Jul 03, 2022 Last Updated 9:59 AM, Jun 29, 2022

L’avventura di 50 anni di sacerdozio, (prima parte)

p. Antonio Magnante p. Antonio Magnante Foto SozziJA
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I cinquanta anni sono un’occasione che costringe a fare un viaggio a ritroso, a ripercorrere le fasi salienti della propria vita e degli impegni  che l’hanno cadenzata. È una rassegna che deve cominciare di necessità da alcuni anni prima dell’approdo al sacerdozio.

Tempo di preparazione

Gli anni che precedettero l’ordinazione, che avvenne a Colleberardi di Veroli in provincia di Frosinone il 26 aprile del 1972 per l’imposizione delle mani di Mons. Giuseppe Marafini, furono gli anni della rivoluzione giovanile che investì tutto il mondo. Volevano essere gli anni della autodeterminazione, del cambiamento generazionale, e, per certi versi, anche dell’intolleranza dell’autorità costituita. Furono certamente anni in cui si sentiva il bisogno impellente di uscire da una certa forma di formalismo becero, da alcuni schemi fissi di formazione, dalle incrostazioni ataviche che si erano cristallizzate nel tempo. Era il tempo di rompere gli schemi fissati dalla secolare tradizione clericale. Si sentiva il desiderio di una affermazione personale che non avesse bisogno di puntelli speciali.  Mi ritorna in mente quanto il Gesuita P. Mario Rosin, padre spirituale del Collegio Leoniano di Anagni donde io provengo,  soleva dirci: “Crescete e formatevi come persone che riescono a sputare tre metri contro vento”.

L’atmosfera del Seminario di Torino non era di grande armonia, anzi, dovrei dire che si respirava un’aura di tensione per il fatto che l’allora Rettore cercava con tutte le sue energie, in forza della sua autorità, di incasellare tutti noi dentro gli schemi rigidi della vecchia spiritualità. Il tutto procurò tensioni, incomprensioni, silenzio e gelo relazionale. Nonostante una simile situazione, per l’intelligente intervento dell’allora P. Generale, P. Mario Bianchi, approdai all’ordinazione sacerdotale. 

Esperienza in terra di missione: Kenya

Nel Luglio del 1972, finiti gli studi teologici, fui inviato in Inghilterra per lo studio della lingua in vista poi di raggiungere il Kenya. Invece di essere iscritto ad una scuola decente per uno studio serio della lingua, fui accompagnato a 60 miglia da Londra ed esattamente a Bedford dove c’era una comunità italiana di circa otto mila unità. Invece di imparare l’inglese mi familiarizzai molto bene con il “Calabrese” e il “Veneto”. 

Nel Settembre del 1973 raggiunsi il Kenya. Mi premunii di chiedere all’allora Superiore religioso, P. Pietro Baudena, di offrirmi la possibilità di studiare lo kiswaili e non un’altra lingua locale perché mi era stato promesso che dopo un triennio di esperienza missionaria, sarei stato richiamato per gli studi biblici. 

Fui inviato a Kaheti per lo studio del Kikuyu. Qui, insieme ad altri due  Padri e sotto la guida di P. Brambilla, rimasi fino a fine Dicembre del 1973. Mi immersi con tutte le mie qualità allo studio di tale idioma che mi avrebbe permesso di entrare in contatto con la gente.

Dopo circa tre mesi di studio della lingua locale fui destinato come vice parroco nella Parrocchia di Ichagaki. 

Molti si meravigliarono della mia destinazione a Ichagaki con il P. Biasizzo che non godeva di una grande stima. Mi era stato descritto come “un mangia vice parroci”. Accettai con riserva la destinazione con il sacro terrore che non avrei avuto successo se tali erano le premesse. Seguendo il mio stile improntato alla chiarezza e alla cristallinità, prima di cena chiesi al Padre se potessi riferirgli quanto si diceva in giro di lui. Egli acconsentì di buon grado. La sua reazione fu semplice; solo disse: “Resta e giudica da solo”. Il cuore mi si rasserenò non poco. Rimasi e al termine della nostra convivenza il mio giudizio fu estremamente positivo. Nei miei confronti fu molto premuroso e attento. Vissi con lui mesi sereni e fruttuosi.

Non rimasi molto a Ichakagi. Mi fu richiesto di diventare vice parroco della grande parrocchia di Kerugya, il cui parroco era P. Giovanni Crippa, che l’aveva ereditata dal grande P. Richetti. Tutte le comunità della parrocchia erano vivaci e ben organizzate. I catecumeni erano veramente tanti e si sentiva la necessità di fornire dei sussidi didattici adeguati ai vari catechisti per una formazione cristiana  profonda e completa.

Che ricordo esaltante della settimana santa del 1975 in cui 800 catecumeni parteciparono nel piazzale antistante la Chiesa madre alla celebrazione dei vari scrutini in preparazione al battesimo. Ancor più esaltante fu la notte di Pasqua quando tutti e 800 ricevettero i tre sacramenti di iniziazione cristiana: Battesimo, Cresima ed Eucaristia.

Il tempo speso a Kerugoya fu ricco di gioie pastorali e intenso di attività soprattutto a favore dei catecumeni. Per favorire la loro preparazione mi sobbarcai il peso di battere a macchina  tre volumetti che riportavano in sintesi tutta la storia della salvezza. Notti lunghe spese a battere gli stencils per poi duplicarli con il ciclostile. Essi furono tradotti in lingua locale dal catechista capo, Mr. Muriithi. 

Come mi era stato promesso, dopo un periodo di circa 4 anni, includendo quello passato in Inghilterra, fui richiamato a Roma per gli studi biblici. Devo far notare che la reazione della Regione del Kenya fu inaspettata. L’allora Superiore Regionale, P. Giorgis, inviò il suo Vice a Kerugoya per convincermi a rimanere in Kenya. L’allettante offerta era di diventare il numero due del Centro Pastorale di Nyeri. Declinai l’offerta e accettai la sfida di studi molto impegnativi.

Licenza al Biblico e nuova esperienza pastorale

Alla fine di Maggio del 1976, lasciata l’amata Kerugoya, tornai in Italia per iniziare gli studi al Pontificio Istituto Biblico di Roma. Tre anni senza respirare. L’intento era di dare il massimo e di ottenere il massimo grado. 

Dopo tanto impegno nell’Ottobre del 1979 mi fu consegnato il documento della Licenza nelle scienze bibliche con il grado di Summa cum Laude, con il voto di 9.76/10. Per me fu una grande gioia e una grande soddisfazione per il risultato.

La grande sorpresa fu  che dopo tanto studio e tanto impegno per conseguire un siffatto risultato, fui inviato a Torino come vice parroco della Parrocchia Maria SS. Regina delle Missioni. Il primo pensiero fu: “ma sono pazzo io o sono pazzi gli altri?” Non feci alcun commento e accettai supinamente la destinazione senza batter ciglio. 

Il mio predecessore aveva speso in quella parrocchia un buon numero di anni e i vari gruppi, dai piccoli ai grandi, avevano collaborato con lui e tutti non vedevano di buon occhio un possibile successore, che consideravano quasi una specie di usurpatore.

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Il gruppo giovanile aveva deciso in blocco di lasciare la parrocchia adducendo il motivo dei molti anni ormai spesi all’interno delle varie iniziative parrocchiali. Secondo loro ci voleva un ricambio generazionale. Volevano, a loro dire, far parte dell’assemblea degli adulti. A prima vista poteva essere una buona ragione. A tale scopo mi fu richiesto un incontro a tu per tu. Io accettai di buon grado di vederli singolarmente. Iniziò così la processione, uno dopo l’altro. La ragione era la stessa per tutti e a tutti io davo la stessa risposta: “Va pure, così io ho l’opportunità di ricominciare con un gruppo nuovo, senza interferenze del passato”. Questa mia risposta sorprendeva tutti e il gruppo che aspettava di incontrarmi faceva commenti del tipo: “ma a costui non interessa assolutamente niente che lasciamo il gruppo giovanile”. Sinceramente io ero contento che se ne andassero per il semplice fatto che non riesco a digerire di sentirmi dire: “Ma prima facevamo così e così…”; o cose simili. 

Al momento in cui incontrai Ugo Pozzoli, anche lui uno del gruppo giovanile, la catena si interruppe. Ero venuto a sapere che era stato lui l’autore delle spettacolo che avevano messo in scena per il saluto del mio predecessore. Ne avevo colto l’estro e la carica ironica era di un certo livello. Il gruppo degli attori aveva reso la scena vivace e aveva generato un buona ilarità nella platea. Appena venne a vedermi gli chiesi a brucia pelo: “Hai scritto tu le scenette per il saluto d’addio? La risposta fu pronta e schietta: “Sì le ho scritte io”. Se sei d’accordo vorrei che tu non andassi via  e ti chiederei di scrivere i testi di un Recital da metter in scena con il gruppo dei giovani. Il titolo sarebbe: “Notte più chiara del giorno. Le quattro notti della Bibbia”. Se accetti poi te le spiegherò in dettaglio. Rispose senza indugio: “Accetto”. Ed uscito fuori disse agli altri: “Qui non se ne va nessuno perché abbiamo qualcosa di originale da mettere in scena”. Il gruppo curioso e, allo stesso tempo affascinato da una proposta completamente nuova, non si sciolse.

Ugo lavorò con energia al testo secondo quanto gli avevo spiegato. Fortuna volle che nel gruppo c’era Luca che all’università studiava teatro e quindi non gli fu difficile organizzare la messa in opera di questo recital. Tutto fu prodotto dai ragazzi. Le musiche furono composte da Gabriele, anche lui parte dello stesso gruppo giovanile. Il recital fu un grande successo e ci fu anche qualche replica ripresa dalla Televisione Cisalpina di proprietà dalla Diocesi.

Dato il successo del  primo recital, mi permisi di proporre al gruppo dei giovani di fare una esperienza  a contatto con la sofferenza. A tale scopo ci recammo al Cottolengo di Mondovì, il cui cappellano era don Purgatorio. Una persona accogliente ma un pò rigida. Il ritmo di lavoro era impegnativo e molto delicato perché i degenti di quella struttura non erano auto-sufficienti.  Ogni giorno avevamo un incontro comunitario in cui io presentavo il libro di Giobbe e cercavo di spiegare come la sofferenza fosse parte integrante della vita e dovrebbe essere affrontata con coraggio. Dallo studio di questo libro importante della Bibbia nacque l’idea di un nuovo recital, il cui titolo fu: “Giobbe, uomo dei dolori”. Di nuovo Ugo si prodigò a produrre il testo e Luca a mettere insieme la sceneggiatura.

Un ultimo lavoro messo in scena dai giovani, sempre scritto da Ugo e sceneggiato da Luca Valentini, fu “I simboli matrimoniali dell’Antico Testamento”. 

Prima esperienza come insegnante

Nell’Aprile del 1982 accadde qualcosa che interruppe questa “gratificante esperienza”. Ricevetti la visita del Vice Superiore Generale che senza troppi preamboli mi comunicò che all’inizio Agosto avrei dovuto trovarmi a Nairobi per insegnare Bibbia sia al Filosofico che al Seminario Maggiore della Conferenza Episcopale del Kenya, in sostituzione del Padre che era stato eletto Superiore Regionale. Così il 31 Luglio del 1982, il giorno prima del colpo di Stato in Kenya, raggiunsi Nairobi.

La vita comunitaria nel Filosofico non era molto facile per una serie di motivi. L’alimentazione era molto scarsa e mal preparata e neppure tanto appetitosa. Una dieta all’insegna di una visione della vita e dell’ambiente molto limitata. Il secondo motivo riguardava il metodo di reclutamento dei candidati. Non esisteva nessun criterio di scelta. L’unico criterio era il numero a scapito ovviamente della qualità. I formatori che richiedevano un reclutamento più oculato e una formazione che mirasse a  forgiare i candidati secondo il carisma del Fondatore erano tacciati di “razzismo”. Le diverse opinioni circa la formazione creavano un ambiente non molto sereno.

I nostri studenti di Teologia frequentavano i corsi teologici al Saint Thomas Aquinas insieme a tutti i candidati delle varie Diocesi kenyane. In verità le varie classi erano molto numerose e le aule a disposizione non riuscivano più a contenere il gran numero di studenti. Tutti lamentavano che lo spazio nelle aule era veramente ristretto. Al che il Rettore annunciò che nell’anno accademico successivo il Seminario non era più in grado di ospitare gli studenti delle Congregazioni religiose.

Di lì si iniziò a pensare a una struttura che accogliesse gli studenti delle Congregazioni religiose sull’esempio del Missionary Institute London e della FIST di Torino. Dopo vari incontri e lunghe discussioni si giunse alla decisione di dar vita a un centro per i Religiosi che prese il nome TCR. Fu incaricato P. Ottavio Santoro, che comprò il terreno e iniziò la costruzione delle aule necessarie. Un’ulteriore grande opera, insieme alla costruzione del Centro teologico, realizzata da P. Santoro fu la costruzione dell’Allamano. Così nell’Agosto 1986 prese avvio il primo anno di Teologia per Religiosi. Anche io fui coinvolto nell’insegnamento.

SECONDA PARTE

Ultima modifica il Lunedì, 13 Giugno 2022 07:59
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