’ utopia, ma è una realtà che è possibile avere. Tra diverse etnie bisogna eliminare l’etnocentrismo e fare emergere la fratellanza. Al  posto della divisione e dei complessi di superiorità o inferiorità, si dovrebbe mettere in risalto la fratellanza e tutto ciò sarebbe possibile grazie all’educazione. Se una persona cresce con l’idea che è superiore dell’altro o inferiore dell’altro è difficile che si viva insieme. Se una cresce con l’idea che l’altro è il nemico da combattere o con l’idea della legge del più forte è difficile creare un mondo armonico.  Educare alla pace  o quello che Gandhi chiamava forza della verità o non violenza[8], è la dimostrazione che si  può vivere con umiltà, amore e forza d’animo e che con queste forze dello spirito si riesce diventare giusto e pacifico. Alla fine possiamo dire che  tutti noi siamo chiamati a essere pacifici ed educare alla pace e perciò saremo Beati e come conseguenza saremo chiamati figli di Dio[9].

2 - CAUSE DEL GENOCIDIO       

La causa principale del genocidio del Ruanda è l’etnocentrismo dei tutsi, che ha avuto un processo lungo prima dell’arrivo dell’occidente.

Due potenze occidentali hanno colonizzato il Ruanda: i tedeschi dal 1896, che sono arrivati a sostenere il re Tutsi, applicarono la politica della colonizzazione indiretta e cosi intensificarono la monarchia e il potere dei tutsi, che scatenò la reazione degli  hutu. Nel 1916, con l’arrivo dei belgi fu costruito un sistema politico trasportato il modello occidentale, fortificando i tutsi e confermando la loro superiorità sugli hutu. Questo clima di superiorità dei tutsi, connesso anche alle differenze somatiche e legato con il complesso di inferiorità degli hutu, creerà uno stile di vendetta che dopo l’indipendenza porterà alla tragedia.

Si creeranno delle carte di identità dopo l’indipendenza per mostrare il gruppo di appartenenza e gli hutu utilizzeranno le carte di identità per identificare i tutsi i compire il massacri del 1994. Gli hutu dopo la seconda guerra mondiale cominciarono a risvegliare e a reclamare contro le umiliazioni dei belgi e dei tutsi. Gli hutu presero il potere nel 1960, abolirono la monarchia e il 1  Luglio del 1962 fu proclamata l’indipendenza. 

Grégoire Kayibanda diventò  il primo presidente di un paese senza l’unità nazionale. Con la crisi del paese per difficoltà di unità tra le etnie, Kayibanda creò intorno a se un gruppo di hutu che cominciarono a perseguitare i tutsi e provocarono così la loro emigrazione dal paese. Nei settori pubblici si verificò una specie di discriminazione contro i tutsi. In questo clima di tensione contro i tutsi, ci fu un colpo di stato  che portò al potere il capo dell’esercito il generale Juvénal Habyarimana. Il nuovo regime tentò di mantenere l’ordine e l’unità nazionale per dare l’inizio alla politica di sviluppo in Ruanda. Queste nuovo presidente a partire del 1975, mette su un potere centralizzato totalitario, con partito unico chiamato Mouvement Révolutionnaire National  pour le Développement (Mrnd). Partito al quale ogni ruandese doveva iscriversi. Habyarimana riuscì a conseguire un importante sviluppo economico tra gli anni settanta e ottanta e in quegli anni il Ruanda cominciò ad apparire come uno dei paese africani promettenti del futuro, stipulando rapporti di amicizia  con diverse potenze mondiale e riuscendo ad ottenere  prestiti delle multinazionali: vennero stretti rapporti soprattutto con  la Francia.

 In realtà lo sviluppo del Ruanda fu superficiale, il paese continuò a basarsi sull’agricoltura e la maggior parte  della popolazione rimase povera. Con l’aumento dei profughi all’estero, dove venivano maltrattati dai paesi ospitanti, si fondò un nuovo partito, chiamato  Ruandese Patriotic Front, che voleva a tutti i costi far rientrare gli emigrati  in Ruanda e prendere il potere .

Questo partito aveva come capo, Fred Rwigema, ex fedelissimo di Musseveni  e Paul Kagame. A causa delle promesse del governo, non mantenute, decisero di abbattere il governo Habyarimana con l’obbiettivo di instaurare un governo più democratico. Questi iniziarono la guerra civile  il 1° ottobre 1990, ma con l’aiuto della Francia, Habyarimana già il 7 ottobre riescì a neutralizzare la Ruandese Patriotic Front. IL regime di Habyarmana fece arrestare tutti gli oppositori del suo regime e i collaboratori del movimento Ruandese Patriotic Front. La maggioranza erano tutsi e alcuni huti, in tutto oltre 10.000 persone che furono torturate e infine uccise.

 Dopo tante critiche il governo aprì la strada al multipartitismo e alla democrazia. Dal 1990 al 1994 aumentò il numero dei massacri e nel 1992 si cercò il dialogo tra  il governo e Ruandese Patriotic Front a Arusha in Tanzania. Ma mentre il presidente Habyarimana da una parte mostrava questo  obiettivo di conciliazione, dall’altra pretendeva di restare al potere, e cioè, continuare con le repressioni. Mentre si cercava di arrivare a uno accordo, il Ruanda si incontrava in un clima di guerra tra le due parti. In un clima di incertezza si è arrivati ad un accordo il 4 agosto del 1993, che apparentemente sembrava essere il punto di arrivo del processo di  pacificazione.

Ma è ovvio che non si può credere che si ha pace firmando un figlio di carta: la pace si costruisce con fatica e perseveranza dentro del cuore di ogni uomo.

 Per questo anche con l’accordo firmato nel 1993, le frizioni continuarono e portarono al genocidio del 1994. Questa è la prova evidente che la pace vera non è quello del foglio di carta, ma la pace vera è quella nata dal cuore, come afferma  Gandhi.

3 - L’INIZIO DEL GENOCIDIO IN RUANDA.

Il genocidio di Ruanda è stato un processo che ha avuto una lunga storia, è stato provocato per le diverse ideologie  che hanno accompagnato il Ruanda.

 Gli hutu, mentre si cercava di mettere in pratica l’accordo di Arusha, continuavano da una  parte a creare clima anti tutsi. La comunità internazionale nel frattempo, vedendo  l’ambiente di tensione che si viveva in Ruanda, ha voluto di cancellare gli aiuti economici. Il presidente Habyarimana con la pressione internazionale accettò la lista del governo di transizione, che si era proposta con la crisi in Ruanda, posizione che non aggradò alla parte estremista degli hutu che guardavano il posizionamento del presidente con occhi di sconfitta.

 Il 6 aprile di 1994, data del inizio del genocidio del Ruanda, con l’episodio del ritorno da Arusha del presidente Habyarimana dove si era recato per l’accordo con l’accettazione del governo di transizione. Al ritorno da Arusha, alle 20:30 del 6 aprile l’aereo in cui si trovava fu abbattuto e morì. Gli hutu utilizzarono questo come pretesto per cominciare con il genocidio. A Kigali e a Nyamata  cominciarono i massacri. Il colonnello Bagososa e i suoi simpatizzanti, prepararono un governo ,continuando il piano di eliminare gli oppositori del governo.

 Dopo l’uccisione selettiva  cominciò l’uccisione in massa, e l’unico interesse era l’uccisione dei tutsi. E fino al giorno 11 aprile si calcola che ci furono  20. 000[10] morti e massacrati più di 43.000[11]. Si calcola che tra aprile a  luglio siano morti circa  800.000 tutsi[12].

 

 

4 - Il PROCESSO DI PACIFICAZIONE

Al  numero stimato di 800.000 morti di tutsi, è legato anche un grande numero dei orfani e vedove profughi in Tanzania, Uganda e Repubblica Democratica del Congo. Dopo il genocidio, il tessuto sociale si era frantumato e bisognava ricominciare il processo di pacificazione e riconciliazione tra le diverse etnie. Il partito del Fronte Patriotico del Ruanda- FPR, cominciò a costruire un governo di unità nazionale e  cerca di ristabilire il sistema governativo, economico, politico, giuridico, sanitario, scolastico e residenziale. Si cercarono di riparare i traumi causati dal genocidio, un compito difficile.

Infatti è sempre  un compito difficile quello di riconciliare persone che vivono insieme e che si sono odiati e massacrati a vicenda.

Dal 1994 in poi, dopo genocidio, il governo introdusse il multipartitismo per rispondere all’obiettivo di unità nazionale.  Il governo era costruito di hutu e da tutsi nel  FPR. Subito  il governo doveva cercare di risolvere la questione della riconciliazione e della giustizia. Questo governo cerò di  punire i responsabili del massacri come forma di eliminazione delle vendette private  e  della giustizia sommaria. Per questo il governo di Ruanda chiese alla comunità internazionale di stabilire un tribunale in Ruanda per giudicare il promotori del genocidio, e l’ONU, rispose istituendo un tribunale in Ruanda come forma di pacificazione del  paese.

   Il governo di Ruanda ha organizzato le corti nazionali cercando di arrestare i colpevoli del genocidio. Non avendo mezzi per realizzare i processi e  per l’affollamento delle carceri ruandesi il paese si trovò di fronte a una grande sfida. Il numero ridotto dei magistrati causò l’ insicurezza nelle carceri.  Gli arrestati rimasero per lungo tempo detenuti perché i processi si rallentarono.  Il governo cercò i mezzi per permettere alla giustizia di poter agire.  La corte internazionale lavorò in coordinazione con la corte nazionale cercando di riconciliare i ruandesi.

Quando,il governo constatò che i processi si rallentavano, cercò di introdurre nel sistema nazionale del Ruanda il tribunale tradizionale chiamato Gacaca ; questo è un sistema anteriore al sistema governativo che esiste attualmente. Questo sistema facilitò l’identificazione delle persone colpevoli,  perché questo è un sistema tradizionale che fa parte del sistema del popolo. 

Il tribunale Gicaca identificava le persone e cercava di risolvere a livello tradizionale, vedendo come sono state implicate le persone durante il genocidio. E dopo comunicava al governo che poi sua volta giudicava la persona. Con l’introduzione del sistema dei tribunali tradizionale l’apparato giudiziario ruandesi è migliorato. 

   La riconciliazione significa ristabilire i legami tra due persone o gruppi. Essa presuppone quindi una situazione di divisione, di separazione anteriore in cui la relazione tra due gruppi che vivono in armonia, non è più basata sull’amicizia. E con la Riconciliazione si passa  dall’inimicizia alla pace, dall’odio alla stima, dalla rottura all’unione. C’è un legame che esiste tra riconciliazione e perdono. La riconciliazione non è sinonimo di perdono ma essa integra il perdono,  è più inglobante del perdono. Nella riconciliazione è molto importante l’aspetto relazionale. Invece, il perdono può essere concesso anche senza essere in relazione con l’altro.

Dopo il tragico genocidio del 1994, il Ruanda sta faticosamente tentando di realizzare un sistema democratico e di pacifica convivenza interetnica. Il genocidio ha aggravato le precarie e difficili condizioni di vita della popolazione. Il  Ruanda conosce una situazione Socio- politico che porta in se stessa le ferite del genocidio. Perciò la riforma politica è  motivata dal il bisogno di rafforzare la riconciliazione.

5- IL RUANDA OGGI

Il 16 Settembre 2013 si sono realizzate le elezioni legislative in Ruanda in cui ha vinto il partito in potere, il Fronte Patriotico Ruandese, composto da una maggioranza tutsi, gruppo che rappresenta la minoranza nel paese, dal momento che molti tutsi sono emigrati  all’estero durante il genocidio. Il parlamento di Ruanda è l’unico nel mondo che è costituito nella sua maggioranza da donne. Il FPR, Fronte Patriotico Ruandese, è al potere dal 1994.  L’attuale presidente Paul Kagame cerca di continuare con il lavoro dell’unità delle diverse etnie, un lavoro arduo ma possibile. Kagame è visto dagli occidentali come colui che ha condotto il suo paese al progresso, perché, dal 1994 a oggi la speranza di vita è cresciuta da 34 anni a 56 anni ed è uno dei paesi africani che ha camminato per la sicurezza medica universale. Si verifica un cambiamento nell’aspetto della pulizia delle città, sia nella capitale Kigali che nelle altre città. Si verificano grandi progressi di tecnologia di punta e informatica.   

Oggi il Ruanda è minato da un problema che va risolto sia  a livello interno che  a livello internazionale  e cioè “in che modo il Ruanda può a mantenere l’unità e concordanza mentre nella realtà la minorità tutsi, che rappresenta il 15% delle popolazione, governa la maggioranza hutu? Questa è una domanda che il Ruanda deve risolvere affinché non si verifichi  una ripetizione della tragedia del genocidio del 1994. Il Ruanda internamente è un paese tranquillo, caratterizzato anche da eventi importanti come il “Tour of Rwanda” che è la più dura competizione ciclistica del continente. In forma di conclusione si può dire che il Ruanda si trova pacificato paragonato a 20 anni fa; sta lavorando per cercare l’unità tra le diverse etnia, a livello politico interno, ma non a livello internazionale.  Si spera che il cammino fatto nella politica interna  di maturazione nel vivere nell’unità nella distinzione possa anche trasformare come paradigma per vivere  a livello della politica estera.

La  scuola primaria è gratuita e tutti ruandese possono andare a scuola e ricevere la formazione. Oggi in Ruanda si fanno diversi progetti per lo sviluppo del popolo e si nota la corresponsabilità del popolo. Secondo la testimonianza di Gino Filippini un volontario che ha donato tutta la sua vita per lo sviluppo dell’Africa, convinto che il vero sviluppo è quello che si fa con l’autonomia della propria comunità, è stato in Ruanda è ha fatto aviare tanti progetti che fino oggi, anche con la sua morte continuano con i nativi, afferma: “credo che sia più importante aiutare una comunità a organizzare il proprio sviluppo, partendo dalle proprie risorse, che non fare progetti finanziati dall’esterno e che lasciano  il popolo passivo e senza creatività”[13].  Quest’aspetto della coscienza della responsabilità della propria storia ha portato alla pace in Ruanda. Ma questa analisi non vuole affermare che non ci siano problemi, ma che si è fatto un cammino di crescita in tutte le dimensioni, e il Ruanda deve continuare il suo cammino di ricerca della pace,  Avere la pace è stare in cammino, non si può avere la pace  e rimanere fermi, perché questa, ci mette in eterna ricerca, questa è in continuo divenire. La pace non è una utopia è una realtà è possibile averla. Lavoriamo sempre anche con la fatica, la pace è possibile.

 

CONCLUSIONE

La storia drammatica dei crimini contro l’umanità, come il caso del  in Ruanda, che marca la fine del XX Secolo e l’inizio del XXI Secolo, ci fa capire come la pace non sia una utopia, ma  che è una realtà e è possibile educare alla pace. Questo concetto si rispecchia nella famosa frase di Nelson Mandela: “ la pace  non è un sogno, può diventare realtà. Ma per custodirla bisogna essere capaci di sognare”.  La trans-culturalità sarebbe a mio parere per il mondo in cui viviamo la soluzione per la pace. Il secolo XXI si è aperto con la pace minacciata e una proposta del trans-culturalismo dove diverse etnie (il caso di Ruanda: tutsi, hutu e twa e in tutto il mondo visto che è multietnico e multiculturale), partiti politici, sistemi politici, confessioni religiosi, cercano di creare una nuova cultura, senza negare le loro culture o punti di vista, quello che chiamiamo unità nella distinzione è possibile creare la pace e custodirla. Bisogna uscire dall’idea del etnocentrismo[14] in tutti i suoi aspetti. Wole Soyinka dice che il problema attuale dell’Africa  dipende della “nostra mentalità del dominio”, io direi questo è un problema di tutto il mondo, vogliamo dominare gli altri.  Auguriamo che con tre etnie che ci sono in Ruanda possano sognare nella trans-culturalità per custodire la pace.

 

Bibliografia

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[1] Il termine gacaca è una forma di tribunale tradizionale del Ruanda che dentro del processo di pacificazione ha giocato un ruolo più importante. Cercava di risolvere i problemi che ci fossero tra le tribù del Ruanda.

[2] V. POSSENTI, Dentro il secolo breve, Rubbetino, Catanzaro, 2009, p.130.

[3] VALENTINA CODELUPPI, le cicatrici del Ruanda, EMI, Bologna, 2012, p.15

[4]  Questi autori partono del principio che l’uomo è un essere di relazione, Como lo definisce Martin Buber ( pensatore del origine ebreo)  partono del principio Aristotelico della natura Sociale dell’uomo.

[5] E. LEVINAS; Tra Noi saggi sul Pensare- ALL’altro; Jaca Book, Milano, 1998, p. 183

[6]  Per morte Lévinas intende come : non abbandonare l’altro alla sua solitudine e il divieto a me rivolto per stesso abbandono.

[7] AMARTIA SEN, Lo sviluppo è la liberta, Mondadori, Milano 2000.

[8] Cf. GANDHI M. La Forza della non Violenza, Bologna, 2002, per Gandhi il metodo della forza della verità o della non violenza è l’arte di vivere con umiltà, amore e forza d’animo. Mostra che l’uomo con le sue capacità dello spirito riesce  a lottare per la giustizia e la pace senza ricorrere alla guerra e che è possibile educare alla pace, cioè essere pacifico anche si impara.

[9] Mt 5, 9.

[10] VALENTINA CODELUPPI, Le cicatrici del Ruanda, EMI, Bologna, 2012, p.43.

 

[11] Ibidem, p 44.

[12] Ibidem, p 85.

[13] AURELIO Boscaini, Gino Filippi- volontario a vita, EMI, pp.20-21.

[14] A. HAMPATE BA, Aspetti della Civiltà Africana, EMI, Bologna, 1975, pp. 10-11.