Jul 03, 2022 Last Updated 9:59 AM, Jun 29, 2022

Confessioni di un missionario. Riflessioni in occasione del 25° anniversario della mia ordinazione.

Immagini della celebrazione dei 25 anni di ordinazione Immagini della celebrazione dei 25 anni di ordinazione Foto Ramón Lazaro
Letto 240 volte
Vota questo articolo
(2 Voti)
I primi passi a Madrid

I miei primi passi come missionario li ho dati non tanto lontano da Saragozza, la mia città natale: sono stati nel quartiere di Tetuán, nel nord di Madrid. In quegli anni ho cercato di farmi prossimo a molti immigrati offrendo gioia, vicinanza e semplicità; ho dedicato molto tempo al dialogo con i giovani; spero aver contribuito a creare una società più gentile verso chi era diverso, veniva da fuori, spesso da lontano, e cercava solo un po' di felicità per se stesso e per i suoi. Ho dato vita a iniziative per far sentire Dio più vicino e presente.

Costa d’Avorio

Tre anni e mezzo dopo è arrivata la chiamata tanto attesa e sognata che ha trasformato la mia vita: oggi non sono certo la stessa persona che ha lasciato la Spagna per studiare il francese in Belgio e quando sono arrivato in Costa d'Avorio, fin dall'inizio, ero orgoglioso della precarietà della mia prima missione in Dianra: ho raggiunto la missione con i mezzi pubblici e tutto impolverato; mi stava aspettando uno dei leader della comunità con un gruppo di bambine; per la mia prima malaria sono stato portato in bicicletta al pronto soccorso. Ero felice di iniziare il lavoro missionario sul campo così come avevo sempre sognato la missione. 

Nei primi mesi a Dianra passavo l’intera settimana passeggiando e conoscendo le famiglie: questo mi ha reso più attento e ho dovuto superare la mia timidezza ma mi è stato di aiutato il lavoro pastorale con gli immigrati fatto nella metropolitana di Madrid.

Lo studio delle culture Senoufo e Tchebaará mi ha sedotto e ho fatto di questi popoli la mia passione. Mi sono dato anima e corpo a un compito molto difficile in quel tempo, senza contare con l’aiuto di un PC registravo le cassette con gli audio del Vangelo... sentivo di fare qualcosa di rilevante, quasi come Charles de Foucauld con i Tuareg. La prima sfida è stata precisamente quella di trovare insegnanti che mi aiutassero: si trattava di parlare e conversare con qualcuno. Lo facevo soprattutto dopo cena e questa è stata una costante per me in tutti questi anni: sempre con le persone dopo cena. 

Mi sono dedicato a compiti importanti come la realizzazione di un dizionario francese-tachebaará; anche questa è stata un'esperienza incredibile e mi sentivo orgoglioso e in grado di lasciare strumenti preziosi a chi sarebbe venuto dopo di me. Quando, nell'ottobre del 2001, ho perso tutta la grammatica che avevo fatto di Tchebaará, è stato un colpo terribile, forse la mia prima opera incompiuta che mi sono lasciato alle spalle: ho fatto fatica ad accettare questo piccolo fallimento.

Un altro lavoro che mi ha entusiasmato è stato quello di impegnarmi a costruire comunità cristiane secondo il metodo delle Comunità Ecclesiali di Base: ero convinto che si trattasse di un modo semplice, precario, povero e autentico di essere Chiesa. Ricordo con affetto l'iniziativa che più ha marcato il nostro lavoro di evangelizzazione in quegli anni: le settimane di catechesi intensiva. Erano pensate per rispondere alla situazione di persone che credevano in Gesù da più di dieci anni ma non avevano mai cominciato la catechesi perché nessuno di loro sapeva leggere; queste settimane hanno reso possibile la gioia di molti credenti che avevano scoperto la profonda bellezza di essere cristiani e di essere Chiesa.

Con la gente di Dianrá ho imparato ad amare la vita. Frequentare i funerali tradizionali senoufò ha chiamato la mia attenzione e ho iniziato a scoprire la morte come parte essenziale della vita: ho amato il loro modo di seppellire, di passare assieme la notte prima della sepoltura cantando la vita del defunto, di riprendersi dalla perdita di un figlio o di una figlia. Oggi vivi intensamente il dolore ma poi la vita continua e non puoi rimanere prostrato. Io sono cresciuto nella resilienza anche perché toccava a me consolare malgrado le situazioni che erano spesso drammatiche. Ricordo la sepoltura dei genitori di Catherine e poi, in meno di un anno, due dei suoi fratelli e una sorella; la morte delle due figlie di Jacqueline, una di tre anni e l'altra di otto mesi: se ne erano andate entrambe in meno di sei mesi.

Il 27 ottobre 2001 è stato il primo colpo davvero duro e ho improvvisamente capito che la vita poteva essere di breve durata: siamo stati tenuti a terra per più di tre ore con i kalashnikov puntati contro di noi. Ho imparato che bisogna dare valore alla vita, viverla profondamente in fratellanza con le persone, in un profondo rapporto con Dio.

Il 21 settembre 2002, i ribelli sono arrivati a Dianra: quell'esperienza mi ha reso più resistente, più audace, più attento. L'incertezza iniziale ha lasciato il posto alla precarietà e alla disponibilità di accettare una realtà che mi veniva imposta. Ci sono stati momenti forti come la decisione di restare, l'evacuazione di François, i quattro mesi di isolamento, i nove mesi senza lasciare il territorio della Missione, la scelta di non dare soldi, gli interminabili viaggi che ti lasciavano esausto.

In queste circostanze ho vissuto un'incredibile esperienza di fraternità con Michel, un confratello keniota: siamo riusciti a cercare ciò che ci univa e a costruire una solida fraternità. Anche il sostegno e il riconoscimento delle persone è stato molto importante: ho potuto sperimentare cosa significa dipendere da loro per vivere e per muoversi, L'amore dei poveri mi ha sostenuto, la mia presenza ha contribuito a tenerli in piedi.

Anche l'avvio di una semplice esperienza di microcredito è stato come un salto nel vuoto; all’inizion poche persone mi hanno sostenuto. Il fatto che questa esperienza oggi sia ancora in corso e che cinque missionari della Consolata siano già stati coinvolti nel corso degli anni mi emoziona e mi ha convinto della sua validità; la vita quotidiana delle donne partecipanti e delle loro famiglie è molto meno precaria e la loro autostima è cresciuta.

Un'altra esperienza interessante è stata quella di insegnare lo spagnolo nella scuola secondaria: ho avuto l’opportunità di avvicinarmi ai giovani, alle famiglie musulmane e a quelle di religione tradizionale. È stato un primo passo concreto di dialogo interreligioso e sono arrivato alla convinzione che Dio chiama ognuno a un percorso diverso e che è importante rimanere fedeli in quel percorso. 

20220605 lazaro02

L’esperienza in Congo nella formazione di giovani missionari

Lo smantellamento del nostro gruppo da parte dei Missionari della Consolata mi ha ferito: in meno di due anni era rimasto solo uno dei quattro che avevano cominciato lì. Lasciare Dianra è stato molto difficile: mi ero dato completamente, ero entrato in quella culture, mi ero sentito accettato e amato. Me ne sono andato ferito e forse per questo ho trovato così difficile accettare la nuova realtà di Kinshasa che si è presentata quasi come un colpo inaspettato.

Mi è ancora difficile comprendere questa strategia missionaria: ho cominciato a integrare il fatto che sono "di passaggio" e ho capito l'importanza di creare processi di continuità, sufficientemente semplici e concreti. In questo contesto il corso che ho fatto a San Paolo dopo dieci anni di ordinazione è stato un momento di sintesi molto forte: conservo ancora oggi i quasi 40 fogli scritti su di me frutto di quel corso. 

Quando arrivai a Kinshasa pensavo di avere cose preziose da condividere e trasmettere ai nuovi missionari ma mi sono trovato in un ambiente incentrato su altri problemi che mi sembravano insignificanti: il poket money, cosa mangiare e cosa non mangiare durante la Quaresima, i furti incomprensibili che si ripetevano con certa frequenza. La realtà sociale era molto più estrema, la povertà era molto più sanguinante, il rapporto con il bianco non era sereno, l'inganno e la truffa erano quotidiani. Non capivo nulla, avevo l’impressione di non essere in grado di trasmettere nulla, mi sentivo fallito ed era difficile venirne a capo. 

Stavo per abbandonare tutto perché non capivo cosa stessi facendo nella formazione di base ma ho trovato Dio anche nella desolazione: la mia fede è cresciuta alle radici. Ho trovato sostegno in due fratelli Missionari della Consolata e nel rapporto quotidiano con Dio. 

In quegli anni ho fatto anche un'esperienza nella Nunziatura che mi ha aiutato a rendermi conto della quantità di comunicazioni che Roma riceve e degli enormi problemi di tribalismo che esistono nella Chiesa. Quella è stata per me un’occasione per sentirmi parte e amare la chiesa nonostante la distanza dal Vangelo.

Ritorno in Costa D’avorio

Ho accolto il ritorno in Costa d'Avorio come un dono incredibile: è stato un momento catartico e mi ha riconciliato con la realtà e con me stesso. Dianra stava crescendo rapidamente e cominciava a diventare una città che non la riconoscevo quasi più, stavo tornando a un paese che amavo ma questo era diverso. 

Sono stati anni bellissimi: organizzare la parrocchia di Marandallah, avviare la parrocchia di Diandra Village e gestire contemporaneamente due centri sanitari. Era una follia, ma parlavo la lingua, vivevo in una comunità serena, ero concentrato e il dialogo con i musulmani cominciava a prendere forma in una normale quotidianità. Gestire i centri sanitari con un deficit così alto è stata una sfida, ma sono riuscito a ribaltare la situazione: semplicemente bastava non rubare più.

Poi è arrivata la notizia bomba: non mi aspettavo affatto di essere nominato superiore e sono stato colto alla sprovvista. Mi sono sempre considerato un buon secondo ma un pessimo primo. Ho ritenuto che la missione fosse finita per me: lasciavo il Nord, i Senoufo, l'ambiente musulmano, i centri sanitari. Grazie alla vita comunitaria di San Pedro con un congolese e un etiope Dio mi ha riconvertito e ho trovato il mio nuovo posto nel mondo: l'inserimento in un quartiere popolare; la vita quotidiana con i vicini, al di là del credo; le preoccupazioni per i tantissimi bambini che avevo tutt’intorno; l'accompagnamento dei giovani e delle famiglie. Ho vissuto momenti di grande pedagogia e vicinanza anche nella preparazione dell'Eucaristia e nel messaggio che ogni domenica dovevo trasmettere. 

Ad ogni modo ho dovuto affrontare situazioni molto difficili all'interno della comunità: confrontarmi con qualcuno che non aveva più la vocazione; affrontare persone con odi viscerali; perdere il sonno per questioni legate alla proprietà di un terreno e una situazione economica sempre sull'orlo del baratro. Alla fine ero stanco e forse un po' sconfitto anche se orgoglioso di aver almeno recuperato almeno un missionario che sembrava non avere nulla da fare nell'Istituto. Poche cose sono migliorate dopo il mio mandato.

Il corso di Roma del febbraio 2020 mi ha fatto bene: forse era arrivato il momento di lasciare, mi sento legato a persone e situazioni ma non alla nostra missione. 

20220605 lazaro03

La missione in Messico

È in questo contesto e in questo momento che il Messico mi viene incontro. La comunità intesa come amicizia è stata una bella sorpresa da queste parti, non sempre si è così fortunati.

L'inserimento a San Antonio Juanacaxtle, a 30 km da Guadalajara, nello stato di Jalisco, è stato marcato dall’emergenza del coronavirus e dai successivi lockdown. Ho colto l'occasione per leggere e guardare film messicani e mi sono preso del tempo per comprendere una realtà vasta, storica, prolungata e ricca dello stato di Jalisco con le sue peculiarità.

Quest’anno e mezzo messicano è stato dominato dall’ascolto, dal ministero della consolazione, dalle lacrime condivise e dalla vicinanza a situazione ingiuste e disperate. La violenza nella famiglia mi ha scioccato; l'abuso sessuale e di genere nella stessa famiglia mi ha sconvolto;  l’aggressività diffusa in base alla quale si possono prendere decisioni che stroncano la vita degli altri mi ha allarmato. 

Quella messicana è una società accogliente, che ama fare festa ma dove è meglio non sbagliare il proprio posto seguendo le "buone maniere" e i cliché prestabiliti. Due quartieri sono diventati parte della mia vita: El Faro e Villas Andalucía: due depositi di speranza e di solitudine per giovani famiglie e per persone emarginate dalla società.

Continuo a ringraziare l'Abbà Dio per essere arrivato fin qui e per avere l'opportunità di continuare a fare della mia vita una parabola della passione con cui Gesù si è schierato a nostro favore, a favore dell'umanità.

TESTO IN SPAGNOLO

Devi effettuare il login per inviare commenti

Recenti

XIV Domenica del Tempo Ordinar…

28 Giu 2022 Domenica Missionaria

Finestre sul mondo

28 Giu 2022 Finestra sul Mondo

La consolazione che viene da M…

27 Giu 2022 Preghiere Missionarie

Il perdono possibile e necessa…

27 Giu 2022 Missione Oggi

Mons. Elio Rama: "La missione è audace..."

Mons. Elio Rama: "La miss…

27 Giu 2022 I Nostri Missionari Dicono

Mi abbandono tra le braccia di Dio ed in quelle di Maria

Mi abbandono tra le braccia di…

27 Giu 2022 I Nostri Missionari Dicono

XIII Domenica del Tempo Ordina…

22 Giu 2022 Domenica Missionaria

Finestre sul mondo

22 Giu 2022 Finestra sul Mondo

La consolazione che viene da G…

19 Giu 2022 Preghiere Missionarie

Il carisma in movimento

Il carisma in movimento

18 Giu 2022 I Nostri Missionari Dicono