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MESSAGGIO DEL PADRE GENERALE PER LA FESTA DEL FONDATORE 16 FEBBRAIO 2014

Categoria: I Nostri Dicono
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« lasciato tutto, lo seguirono! »  Lc 5, 11

 

 

“Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga... Non ci flagella la schiena, ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l'anima con il denaro.” (Ilario di Poitiers, vescovo, V sec.)

 

 

Missionari carissimi,

nell'anno consacrato al Fondatore e davanti alla situazione critica economica che anche noi viviamo voglio riproporre alcune riflessioni dell'Allamano sul voto e l'impegno della povertà, condizione per una missione autenticamente evangelica e per una vita consacrata di qualità. L'Allamano vede nella pratica della povertà la condizione necessaria per la perfezione a cui tende il missionario e per l'efficacia nel suo apostolato. E' sulla povertà come valore che egli insiste. Vuole instillare questa convinzione. Se subita, non amata, la povertà religiosa non sarà mai veramente accettata e osservata. La stessa fedeltà alle norme che ne regolano il voto non basta senza lo spirito. Occorre domandare al Signore « la grazia di comprendere l'eccellenza, l'importanza di questa virtù, di amarla ». Allora si avrà anche la forza di impegnarsi per acquistarla. Dalla povertà, secondo l'Allamano, dipende il progresso nella perfezione, l'avvenire dell'Istituto, il bene delle missioni. Su questa base si percepisce il significato della povertà religiosa.

 

1. Mezzo di perfezione evangelica

 

Per l'Allamano « il voto di povertà è uno dei principali mezzi di perfezione », perché sorgente di tutte le virtù, di libertà dalla schiavitù del possesso, di amore: « Oh, quanto bene si fa se si è distaccati da tutto ». I mediocri, coloro che non si decidono di darsi totalmente al Signore e vivere vita perfetta, sono coloro che non si spogliano di tutto, ma si riservano sempre qualcosa, amano la povertà, ma non vogliono mancare di qualche cosa, « sono legati ai piccoli comodi, non hanno il coraggio di provare gli effetti della povertà ». Infatti, la perfezione consiste nell'amare Dio sopra ogni cosa, nel fare spazio a lui, nel porlo veramente al primo posto. Chi gli preferisce la sicurezza dei beni del mondo dimostra, invece, di confidare più in essi che in Dio. E ne può diventare schiavo. Non riconosce più la Signoria di Dio. Oltre che libertà per una scelta totale, la povertà è prova di amore. Infatti, « quanto più ci distacchiamo dalle cose terrene tanto più aumentiamo nell'amore di Dio ». Solamente quando il cuore vibra tutto per il Signore c'è amore pieno e totale. L'amore per Cristo da la motivazione profonda della povertà. Essa è generatrice di perfezione, ma nello stesso tempo è anche generata dall'amore.

 

2. Segno di vitalità dell'Istituto

 

L'Allamano esprime più volte il convincimento che le comunità nelle quali non si osserva la povertà sono « prossime alla morte ». Poco per volta in esse « tutto lo spirito se ne parte ». « Quelle comunità nelle quali si concede sempre vanno in aria. Il più bel modo per andare in aria è mancare contro il voto di povertà ».

Agli studenti riguardo del voto della povertà, ribadisce: « E' vero, sapete, che dall'osservanza di questa virtù e voto di povertà dipende l'avvenire di tutta la nostra comunità; e quando si va rallentando in questo, tutto lo spirito se ne parte... E io sono certo che se la nostra comunità, il nostro Istituto si terrà a queste norme progredirà sempre. Guai se viene invece il momento in cui queste regole non saranno più osservate » . E osservava che « è tanto facile lasciarci andare a questo riguardo, e fa pena vedere che tanti religiosi mancano continuamente a questo voto... Finché la comunità si tiene nello spirito di povertà, farà del gran bene. Guai, invece, se manca! Quando qualcuno comincia a mancare, va tutto perduto ». Per questa ragione, una delle cause di sofferenza negli ultimi anni della sua vita, fu l'impressione che l'Istituto si stesse allontanando dal suo spirito riguardo alla povertà. Gli sembrava « che si cercasse con soverchia avidità il denaro nei metodi inaugurati dall'Istituto. E di questo si lagnava sovente, dicendo che si cercava troppo il denaro, invece di cercare lo spirito di distacco e lavorare per il bene delle anime ». L'Allamano, quindi, è fermamente persuaso che quando un Istituto rallenta la sua attenzione alla povertà non può prosperare, perché ne viene compromesso lo spirito della fondazione, che ne giustifica la presenza nella Chiesa. Se cessa di essere quello che deve essere secondo lo spirito del Fondatore, perde la sua identità e la sua funzione. Egli che fu sempre geloso del suo spirito perché riteneva di averlo ricevuto dal Signore, ne vede compromessi i punti fondamentali quando subentra l'eccessiva preoccupazione per i soldi o l'affarismo. Oltre al primato della santità, della ricerca di Dio al primo posto, strettamente dipendenti dallo spirito di povertà, si possono individuare altri aspetti del suo spirito, che vengono a mancare quando si insinuano abusi nella povertà.

 

a) Fervore.Egli vuole anzitutto che « l'Istituto viva vita perfetta ». E' il motivo del suo principio sulla scelta dei membri: « pochi, ma buoni », di qualità, che sappiano fare per molti. Comprensivo per le debolezze umane, aborriva la mediocrità. E la povertà contribuisce a conservare il fervore dello spirito, a combattere il rilassamento, a tener vivo lo zelo missionario. Aiuta a superare la tentazione di correre dietro alle comodità, a pensare a se stessi più che alla propria santificazione e all'impegno apostolico. I grandi ideali possono essere insabbiati quando si rincorrono piccoli o grandi capricci, manie, esigenze presunte o ingrandite. E tutto questo diventa più importante di ogni altra cosa. « Mille cose divengono necessarie a un tiepido, che un fervente riguarderebbe con occhio di disprezzo. I bei nomi di tempi cambiati, di circostanze mutate, di costituzioni più deboli, sono molto acconci per contestare ciò che non si dovrebbe accordare ». E allora vengono le ricercatezze nell'abitazione, nel vestito e nel vitto. Emerge la sua preoccupazione per una impostazione seria della vita. Abbiamo grandi ideali, come la missione, doni e risorse incomparabili, come l'eucaristia e la parola di Dio, e rischiamo di perderci in meschinità, di preferire piccole comodità al Regno di Dio e ai suoi valori. L'austerità o la sobrietà di vita fa apprezzare i veri valori di cui nutrire la mente e il cuore. L'attenzione ad essi riempie la vita di grandi realtà, bandendo le banalità.

 

b) Spirito di famiglia. Senza spirito di povertà, che porta alla condivisione di vita, beni, lavoro, non c'è neppure spirito di famiglia, che pure stava tanto a cuore all’Allamano. Esso esige l'unione, spesso ostacolata dall'attaccamento alle proprie cose. A questo riguardo, l'Allamano ha un'espressione che sintetizza tutto ed esprime l'amore di fratelli, amore affettivo ed effettivo: « Se un nostro fratello abbisogna di qualche cosa che noi abbiamo, perché non dargliela? ». E ne fa un'applicazione molto concreta: « Non attacchiamo il cuore a nulla, per quanto piccola sia, perché non avvenga poi nelle missioni che uno cambiando una missione la spopoli; benché mi scriviate che non capitano mai queste cose, io non ci credo, conosco troppo il cuore umano ». E scrivendo a un missionario dei primi tempi, dice: « Mi pare che V.S. non cura abbastanza il voto di povertà fatto, perché ammassa continuamente troppa roba senza vero bisogno, con troppa previdenza e con pericolo che vada a male. Pensi quanto costa a me e alla carità pubblica il provvedervi il necessario; perché tenere presso di sé il superfluo? Peggiore poi il vezzo di racimolare da tutte le case roba che spetta ad altri, o ad altre case; non sembra quasi il caso del ricco del vangelo che godeva vedersi pieni i granai? Caro mio, se vuole fare miracoli in missione sia umile, contento del necessario, ed anche goda di essere privo di tante cose, poi sia staccato da ogni cosa ». Spirito di famiglia, per l'Allamano, è anche interessamento per la comunità, non soltanto nelle cose materiali, ma nel tenere alto il buon nome dell'Istituto. Qualche atteggiamento “spericolato” in materia finanziaria, nel provvedere beni per la missione, rivela mancanza di fiducia nella Provvidenza, e mette in pericolo la buona fama delle missioni e dell'Istituto: « Ho sempre avuto per massima che l'Istituto più che di denaro ha bisogno di stima, di buona fama ».

 

c) Bene delle persone.Il comandamento supremo è l'amore di Dio e del prossimo. Il distacco dai beni terreni porta ad aderire totalmente al Signore, a fidarsi di lui e nello stesso tempo ad amare il prossimo non per interesse, ma come bene di Dio.
Per l'Allamano, le persone sono « il primo bene », per quello che sono, non per quello che possono avere o rendere. Per lui la persona sta sempre al primo posto. Così, padre D. Ferrero attesta: « l'Istituto vuole te, non tua » (te, non le tue cose!!!).

 

3. Valore fondamentale in missione

 

Prospettando il nuovo Istituto all'arcivescovo Richelmy, illustra il vantaggio che si avrebbe da un gruppo di missionari che lavorino « non per arricchirsi, ma per il solo bene delle anime ». Conseguentemente, ribadisce ai suoi missionari che dall'osservanza della povertà « dipende in gran parte il buon spirito delle missioni », e che « in tanto si farà bene in Africa in quanto saremo staccati da tutti e da tutto ». Perciò, non solo come religiosi, ma più ancora come missionari, dobbiamo studiare di essere radicati in questa virtù. L'efficacia missionaria può essere ostacolata dal rilassamento e dalla ricerca delle comodità. «Quanto maggior bene si opererebbe,dice, se si portasse in missione l'abitudine contraria alla ricerca delle comodità! ». E' questa la testimonianza che si attende dal missionario. Egli deve sapersi adattare e accontentare. E con il suo sacrificio coopera all'opera della redenzione umana: « certe grazie di conversioni non si ottengono colle sole preghiere, ma devono essere queste unite a sacrifici », alla penitenza corporale « nel dormire, nel vitto e in tutto ». Il missionario, poi, deve avere sempre la disponibilità a passare ad altri il frutto del suo lavoro, per andare a dissodare altre zone di prima evangelizzazione: « Non dobbiamo avere paura che ci tolgano un pezzo di missione per darla ad altro, e che non l'abbiamo più noi ». Anzi, questo è tipico della vocazione missionaria: andare sempre oltre, in zone dove non è ancora giunto l'annuncio del vangelo. La preferenza del missionario è per i più poveri e per i luoghi più difficili, periferici, dove nessuno vuole andare. Se non vi è spirito di distacco e amore alla povertà non lo si può fare. Si può insinuare, invece, la tentazione di scegliere posti più comodi. Il missionario, per fare bene, deve cercare soltanto il regno di Dio e il bene dei fratelli più bisognosi. L'Allamano lo ricorda a un partente per le missioni e anche in altre occasioni simili: «via dalla tua testa il cercare te stesso e i tuoi gusti, ma solo la gloria di Dio e il bene delle anime... ». Esiste, quindi, una stretta connessione tra povertà e perfezione, efficacia missionaria, spirito dell'Istituto. Veramente dalla pratica della povertà dipende l'esistenza stessa della comunità, perché quando si rallenta in questo « tutto lo spirito se ne parte!».

 

     Questa è anche la nostra preghiera, il nostro augurio ed il nostro impegno, BUONA FESTA!

 

     a tutti e ad ognuno, coraggio e avanti in Domino!

 

 

Buenos Aires, 29.01.2014, anniversario della Fondazione dell'Istituto!

 

 

Padre Stefano Camerlengo

          padre generale

 

 

 


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